Qui dove si vive (e muore) di lavoro nero

di Alessio Palumbo

Nei giorni scorsi si è verificata l’ennesima tragedia sul lavoro. Il crollo dell’opificio di Barletta ha nuovamente suscitato accesi dibattiti sul lavoro nero e sulla fame di occupazione “a tutti i costi” diffusa nel sud. Come al solito, la cronaca ha tirato la volata a discussioni, polemiche e riflessioni che, nella classe politica nazionale e nell’opinione pubblica, dovrebbero rappresentare dei punti fissi e non spunti occasionali di pensiero ed azione. Il problema del lavoro nero e di tutti i rischi ad esso legati (precarietà, condizioni di vita e lavorative al limite della sostenibilità, etc.) non nasce di certo col crollo dell’opificio di Barletta.

A livello mondiale, nel corso degli anni ’90, i processi di “deregolamentarizzazione” e “flessibilizzazione” hanno avuto un incremento di tipo esponenziale. Sono nate nuove forme contrattuali deboli, adatte al clima di incertezza economica. Si è assistito ad uno sgretolamento del welfare state e al ritorno di forme lavorative e socio-economiche tipiche del capitalismo selvaggio. L’Italia, ovviamente, non è stata estranea a tali fenomeni.

Nel nostro paese, la prima finanziaria ad occuparsi di “nero” è stata quella del 1998 (governo Prodi). Le nuove norme in materia prevedevano una serie di benefici in cambio della regolarizzazione dei lavoratori con un contemporaneo mantenimento dei livelli di occupazione. Vennero migliorati i metodi ispettivi ed inasprite le pene per chiunque avesse fatto ricorso a forme di lavoro irregolari. Furono inoltre creati appositi comitati governativi, commissioni parlamentari, ma soprattutto furono coinvolte le autorità locali. L’applicazione di tali politiche favorì l’emersione dal nero di circa 400.00 lavoratori nel Mezzogiorno d’Italia.

La fase dei governi di centro-destra comportò una diversa forma di intervento, basata più che sulla repressione e gli incentivi all’emersione, sul ricorso a politiche di agevolazione fiscale. Tuttavia, i nuovi aumenti dei tassi di economia sommersa  hanno dimostrato come tali politiche siano state insufficienti, incidendo solo sulle forme di lavoro irregolare ben strutturate e non sui casi di sottoremunerazione e lavoro nero in imprese parzialmente regolari.

Focalizzando come al solito la nostra attenzione sul piano locale, possiamo affermare che la provincia di Lecce, da anni, è inserita in quella che Giovanni Bianco definisce  “la diabolica tradizione […] di controllare la società nelle sue espressioni di consenso politico attraverso le regalie finanziarie di vitalizi senza corresponsione di obblighi. [Una tradizione] che ha generato una cultura dell’opportunismo individuale e della assenza di regole sociali, di servilismo al potere, come unica possibilità di promozione sociale e di benessere” (G. Bianco, Il lavoro e le imprese in nero, Roma, Carocci, 2002,  p. 177). Naturalmente le origini del lavoro nero vanno ben oltre questa cultura dell’opportunismo: squilibri nord-sud, elevata fiscalità, scarsa flessibilità del fattore lavoro, inefficienza dei sistemi burocratici ed infrastrutturali, riduzione dell’attività ispettiva, decentramento produttivo e smembramento industriale, incidenza della criminalità nell’economia e negli appalti, ritardo della cultura industriale di determinate aree…, sono tutti fattori favorevoli alla diffusione di un’economia sommersa.

Anche nel Salento l’impresa in nero si è imposta come il fulcro dell’economia locale. Riduzione dei costi di avviamento e del lavoro, maggiore controllo e sfruttamento della manodopera, minori spese di produzione: sono queste le principali caratteristiche di un mondo economico invisibile, esente da garanzie per i lavoratori, privo di doveri nei confronti dello stato e della comunità, oramai radicato nella “cultura” locale.

Parlando di “cultura”, si vuole sottolineare come una tradizione di lavoro, forzatamente orientata al mondo del sommerso, esista da tempo nel Salento, come nel resto del meridione. Negli anni ’50 e ’60, l’emigrazione verso il nord Italia (verso imprese a base fordista, fortemente controllate da sindacati) e lo sviluppo, sul piano nazionale, di estese politiche di welfare state, avevano fortemente ridotto il ricorso a questo tipo di occupazioni. Nel Nord perdurava soprattutto come seconda occupazione, mentre nel sud rimaneva legato all’arretratezza industriale ed all’esistenza di forze illegali. Dagli anni ’70, la crisi economica e le sue conseguenze costituirono un terreno fertile per una rinnovata crescita del fenomeno. Ritornò in auge una prassi imprenditoriale finalizzata al completo sfruttamento dei fattori produttivi. Una prassi tuttora diffusa, ma difficilmente rilevabile con dati precisi.

Come accennato precedentemente, la gran parte degli analisti economici ha registrato, dal 2003 ad oggi, una nuova fase di eccezionale ripresa del lavoro nero soprattutto nel sud Italia (e quindi anche nel Salento). In Italia la percentuale di economia illegale nei confronti del PIL si aggira attorno al 26,2%, con una quota dei partecipanti all’economia sommersa (rispetto alla forza lavoro ufficiale) che oscilla, da regione a regione, tra il 30 ed il 48%.

Al sud la percentuale di lavoro in nero supera spesso il 50% (nel comparto agroalimentare si arriva al 95%). Nell’industria pugliese si contano irregolari nell’ordine del 35,3%. Cifre  impressionanti, che diventano ancor più rimarchevoli se si considera, all’interno della stessa Puglia, alcuni distretti economici (come Bari, Brindisi e, per il Salento, Lecce-Casarano) con dei tassi di economia sommersa che superano, in settori quali l’edilizia e la produzione di vestiario, abbondantemente il 50%. Agricoltura e servizi riscontrano dei tassi ancora più alti, ma difficili da definire precisamente, anche da specifici studi di settore.

Le linee di massima sono complessivamente sconvolgenti e rilasciano l’immagine di un’economia priva di qualsiasi controllo e del tutto deregolamentata. Come al solito, però, l’opinione pubblica riscopre tutto ciò solo all’indomani di un evento luttuoso, per poi ricadere in un nuovo oblio, nella “mediatica” attesa dell’ennesima tragedia del lavoro.

2 Commenti a Qui dove si vive (e muore) di lavoro nero

  1. interessante e condivisibile in toto il pezzo. Il sommerso è un problema nazionale, esiste a nord come a sud, forse in maggior misura a nord vista la capacità produttiva dei territori. Qui siamo a casi limite che ora “limite” non sono più. Si stanno generalizzando situazioni di questo tipo, attività un tempo dignitosamente produttive, ora sono allo stremo, lavorano quando e se c’è lavoro. Mettere la croce sulle spalle completamente e solo del datore di lavoro sarebbe come dire che l’evasione fiscale è solo dei dipendenti pubblici o provati che siano, che nel tempo libero fanno i falegnami o gli imbianchini . Altra realtà diffusissima al nord. Si innescherebbe una guerra fra poveri. Per Barletta quello che ha agito fortemente e principalmente è stata la mancanza di controlli da parte di chi dovrebbe sui cantieri, piuttosto che l’improvvisazione di operatori nei cantieri stessi. L’inciviltà è mantenere il patrimonio in questo stato e in queste condizioni, evitare di mettere in sicurezza e curarsi di fare il ponte sullo stretto. E’ esattamente come dire “farò il partito della gnocca” mentre ci sono i funerali delle ragazze crepate di lavoro e di edilizia.

  2. Condivido l’analisi attenta e minuziosa di Alessio Palumbo, e cercando le motivazioni per le quali, tutti questi piccoli imprenditori ( oggi per l’intera opinione pubblica sul banco degli imputati), titolari di migliaia di piccole aziende come quella balzata alle cronache per questo infausto episodio, si siano alzati una mattina e abbiano deciso di diventare dei fuori legge producendo le loro manifatture con personale non dichiarato e sottopagato, non riesco a trovarle se non cercando di guardare oltre il fatto.
    Non credo che sia insito nel DNA di questi imprenditori tale gene comportamentale, e penso che a tutti piacerebbe giocare la loro partita secondo le regole, ma guarda caso le regole non sono uguali per tutti.
    Chissà perchè l’accesso al credito per le piccole imprese al sud, sia meno semplice che al nord, eppure siamo nella stessa Italia.
    Come mai il governo italiano ha accettato di entrare a far parte di quel processo economico tanto decantato chiamato “globalizzazione dei mercati”, senza istituire delle regole che salvaguardassero sia i costi di produzione che si devono sostenere in Italia, facendo entrare nel mercato Italiano prodotti dall’estero a basso costo, che il prodotto made in Italy, obbligando molte aziende a produrre in Italia e non all’estero (terzo mondo), dove i costi di produzione hanno un rapporto di 1 a 4( col costo di un operaio italiano si pagano quattro mensili e relativi contributi e tasse di un operaio extracomunitario).
    Come mai il famoso TAC, spina dorsale dell’economia del Basso Salento, dagli anni ’70 agli anni ’90 del secolo scorso, che ha tirato via dalle campagne l’80 % della forza lavoro trasferendola nei laboratori di produzione tessile e calzaturiera, col conseguente abbandono delle campagne e quindi il crollo della produzione nel settore agricolo è scomparso in modo definitivo?
    Tutti quei vestiti, quelle calzature, si stanno comunque producendo in un’altra parte del mondo, dove i costi sono minori.
    Volendo potrei continuare con una lista molto lunga, ma entrerei a toccare argomenti troppo complessi da discutere in questa sede, e con questo voglio solo dire, finiamola d’indignarci, solo quando succedono le tragedie come quella di Barletta, dove figli sono rimasti orfani e madri stanno piangendo i loro figli, ma dovremmo indignarci ogni giorno, tutti i giorni, ognuno nel suo ruolo, a partire dal Capo dello Stato a finire all’ultimo cittadino Italiano (ultimo non per importanza), quando ci andiamo a scontrare con questo genere di realtà, perchè siamo tutti vittime di un sistema che è stato escogitato per apportare benessere ai pochi “eletti” e non alla collettività, e prima di puntare il dito su chicchessia in maniera gratuita, solo perchè indotti a farlo da un certo tipo di organismi di “stampa” cerchiamo di acuire il nostro senso critico, e chiediamoci perchè talune persone si comportano in un certo modo, altrimenti come dice bene Alessio Palumbo, andiamo ad innescare solo una guerra tra poveri.
    Voglio concludere questo mio commento ribadendo che la gente del Sud è per la maggior parte brava gente, abituata a lavorare e a spaccarsi la schiena, come lo dimostrano le vittime di Barletta, e anche in condizioni di “schiavitù” come commentato dal nostro presidente della Regione (Presidente si indigni anche lei tutti i giorni e non solo quando accade l’irreparabile), e non ci sto quando qualcuno si permette di affermare il contrario.
    Recitava un vecchio detto salentino:
    “nisciunu se vulia nè poveru e nè malatu”

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