Poesie al santo di Copertino

LEVITAS VOLAT

di Maria Grazia Anglano

E’ stata una particolare esperienza quella del calarsi nella vita di Giuseppe Desa da Copertino. Il santo dall’eccezionale carisma della profusione completa, di corpo e spirito, nel Verbum Dei, sino a sollevarsi in volo.

Tutti i suoi accadimenti sono diventati per me come una seconda pelle, da cui permeare le difficili vicissitudini della sua vita. Ad iniziare dalla sua fanciullezza passata in solitudine a causa della sua salute, passando poi alla sua, spesso ribadita, inettitudine. Senza poi tralasciare il suo particolare attaccamento all’immagine della Madonna della Grottella. Nella quale probabilmente, sublimava il mancato affetto di sua madre Franceschina, donna parca di effusioni, dal carattere duro.

Le poesie che qui seguono nascono, e si ascrivono, all’interno di una manifestazione “LEVITAS VOLAT” tenutasi in occasione del IV centenario dalla sua nascita (1603-17 giugno 2003), e raccoglieva una serie di eventi itineranti tra cui: Pittura, Scultura, Video Installazione, Cortometraggi, Poesia, Prosa e Musica.

L’icona

Quanto, le asperità di questo saio

mi riportano, al brivido

del mancato abbraccio.

A quell’afflato abbandono

di braccia materne.

E davanti a questa icona

mi perdo

nel tuo cingerti,

ed effonderti

a quel tuo unico Figlio.

L’imbuto del tempo

 Ciglia,

bacia ciglia.

A scrigno si chiudono,

su inopinabili, rivelazioni.

Riaffiora

dall’imbuto del tempo,

uno smagliato

ricordo.

L’antico canzonamento,

“beota nell’umile saio

a boccaperta”

Dall’estasi

Non più grevi le mie membra.

Madido, della tua luce

protendo a te.

Raccolgo nei miei occhi

porzioni di cielo.

Mentre la mia anima urla

al lacero della sua carne.

E dalle tue mani,

“Beatitudine”.

 la sofferenza

diventa

nuova, inebriante

6 Commenti a Poesie al santo di Copertino

  1. Versi frammentari, quasi incisioni su blocchi di pietra, che creano – come fossero pedine di un mosaico – un testo la cui unità poetica viene raggiunta attraverso il pensiero dominante, quello di rappresentare, isolatamente e nel trittico (ordinata sequenza di momenti interiori), la storia misticamente personale di un santo.
    Si nota quanto l’autrice cerchi di combattere quel riserbo interiore che erroneamente viene da qualcuno definito “ermetismo dell’anima”, quando invece la “chiusura” è solo determinata dalla voglia inconscia di rifugiare nel nascondimento le proprie emozioni, i propri sentimenti, in questo specifico caso lo slancio religioso.

  2. Riconosco, Maria Grazia, che è molto difficile trasferirsi nella dinamica ascetica di un santo, motivo che torna a tuo merito nel momento che l’azzardo di usare la prima persona viene riscattato da quell’educazione di approccio che, emotivamente, riesce a creare una misura di equilibrio tra l’umano e il trascendentale, condizione traumatica nella vita di San Giuseppe da Copertino, e forse in quella di tanti altri santi.

  3. Si! Credo che sia un tratto esistenziale, comune a molti santi, anzi a volte imprescindibile, il vaglio della sofferenza.
    Come se il corpo, in quella palestra del dolore, trovasse in se quel seme capace di irrompere, a germoglio dell’anima. Il cielo appunto, come terra di congiunzione tra l’umano, e il trascendente.
    Grazie Nino, si comprende sempre qualche nuovo significato in più, nel condividere lo sguardo altrui. E non tanto il nascondimento, quanto più, come dicevi prima, lo “slancio” ha mosso questa mia mimesi, verso quella dimensione di ricerca, dell’inspiegabile valore taumaturgico della fede.

  4. Da documento originale -Levitas Volat- “Poesie al santo”. Inserisco un errata corrige.

    ERRATA

    Dall’estasi.
    Non più grevi le mie membra.
    Madido, della tua luce
    protendo a te.
    Raccolgo nei miei occhi
    porzioni di cielo.
    Mentre la mia anima urla
    al lacero della sua carne.
    E dalle tue mani,
    “Beatitudine”.
    la sofferenza
    diventa
    nuova, inebriante

    CORRIGE

    Dall’estasi.
    Non più grevi le mie membra.
    Madido, della tua luce
    protendo a te.
    Raccolgo nei miei occhi
    porzioni di cielo.
    Mentre la mia anima urla
    al lacero della sua carne.
    E dalle tue mani, la sofferenza
    diventa
    nuova, inebriante
    “Beatitudine”.

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