Chiese rupestri: il ritorno degli studiosi giapponesi

Gravina in Puglia. Chiesa di san Vito vecchio. Cristo Pantocratore

di Giuseppe Massari

Una promessa mantenuta che rinvigorisce l’orgoglio di essere gravinesi. La visita effettuata nell’agosto 2010 dall’équipe italo-giapponese che curerà lo studio delle “Tebaide del Sud Italia” era solo di ricognizione, ma adesso il progetto entra nel vivo con l’avvio della campagna di indagini.

La delegazione di studiosi nipponici, guidata dal prof. Takaharu Miyashita, docente di storia dell’arte occidentale all’Università di Kanazawa e italiani rappresentati dagli architetti toscani Carlo Battini e Massimo Chimenti, è così composta: professori Masaaki Omura, Nozomu Eto, Shigaru Sanada, Shinichi Igarashi; dai tecnici ricercatori dott.sa Mitsumi Miyashita, dott.sa Mutsuyo Miyashita, dott.sa Shigemi Shimomura, dal ricercatore coordinatore dott. Daisuke Kamiguchi e dagli studenti universitari Mariko Oso, Tomohisa Sekiya, Hitomi Kimura, Kota Kawakubo.

Le giornate di studio e catalogazione, iniziate il 5 settembre scorso, verteranno sulle pitture rupestri delle chiese di San Vito Vecchio, San Michele e Padre Eterno, dureranno fino al 16 settembre e si articoleranno in rilievi ad alta definizione tridimensionale, attraverso scanner laser, nel seguente modo: chiesa di san Vito Vecchio, sito originale e quello ricostruito presso la Fondazione Ettore Pomarici Santomasi, interni ed esterni. Analoga cosa sarà fatta per gli altri siti.

Chiesa rupestre di S. Michele

Finanziato con 300.000.000 di yen dal governo di Tokyo e curato dall’ateneo giapponese e dal fiorentino “Opificio delle Pietre Dure”, in accordo con la Soprintendenza pugliese,”Tebaide del Sud Italia” è un progetto di ricerca diagnostica e di documentazione sulla tecnica esecutiva e sullo stato di conservazione delle pitture murali del territorio peninsulare sud-italiano, con particolare riguardo al periodo bizantino e altomedievale.

Il progetto di ricerca, i cui risultati confluiranno in un archivio digitale, è finalizzato ad acquisire una maggiore conoscenza su un segmento importante del patrimonio artistico italiano, poco conosciuto ma assolutamente unico, caratterizzato da chiese, cappelle e siti rupestri di tipo cenobitico, frutto dell’insediamento di monaci ortodossi provenienti da Oriente e Sicilia verificatosi fra il VI e l’XI secolo in regioni come la Calabria, la Lucania ela Puglia.

Chiesa rupestre di san Vito vecchio

Si tratta per lo più di cenobi o singoli insediamenti disseminati in territori impervi, lontani dai percorsi abituali e turistici, e dunque fonte preziosa di possibili e nuove acquisizioni scientifiche, dal momento che i principali studi sull’argomento risalgono agli anni Trenta.

La particolarità di queste singolari testimonianze artistico-architettoniche è il fatto che si relazionano ai più conosciuti esempi di chiese e cenobi rupestri esistenti nell’intera area medio orientale, dalla Turchia alla Siria, alla Georgia, all’Armenia, all’Egitto, ovvero nei luoghi di diffusione della proto-cristianità.

Il progetto ha un valore particolarmente innovativo ed originale, dal momento che non esiste una conoscenza organica e di ampio raggio sulla tecnica e sulle tipologie della pittura murale di area bizantina medio-orientale. In tal senso, lo studio della “versione” italiana di quel fenomeno storico-artistico potrà costituire un punto di riferimento per nuove acquisizioni future riguardanti il più vasto patrimonio di chiese rupestri del bacino del  Mediterraneo.

La ricerca riguarderà un campione significativo di chiese e siti rupestri tale da consentire una rappresentatività delle varie tipologie decorative, attraverso una catalogazione fotografica, indagini sul pigmento, ricerche con luce infrarossa, misurazione dell’umidità.

Un anno fa il prof. Miyashita aveva espresso giudizi lusinghieri sulle bellezze storiche gravinesi, che dopo la prima ricognizione avevano convinto gli studiosi a mettere Gravina al primo posto nella lista dei luoghi d’interesse scientifico.

2 Commenti a Chiese rupestri: il ritorno degli studiosi giapponesi

  1. Meno male che ci stanno i Giapponesi a investire sulla conoscenza dei nostri tesori nascosti! Che altro dire!

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