Orecchio di lepre

Fernando Botero, Sleeping President

di Pier Paolo Tarsi

Alla stazione centrale di Milano vi costa un euro fare la pipì, pertanto, se avete una vescica ancora in discrete condizioni ed il biglietto pronto per un espresso notte in partenza per il Sud, cercate di trattenerla fino ai primi sussulti del vostro treno, quando sarebbe ancora vietato disporre dei servizi nonostante sia una grande soddisfazione lasciare una traccia del vostro passaggio lì, dopo i tanti rifiuti in malo modo ricevuti in tutti i bar in stazione in cui vi negano l’uso della toilette pur avendone il diritto per aver acquistato qualcosa.

Dopo aver consumato la mia personale vendetta sull’antipatico personale milanese della stazione centrale ho cercato il mio scompartimento, cuccetta a sei posti, scelta necessaria non dico per riposare ma almeno per distendere le ossa dopo quattro giorni in giro per il Nord e troppe ore passate sui treni. Le cuccette sul notturno Milano-Lecce erano già tutte occupate, pertanto ho ripiegato per il Milano-Crotone con cambio a Foggia, da dove un regionale mi avrebbe condotto infine a Lecce mettendo fine al mio peregrinare.

Quando, appena salito su treno, avevo lasciato lo zaino nello scompartimento vi avevo trovato solo un passeggero, un marcantonio taciturno sui quarant’anni che, nonostante mancasse almeno un quarto d’ora alla partenza, si era già sistemato nella sua cuccetta in alto, dentro alla quale ci entrava a mala pena contorcendosi come un clandestino nascosto nella stiva di un mercantile. Cercava già ad occhi serrati di prender sonno, nonostante un caldo asfissiante e quell’odore stagnante tipico dei treni lerci per terronlandia. Io avevo atteso nel corridoio la partenza e poi mi ero infilato lesto e vendicativo in bagno. Tornato nello scompartimento vi trovo un nuovo viaggiatore, un signore basso e tarchiato sulla sessantina, con un testone tondo e pelato, un baffone poderoso che gli sporge sotto il naso e una terribile camicia fiorata color senape sbottonata sul petto villoso.

“Buonasera” – gli dico.

“Buonasera” – mi risponde.

“Stai qua dentro?” mi chiede. Ha due occhi rotondi, vivi, due guance rosee e un’espressione contenta e simpatica incorniciata in un faccione sudato senza collo.

“Si, sono là sopra”. Il mio posto è quello superiore, di fronte al marcantonio taciturno che già sonnecchia. Salgo sulla scala e mi siedo sul mio lettino, guardando da lassù l’ultimo arrivato mentre si sistema nel suo letto in basso. “L’ho preso per un pelo sto treno” afferma, mentre si sventola il colletto della tremenda camicia sul rossore del faccione, e poi specifica “per un pelo di fica proprio, vagliò!”. Avrà voluto rendere un’idea della sua corsa precipitosa verso una meta acchiappata per la coda con quel dettaglio, un’unità di misura figurata che in termini fisico-scientifici credo equivalga al micron. Gli sorrido. Il marcantonio apre un occhio e poi lo richiude. Il peloso dettaglio credo lo avesse incuriosito e resuscitato.

“Dove scendi?” gli chiedo.

“A Foggia”.

“Dovremmo arrivare domattina alle sette vero?”

“Si, così si spera”. Non avendo dormito granché nelle notti precedenti trascorse in giro ne approfitto per chiedergli un favore: “Anche io scendo a Foggia, non è che mi sveglieresti se mi piglia il sonno?”

“Certo vagliò, basta parlare e si fa tutto. Stai tranquillo, io c’ho n’orecchio di lepre, mi sveglio come passa l’aria”.

“Ah, bene, io ho il sonno pesantissimo invece, mi pianto come una roccia!”.

“Non ti preoccupare vagliò, ti chiamo io. Speriamo però che ci fanno dormire e che non entrano rompicoglioni”.

“Speriamo” – gli faccio eco io, stendendomi sul giaciglio agognato. Nel frattempo con un fruscio il marcantonio si alza d’improvviso sui gomiti e ci allerta: “Attenti ché al viaggio di andata ci sono stati dei furti. Hanno rubato giacche e portafogli a mezzo treno!” Poi si rimette giù e non dirà più una parola fino a destinazione, tanto basta però a stimolare l’altro “Eh tranquilli, tranquilli vagliò, non vi preoccupate, qua non entra nessuno senza che m’accorgo io, manco il controllore, come s’avvicina qualcuno taaaac mi sveglio, c’ho nn’oreccchio di lepre io, così mi chiamano a me vagliò, orecchio di lepre!”.

Rassicurato da Orecchio di Lepre come fossi al cospetto di un capo tribù indiano che sa vegliare sul suo clan spengo la luce dall’alto del mio posto, mi rigiro un po’ nello spazio angusto e lentamente scivolo in un sonno disturbato, grondante di sudore.

“Biglietti signoriiiiiii”- urla un controllare con una faccia sadica illuminata dalla luce accecante dello scompartimento, “signori il bigliettoooo”. Ci gode a svegliare la gente in quel modo, ne sono sicuro. Il marcantonio ed io porgiamo il più in fretta possibile i biglietti spiegazzati, Orecchio di Lepre lentamente riprende coscienza e consegna il suo biglietto per ultimo. “Grazie signori” conclude frettoloso il controllore “a Modena salirà un altro passeggero” ci avvisa mentre richiude la porta. Ci riaddormentiamo. A Modena, come annunciato, entra un altro ragazzo, lo sento muoversi lentamente nel buio, con garbo, attento a non disturbarci. Orecchio di Lepre sembra non essersi accorto di nulla, al buio non posso esserne sicuro ma inizio a dubitare delle virtù del nostro capo-clan e del suo sonno di piuma, un dubbio che renderà ancora più disturbato il mio sonno dalla paura di non svegliarmi a Foggia.

Risate, rumori forti di porte sbattute nello scompartimento accanto mi svegliano di soprassalto in un bagno di sudore. Mi accorgo che il marcantonio non c’è più. Prendo le scarpe e scendo velocemente dal mio lettino, esco dallo scompartimento e nel corridoio mi affaccio da un finestrino: su un pannello blu leggo la scritta bianca “FOGGIA”. Mi precipito sulla scala, afferro i miei bagagli e sto per uscire dallo scompartimento quando mi rendo conto che Orecchio di Lepre sta ronfando al suo posto come nulla fosse. Il treno potrebbe partire da un momento all’altro ma provo per un moto di solidarietà ugualmente a svegliarlo: “oh, ohhhh, sveglia, siamo arrivati”. Niente. Orecchio di Lepre dorme beato, la sua faccia sul cuscino sembra ancora più tonda, sprofondata nelle spalle, implosa con il baffone in un flaccido doppio mento. “Ohhh, ohhhh, svegliaaaaa, siamo arrivati” lo scrollo, dapprima leggermente e poi con più decisione.

Apre finalmente un occhio, poi l’altro, con più fatica. Quando mi mette a fuoco sbarra gli occhi in uno sguardo disorientato e prima ancora che egli possa sussurrare qualcosa gli sbatto la realtà sul faccione: “Siamo a Foggia, il treno sta partendo”, precipitandomi un attimo dopo all’uscita. Quando sono giù sul binario c’è solo qualche sparuto fumatore che approfitta degli ultimi istanti per tirare ancora qualche boccata profonda, tutti con un piede sul treno in procinto di ripartire. Si sentono già qua e là le porte richiudersi.

Dopo qualche secondo di curiosa attesa vedo spuntare finalmente dal buco da cui sono appena uscito lembi sventolanti di una camicia color senape e il faccione stravolto di Orecchio di Lepre che si getta fuori dal treno come fosse un bandito in un film western di serie b. Ansimante e sudato cerca di ricomporsi, mentre tra il fragore e il fracasso delle ultime porte del treno che si richiudono un capostazione fischia forte.

Mi avvicino e gli dico: “Oh, Orecchio di Lepre ce l’hai fatta per un pelo di fica pure stavolta”.

“Porca puttana vagliò, c’hai ragione vagliò, grazie vagliò”. Se non lo avessi rianimato Orecchio di Lepre si sarebbe svegliato certo nel deposito treni a Crotone, dove lo avrebbe trovato qualche addetto alla pulizia dei vagoni cuccette per terronlandia, ammesso che qualcuno li lavi ancora.

11 Commenti a Orecchio di lepre

  1. Grazie! :) Marcello le immagini che hai accostato sono perfette, non ho potuto non ridere vedendole! Lunga vita a Orecchio di Lepre!

  2. emblematica descrizione di uno dei tanti clichè che compongono la nostra varia e bellissima umanità (sostantivo). E’ bello vedere che esistono ancora degli attenti osservatori delle molte tipologie caratterizzanti i vari profili psicologici esistenti e, riuscire a trasmettere tutto questo con sottile ironia, regalando a chi legge un momento di sano e mordace umorismo è solo capacità di pochi quindi ….
    Grazie Pier Paolo Tarsi

  3. Che peccato che Pier Paolo non sia finito a Crotone col suo compagno di viaggio. Immaginiamo quali imprevisti risvolti questa storia avrebbe avuto. Purtroppo tutti i treni che finiscono in Salento sbattono sempre su di un binario morto, quello del finibus terris per intenderci.

  4. Grazie Paolo, e grazie veramente a tutti quelli che precedono, Elio, Riccardo, Fabrizio, Sonia, Alfredo, Damiano. Se sono riuscito a strappare un sorriso ad ognuno di voi, ho fatto, credetemi, tutto quanto mi stava a cuore nel raccontarvi questa piccola storia ;)

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!