La cripta di sant’Angelo in Uggiano la Chiesa

La cripta di sant’Angelo in Uggiano la Chiesa

Una fulgida testimonianza dell’influsso bizantino nella Valle dell’Idro

 

di Dania Nachira

Nella valle dell’Idro, nella zona meglio nota alla gente del luogo come “Le Padule”, in agro di Uggiano la Chiesa tra la frazione di Casamassella ed Otranto, sorge Monte Sant’Angelo.

Qui la natura sembra proseguire il suo corso indisturbata, da sempre, con una folta macchia mediterranea ben rappresentata da pini, lentischi, cespugli di edera che si inerpicano sul pendio del monte ricoprendolo quasi interamente, se non fosse per il costante e sapiente lavoro di generazioni di contadini del luogo che, negli ultimi secoli, hanno bonificato e terrazzato, strappando lembi di terra alla vegetazione spontanea per far spazio agli ulivi.

In realtà, sia la natura che l’uomo in epoca moderna hanno soltanto nascosto ed in parte contribuito con la loro opera a preservare e a distruggere quel che rimane di un luogo che conserva interessanti testimonianze medievali.

Si riconosce, infatti, una fortificazione sulla sommità del monte con torre a pianta quadrata di dieci metri di lato, con spigoli orientati ai quattro punti cardinali.

Sullo spigolo est si innesta la cortina muraria, di cui sono visibili venti metri circa ben conservati, probabilmente facente parte di un recinto fortificato.

In quel che resta della torre non c’è traccia del varco di ingresso, poiché non si trova il piano di calpestio originario sommerso da diversi centimetri di terra. La muratura, costituita da grossi e piccoli blocchi tenuti insieme da una malta tenacissima, e spessa fino a due metri sui lati esterni, lascia presagire che la torre fosse abbastanza alta e probabilmente aveva piani in tavolato ligneo comunicanti con scale a pioli o scale ricavate nello spessore della muratura stessa.

Intorno vi corre una scarpa che quasi sicuramente fungeva da contrafforte, mentre ai piedi delle mura ha inizio il fossato, stretto e tipico delle fortificazioni medievali prima dell’avvento della polvere da sparo come arma di incursione.

Tale fossato prosegue per un tratto intorno al monte e se ne evince la presenza dalla innaturale inclinazione, chiaramente opera dell’uomo, in cui è sagomato il costone dell’altura; è visibile solo in pochi punti poiché, ormai, la vegetazione e i pini, che ne colonizzano il fondo, contribuiscono a nasconderne le sponde.

Monte Sant’Angelo doveva essere nel medioevo un importante luogo strategico: dall’alto della torre si domina tutta la valle dell’Idro.Dovevano essere visibili la vicina abbazia di San Nicola di Casole ad Otranto, le Cento Porte a Giurdignano, la Torre del Serpente e probabilmente la torre campanaria di Otranto anch’essa medievale.

Inoltre, la presenza dell’Idro, corso d’acqua perenne che nel monte trova le sue sorgenti e nel mare della vicina Otranto la sua foce, garantiva già in passato terre fertili e favorevoli all’agricoltura.

Tutto ciò giustifica le tracce di insediamento lungo tutto il perimetro del monte, sia fuori che dentro le mura, consistenti in grotte scavate nella roccia ad uno o più vani, adibite ad uso abitativo o religioso, grossi silos per la conservazione delle derrate alimentari, terrazzamenti, varie zone con attività di cava.

Ma il punto più importante sotto il profilo storico, artistico e architettonico è senza dubbio la cripta basiliana di Sant’Angelo, risalente al XIII – XIV secolo, il luogo di culto principale intorno a cui ruota la vita degli abitanti di questo insediamento rupestre.

Il lungo lavoro di scavo archeologico, durato nove mesi e conclusosi nel novembre del 2007, è stato interamente effettuato con metodo stratigrafico ed ha permesso di evidenziare la pianta originaria della chiesa, dopo il crollo della volta avvenuto in epoca moderna, ed il cui piano di calpestio primitivo non è stato ancora raggiunto.

Infatti, prima dell’intervento di recupero appariva ben poco della cripta, quasi interamente riempita da terra, materiale di riporto e grossi blocchi di pietra per almeno un metro e si riusciva ad accedere fino all’iconostasi solo attraverso un cunicolo ricavato tra fitti grovigli d’edera e rami di una quercia secolare.

Non molto diversa ne apparivano le condizioni verso la fine dell’800 quando, dopo secoli di successivi rimaneggiamenti e diversi utilizzi (da stalla per animali, per i quali si sono ricavate alcune mangiatoie, fino a deposito di canapa), fu alla fine abbandonata. Tant’è che l’illustre Cosimo De Giorgi così si esprime riguardo l’ «antica cappella bizantina semidiruta», dopo la sua visita nel settembre del 1884: «È tutta scavata nei sabbioni tufacei e si denomina Grotta S. Angelo dall’effigie dell’arcangelo S. Michele dipinta a fresco nell’atrio rettangolare della stessa. […] La volta di questo atrio è in parte crollata; l’interno è per metà interrato e convertito in deposito di canapa ed in ovile per pecore. Bisogna penetrarvi carponi e vi si sta molto a disagio. I dipinti nelle tre absidi sono tagliati quasi per metà dall’interramento avvenuto».

Oggi, dopo il meticoloso lavoro di scavo, la situazione è letteralmente diversa e la cripta ha riacquistato parte del suo antico splendore e l’aura di un importante luogo di culto di un tempo che fu.

Si riconosce perfettamente la netta divisione tra naos e bema, ottenuta da un’iconostasi litoide a tre fornici secondo la consuetudine del rito greco-bizantino. Il bema, dove si ufficiava il rito, è diviso in tre absidi orientate a sud-est, separate tra loro da setti litoidi ma comunicanti attraverso tre aperture a volta. Il naos, luogo che accoglieva i fedeli, è un vano rettangolare largo circa otto metri per sei di profondità; il suo orientamento riflette quello della cripta : nord-ovest, sud-est. Tale spazio rettangolare è delimitato all’esterno, sul lato d’accesso, da un muro costruito con blocchi di pietra e malta, le pareti laterali sono scavate nel fianco di Monte Sant’Angelo, probabilmente sfruttando una cavità preesistente.

La volta del naos è quasi completamente crollata, creando nell’impatto col suolo uno slivellamento del pavimento, schiacciando la terra circostante alla massa; aveva uno spessore di circa due metri ed  è crollata da un’altezza di circa 2-3 m. L’altezza della chiesa rupestre, infatti, è intuibile dalla consistenza della roccia, come fa notare Michele Bonfrate: la porzione da cui si è staccata la volta non è ricoperta da calcare, come lo è invece la parte sottostante (corrispondente all’interno della cappella), poiché sottoposta da molto più tempo a fenomeni di “bagnatura ed asciugatura”. Buchi ancora visibili lungo la volta fanno ipotizzare la presenza di travi in legno a sostegno di una copertura lignea  che sostituisse la volta crollata. Le pareti sono affrescate con figure di santi in due dimensioni, come nella classica tradizione bizantina. Nel bema le uniche superfici affrescate si ritrovano nell’abside centrale, dove è raffigurata una persona assisa in trono con alla sua sinistra una figura probabilmente femminile e a destra una probabilmente maschile. Le patine calcaree hanno ricoperto col tempo la pellicola pittorica che affiora. Bonfrate sottolinea che è stato effettuato un intervento di pulizia e di conservazione degli affreschi, si è inserita della malta nelle lacune presenti nella rappresentazione e lungo i bordi frastagliati dell’intonaco raffigurato in funzione di parabordo e con lo scopo di far risaltare i pezzi di intonaco rimasti integri e recanti le tracce di affresco.

Dal vano destro del bema si accede ad una grotta superiore, probabilmente attraverso una ripida scala che potrebbe emergere dal grosso interrato rimasto di circa ottanta centimetri. Questa apertura, dopo il crollo della volta della grotta soprastante, ha rappresentato la principale via di interramento sia naturale che artificiale che ha interessato l’intera cripta nei secoli.

I due fornici laterali dell’iconostasi sono stati murati con setti, utilizzando blocchi litoidi recanti tracce di intonaco: sicuramente strutture preesistenti della chiesa.

Quest’intervento si fa risalire al XVI secolo, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), che ha segnato il passaggio dal rito greco a quello latino. Allo stesso periodo si pensa risalgano anche le due file di blocchi che circondano l’apertura centrale dell’iconostasi ed interpretate dagli archeologi come fondazioni di un altare latino. Si suppone manchi almeno un’altra fila di blocchi, o due, come fa intuire la malta ancora adesa ai lati dell’apertura, su cui i blocchi in questione dovevano poggiare.

Si notano, anche, due squadri simmetrici ai lati del fornice: probabilmente alloggiavano delle lastre che chiudevano completamente l’apertura. Gli affreschi sull’iconostasi hanno più strati di intonaco, se ne individuano almeno tre, dovuti a rifacimenti successivi. Vi si riconoscono diversi volti con aureole dorate. Sulla destra si scorge un’iscrizione parzialmente distrutta che dovrà essere interpretata da un esperto paleografo. Ma l’affresco meglio conservato è quello che si estende per l’intera lunghezza della parete destra del naos e a cui è dovuta la denominazione non solo della chiesa ma anche dell’intero monte.

Si tratta di una serie di santi a grandezza naturale, nel primo dei quali è ben riconoscibile l’arcangelo Michele dipinto secondo la tradizione in abito rosso, loros dorato a motivi romboidali ed impugna una lancia nella mano destra ed un sigillum nella sinistra. Sono ben visibili le ali dell’arcangelo. Alla sua destra è presente un cartiglio recante un’iscrizione votiva in greco oggi in parte andata perduta. Ne conosciamo, però, il contenuto grazie alla traduzione fatta dal già citato De Giorgi nel 1884: «Ricordati, o Signore, del tuo servo Basilio, del suo padre e della sua madre. Amen». Nome questo che richiama, in un modo o nell’altro, la presenza dei monaci basiliani, giunti nel Salento in seguito alla persecuzione iconoclasta dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico nel 726.

Alla destra dell’arcangelo si riconoscono un santo vescovo in stola bianca, un’altra figura di cui si vedono le vesti e i piedi; poi vi è un’interruzione nell’intonaco (forse doveva esserci un pilastro, riutilizzato nella chiusura dei fornici dell’iconostasi). Segue un altro santo vescovo ed un santo a cavallo, sotto il cui zoccolo vi è una raffigurazione lineare squamata che ricorda un serpente: si tratta con tutta probabilità di san Giorgio.

Il Fonseca fa risalire la cripta di Sant’Angelo al XIII-XIV secolo, basandosi sulla datazione stilistica degli affreschi presenti. I reperti di ceramiche trovate durante gli scavi sono, invece, postmedievali.

Altre tracce di intonaco affrescato sono evidenti sul muro di ingresso, limitante la cripta ma solo nella parte inferiore del muro, quello più antico, costruito con pietre di varie dimensioni tenute insieme da malta di calce. La nuova muratura soprastante ricalca quella più vecchia ed è ottenuta con blocchi squadrati di varie dimensioni, su cui si intravedono segni di graffiti lasciati da visitatori medievali. La soglia di ingresso dell’attuale piano di calpestio, corrispondente al livello di interramento al momento del crollo della volta, è più stretta rispetto alla preesistente. L’originario piano di calpestio doveva essere allocato circa 40 cm più in basso.

Sul lato sinistro del naos non c’è traccia alcuna di intonaco se non su quello che si direbbe un pilastro, trovato disteso per terra e addossato alla parete. Prima dell’iconostasi, sempre sul lato sinistro, si apre una cavità in cui la forma scolpita nella roccia all’interno suggerirebbe quella di un letto funebre, con cuscino litoide insolitamente troppo alto. L’apertura è anch’essa in parte murata.

Michele Bonfrate tiene a sottolineare come l’evoluzione della cripta sia molto più complessa di quel che può sembrare. Infatti, il pilastro trovato sulla sinistra e quello forse allocato nell’interruzione sull’affresco di destra potevano rappresentare tracce di soluzioni alternative di utilizzo dello spazio della chiesa in seguito ad interramenti successivi della stessa. Ci si aspetta dagli scavi futuri il ritrovamento dei basamenti interrati dei pilastri per una corretta interpretazione degli stessi.

Molto interessante è anche lo spazio circostante la chiesa rupestre ed il suo estradosso. Infatti, già prima dell’inizio degli scavi si leggeva sul fianco del monte, a sinistra rispetto alla cripta, la forma di due tombe scavate nella roccia. Era consuetudine del tempo adibire lo spazio circostante la chiesa a necropoli. E la cripta di Sant’Angelo non fa eccezione. L’intervento archeologico ha riportato alla luce altre tombe, tra cui due di bambini. Sono disposte ortogonalmente alla chiesa, con orientamento nord-est, sud-ovest; la maggior parte sono state trovate vuote, con il caratteristico cuscino litico all’interno, senza la lastra di copertura, anche a causa della trasformazione del luogo in cava in epoche successive per l’estrazione della roccia locale. Una di esse, invece, è stata trovata ben conservata con all’interno ancora lo scheletro dell’inumato. Ogni tomba è contrassegnata da un ceppo in pietra interrato; ciò ha permesso che alcune di esse venissero preservate in epoca successiva durante l’apertura di un canale che si estende sull’estradosso per l’intera larghezza della cripta. Di questo è ben conservata la sponda a ridosso dell’altura, mentre l’altra sponda è stata distrutta sotto i colpi rovinosi  di una ruspa: sono ben visibili gli inequivocabili solchi lasciati dai denti della benna.

L’attività di cava ha sempre interessato questo sito, dalle epoche più remote fino a quelle più moderne; ne sono testimonianza i segni lasciati dai vari mezzi estrattivi impiegati. Se qui sono visibili i solchi della benna, in altri punti si vedono i solchi lasciati dal piccone nell’opera, effettuata dal nonno dell’ex proprietario del sito (ora acquistato dal comune di Uggiano), di terrazzare l’area soprastante la cripta per impiantarvi un uliveto.

Caratteristico è anche un muretto a secco che fiancheggia il canale, quasi ortogonale alla soprastante cripta e di cui non si conosce la funzione. Appare invece importante la presenza di grossi silos per la conservazione di derrate alimentari, sia sul lato destro che sinistro della cripta, interamente scavati nella roccia e profondi dai due ai tre metri. Alcuni sono perfettamente integri, senza botola di chiusura, altri sono stati intercettati durante l’estrazione di roccia e ne è rimasta solo la basa. Si crede, comunque, che siano antecedenti alla cripta, altrimenti non si giustificherebbe la loro presenza accanto alla necropoli.

Tutto ciò altro non è che il chiaro segno degli svariati utilizzi a cui è stata sottoposta l’area, inevitabilmente mutati con le differenti esigenze dei tempi.

Dopo decenni di degrado e di abbandono, dunque, finalmente in quest’ultimo anno gli interventi si sono concentrati sul punto nevralgico di tutto il complesso, che vede la sua ragion d’essere nella chiesa rupestre di Sant’Angelo. L’importanza del luogo di culto presupponeva, senz’altro, un percorso più articolato che dalla valle dell’Idro conduceva alla chiesa rupestre, come lascia intuire un’altra piccola grotta presente un metro sotto il livello della stessa, ma che il passaggio di una strada sterrata in epoca moderna ha cancellato.

Nella ferma convinzione che quanto oggi ci appartiene non lo abbiamo ereditato dai nostri padri ma lo abbiamo ricevuto in prestito dai nostri figli – come saggiamente ammonisce un proverbio indiano-, la speranza per il futuro sarebbe che tutto il complesso di Monte Sant’Angelo venisse rivalorizzato in un ambizioso progetto di riqualifica del territorio. Riqualifica che faccia “rivivere” l’intero insediamento rupestre fino alla torre fortificata, come chiara traccia di un passato riemerso dal suolo, a testimonianza di uno dei luoghi più antichi di Uggiano fino ad ora conosciuti.

pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°6

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