Festeggiare sant’Oronzo mangiando in suo onore un galletto di primo canto

CIVILTA’ CONTADINA DI  FINE OTTOCENTO

NNU JADDHRUZZU PI’ SSANTU RONZU

 

PER LA FESTIVITA’ DI SANT’ORONZO I CONTADINI REGALAVANO AL LORO PADRONE UN GALLETTO DI PRIMO CANTO

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

L’uso leccese di festeggiare sant’Oronzo mangiando in suo onore un galletto di primo canto, traeva origini da un’antica leggenda secondo la quale il Santo – consacrato vescovo personalmente dagli apostoli Pietro e Paolo – aveva  celebrato la sua elezione sgozzando un gallo ai piedi di san Pietro, che da poco approdato sulla costa di Bevagna dimorava nella macchia d’Arneo. Un gesto altamente simbolico in quanto, rifacendosi al racconto evangelico, cioè alla valenza di rimprovero che il canto di un gallo nel pretorio di Gerusalemme aveva avuto nei confronti di san Pietro, con l’uccisione della bestia il neo Vescovo aveva voluto attestare la vittoria spirituale del Principe degli Apostoli, ormai così forte nella fede da non avere bisogno di svegliarini.

Partendo da tali presupposti ne conseguiva che, ammazzando il pollo in onore di sant’Oronzo, in definitiva si recava tributo a san Pietro, ed era proprio in virtù di questa coordinata di approccio che l’usanza, nata in ambito cittadino, aveva messo radici anche nelle campagne, dove, però, le originarie intenzioni puramente laudative avevano sviluppato significanti a pretto interesse categoriale.

I contadini si facevano sì dovere di allevare uno o più galletti per il 26 di agosto, ma solo per farne un  presente al signor padrone, mai nell’intento di regalarlo a un loro pari o, meno che meno, per usufruirne personalmente; e questo anche quando particolari situazioni (buone condizioni economiche, celebrazione di matrimoni o un’eccedenza di covate sortite masculàre [molti galli e poche pollastre]) avrebbero reso possibile lo scialo.

Da “Il Salento visto da Gioacchino Vilei” (ph Luca Campione)

Un’autoastensione che,  tenendo in conto la leggendaria alleanza fra S. Pietro e i contadini – ai quali il Santo aveva promesso in proprietà spezzettata la macchia d’Arneo –  e soprattutto sposata alla frase che le donne pronunciavano nell’atto di acchiappare il pollo (“Spiértu Ronzu, jùtame a spinnàre e ddéscita lu Pietru a llu tafàre” [“Svelto Oronzo, aiutami a spiumare il pollo e sveglia Pietro perché si dia da fare”]) autorizza all’ipotesi di un’intesa strategia a carattere magico-religioso: apparentemente facendo valere il regalo come espressione di rispetto gerarchico, ma in realtà catalizzando le loro forze mentali nella congiura di una commutazione “pollo = signore”, i contadini intendevano porre gli odiati padroni in diretto antagonismo con S. Pietro, il quale – per quanto loro credevano – mal tollerava i galli, non riuscendo a dimenticare il rimprovero mossogli dal fatidico gallo pretoriano. E quale poteva essere la reazione dell’Apostolo  di fronte a padroni presentatigli in veste di polli se non proprio quella di “spennarli”, ovverosia affrettare i tempi della sua promessa convertendo le terre feudali in proprietà contadina?

Interpretazione del resto confermata dal fatto che la festività di sant’Oronzo veniva considerata nell’ambiente campagnolo come il giorno più favorevole per tendere legacci ai signori, potendone appunto veicolare l’orditura attraverso il regalo del galletto. Trameggi a carattere personale, piccole fattucchierie che potevano avere per fine la conquista della benevolenza, l’ottenimento di una colonia, l’abbuono di un debito, l’essere annoverato fra gli eredi o – nei casi più azzardati – diventare l’amante del padrone o sposarne il figlio.

In questi casi, come regola voleva, nutrendo il pollo con becchimi precedentemente mmasciaràti (affatturati) e affidandosi alla potente azione degli influssi lunari.

Questo “pezzo” è stato pubblicato dal quotidiano “LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO” il 21 ottobre 1997

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