L’Islam e la Puglia/ 2. Nel paese di Puliye

L’urna dei Beati Martiri di Otranto

L’Islam e la Puglia

 

Nel paese di Puliye

di Vito Salierno

 

Per i nostri lettori uno studio di Vito Salierno, uno dei massimi esperti di islamistica in Europa. Oggi la seconda parte

Dopo i fasti e il declino dell’Emirato di Bari, la seconda fase dell’impatto dell’Islam in Puglia si svolse nella prima metà del XIII secolo a nord, a Lucera, dove Federico II trasferì una gran parte dei Musulmani di Sicilia. L’esistenza di questa colonia saracena, registrata anche in numerose cronache arabe, attirò su Federico II le accuse della Chiesa, che nel Concilio di Lione del 1245 stigmatizzò l’operato dell’imperatore che aveva fatto della città un’enclave saracena in territorio cristiano (“civitatem maximam Agarenorum fecit in regno”)…

Gli Angioini

Subentrati gli Angioini, la situazione dei Saraceni di Lucera cominciò a diventare precaria. Dopo un’iniziale resistenza, i coloni di Lucera si sottomisero nell’agosto del 1269. Le condizioni imposte non furono dure anche perché Carlo d’Angiò (1266-1285) pensava di sfruttarne le capacità militari così come avevano fatto gli Svevi: parecchi sono i milites saraceni che combatterono tra le file angioine. La situazione peggiorò sotto il regno di Carlo II (1285-1309) con la persecuzione nei confronti dei notabili saraceni sino ad allora considerati fedeli e utili alla corona. Il motivo fu in apparenza il fervore religioso; in realtà le motivazioni erano politiche. La Chiesa aveva da sempre considerato peccaminosa la tolleranza dei due Angiò, così come aveva tuonato contro Federico II e Manfredi, scomunicandoli entrambi. Più che ad un improvviso mutamento di Carlo II l’impresa di Lucera fu decisa dopo un incontro del re con il papa che gli aveva concesso consistenti aiuti finanziari nella guerra di Sicilia in cambio della dispersione degli infedeli, necessaria dimostrazione della supremazia dell’unica vera fede nel primo anno giubilare della Chiesa, il 1300; inoltre i Saraceni non erano più utili né come mercenari per le defezioni ed il basso numero di coloro che rispondevano alla chiamata alle armi né come coloni per le frequenti conversioni che facevano diminuire le imposte gravanti sui musulmani. Infine c’era un risvolto economico non indifferente per un erario dissestato: la vendita dei Saraceni come schiavi e la confisca dei loro beni avrebbero dato una boccata d’ossigeno ad un erario che aveva per anni coperto i buchi finanziari con i prestiti dei banchieri romani e toscani su avallo del papa e con gli aiuti a fondo perduto dei re di Francia.

Il 15 agosto 1300 le truppe angioine entrarono in Lucera al comando di Giovanni Pipino da Barletta in atteggiamento amichevole in apparenza: accortisi delle vere intenzioni, i Saraceni cercarono di opporre resistenza, inutilmente. I notabili e gli artigiani saraceni furono inviati in prigionia a Napoli; il grosso della popolazione, circa diecimila persone, fu distribuito in varie località della Puglia e della Basilicata per essere venduta come schiavi. Tutte le tracce dell’architettura musulmana in Lucera scomparvero: al posto della moschea del Castello fu costruita una chiesa dedicata a San Francesco; la stessa decisione fu presa per la moschea nel centro della città, più o meno là dove ora sorge la cattedrale per la quale furono forse utilizzate pietre di riporto; il cimitero saraceno fu distrutto ed il terreno venduto nell’agosto 1302 per la costruzione di un mulino a vento.

Si trattò di una sorte comune a tutti gli insediamenti musulmani non solo dell’Italia meridionale, ma anche della Sicilia e parzialmente della stessa Spagna dove la presenza araba si era protratta più a lungo e avrebbe dovuto lasciare tracce più durevoli. Gli unici reperti lucerini sono vetri e vasellame databili tra il 1250 ed il 1300 ritrovati in pozzi per derrate: maioliche e ceramiche, vasi da acqua con filtri decorati, tutti di fattura locale, tra i quali vari piatti con ornati policromi ed un vaso con il monogramma di Allah in caratteri arabi, l’unica testimonianza scritta di un secolo della colonia saracena in terra di Puglia.

Otranto 1480

L’espansione ottomana era culminata nel 1453 con la conquista di Costantinopoli da parte di Maometto II. Insediatisi sul Bosforo, era logico e naturale per i Turchi riprendere il vecchio sogno pan-europeo rimasto tale per secoli: avanzare nell’Adriatico, a nord verso Venezia, a sud lungo le coste albanesi e le isole, per poi mettere piede sulla terraferma a cominciare dal tallone dell’antica “Terra Longa”, il Salento.

Ai primi del 1479, dopo la guerra di tre lustri contro la Serenissima, la Sublime Porta era in grado di rivendicare la Puglia considerata territorio bizantino e quindi spettante ai Turchi eredi di Bisanzio. Favorito dalla discordia tra i vari Stati italiani, il sultano ordinò nell’estate del 1480 al suo ammiraglio Gedük Pascià di “andare a conquistare il paese di Puglia (Puliye), a cacciarne gli infedeli dai cattivi pensieri, distruggere con l’esercito vittorioso la potenza degli infedeli dall’iniquo costume, incorporare quelle terre (vilayet) nel dar al-Islam [ecumene dell’Islam], innalzando le insegne conquistatrici dell’Islam vittorioso ed eliminare di là ogni traccia di miscredenza (kufr)”.

Il 28 luglio 1480, un esercito di oltre diecimila turchi sbarcò di fronte ai laghi Alimini, dirigendosi alla volta di Otranto che posero sotto assedio; l’11 agosto i Turchi conquistarono la città, che tennero per un anno. Si trattava molto probabilmente di una sorta di testa di ponte in vista di una conquista della penisola salentina sino alla linea di confine tra Brindisi e Taranto: lo scopo era quello di creare una nuova provincia turca dipendente ora da Costantinopoli, così come lo era stata un tempo da Bisanzio. All’epoca si pensò che l’attacco ad Otranto fosse stato una delle solite scorrerie turco-barbaresche a scopo di bottino; e invece l’attacco era stato pianificato con cura sulla base delle mappe e delle notizie precise in mano ai turchi: lo dimostrò lo sbarco di fronte ai laghi Alimini, riserve di acqua dolce necessaria per un ingente esercito nel periodo più caldo dell’anno. La situazione geografica della Puglia era ben nota ai Turchi dalla descrizione di Ibn Kemal Pascià: “La Puglia è un grande paese [iqlim] tra quelli che si affacciano sul mare, essa è descritta e nota ampiamente; il suo esercito dal cattivo costume è rinomato e noto per numero e ottimo addestramento; poiché il mar Mediterraneo circonda la maggior parte dei confini di questo paese, esso è annoverato tra le isole; essendo battuto dalle onde del mare, il paese è fiorente e i suoi prodotti abbondanti”. Se la conquista turca non si estese oltre, lo fu per la situazione politica interna determinatasi alla morte di Maometto II, il 3 maggio 1481, e per la conseguente lotta alla successione: le truppe ottomane furono ritirate da Otranto e il piano di conquista, che dal Salento avrebbe dovuto terminare a Roma, fu rimandato a tempi migliori. Un’ipotetica conquista turca dell’Italia nel 1480-81, proprio agli inizi del Rinascimento, avrebbe trasformato la storia dell’Europa e del mondo intero.

 

 

(continua)

 

Per concessione del quotidiano Il Paese Nuovo di Lecce.

 

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