Eppùru scia chiànu chiànu…(Eppure andava piano piano…)

di Armando Polito

Il nesso  chiànu chiànu è usato nel dialetto neretino in funzione di avverbio di grado superlativo ottenuto con la reiterazione della stessa voce, inizialmente aggettivo, tal quale nell’omologo italiano piano piano, sicchè esso compare in locuzioni del tipo sta sciàmu chiànu chiànu (stiamo andando piano piano) o sta scìamu chiànu chiànu (stavamo andando piano piano). La grammatica definisce questo fenomeno (uso di una parte del discorso per un’altra, nel nostro caso dell’aggettivo per l’avverbio) enallage, dal greco enallaghè=scambio, da enallàsso=scambiare, a sua volta formato da en=in+ allàsso=cambiare, a sua volta, e sono arrivato all’osso con un gioco di parola di cui mi accorgo solo ora, da allos=altro. Il fenomeno non è di formazione  recente, dal momento che esso è presente in greco e in latino; per quest’ultima lingua un solo esempio: veramente si può esprimere con vere, vero o verum, ma delle tre forme solo la prima è formalmente un avverbio, le altre due sono rispettivamente un ablativo e un accusativo dell’aggettivo in funzione avverbiale. Piano e il corrispondente neretino chiànu, com’è noto, sono dal latino planu(m)1=piano, piatto e, per traslato, facile; sempre in latino con valore sostantivato, poi, assume il significato di pianura, come succede pure in italiano (un piano coltivato). Dall’idea di piano (senza asperità) con ulteriore riferimento alla pendenza (nel nostro caso assente) si è sviluppato il concetto di relativamente lento in contrapposizione a quello di veloce (connesso con una discesa) e a quello di estremamente lento (connesso con una salita). Anche la musica ha dovuto fare i conti con questa trafila concettuale, tant’è che nella parola pianoforte (all’origine clavicembalo col piano e col forte) il piano e il forte corrispondono alla minore o maggior forza con cui si premono i tasti. E planare non significa compiere un volo discendente a motore spento o al minimo, sfruttando la forza di sostentamento delle ali? E complanare non significa strada di grande comunicazione, che corre parallela a un’altra con funzioni complementari di svincolo o raccordo (che poi effettivamente assolva a tali funzione per cui, almeno sulla carta, sarebbe stata progettata, questo è tutt’altro discorso…)? E proprio la voce planare sopravvive nel dialetto neretino sia pure nella forma composta ‘nchianàre=salire. Si direbbe che il significato di salire sia in assoluta contraddizione con quanto prima detto. Lo è solo apparentemente, perché ‘nchianàre è da un latino *implanàre2 formato da in (preposizione di moto a luogo) e il planum detto all’inizio, sicché la forma verbale alla lettera significa andare verso il piano, cioè verso il raggiungimento della perfetta coincidenza tra il livello attuale (più basso) e quello da raggiungere (più alto).

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1 Il gruppo latino pl seguito da a,  da e o da u  sviluppa rispettivamente pia/pie/pio in italiano (planus>piano/plenus>pieno/plumbum>piombo) e chia/chi/chiu in neretino (chiànu/chinu/chiùmbu). Non mancano, per il neretino, le eccezioni: per esempio, dal latino placère in italiano si ha piacere ma in neretino piacìre e non, come ci saremmo aspettato, chiacìre (si spiega col fatto che la voce deriva non da un sostantivo ma da un verbo in cui la vocale che segue il gruppo pl è atona, cosa che non succede, per esempio in ‘ccucchiare=accoppiare che ha seguito la trafila *adcopulàre>*adcoplàre>*accocchiàre>’ccucchiàre) ; da un latino *plattum a sua volta dal greco platýs=largo, piatto si ha in italiano piatto nel duplice valore di aggettivo e di sostantivo, mentre nel neretino piàttu è riservato al sostantivo e chiàttu all’aggettivo (l’eccezione qui è in funzione di differenziazione semantica).

2 Nel latino medioevale è attestato (Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883, pag. 309) un implanàre, ma il suo significato di ingannare lo rende inequivocabilmente trascrizione del greco en=in+planào=illudere; perciò la nostra voce è preceduta dall’asterisco.                                   

5 Commenti a Eppùru scia chiànu chiànu…(Eppure andava piano piano…)

  1. Il verbo scire si accompagna spesso a questi avverbi formati da una parola ripetuta. Sinonimo di scire “chianu chianu” è scire “belli belli”, oppure scire “leggi leggi”, oppure scire “fusci fuscennu”

  2. Mi viene in mente un altro esempio di avverbio di grado superlativo, ottenuto con la reiterazione della stessa voce, e che mi sembra sia caratteristico del dialetto neritino: “picca picca” (poco). E’ utilizzato in altri comuni salentini?

    • Rispondo cumulativamente ad Angelo e Marcello.
      Per la precisione: “scire belli belli” (chi è tranquillo e calmo non ha i lineamenti contratti; certo, se è brutto in partenza…) e “scire leggi leggi” (l’idea del leggero si collega qui a quella dello sforzo ridotto) sono sinonimi di “scire chianu chianu”; “scire fusci fuscennu” (“scire fuci fucendu” in neretino) significa esattamente il contrario ma presenta analogia di formazione col nesso da cui siamo partiti, anche se questa volta la voce reiterata è un verbo, usato qui in due modi diversi (indicativo e gerundio); un’ulteriore variante di quest’ultimo fenomeno, infine, con la reiterazione della stessa forma verbale si ha (anzi si aveva…) in “carru fuci fuci”, per il quale si rinvia , chiedendo scusa per la autoreferenzialità, al post “Dai funerali di paese a Totò” del 24 giugno 2010.
      Quanto a “picca picca”, attendo pure io notizie sull’eventuale diffusione in altre zone. Senz’altro è sinonimo di “poco” ma non credo che ne sia deformazione. A tal proposito debbo dire che Il Rohlfs se ne lava le mani perché per il modo in cui tratta il lemma si direbbe che per lui, anche se non lo dice espressamente, “picca” derivi proprio da “poco”; come si spiega, però, il vocalismo -o->-i-? Io ho un’altra idea e, per essere breve, dirò che “picca” per me è della stessa famiglia di “piccolo”, “piccino” e “picca”, quest’ultimo nel duplice significato di arma appuntita e in quello metaforico di risentimento (più frequente, in questo secondo significato, l’uso di “ripicca”). La conferma della comunanza semantica di “punta” e “poco” è nell’espressione “una punta di sale”.

  3. Quindi “picca picca” e “pocu pocu” (come invece dicono in altri comuni salentini) hanno due derivazioni diverse, ossia non si tratta di varianti ma di due termini diversi seppur semanticamente affini?

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