Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. ULTIMA PARTE.


di Irene Mancini

C’era il progetto di tornare giù o si pensava di rimanere qui a Civita?

“Alcuni si fermavano a Civita solo per il lavoro stagionale del tabacco, da marzo a settembre, ma i restanti mesi li trascorrevano nel Salento. Altri prendevano fissa dimora qui a Civita col solo obiettivo di trovare delle opportunità di lavoro che non fossero quelle del tabacco. Il tabacco non costituiva un avvenire. I miei genitori sono rimasti qui per dieci lunghi anni, fino a quando io e i miei fratelli non siamo diventati economicamente autonomi. Sono stato io stesso a incoraggiarli a tornare al paese. «È tempo che torniate, che ci fate più qui? Giù avete un pezzo di terra, una bella casa, c’è gente che parla come voi…». Sono tornati e hanno vissuto più da ‘cristiani’ gli anni che gli rimanevano da vivere. Ma quante lettere ci siamo scritti e quante telefonate. Spesso tornavo giù a sorpresa, anche dopo un anno. Erano emozioni, era festa, irripetibile la gioia”.

Oggi tornerebbe a vivere giù?

“No, non tornerei giù… o almeno non so… È che ormai, sradicato dal paese, sono diventato un cittadino del mondo… Anche se poi in effetti a Civita Castellana ho messo radici: il lavoro, le persone, gli amici di sempre, le conoscenze, i luoghi… Sono sicuro che se dovessi allontanarmi da Civita Castellana, finirei per relegarla nel mito. In fondo, 35 anni non sono pochi: ho amato, ho avuto tante cose belle qui… alla biblioteca comunale ho dato molto, ma poi sono stato ‘ricambiato’ in qualche modo. Di esperienze brutte, a Civita, ne ho avute tante, ma anche tantissime belle. E sono queste ultime che ti restano”.

Ho trovato dei leccesi che come ritmi, come orari, hanno preso la piega dei civitonici…

“Sì, lo capisco, anche nello stile di vita. Per tanti il bisogno di integrazione è stato così forte, da diventare, come si dice, più realisti del re, cioè più civitonici dei civitonici. La ricerca di un’identità è qualcosa di molto complesso, e non mi meraviglio se talvolta il diritto alla sopravvivenza passa per la perdita delle proprie radici: certo, è un prezzo troppo alto per integrarsi. Io ho un’idea di integrazione diversa, che non passa per il diventare civitonici a tutti i costi, anche perché civitonici non si diventerebbe mai, per via che le radici sono un imprimatur che non si cancella. L’integrazione passa invece per lo scambio reciproco, perché ogni cultura è depositaria di valori che si prendono e si danno, ed è un bel modo per arricchirsi culturalmente. Tra l’altro le nostre radici e quelle di Civita sono millenarie, anche se l’evoluzione storica ha avuto per entrambe fasi alterne e diverse. Molti miei amici sono civitonici, quindi come potrei non amare Civita da questo punto di vista? Non posso non voler bene a questo paese dove vivo. Certo, qualche risentimento ce l’ho, lo confesso: il dispiacere che il termine ‘leccese’, per esempio, da abitante della città di Lecce si sia qui trasformato in una parola offensiva, un altro sinonimo di ‘terrone’, e come tale è ormai entrato nella lingua parlata. La leccesità, insomma, comela negritudine. Maper fortuna non c’è stato bisogno di fondare un ‘movimento per i diritti civili’!”.


Reputa sia un’eccezione, rispetto agli altri leccesi, il lavoro e il ruolo che ha qui a Civita?

“Siamo in tanti ormai a occupare posti di responsabilità, nelle professioni c
ome nelle rappresentanze politiche e sindacali. Magari ci sono di quelli che hanno, come dire, quasi del pudore a dichiarare le proprie origini, e se ne escono con delle infelici espressioni del tipo: Ah, ma io non sono leccese: lo era mio padre, mia madre, ma io… io sono nato a Civita! A me capita spesso, quando sono con gli amici di Civita, di parlare in dialetto salentino. Lo faccio quando uso espressioni spontanee di meraviglia, di sorpresa, di gioia, dolore; oppure quando il mio dialetto è più efficace per sottolineare o colorire un discorso; o quando mi va di scherzare con termini per loro sorprendenti; per non dire le canzoni, tante, tra cui la pizzica tarantata, che ormai sanno a memoria. Abbiamo un dialetto così ricco nel suono, nel colore, nel timbro, nella mimica facciale, che si può anch’esso definire barocco, e non è un caso che assomigli tanto al siciliano. Prova ne sia il fatto che Domenico Modugno, agli inizi della sua carriera artistica, cantava in dialetto salentino e lo scambiavano per siciliano. Per i miei amici, insomma, il dialetto salentino è diventato così familiare, che non hanno problemi di comprensione. Quando si dice che l’amore è conoscenza! Allora è questione anche di proporsi: perché nascondere la propria lingua? È un errore usarla solo nel chiuso delle case. Se invece venisse adoperata con naturalezza, sarebbe più accettata. Le prime opportunità per uno scambio culturale sono stati i matrimoni misti, ma è rimasto un fatto privato. A livello istituzionale, però, in passato non c’è stata mai sensibilità da parte della classe dirigente di questa città per la nostra lingua, la nostra cultura; non c’è mai stata curiosità intellettuale per capire e favorire la comprensione reciproca. In questi ultimi anni, tuttavia, l’uscita di alcuni miei volumi sulle tradizioni salentine, insieme a uno spettacolo di teatro e di canti che ho dato a Civita, hanno riscosso interesse e curiosità presso i civitonici. Devo anche dire che, a distanza di anni, con la nuova ondata di immigrati stranieri, ho sentito con le mie orecchie un ex sindaco di Civita Castellana fare una riflessione che suona quasi come un mea culpa: «Adesso che qui ci sono tanti extracomunitari, dovremmo conoscere la loro vita, i loro usi: non facciamo l’errore che abbiamo fatto con i leccesi». È pur vero che una immigrazione negli anni ’50-’60 di due-tre mila salentini in una cittadina come Civita di soli 15 mila ab., rappresentò un fenomeno abbastanza raro. Erano gli anni in cui milioni di meridionali, giovani soprattutto, emigravano nelle grandi città del Nord per trovare lavoro nelle fabbriche; a Civita, invece, si emigrava per coltivare tabacco e si spostavano interi nuclei familiari: si trattava per lo più di contadini che si insediavano nelle terre sparse di piccoli e grandi proprietari terrieri e non nel tessuto cittadino. Anche questo contribuì alla ‘cattiva fama’ di noi leccesi, perché, nel sentire comune, eravamo quelli che ‘arricchivano’ i proprietari terrieri e non la popolazione di Civita. Non eravamo né braccianti, né operai, categorie quest’ultime facilmente sindacalizzabili: eravamo coloni, compartecipanti, tutta la famiglia al servizio di un proprietario, un residuo di servitù della gleba. Soprattutto non avevamo un salario mensile come ce l’avevano i braccianti, gli operai, gli impiegati, cosa che avrebbe regolarizzato le spese familiari mese per mese in vista di progetti e aspettative di vita, che però a noi erano negati. Il tabacco, insomma, non ti dava alcuna speranza di uscire da una condizione umana sommamente precaria, malgrado dagli anni ‘60 in poi, in seguito alle lotte sindacali e sociali, la vita dei lavoratori fosse sensibilmente migliorata. Solo alla fine dell’annata si percepiva il frutto del lavoro e con questo dovevi tirare avanti per quella successiva. Da considerare che c’erano pure annate disastrose per via della grandine o di malattie che infestavano il tabacco. E non dimentichiamo che il coltivatore percepiva solo il 50% del guadagno annuale, l’altro andava al proprietario: non c’era da stare allegri insomma. La somma incamerata, poi, finiva ben presto, e così, dopo qualche mese, al solo scopo di sopravvivere, cioè mangiare, si chiedeva un anticipo allo stesso proprietario, che andava ad assottigliare il guadagno finale. C’erano poi famiglie più disastrate che, a fine annata, avevano già speso tutto il guadagno da incamerare. Qui entravi in un circolo vizioso, un eufemismo, per dire che ti mettevi la catena al collo. Era uno stato di cose che non poteva far nascere gli strumenti per lottare e migliorarsi culturalmente e socialmente: non c’erano neanche le premesse per prendere coscienza della nostra condizione. A Civita, come ho già detto, si ricordavano di noi solo al tempo delle elezioni, per il voto di scambio. Non conoscevano esattamente la nostra reale condizione di isolamento. E grazie, per così dire, a un contratto che ci legava mani e piedi a un proprietario terriero, non esisteva per noi neanche il tempo libero. Relegati nelle campagne, eravamo come appestati che non vivevano tra le mura del paese, ma confinati al di fuori, per una qualche punizione divina. L’integrazione, perciò, non era facile. O era possibile soltanto per quei figli che, appena adolescenti, trovavano lavoro nell’edilizia, nelle cave o nelle fabbriche di ceramica, iniziando a percepire un salario mensile: solo in questo modo potevano progettare di mettere su famiglia e andare ad abitare magari in una casa del centro storico vivendo una vita più decente. Ma questo è stato un processo molto lento.

Si dice (è un luogo comune anche questo): ma perché non siete rimasti al paese vostro, chi ve l’ha fatto fare a venire qua?

In quegli anni, più che adesso, nel Sud non c’era lavoro, per cui se un parente ti suggeriva di emigrare a Civita Castellana col dire che, se piantavi tabacco, ti davano la casa, la terra da coltivare e l’acqua per irrigare, non ci pensavi due volte a cogliere quell’opportunità. Entravi in una aspettativa che era un sogno, ti immaginavi chissà che cosa: di sicuro un futuro radioso per i propri figli. Non diversamente dal parente o dall’amico che stava in Svizzera, che, tornando per le vacanze estive, ti prendeva e ti portava via. Sono sempre i primi che emigrano che via via si trascinano dietro amici e parenti. Anche in Germania e in Svizzera ci sono piccole comunità provenienti da Collemeto: cinque famiglie qui, dieci famiglie là… Adesso, chi ha aperto un ristorante, chi un negozio… tanti si sono fatti strada… Ci sono per il mondo tante piccole Collemeto”.

Credo che l’identità dei leccesi a Civita Castellana sia sempre in evoluzione, perché non c’è mai un punto d’arrivo…

“Sì, è un’identità che si costruisce giorno per giorno, e i tratti che aveva inizialmente saranno sempre più confusi, l’origine sarà sempre più lontana. Può anche darsi che più in là, col passaggio di altre generazioni, possa intervenire il bisogno di rincorrere un’identità lontana, chiedersi da dove si viene, da quale cultura. L’arrivo degli extracomunitari ha fatto passare in secondo piano il fenomeno migratorio dei leccesi. I leccesi ormai si sono integrati nella comunità civitonica, per non dire che molti di loro, che fanno i capomastri, hanno alle dipendenze degli extracomunitari”.

A Civita non c’è un locale, un ritrovo che si identifichi con la cultura dei leccesi. Non è stato favorito forse da un eccessivo bisogno di integrazione?

“È vero, a Civita non c’è un’associazione, un’istituzione, un luogo della cultura della mia gente. Tanti anni fa c’era il Bar Sangallo in piazza Matteotti che era frequentatissimo dai miei paesani, tanto da essere chiamato il ‘bar dei leccesi’, anche se i gestori erano civitonici. Mi rammarico, ad esempio, che non esista almeno un ristorante di cucina tipica salentina. Credo che la strada per l’integrazione sia stato un processo individuale di ognuno di noi e non collettivo: non ci sono stati movimenti, idee, che abbiano unito e rappresentato la comunità. L’essere stati sparsi nelle campagne, privi anche di portavoce istituzionali, non ha favorito una comunanza di intenti e di progetti, fosse anche un circolo. Certo, oggi non ci sarebbero problemi a mettere su una trattoria tipica con un’insegna, che so… ‘Da Alfredo, cucina leccese’, visto che ho bellamente ereditato da mia madre l’arte di cucinare… ”.

Parliamo di matrimoni misti. Secondo lei, i primi civitonici che hanno scelto un partner o una partner leccese, sono stati coraggiosi?

“Sicuramente il civitonico si è messo in discussione, ma si sa che l’amore ha sempre superato ogni barriera”.

C’è una cosa importante che i leccesi hanno imparato dai civitonici?

“Abbiamo imparato da loro a non essere permalosi. Noi meridionali difficilmente accettiamo di essere presi in giro, o essere oggetto di scherzi senza venire alle mani. Col tempo, però, anche noi abbiamo appreso che si può stare allo scherzo, soprattutto non venire alle mani nelle discussioni accese. Per quel che mi riguarda, non c’è problema a farmi prendere in giro dai miei amici civitonici: accetto addirittura che scherzino sulla mia origine, capisco che dietro non c’è malizia, ma solo voglia di scherzare. È pur vero che i primi tempi restavamo sbalorditi nell’assistere a litigi furiosi tra civitonici senza che si azzuffassero. Ancora più grave era per noi quando tra loro volavano bestemmie e parole volgari del tipo: la fregna de tu’ madre, li mortacci tua…, senza che venissero alle mani. Da noi, richiamare in tal maniera la madre e i morti, è considerata offesa gravissima da lavare non dico col sangue, ma almeno con una degna scazzottata”.

E secondo lei, i leccesi cosa hanno dato ai civitonici?

“Prima di tutto abbiamo dato un notevole contributo all’economia cittadina. In ogni caso, quando due culture s’incontrano, lo scambio avviene per forza di cose. Mi viene in mente la cucina, che so: i pomodori d’inverno, i diavolicchi (una specie di peperoncino), le rape leccesi, i pampasciuni (lampaggiuni), le frise di granoduro, la ricotta schianta (forte), i legumi secchi, ecc. Penso alle nostre canzoni popolari, specie adesso che è stata riscoperta in tutto il mondo la pizzica tarantata; penso al nostro modo di concepire l’ospitalità. Quando i civitonici entravano nelle nostre case, offrivamo loro il meglio della nostra dispensa. Ci siamo sempre stupiti del fatto che qui, invece, all’atto del mangiare sia pure un tozzo di pane, non si dicesse ‘favorite’ sia pure a un passante estraneo. Forse si può ribattere che era solo una questione di rito, un atto formale, ma per noi meridionali il rito resta un fatto sostanziale. Col tempo i civitonici hanno anche scoperto il Salento, magari portati laggiù dagli stessi leccesi, desiderosi di far conoscere loro i propri luoghi di origine di cui forse avevano sempre favoleggiato. Oggi il Salento è una delle mete vacanziere preferite dai civitonici. Questo è stato positivo per la nostra comprensione reciproca: i civitonici, scoprendo la bellezza del nostro paesaggio, del nostro mare, dei nostri monumenti, delle chiese barocche, degli sterminati ulivi e muretti a secco, dell’implacabile sole mediterraneo, forse si sono fatti un’idea più chiara della cultura da cui proveniamo. E forse hanno imparato anche a guardarci con occhi diversi”.

I nuovi arrivati: rumeni, albanesi, nordafricani, come li percepiscono i leccesi?

“Integrarsi non sempre significa prendere dall’altro le cose più nobili, per cui, non diversamente dai civitonici, anche tanti leccesi cadono in certi luoghi comuni del tipo: Vengono qui per rubarci il lavoro, non stanno in regola, vivono in promiscuità, non si adeguano allo stile di vita della città…: categorie che vengono affibbiate agli immigrati di ogni tempo e paese. È un ritornello che si ripete. Ma si tratta di un fenomeno che non accade solo a Civita: gli immigrati di vecchia data in genere si rifiutano di vedere nei nuovi arrivati lo specchio di una situazione analoga a quella che loro hanno patito. E come meccanismo di difesa, scatta in loro quel sentirsi migliori che serve ad allontanare lo spauracchio della fame di un tempo. Con questo non voglio giustificarli. Io sono feroce con quei miei compaesani che magari chiamano ‘morti di fame’ gli extracomunitari, dimenticando di essere stati a loro volta ‘extracomunitari’, con tutto il significato ormai che questa parola si porta dietro”.

Un’ultima domanda, personale: una volta arrivato a Civita Castellana, quando e come scoprì di essere un ‘leccese’?

“Erano le ore 6,30 del primo di ottobre del 1965, primo giorno di scuola. Alla stazione della Roma Nord, il treno in arrivo da Roma per Viterbo era già in attesa sui binari. Gli studenti di Civita Castellana salivano alla chetichella; anch’io mi apprestavo a salire, quando, il mio sguardo fu catturato da una scritta in lettere maiuscole sul vetro appannato di un finestrino: LECCESI CANI. Proprio così. Rimasi smarrito: ero di Collemeto io, non un abitante della città di Lecce, ma capii che quel messaggio era rivolto a me. Fu così che scoprii di essere un ‘leccese’, nell’accezione di diverso, povero, paria, reietto, servo della gleba, miserabile. Ero arrivato da qualche mese a Civita e ancora non sapevo di questa cosa, nessuno mi aveva detto niente… e lì, quel mattino, tra le rotaie della stazione, appresi l’amara verità. Sconcertato, mi girai intorno, provai a guardarmi… ecco, all’improvviso mi sentii fuori posto, ebbi come voglia di scappare. Avevo 16 anni, a Civita ero arrivato da poco, dopo aver terminato il V Ginnasio a Nardò. Quel primo giorno di scuola, nel liceo di Viterbo, doveva essere il mio ingresso in un ambiente nuovo, stimolante, meraviglioso: sono sempre stato curioso io, e mi aspettavo chissà quali sorprese. E invece… neanche il tempo di montare sul treno… un trauma, un’identità cancellata di colpo. Dunque, il paese dove ero giunto con mille speranze e tanto entusiasmo non mi accettava. Come un amore non ricambiato”.

FINE



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