Il caldo, l’acqua e il motore di ricerca… (prima parte)

di Armando Polito

Nardò, la Palude del capitano

Qualche amico napoletano commenterebbe il titolo con le parole chisto è pazzo e mi risparmio pure di immaginare quale locuzione più o meno simile userebbero i miei conterranei, anche per quell’inquietante prima parte. La colpa, però, in un certo senso, non è solo mia, se un mio post dell’anno scorso, Oggi parliamo di caldo. Tutta colpa del verbo latino calère compare, per me ormai come un incubo, tra quelli più letti, anche in pieno inverno. Non so ancora oggi spiegarmi il motivo di tanto successo per un contributo che io stesso giudico modestissimo, anche se il suo attuale imperversare in classifica è senz’altro legato al fatto che caldo è la parola più probabilmente ricercata in questo periodo attraverso gli appositi motori. È ovvio che chiunque cercava un qualche refrigerio è rimasto deluso e avrebbe fatto meglio a bersi un semplice bicchiere di acqua, ma è proprio quest’ultima parola che mi ha fatto venire l’idea di scrivere un’altra scemenza per vedere se e quanto essa sia competitiva rispetto a quella prima citata. E poi, siccome sono, oltre che pazzo, anche un po’ vigliacco voglio proprio vedere quale trattamento sarà riservato al buon Plinio che, in fondo, è il vero autore di questo post.

L’acqua è, tra tutti, l’argomento al quale il naturalista latino del I° secolo d. C. dedica il maggior spazio nella sua opera e non poteva essere altrimenti perché la fondamentale importanza di questo elemento per l’umanità è cosa nota fin dagli albori della vita in genere. Sulla consapevolezza attuale di questa importanza getto il solito velo pietoso e non mi ergo certo a moralista pensando che, solo per fare un esempio, chi di noi non ha rimpianto un affetto (col quale, tuttavia, non ne andava di mezzo la vita fisica) solo quando gli è venuto a mancare?

Prima di entrare nello specifico, Plinio riconosce che “…questo elemento signoreggia su tutti gli altri. Le acque divorano le terre, spengono le fiamme, salgono in alto e comandano pure il cielo, col il distendersi delle nuvole strangolano lo spirito vitale, il che fa uscire fuori i fulmini assordando con sé lo stesso mondo. Cosa può esserci di più prodigioso delle acque che stanno in cielo? Ma esse, come se non bastasse giungere a tanta altezza, rapiscono i branchi dei pesci e spesso penetrano sotto gli scogli trascinando pesi a loro estranei. Le stesse acque, cadendo, diventano causa di tutto ciò che nasce sulla terra, di sicuro per un prodigio della natura se si considera come nascono le messi, come vivono gli alberi e gli arbusti, che esse migrano in cielo e che da lì portano alle erbe l’anima vitale; a dire il vero tutte le forze della terra traggono beneficio dalle acque”1.

una delle ultime fontane dell’Acquedotto pugliese, orribilmente adattata

Successivamente vengono affrontati molti aspetti del tema, con la compilazione, si direbbe, di una mappa delle acque con indicazione delle proprietà fisico-chimiche:

“Spuntano fuori benignamente qua e là in parecchie terre, dove fredde, dove calde, dove congiunte, come tra i Tarbelli, popolo dell’Aquitania e sui Pirenei, separandole un piccolo intervallo. Altrove tiepide e gelide sono di aiuto contro le malattie, scaturendo tra tutte solo per l’intervento dell’uomo. Accrescono il numero degli dei con vari nomi, fondano città, come Pozzuoli in Campania, Statiella in Liguria e Assaix in Provenza. In nessun luogo tuttavia più abbondantemente che nel golfo di Baia né con maggiori virtù terapeutiche, alcune ricche di zolfo, altre di sale, altre di nitro, altre di bitume, parecchie anche in una mistura acida e salata. Alcune giovano pure col solo vapore. Hanno tale forza che riscaldano i bagni e nelle vasche fanno bollire l’acqua fresca, chiamate a Baiano Posidiane dal nome di un liberto dell’imperatore Claudio. Cuociono pure le vivande. Emettono vapore anche in mare, come quelle che furono di Licinio Crasso e pure in mezzo alle onde c’è qualcosa di giovevole alla salute. Già in generale giovano ai nervi, ai piedi, alla sciatica, alcune alle slogature e alle fratture. Svuotano l’intestino, sanano le ferite, in particolare curano il capo e le orecchie, le Ciceroniane gli occhi. Degna di essere ricordata è una villa posta sul lido sulla via che va da Averno a Pozzuoli, famosa per il suo portico e il boschetto che M. Cicerone chiamava pure Accademia dall’esempio di Atene avendo ivi composto gli omonimi libri, nella quale si era fatto erigere anche un monumento come se già non l’avesse fatto per il mondo intero. Nella prima parte di questa villa poco dopo la sua morte, possedendola Antistio Vetere, scaturirono sorgenti calde molto giovevoli agli occhi…Si dice che nella medesima regione campana le acque di Sessa eliminano la sterilità delle donne come la pazzia degli uomini. Nell’isola d’Ischia guariscono i sofferenti di calcoli. C’è una fonte a quattro miglia da Teano Sidicino che è detta acidula, fredda. Similmente nel territorio di Stabia c’è quella chiamata dimidia e in quello di Venafro una di sapore acidulo; lo stesso avviene per coloro che bevono l’acqua del lago Velino e per una fonte in Siria presso il monte Tauro secondo M. Varrone in Frigia per il fiume Gallico secondo Callimaco. Ma lì c’è bisogno di moderazione nel bere per non diventare pazzi, il che secondo Ctesia succede a chi in Etiopia beve dalla rossa sorgente. Nei pressi di Roma le acque del fiume Albula curano le ferite e sono gelide; ma le Cutilie nel paese dei Sabini sono gelidissime e bevute in una certa quantità entrano in corpo da sembrare quasi un morso, utilissime allo stomaco, ai nervi, a tutto il corpo. La sorgente di Tespi facilita nelle donne il concepimento e similmente il fiume Elato in Arcadia. Nella stessa regione la sorgente Lino giova al feto e impedisce l’aborto. Al contrario in Pirrea un fiume che si chiama Afrodisio rende sterili. Il lago Alfione elimina la vitiligine. Varrone sostiene che un certo Tizio che era stato pretore aveva l’aspetto di una statua di marmo a causa di questa malattia. Il Cnido, fiume di Cilicia, cura la gotta, come appare in una lettera di Cassio Parmense a Marco Antonio. Al contrario, per colpa delle acque, a Trezene tutti soffrono di malattie ai piedi. Tungri, città della Gallia, ha una sorgente famosa che sgorga con molte bolle, di sapor di ferro che si sente solo dopo che si è bevuto. Quest’acqua purifica il corpo, guarisce la febbre terzana e i calcoli. La medesima acqua, accostatovi il fuoco, diventa torbida e alla fine rosseggia. Le sorgenti Leucogee fra Pozzuoli e Napoli curano gli occhi e le ferite. Cicerone pose tra le cose da ammirare il fatto che le unghie dei giumenti induriscono soltanto nelle paludi di Rieti. Dice Eudico che in Estieotide ci sono due sorgenti: il Cerone la cui acqua fa diventare nere le pecore che la bevono e la Nelea bianche; diventano poi di di vario colore se bevono da entrambe. Teofrasto scrive che tra i Turii il Crati fa diventare bianchi i buoi e il bestiame che vi si abbevera, il Sibari neri. Dice anzi che pure sugli uomini si produce questo differente effetto, poiché quelli che bevono dal Sibari sono più neri e più duri ed hanno i capelli ricciuti, quelli che bevono dal Crati sono pià bianchi e delicati e hanno i capelli lisci. Dice che allo stesso modo in Macedonia   se vogliono che qualcosa diventi bianca la portano al fiume Aliacmone, se nera o bruna al fiume Assio. Il medesimo Teofrasto dice che in certi luoghi tutte le cose nascono brune, perfino le messi, come succede tra i Messapi; ma che nel Lusi, una sorgente d’Arcadia vivono e scorazzano topi terrestri. Ad Eritre il fiume Aleo fa nascere i peli sul corpo. In Beozia presso il (tempio del) dio Trofonio vicino al fiume Orcomeno ci sono due sorgenti delle quali una rafforza la memoria, l’altra la cancella e da questo hanno preso il nome. M. Varrone tramanda che in Cilicia presso la città di Cesco scorre il ruscello Nus che rende più sottili i sensi a chi ne beve, ma che nell’isola di Cea c’è una sorgente che li rende più labili, a Zama, in Africa, un’altra che rende canora la voce. Euxodo dice che il vino viene a noia a quelli che bevono dal lago Clitorio; Teopompo che le fonti di cui abbiamo parlato fanno ubriacare. Muciano scrive che ad Andro dal fonte del padre Bacco per sette giorni stabiliti fluisce il vino di quel dio e se ci si allontana dalla vista del tempio il vino assume il sapore dell’acqua. Policlito dice che presso Soli di Cilicia una sorgente fa scaturire un’acqua che fa le veci dell’olio. Teofrasto dice che la stessa cosa succede tra gli Etiopi con una sorgente che ha lo stesso nome. Lico dice che nelle terre d’India c’è una sorgente con la cui acqua ardono le lucerne. Questo si dice che succeda pure ad Ecbatane. Teopompo dice che a Scotusa c’è un lago che cura le ferite. Giuba dice che tra i Trogloditi un lago, chiamato pazzo per la sua forza malefica, tre volte al giorno diventa amaro e salato e poi dolce, allo stesso modo la notte, brulicante di bianchi serpenti lunghi venti braccia. Il medesimo dice che in Arabia una sorgente scaturisce con tanta forza da respingere immediatamente qualsiasi peso che sia stato gettato dentro. Teofrasto scrive che la sorgente  di Marsia in Frigia presso la città di Celene manda fuori sassi. Non molto distanti ci sono due sorgenti, Cleone e Gelone, così chiamati per il significato del nome greco. A Cisico c’è la sorgente chiamata del desiderio e secondo Muciano chi ne beve placa il desiderio d’amore.  Crenone è una sorgente calda ma non bollente la cui acqua aggiunta al vino per tre giorni mantiene nei vasi il calore della bevanda. In Germania oltre il Reno ci sono le sorgenti calde Mattiscie la cui acqua attinta bolle per tre giorni. Queste acque ai margini formano pomice. Se qualcuno pensasse che qualcuna di queste cose non è degna di fede sappia che in nessuna parte della natura ci sono miracoli maggiori, nonostante ne abbia parlato abbondantemente all’inizio dell’opera. Ctesia scrive che in India c’è uno stagno chiamato Side in cui nulla galleggia e tutto va a fondo. Celio dice che presso di noi nel lago Averno pure le foglie affondano e Varrone che muoiono gli uccelli che vi volano vicino. Al contrario nel lago africano Apuscidamo ogni cosa galleggia, nulla va a fondo; lo stesso succede in Sicilia con la fonte Fintia secondo Apione e nel lago dei Medi e nel pozzo di Saturno. La sorgente di Limira suole passare nei luoghi vicini preannunziando qualcosa ed è portentoso il fatto che porta con sé pure pesci; da essi gli abitanti prendono i responsi in base ai cenni che i pesci fanno mentre prendono il cibo, respingendolo con la coda se vogliono far capire che un evento non avverrà. Il fiume Olaca in Bitinia bagna Briaso (così si chiama il tempio ed il dio): si dice che gli spergiuri non sopportano le sua acqua come se fosse fiamma ardente. E in Cantabria le sorgenti Tamaricie danno auspici. Sono tre sorgenti distanti otto piedi l’una dall’altra e ognuna versa la sua acqua in un unico alveo formando un vasto fiume. Sono secche per dodi
ci giorni, talora per venti, senza che si sappia dove va a finire l’acqua poiché vicino c’è una sorgente attiva senza pause. È di malaugurio che esse non sgorghino alla vista di chi vuole guardarle, come avvenne di recente a Larzio Licinio, legato dopo la pretura: morì dopo sette giorni. In Giudea c’è un ruscello che è secco ogni sabato. Altre sono di malaugurio per un diverso prodigio. Ctesia scrive che in Armenia c’è una sorgente i cui neri pesci fanno morire chi li mangia; ho sentito succedere vicino all’uscita del Danubio finché si arriva ad una sorgente posta presso il suo letto dove finisce questo genere di pesci e perciò si sa per fama che quello è l’inizio di quel fiume. Dicono che la medesima cosa succede anche in Lidia nello stagno delle ninfe.

In Acaia presso il Feneo scorre dalla roccia un’acqua, si chiama Stige che fa morire immediatamente, come abbiamo detto. Ma Teofrasto dice che che in essa ci sono piccoli pesci mortali anche loro, il che non avviene in altro tipo di sorgenti velenose. Teopompo dice che anche in Tracia presso i Cicri le acque sono velenose e Lico che tra i Leontini hanno questo effetto mortale tre giorni dopo averne bevuto. Varrone dice che ciò avviene presso Soratte in una sorgente che sarebbe larga quattro piedi: al sorgere del sole trabocca simile ad un vaso che bolle e che gli uccelli che si abbeverano giacciono vicino morti. Infatti certe acque sono insidiose perché lusingano con l’aspetto, come presso Nonacri di Arcadia. Infatti nessun loro particolare costituisce un deterrente. Credono che essa sia nociva per il troppo freddo come quella che scorrendo diventa sasso. Diversamente avviene intorno alla tessalica Tempe, perché solo la vista genera terrore e dicono pure che da essa sono corrosi il bronzo e il ferro. Scorre, come dicemmo, per breve spazio e, cosa strana, si dice che un carrubo selvatico sempre fiorito di rosso abbracci con le radici quella fonte. E ai bordi della fonte verdeggia una certa erba particolare. In Macedonia non molto lontano dal sepolcro del poeta Euripide scorrono due ruscelli, l’uno dalle acque salutari, l’altro mortifere. Tra i Perpereni c’è una sorgente che rende pietrosa la terra per la quale scorre e a Delio di Eubea ci sono acque calde. Infatti  per dove passa il ruscello le rocce crescono in altezza. Tra gli Eurimeni le corone gettate in una sorgente diventano pietre. Tra i Colossi c’è un fiume in cui si gettano mattoni e si estraggono pietre. Nella miniera sciretica tutti gli alberi bagnati dal fiume diventano sassi con i rami. Anche le gocce che stillano nelle caverne di Corico induriscono in pietre; infatti a Mieza in Macedonia pure quelle che pendono nelle stesse grotte e a Corico quando sono cadute. In certe spelonche ciò avviene in entrambi i modi e formano colonne, come a Fausia del Chersoneso dei Rodi in una grande spelonca, anche di diverso colore. Ci bastino gli esempi fin qui riportati”2.

 

seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/07/16/il-caldo-lacqua-e-il-motore-di-ricerca-seconda-parte/

terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/07/17/il-caldo-lacqua-e-il-motore-di-ricerca-terza-ed-ultima-era-ora-parte/

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1 Naturalis historia, XXXI, 1 …hoc elementum ceteris omnibus imperat. Terras devorant aquae, flammas necant, scandunt in sublime et coelum quoque sibi indicant, se nubium obtentu vitalem spiritum strangulant, quae causa fulmina elidit, ipso secum dissordante mundo. Quid esse mirabilius potest aquis in coelo stantibus? At illae ceu parum sit in tantam pervenire altitudinem, rapiunt eo secum piscium examina, saepe etiam lapides subeuntque portantes aliena pondera. Eaedem cadentes omnium terra nascentium causa fiunt, prorsus mirabili natura, si quis velit reputare ut fruges gignatur, arbores fruticesque vivant, in coelum migrare aquas, animamque etiam herbis vitalem inde deferre; iuxta confessione omnes terrae quoque vires aquarum esse beneficii.

2 Op. cit., XXXI, 2-20 Emicant benigne passimque in plurimis terris, alibi frigidae, alibi calidae, alibi iunctae, sicut in Tarbellis Aquitanica gente,et in Pyrenaeis montibus, tenui intervallo discernente. Alibi tepidae egelidaeque auxilia morborum profitentes, et e cunctis animalium hominum tantum causa. Augent numerum deorum nominibus variis, urbesque condunt, sicut Puteolos in Campania, Statyellas in Liguria, Sextias in Narbonensi provincia. Nusquam tamen largius quam in Baiano sinu, nec pluribus auxiliandi generibus, aliae sulphuris, aliae aluminis, aliae salis, aliae nitri, aliae bituminis, nonnullae etiam acida salsave mixtura. Vapore quoque ipso aliquae prosunt. Tantaque eius est vis ut balineas calefaciant, se frigidam etiam in soliis fervere cogant, quae in Baiano Posidianae vocantur, nomine accepto a Claudii Caesaris liberto. Obsonia quoque percocuunt. Vaporant et in mari ipso, quae Licinii Crassi fuere, mediosque inter fluctus exsistit aliquid valetudini salutare. Iam generatim nervis prosunt pedibusve, aut coxendicibus, aliae luxatis, fractisve. Inaniunt alvos, sanant vulnera, capiti auribusque privatim medentur, oculis vero Ciceronianae. Digna memoratu villa est ab Averno lacu Puteolos tendentibus imposita litori, celebrata porticu ac nemore, quam et vocabat M. Cicero Academiam, ab exemplo Athenarum, ibi compositis voluminibus eiusdem nominis, in qua et monumenta sibi instauraverat, ceu vero non et in toto terrarum orbe fecisset. Huius in parte prima,exiguo post obitum ipsius, Antistio Vetere possidente, eruperunt fontes calidi, perquam salubres oculis… In eadem Campaniae regione Sinuessanae aquae sterilitatem feminarum, ut virorum insaniam abolere produntur. In Aenaria insula calculosis mederi. Et quae vocatur acidula,ab Teano Sidicino quatuor millibus passuum, haec frigida. Item in Stabiano, quae dimidia vocatur, et in Venafrano ex fonte acidulo. Idem contigit in Velino lacu potantibus, item in Syriae fonte iuxta Taurum montem, auctor est M. Varro et in Phrygiae Gallo flumine Callimachus. Sed ibi in potando necessarius modus, ne lymphatos agat, quod in Aetiopia accidere his qui e fonte rubro biberint Ctesias scribit. Iuxta Romam Albulae aquae vulneribus medentur, egelidae hae, sed CatIliae in Sabinis gelidissimae, suctu quodam corpora invadunt, ut prope morsus videri possit, aptissimae stomacho, nervis, universo corpori. Thespiarum fons conceptus mulieribus repraesentat, item in Arcadia flumen Elatum. Custodit autem foetum Linus fons in eadem Arcadia, abortusque fieri non patitur. E diverso in Pyrrhaea flumen quod Aphrodisium vocatur steriles facit. Lacus Alphion vitiligines tollit. Varro auctor est Titium quemdam praetura functum marmorei signi faciem habuisse propter id vitium. Cydnus Ciliciae amnis podagricis medetur, sicut apparet in epistula Cassii Parmensis ad M. Antonium. Contra, aquarum culpa in Troezene omnium pedes vitia sentiunt. Tungri civitas Galliae fontem habet insignem, plurimis bullis stillantem, ferruginei saporis, quod ipsum non nisi in fine potus intelligitur. Purgat hic corpora, tertianas febres discutit calculorumque vitia. Eadem aqua igne admoto turbida fit ac postremo rubescit. Leucogaei fontes inter Puteolos et Neapolim oculis et vulneribus medentur. Cicero in admirandis posuit Reatinis tantum paludibus ungulas iumentorum indurari. Eudicus in Estiaeotide fontes duos tradit esse, Ceronem ex quo bibentes oves nigras fieri, Nelea ex quo albos, ex utroque autem varias. Theophrastus in Thuriis Crathim candorem facere, Sybarim nigritiam bobus ac pecori. Quin et homines sentire differentiam eam. Nam qui e Sybari bibant, nigriores esse, durioresque et crispo capillo; qui ex Crathi candidos mollioresque ac porrecta coma. Item in Macedonia qui velint sibi candida nasci ad Aliacmonem ducere, qui nigra aut fusca ad Axium. Idem omnia fusca quibusdam in locis tradit nasci et fruges quoque,cicut in Messapiis. At in Lusis Arcadiae quodam fonte mures terrestres vivere et conversari. Erythris Aleos amnis pilos gignit in corporibus. In Boeotis ad Trophonium deum iuxta flumen Orchomenon duo sunt fontes, quorum alter memoriam, alter oblivionem adfert, inde nominibus inventis. In Cilicia apud oppidum Cescum rivus fluit Nus, ex quo bibentium subtiliores sensus fieri M. Varro tradit. At in Cea insula fontem esse qup hebetes fiant, Zamae in Africa quo canorae voces. Vinum in taedium venire his qui ex Clitorio lacu biberint ait Eudoxus; Theopompus inebriari fontibus iis quos diximus. Mucianus Andri e fonte Liberi patris,statis diebus septenis eius dei vinum fluere, si auferatur e conspectu templi sapore in aquam transeunte. Polyclitus explere olei vicem iuxta Solos Ciliciae fontem. Teophrastus hoc idem fieri in Aethiopis eiusdem nominis fonte. Lycos in Indiae terris fontem esse cuius aqua lucernae ardeant. Idem Ecbatanis traditur. Theopompus in Scotusa lacum esse dicit, qui vulneribus medetur. Iuba in Troglodytis lacum, insanum malefica vi appellatum, ter die fieri amarum salsumque, se deinde dulcem totiesque etiam noctu, scatentem albis serpentinus vicenum cubitorum. Idem in Arabia fontem exsilire tanta vi ut nulla mora pondus impactum respuat. Theophrastus Marsyae fontem in Prygia ad Celaenarum oppidum saxa egerere. Non procul ab eo duo sunt fontes, Claeon et Gelon, ab effectu Graecorum nominum dicti. Cysici fons Cupidinis vocatur, ex quo potantes amorem deponere Mucianus credit. Cranone est fons calidus citra summum fervorem, qui in vinum additus triduo calorem potionis custodit in vasis. Sunt et Mattiaci in Germania fontes calidi trans Rhenum, quorum haustus tridui fervet. Circa margines vero pumicem faciunt aquae. Quod si quis fide carere ex his aliqua arbitratur, discat in nulla parte naturae maiora esse miracula, quamquam inter initia operis abunde multa retulimus. Ctesias tradit Siden vocari stagnum in India, in quo nihil innatet, omnia mergentur. Caelius apud nos in Averno ait etiam folia subsidere; Varro aves quae advolaverint emori. Contra in Africae lacu Apuscidamo omnia fluitant, nihil mergitur; item in Siciliae fonte Phintia, ut Aplon tradit; et in Medorum lacu puteoque Saturni. Fons Limyrae transire solet in loca vicina, portendens aliquid mirumque quod cum piscibus transit. Responsa ab his petunt incolae cibo, quem rapiunt adnuentes; si vero eventum negent, caudis abigunt. Amnis Olachae in Bithynis Beyasum affluit (hoc et templo et deo nomen), cuius gurgitem periuri negantur pati velut flammam urentem. Et in Cantabria fontes Tamarici in auguriis habentur. Tres sunt, octonis pedibus distantes. In unum alveum coeunt vasto singuli amne. Siccantur duodecim diebus, aliquando vicenis, citra suspicionem ullam aquae, quum sit vicinius illis fons sine intermissione largus. Dirum est non profluereeos aspicere volentibus, sicut proxime Lartio Licinio, legato post praeturam: post septem dies accidit. In Iudaea rivus sabbatis omnibus siccatur. E diverso miraculo alia dira. Ctesias in Armenia scribit esse fontem ex quo nigros pisces illico mortem adferre in cibis; quod et circa danibii exortum audivi, donec veniatur ad fontem alveo adpositum, ubi finitur id genus piscium. Ideoque ibi caput eius amnis intelligit fama. Hoc idem et in Lydia in stagno nympharum tradunt. In Achaia ad Phenenum aqua profluit e saxis, Styx appellatur, quae illico necat, ut diximus. Sed esse pisces parvos in ea tradit Teophrastus, letales et ipsos, quod non in alio genere mortiferorum fontium. Necare aquas Theopompus et in Thracis apud Cychros dicit; Lycus in Leontinis tertio die, quam quis biberit. Varro ad Soracten in fonte cuius sit latitudo quatuor pedum: sole oriente eum exundare ferventi similem, aves quae degustaverint iuxta mortuas iacere. Namque et haec insidiosa conditio est, quod quaedam etiam blandiuntur aspectu, ut ad Nonacrin Arcadiae. Omnino enim nulla deterrent qualitate. Hanc putant nimio frigore esse noxiam, utpote quum profluens ipsa lapidescat. Aliter circa Thessalica Tempe, quoniam visus omnibus terrori est traduntqueetiam aes ac ferrum erodi illa aqua. Profluit, ut indicavimus, brevi spatiomirumque, si
liqua silvestris amplecti radicibus fontem eum dicitur, semper florens purpura. Et quaedam sui generis herba in labris fontis viret. In Macedonia non procul Euripidis poetae sepulcro duo rivi confluunt, alter saluberrimi potus, alter mortiferi. In Perperenis fons est quacumque rigat lapideam faciens terram; item calidae aquae in Euboeae Delio. nam qua cadit rivus saxa in altitudinem crescunt .
In Eurymenis deiectas coronae in fontem lapides fiunt. In Colossis flumen est quo lateres coniecti lapides extrahuntur. In Scyretico metallo arbores quaecumque flumine alluuntur saxa fiunt cum ramis. Destillantes quoque guttae in lapides durescunt in antris Coryciis; nam Miezae in Macedonia etiam pendentes in ipsi cameris, at in Coryco quum cecidere. In quibusdam speluncis utroque modo, columnasque faciunt, ut in Phausia Chersonesi Rhodiorum in antro magno, etiam discolori aspectu. Et hactenus contenti simus exemplis.

 

 

 

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