Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. TERZA PARTE.

di Irene Mancini
So che venivano impiegati anche i ragazzi nella lavorazione del tabacco, lei che ricordo ha?

“La maggior parte delle famiglie aveva figli piccoli. Di ragazzini che infilzavano tabacco e che aiutavano i grandi anche sul campo raccogliendo i mazzi raccolti, ne ho visti a iosa. Ma chi aveva 12 anni circa già lavorava come un adulto. Io, ‘fortunato’, ho cominciato a 16, Eugenio, mio fratello più piccolo, a 11; Aldo e Angelo a 12. Il primo ricordo (la cosa mi fa ancora tenerezza) è quello di certe mattine quando ci svegliava la pioggia. Eravamotalmente ragazzi che, quando al risveglio sentivamo la pioggia per noi era una festa: quella mattina non si sarebbe raccolto il tabacco, perché bagnato. Un dono poter dormire qualche ora in più. Eravamo proprio incoscienti noi ragazzi, perché in testa ai nostri desideri c’era sempre la pioggia a ogni risveglio. E un anno venne la grandine che spazzò via tutto il tabacco alto e rigoglioso. Mio padre e mia madre piangevano, noi ragazzi, invece, di nascosto, a fregarci le mani per la gioia, ignari e felici. Alzarsi ogni mattina prima dell’alba era dura. Mio padre si svegliava ch’era ancora buio e si recava a perlustrare la striscia di terra per la raccolta, quella con le foglie di tabacco più mature. La pianta veniva sfogliata dal basso in alto; per ogni pianta si sfogliavano 6-7 foglie; tutto il campo veniva mediamente passato 6 volte. Le foglie, a seconda della loro altezza, avevano un nome: frunzone quelle più basse, poi, salendo, quarta, terza, seconda, prima e primiceddha. Le prime raccolte ci costringevano a stare più chini. Per sopportare il piegamento, s’appoggiava l’avambraccio sinistro sulla coscia sinistra dell’anca, che così reggeva il peso del corpo. Nel punto d’appoggio si formava un vero e proprio callo. Con l’ultima raccolta, prima e primiceddha, finalmente si raccoglieva stando in piedi e sembrava quasi una passeggiata; così veniva anche più facile parlare e cantare, avendo come colonna sonora il monotono ticchettio delle foglie sfrondate. Si raccoglieva la mattina fino alle 10, quindi si tornava a casa con una fame da lupi. Quelle fette di pane leggermente bagnate e condite con olio, pomodoro, origano, sale e spicchi di cipolla, erano la nostra colazione. E anche se oggi sono passato a colazioni più ‘civili’ come latte e biscotti, il sapore di quel pane e pomodoro non è stato ancora superato”.

Ma la scuola?

“Mio fratello Aldo, il secondo, quando è arrivato a Civita aveva appena preso la licenza media. Lui avrebbe voluto continuare, ma non gli fu possibile. Ancora oggi ha un grande rimpianto, anche perché a scuola lui era il primo della classe. A 18 anni dovette andare coi muratori, ma la mattina gli toccava alzarsi all’alba lo stesso per la raccolta del tabacco. Insomma, a sera, di giornate ne aveva fatte due. E così fece domanda per entrare in polizia, e brillante com’era, a 25 anni era già maresciallo; da lì a qualche anno ispettore. Angelo ed Eugenio, invece, rispettivamente terzo e quarto (io sono nato per primo), abbandonarono la scuola durante l’anno scolastico, quando i miei partirono per Civita: Angelo interruppe in seconda media, Eugenio riuscì a prendere la licenza elementare qui a Civita. Io arrivai a Civita che avevo già preso la licenza ginnasiale (allora c’erano gli esami in V ginnasio). Poiché mancavano solo tre anni alla maturità, fui ‘graziato’, mi si concesse di continuare gli studi. Ma per quattro mesi all’anno (da giugno a settembre) e per dieci anni consecutivi, non sono stato risparmiato. Anzi, anche per me, ancora oggi, il tabacco è una maledizione, una condizione mentale, un’ossessione. Anche quando a 21 anni ho cominciato a lavorare in biblioteca non ero esentato da quella fatica. La mia prima vacanza l’ho conosciuta a 25 anni, quando i miei smisero di fare tabacco e se ne tornarono al paese. Rispetto ai miei fratelli, in ogni caso, riconosco di essere stato più fortunato. Ma un prezzo l’ho pagato anch’io e, a dirla tutta, l’ho pagato volentieri. Nella vita ho imparato che, se hai delle risorse, queste le tiri fuori a condizione di dover colmare delle mancanze, altrimenti non sarei cresciuto, non avrei avuto desideri né sogni da coltivare… ma poi le mancanze, per fortuna, non finiscono mai!”.

Tornando alla scuola, ce n’era una a Terrano o si doveva arrivare a Civita?

“Si, il Comune, alcuni anni prima del nostro arrivo, aveva fatto costruire una villetta modesta da adibire a scuola elementare. Stava in via Terrano, poco prima di arrivare alla Tenuta De Fenu. C’era un’unica aula pluriclasse, dalla prima alla quinta, tutti insieme. I bambini non erano così tanti da poter formare più classi”.

Ci andavano i bambini?

“Sì, certo, anche se con grandi difficoltà, si può immaginare: a piedi, da soli dai casali più lontani. Le classi miste poi non favorivano la formazione, per non dire che la scuola si trasformò in un vero e proprio ghetto che, certo, non aiutava l’integrazione. La scuola restò in funzione fino al 1975, quando i casali ormai s’erano quasi tutti svuotati”.

Mandarli a scuola a Civita non era possibile?

Nessuno disponeva di mezzi per portare i ragazzi a Civita, né c’era, come c’è oggi, un pulmino comunale che raccogliesse i bambini dai diversi caseggiati. Ancora oggi mi meraviglio, a pensarci, che l’Amministrazione Comunale di allora non abbia provveduto a un servizio così essenziale per i bambini. Ma la questione non riguardava solo i bambini, anche gli adulti, lassù, vivevano isolati, e un servizio di bus-navetta che facesse la spola Civita-Terrano, almeno due volte al giorno, sarebbe stato essenziale. Mi rammarico che l’Amministrazione di allora, che pure era di sinistra, non si si sia mostrata sensibile al problema. In realtà mi ricordo bene come, a tempo di elezioni, c’era un via vai di candidati di tutti i partiti che arrivavano a Terrano a caccia di voti. Ma sa, a Civita c’era il mito dell’operaio e i contadini erano visti come dei reazionari al servizio di un padrone, gente che non aveva coscienza politica e che quindi non serviva alla ‘causa’. Di conseguenza meno ci si occupava di loro e meglio era. E dire che nella Tenuta De Fenu viveva una comunità di 300-400 persone, una vera frazione comunale. Neanche Sassacci o Borghetto[1] arrivavano a tanto. Uno dei pochi a possedere un’auto ero io: si trattava di una Cinquecento di seconda mano. Così anche chi doveva partorire d’urgenza si rivolgeva a me per correre al pronto soccorso. Mi bussavano anche di notte… un vero servizio d’ambulanza! Per tutta la comunità, poi, fare la spesa era un problema: cinque km a piedi fino a Civita non erano pochi, e fortunati quelli che disponevano almeno di una bicicletta. La strada poi non era neanche asfaltata, e non dico le buche e le pozzanghere quando pioveva. Ricordo le imprecazioni colorite di mio padre nell’essere costretto a fare lo slalom. Bastava poi mettere la macchina in moto per recarmi a Civita, che in tanti mi s’affollavano intorno per le ordinazioni: sale, zucchero, pasta, sigarette… perfino la posta. Egià, perché non arrivava neanche il postino lassù. Come se oggi nelle frazioni di Sassacci e a Borghetto non ci fosse un servizio di posta. Così, le lettere per via Terrano n. 31 (l’indirizzo di tutta la comunità) arrivavano a Piazza di Massa n. 52, presso il negozio di generi alimentari di Ada Becchetti, il primo che s’incontrava, entrando a Civita, percorrendo a piedi la stradina sterrata che dava sulla forra e che costeggiava il Forte. Era una gentile concessione della signora Becchetti, certo, che, in ogni caso, traeva vantaggio dalla spesa che molti di noi facevano da lei, quasi sempre con la libretta[2]. Le lettere che raccoglievo erano soprattutto quelle d’amore destinate alle ragazze i cui fidanzati erano rimasti giù nel Salento, oppure emigrati in Germania o in Svizzera. Quando ritornavo a Terrano con la spesa fatta e la posta, era tutto un corrermi incontro. Non le dico la gioia delle ragazze per una lettera arrivata, ma anche la delusione quando l’attesa era stata vana: roba che mi sentivo quasi colpevole della manifesta tristezza sul volto della morosa. Insomma… Ma cche cce frega dei leccesi! Eppure sulla nostra carta d’identità c’era scritto: residente a Civita Castellana… O non eravamo ‘cristiani’ pure noi?”.

Altro problema:la sanità. Se c’era bisogno di un dottore come si faceva?

“I dottori venivano su malvolentieri, per via che dovevano percorrere con l’auto una strada impervia. Un dottore, una volta, chiamato su per mia madre ammalata, dopo averla visitata, minimizzò, e le disse contrariato: «E mi hai fatto venire per questo? con questa brutta strada poi?» E dire che era la prima volta, da quando era nostro medico curante, che lo si chiamava a domicilio. Mia madre si sentì offesa, gliene disse quattro e lo cacciò letteralmente di casa. Eravamo gente umile, ma di dignità ne avevamo a iosa. Cambiammo medico ovviamente. La strada non era asfaltata, è vero, era piena di buche; quel giorno poi aveva anche piovuto… Quel medico, però, di sicuro non avrebbe trattato così gente di più elevata condizione sociale. Mia madre poi era il tipo che, pur con febbre e malanni, raramente si metteva a letto. E come avrebbe potuto, con tutto il daffare? Certo, in mezzo a quel tipo di vita, lontani dal paese, in condizioni più che disagiate, dove c’era appena il tempo di prendersi una boccata d’aria la domenica pomeriggio… come si faceva a dar retta alle malattie? Quando il tabacco era già maturo sulla pianta, stracco o non stracco, malato o non malato, bisognava raccoglierlo: si perdeva il pane altrimenti. La distanza, a dirla tutta, non invogliava i medici a venir su, quindi era un problema, perché non c’era un medico sul posto e in caso di necessità…”.

Quali erano le differenze nel vestire tra leccesi e civitonici?

“I vestiti per noi erano quelli che si sfoggiavano la domenica per uscire; gli altri erano abiti da lavoro che si usavano per l’intera settimana. A Civita, dopo il nostro arrivo, nacque un proverbio che recitava: Rosa e turchese colore alla leccese. Questo perché, a differenza dei civitonici, usavamo tinte più vistose, cosa che è tipica delle popolazioni meridionali del mondo, dove il sole rende più chiari gli ambienti, le cose e perfino l’aria. Qui, dove tutto è più scuro, a cominciare dal tufo, i colori dei nostri abiti stonavano e diventavano oggetto di scherno. Col tempo, naturalmente, i leccesi si adeguarono”.

 Ci sono stati problemi a causa del diverso dialetto?

“L’impatto con la lingua è stato più traumatico per i civitonici che per noi leccesi. Il loro dialetto, non scostandosi molto dall’italiano, tutto sommato si capiva, ma il nostro per loro era arabo. Molti di noi, naturalmente, gli anziani soprattutto, nello sforzo di farsi capire tiravano fuori un italiano storpiato non privo di comicità. Quello di assimilare il dialetto civitonico è stato uno dei primi traguardi per quei salentini che avevano il bisogno di integrarsi in fretta. Per i giovani, certo, è stato più facile. Personalmente ho sempre parlato in italiano dall’età di 11 anni. Sa, in seminario (ci sono stato cinque anni) era proibito parlare in dialetto, altrimenti si veniva puniti. Ma tuttora, quando vivo le sensazioni più immediate, che so… di rabbia, di gioia, una qualche commozione, la lingua dell’infanzia mi torna spontanea. Con i civitonici ho sempre parlato in italiano. Mi sentirei buffo se mi esprimessi in dialetto civitonico. Me la cavo meglio a scriverlo. Quando mi capita, a ogni modo, di passare dall’italiano al dialetto salentino, cambia la mia mimica facciale, divento un leccese leccese, anche volutamente volgare, di una volgarità che definirei ‘d’arte’. Le nostre imprecazioni sono colorite, di strabiliante fantasia, tanto da rientrare degnamente nella tradizione popolare; per non parlare dei termini in riferimento al sesso. Si tratta, in ogni caso, di una volgarità genuina che di questi tempi fa solo tenerezza e che impallidisce di fronte a quella gratuita e artificiosa che ci propinano oggi i mezzi di comunicazione di massa. Tornando al linguaggio, a ogni modo, è meglio conservare la propria identità e interagire con l’altro nello scambio di tradizioni, usi e costumi, cosa che arricchisce la cultura di entrambi. Travasarsi completamente nella cultura dominante non aiuta a tenere in equilibrio la propria identità, si rischia di non essere né carne e né pesce. Il dialetto salentino, poi, è così bello e particolare; lo è anche il nostro modo di essere e di guardare la vita, lo è la nostra cultura gastronomica. Come si può dimenticare?”.

Torna spesso a Collemeto, la frazione di Galatina, dove è nato?

“Finché vivevano i miei genitori, tornavo anche due volte l’anno, adesso solo l’estate. Giù è rimasto mio fratello Aldo; gli altri due, Angelo ed Eugenio, vivono qui. Di amici d’infanzia, dopo tanti anni, me ne sono rimasti pochi: tanti sono andati via, specie all’estero, e non sempre ci incontriamo d’estate. Frequento soprattutto mio cugino Cosimo, che è parroco di Collemeto[3], ma anche alcuni compagni e compagne di liceo di Galatina, di Galàtone, di Porto Cesàreo, ecc., con i quali ho ripreso dei felici contatti”.

Torna più per i luoghi o per le persone?

“I volti della gente che conosco, i luoghi, esercitano su di me lo stesso fascino; i muretti a secco, gli ulivi centenari, un piatto saporito, una brezza di vento, mi commuovono come il silenzio dei vecchi. E quando si fa notte e tutti stanno a nanna, ecco che il paese torna ad essere mio, e mi riapproprio delle strade e delle voci che fuoriescono per me, e mi assillano e mi fanno domande e mi fanno festa. Ma torno anche per i miei genitori che non ci sono più, e che stanno lì, insieme, uno accanto all’altro, immobili, che mi fissano e pare che mi dicano ogni volta: Eh, fìju, sta tte rretiri? Te nde vai sempre ramingu! Ne lassasti cquai suli suli[4]. Il paese ormai me lo porto in testa: quello che ricordo, o che mi immagino, o che mi sono costruito; e così potrei andare in ogni parte del mondo, tanto dalla testa non me lo ruba nessuno. Ma il mio paese non è solo Collemeto: ho sempre un sussulto quando in televisione fanno vedere il Salento; come pure è un piacere leggere un romanzo o assistere a un film ambientato dalle mie parti. Quindi per ‘mio paese’ intendo anche una realtà geografica dove si parla la stessa lingua, dove ci sono le stesse case, gli ulivi millenari, le piane dei vigneti, il paese dove si balla la pizzica tarantata… Quando ritorno da Collemeto, la mia furgonetta è carica di ogni bendidio: olio, vino, pane, vasetti sott’olio, pasta fatta in casa, farina di grano duro e di orzo, ceci, piselli, fave, fagioli secchi, pomodorini appesi, formaggi, pignatte, menze e capaseddhe[5]… in realtà non è che ne avrei bisogno, ma, tenermi in casa tutta quella roba mi dà un senso di appartenenza, per non dire sicurezza, e, se arrivano gli amici, mi viene spontaneo offrire loro quello che ho portato dal mio paese.”.

Quando torna giù, lo vive come un ritorno a casa?

“Quando torno giù… quando mancano due o tre chilometri alla meta e già vedo da lontano la vetta del campanile, allora… [ha un nodo in gola, un attimo di commozione, n.d.a.]. È difficile spiegare questa cosa: il paese si evolve, cambia, ma chi emigra vorrebbe, allorché torna, trovarlo come l’aveva lasciato. Col paese c’è sempre un rapporto di odio e amore, anche se, dopo due o tre giorni dal mio arrivo, ho come l’impressione di non essere mai partito. Ma se vuole, c’è un luogo qui, e si tratta di Terrano, dove ho trascorso tanti anni con i miei genitori e i miei fratelli, che mi procura, quando ci passo vicino, la stessa suggestione. Terrano è per me un pezzo di Collemeto che si è trasferito a Civita Castellana: lì, oltre ai miei, vivevano altri parenti e tante famiglie provenienti da paesi salentini diversi. Un Salento in miniatura, insomma”.

Alcuni leccesi mi hanno raccontato che giù avevano una casa grande, bella, mentre qui si sono ritrovati in case coloniche in pessime condizioni. Questo non vi ha scoraggiato?

“No, perché l’uomo emigra soprattutto per trovare un lavoro, il solo (a meno che non si viva di rendita) che possa darti un avvenire. Nonostante avessimo la casa bella, grande, arieggiata, il soffitto a stella, nonostante le vigne e gli ulivi centenari… tutto ciò non bastava ad assicurare un futuro ai figli”.

[1] Due frazioni del Comune di Civita Castellana situate sulla via Terni-Flaminia.

[2] Si chiamava libretta, nel Salento, quel quadernino nero dai bordi rossi sul quale il gestore di un negozio segnava la spesa giornaliera a nome di un capofamiglia, che poi saldava il debito col guadagno di fine raccolto.

[3] Don Cosimo Nestola, come informa A. Romano.

[4] Traduzione: Eh, figlio, sei tornato? Te ne vai sempre ramingo! ci hai lasciati qui soli soli.

[5] Le menze sono delle anfore di latta dotate di due manici, della capienza di 10-15 litri, usate per contenere e trasportare l’acqua; le capaseddhe, invece, piccoli vasi di creta, buone per conservare olive in salamoia, fichi secchi, frise, ecc.

CONTINUA…

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