Non bisogna bere il mare per capire che l’acqua è salata

I quattro filosofi, di Pieter Paul Rubens (1612)

di Pino de Luca

Incombe cupo un cielo da temporale estivo, un mal di testa insistente lo accompagna. Si scatena la bufera, l’acquazzone, la tempesta. In pochi minuti un vento possente spara secchiate d’acqua sulle finestre che gli si oppongono. Dalla verandina trasparente mi godo un piccolo esempio della potenza della natura.

È luglio, il principio di luglio che mi regala, per quest’anno uno spettacolo che adoro.

È luglio. Il principio di luglio. Il sette. Il mio ultimo giorno di colloqui d’esame di Stato si è consumato. Un altro impegno incombe. Sono le 13.30, stiamo per terminare l’ultimo candidato che, faticosamente, esala le ultime parole di un dialogo costruito a interesse zero.

“Non bisogna bere il mare per capire che l’acqua è salata” si sostiene saggiamente intorno al fulcro che temporaneamente rappresento. Forse è vero, forse è eccessivo dedicare tanto tempo per cercare qualche forma di vita in nozioni alle quali nessun tempo è stato dedicato, ma abbiamo davanti una persona che, per quanto priva di interesse per lo studio ha diritto allo stesso interesse di chi ha studiato. Persone diverse e tutte persone, qualcuna che ha raggiunto un gradino verso la sua meta, qualcun’altra delusa nelle attese altre ancora, tantissime, ad un bivio che s’allontanerà definitivamente dal cammino fin’ora percorso.

Mi lasciano la bocca amara questi esami, non per le innumerevoli mancanze dell’istituzione scuola, non per gli innumerevoli capricci di cui ciascuno di noi è capace appena investito da un lembo di potere, nemmeno per il caldo afoso di questi giorni.

Ho la bocca amara perché nei ragazzi, in gran parte, ho visto occhi spenti, letto la sensazione di aver perduto del tempo, percepito un rifiuto del baraccone che a nulla è servito, che ha sempre chiesto tanto senza mai chiedere conto, che ha riservato sermoni e paternali senza mai provare a dare un senso alla vita, una speranza alla conoscenza, una gioia da portare a casa.

Ho la bocca amara perché mi sento impotente, perché quei ragazzi hanno ragione, sono stati blanditi, giocati, illusi da mille luminarie e cento specchietti. E lasciati soli con i loro mille bisogni indotti e pochissime possibilità di realizzarli, in una società capace di riempire gli scaffali di merce che promette la felicità e i marciapiedi di persone che son li a guardare le vetrine con le tasche vuote. E vent’anni di mitologia di una scuola che serva, di insegnanti che, in cambio di un pugno di cartamoneta aggiuntiva, hanno rinunciato al ruolo di intellettuali per diventare formatori, hanno prodotto solo e soltanto una scuola serva. Una scuola che non insegna più a conoscere per disobbedire, imparare per mettere in discussione, ma solo a “determinate abilità che possano aiutare l’inserimento del mercato del lavoro”, come se un mercato del lavoro esistesse per davvero, come se le parole di Mario Capanna, splendide, potessero davvero esser lume d’altro cammino.

Non ho commenti da fare Antonio caro, le parole belle son terminate, altri ci chiesero di lasciare la nave per scalare montagne, pifferai magici ne abbiamo conosciuti. Guardiamoli con grande simpatia anche quando dicono cose che sono roba da seconda elementare, in fondo son bravi e magari l’ingenuità ha qualche speranza di vincere. Noi che abbiamo percorso i mari in tempesta e in essi ci troviamo a nostro agio, continueremo a domandarci per quale oscura ragione alcuni ingenui diventano ricchi e famosi e altri, altrettanto ingenui, restano dei morti di fame. Eppure camminano sulla medesima strada.

Son qui, in bermude e canotta, di fronte a questo fido compagno al quale raccontare le mie stolte illusioni, ad attendermi una serata bellissima in un luogo d’incanto di natura. Un rifugio, per respirare “toda joia toda belleza porque se no me muero” senza pifferai, magari con un buon trombettiere, che le catene son pesanti da tirare e l’energia non é più quella d’un tempo.

E non abbiamo insegnato nulla, abbiamo continuato a narrarlo questo mondo invece di coniugarlo, forse paghi o forse solo sciocchi, abbuffati di aggettivi e arruffati nei verbi, e ora tutto ci torna addosso. Vomitato.

Ma abbiamo imparato che non possiamo abbandonare la lotta perché alla lotta apparteniamo, e continueremo, in memoria di Bertoldo, perché “la Terra non si può inchinare alla Terra”.

2 Commenti a Non bisogna bere il mare per capire che l’acqua è salata

  1. Duro il lavoro del “formatore” in tempi di globalizzazione, di rarefazione degli ideali, della politica senza etica. Che dire ai ragazzi che si diplomano? Due figli, una all’università, l’altro diplomato proprio martedi scorso con il massimo. Dovrei esserne felice… Dovrei. Invece vengono scagliati entrambi nel mondo dell’assurdo, dove la precarietà è norma. Eppure… Eppure bisogna lottare. Capanna e le sue analisi, Marco Revelli e le sue parole che ascolto ogni tanto in qualche TV. Però se ascolti le notizie altre, quelle correnti e comuni, ti viene di istinto dire “ma chi me lo fa fare di ascoltare questi utopisti? La realtà è altra, diversa”. Però mi ritrovo a scrivere di pacifismo in un mondo di guerre, di lavoro in un mondo di precarietà, di dignità in un mondo di crollo dell’etica. QUella che troppi spacciano come come la vera novità: la caduta delle ideologie, ha creato mostri. Eppure occorre lottare e tentare di capire. Senza studiare e porsi domande il mondo non lo cambia nessuno. Non sono insegnante, conosco moltissimi insegnanti di scuole di ogni ordine e grado, dalle materne all’università. Parli degli occhi dei ragazzi, ti dico degli occhi dei miei amici seduti in cattedra? Sono stanchi, disillusi. Apparteniamo ad una generazione che ha tentato di spaccare il mondo e ci si ritrova così, senza un furuto. Però occorre lottare ancora, ogni tanto, e neppure per gioco, mi dico che questo mondo possiamo cambiarlo. Il PIL che governa le cose. La fame, la miseria, la precarietà sono solo piccoli incidenti di percorso nel cammino del PIL. LA vita della maggioranza della popolazione mondiale è un incidente di percorso? Qualcosa non funziona. Però, in fondo, ben vengano i magici pifferai di donna utopia.

    • I pifferi trasformano l’utopia in atopia, forse è l’ora delle trombe per portare l’utopia a eutopia …
      Perdonami le criptiche osservazioni di un professore di nulla che prova ad non essere un professore da nulla.

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