Come ci inventiamo una cultura: il caso della Notte della Taranta. Parte seconda.

 

Distinzioni e chiarimenti sulle categorie e le esperienze del tipico, del tradizionale e del popolare: strumenti minimi per difendersi da stereotipi e clichè 

di Pier Paolo Tarsi

Il fatto che, passata l’estate, nel corso dell’anno la Pizzica scompaia quasi completamente dalle nostre vite (questione empirica incontestabile e salutare) significa qualcosa di ben più profondo di quello che si potrebbe credere a prima vista, significa, come mostreremo analiticamente, che questa non si può affatto considerare musica tipica salentina né musica popolare salentina e credere che tale sia per davvero significa solo confondere la rappresentazione generata dalle forze sociali –  la finzione auto-etero-rappresentativa ad uso turistico di un patrimonio culturale nella sua versione più semplificata di cui abbiamo detto  nella prima parte: http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/06/08/come-ci-inventiamo-una-cultura-il-caso-della-notte-della-taranta/– con il reale, il quale va cercato nella concretezza della vita e dei contesti esperienziali in cui questa si esprime, non nelle guide turistiche e negli spot pubblicitari confezionati dagli assessorati per il turismo.

Tutte le precisazioni che faremo potrebbero sembrare pedanti sottigliezze se non fossero, come intendiamo mostrare ai lettori che avranno la pazienza di non abbandonarci, agili strumenti euristici in grado di spiegare diverse esperienze comuni nell’incontro con varie manifestazione della nostra cultura. La percezione a livello intuitivo della confusione nel minestrone stereotipico tra “tradizionale”, “tipico”, “popolare” (categorie su cui cercheremo di fare chiarezza) spiega ad esempio perché tutti noi salentini abbiamo riso (quando non ci siamo indignati) del feticcio di tipicità incarnato (o meglio indossato, recitato affettatamente, stereo-tipicamente appunto) dalla graziosa salentina che ha partecipato ad una recente edizione del Grande Fratello. Questa signorina infatti si è presentata come una vera “femmina salentina”, donna “legata alla sua terra”, alle radici, inscenando questo attaccamento in un video che la vedeva in un campo a ballare la “pizzica” (per chi volesse proprio farsi del male, il video è reperibile qui: http://gossip.fanpage.it/grande-fratello-11-concorrenti-francesca-giaccari-salentina-doc-foto-e-video/). Il risultato non era solo una finzione per molti irritante e per tutti distante anni luce dalla realtà attuale, il risultato era soprattutto risibile e ridicolo, perché fondato e stereo-tipicamente sbilanciato interamente sulla semplificazione della rappresentazione ad uso turistico del Salento! Siamo insomma di fronte a un caso evidente e parossistico di auto-etero-rappresentazione estremamente irrealistica e ad un pasticcio categoriale del tradizionale, del tipico e del popolare per come ne facciamo esperienza nel quotidiano: sappiamo tutti infatti che nessuna “tipica” ragazza salentina – mentalmente in salute si intende – se ne va in giro scalza nei campi a ballare la pizzica raccogliendo fichi d’india!

Dovremo dotarci di alcuni strumenti di carattere logico-linguistico essenziali per trattare in modo adeguato le questioni che ci interressano.

Per cominciare, chiariamo che cosa significa propriamente “tipico” in senso antropologico.

La migliore definizione antropologica (migliore dal punto di vista logico e linguistico intendiamo) di tipico che possiamo proporre è la seguente: tipico in senso forte è ciò che accomuna una moltitudine di individui in una comunità differenziando questa in quanto tale da tutte le altre.

Corollario: gli unici tratti propriamente tipizzanti sono quelli che accomunano degli individui in comunità distinguendo tale comunità dall’universo minimo di riferimento o sfondo.

Mettiamo alla prova la definizione proposta, chiarendola al contempo con degli esempi immediati.

Bisogna stare attenti anzitutto a non lasciarci sfuggire il carattere accomunante-distintivo di ciò che propriamente è tipico. Ci sono tratti che sono tipici degli italiani e dunque “anche” dei salentini o dei friulani “in quanto italiani” ma non sono tipici dei salentini “in sé” o dei friulani “in sé”, pur essendo ovviamente tutti questi italiani.

Per esempio, mangiare la pasta, bere il caffè espresso, parlare comunemente italiano sono tratti che ci permettono di accomunare e distinguere gli italiani da altri popoli (ossia sono tratti qualificativi dell’insieme degli italiani), non certo i salentini dagli altri italiani e tanto meno dai pugliesi in genere (universo minimo di riferimento o sfondo): ne segue che mangiare la pasta e parlare italiano sono tratti tipicamente italiani e non tipicamente salentini, benché ovviamente sia tipico “anche” dei salentini, “in quanto italiani”, mangiare la pasta o parlare italiano. Si badi bene: proprio il dover necessariamente precisare che mangiare la pasta è tipico “anche” dei salentini (“in quanto italiani”) ci informa del fatto che mangiare la pasta non è tipico del salentino nel senso forte, non ci permette cioè di accomunare e distinguere i salentini dagli altri italiani o anche soltanto dagli altri pugliesi! I tratti di tipicità che sono antropologicamente rilevanti per definire nella sua peculiarità l’universo tipico dei salentini non sono dunque quelli tipici “anche” dei salentini “in quanto italiani” o “anche” dei salentini “in quanto pugliesi” ma solo ed esclusivamente quelli tipici dei “soli” salentini “in quanto tali” (tratti propriamente tipici): tipico salentino è allora tutto ciò che accomuna i soli salentini differenziandoli in quanto tali da tutte le altre comunità (europee, italiane e pugliesi incluse).

 

La nostra definizione ci consente di sviluppare le due seguenti immediate precisazioni.

1) Tipico (nel senso pieno storico-antropologico che vuole esprimere la nostra definizione) non va confuso con (o ridotto a ) “frequente”: un tratto può essere tipico anche senza occorrere con frequenza od occorrendo con frequenza minore di un tratto non tipico, il tipico sta infatti ad indicare essenzialmente la peculiarità al contempo accomunante e distintiva di un tratto qualsiasi non la sua frequenza. Ad esempio: i salentini mangiano più pasta che pasticciotti, eppure non si può sostenere che mangiare pasta sia tipicamente salentino, al contrario del mangiare i pasticciotti! Questo esempio ci avvisa del fatto che il tipico non inerisce primariamente al dato quantitativo del suo manifestarsi ma essenzialmente al carattere accomunante-distintivo.

2) A differenza di quanto comunemente siamo portati a pensare da certi usi linguistici, il “tradizionale” e il “tipico” non sono affatto categorie coincidenti né necessariamente connesse ma solo accidentalmente, ossia possono non esserlo e spesso di fatto non lo sono. Un tratto può essere tradizionale senza essere tipico in modalità differenti (nel caso contrario, quando un tratto è cioè tipico ma non tradizionale siamo o di fronte ad un fenomeno di moda duraturo o all’instaurarsi di un costume o infine sulle soglie di una nascente tradizione). Ne esplicitiamo di seguito alcune: a) una manifestazione tradizionale ancora vitale può non essere tipica (per esempio, molti riti cristiani sono anche vive tradizioni salentine, non per questo – com’è evidente – tali tradizioni sono tratti tipici salentini); b) se una manifestazione peculiare e tipica del passato o della tradizione di un dato popolo è estinta questa non ha più alcun valore tipizzante, non consente cioè di accomunare e distinguere effettivamente alcuna comunità che attualmente la incarni o la esprima. Quest’ultimo è proprio il caso della Pizzica come vedremo.

Facciamo infine un semplice esempio di un caso in cui tradizionale e tipico si incontrano, pur potendo distinguere le due categorie: il già citato pasticciotto è un dolce non solo tradizionale (appartiene alla tradizione  salentina) ma anche tipico (nell’accezione piena e più forte del termine) salentino: distingue e caratterizza una specifica comunità in modo esclusivo per il suo uso culinario.

Siamo a questo punto dotati di quanto occorre per parlare con più precisione linguistica di Pizzica.

1) La Pizzica è musica tradizionale salentina.

La Pizzica, variante salentina delle tarantelle meridionali, costituisce semplicemente una forma di musica ascrivibile alla tradizione musical-popolare del Salento manifestatasi in fasi storiche determinate e definitivamente tramontate (le cui dimensioni vanno indagate e inquadrate con strumenti della storia e delle scienze umane, dell’antropologia e dell’etnologia musicale ecc).

2) La Pizzica NON è musica tipica salentina.

La pizzica può essere detta musica “tipica salentina” in una sola accezione molto ristretta di “tipica”, ossia solo nel senso specifico che essa viene riconosciuta come una forma musicale al contempo rappresentativa, connotativa e distintiva (tipica) della cultura popolare salentina in tramontate fasi storiche, non nel senso più pregnante che si possa qualificare come elemento tipicamente identificativo e rappresentativo del nostro universo culturale attuale, del nostro vivere comune, individualmente e collettivamente inteso. In altri termini possiamo dire che la Pizzica è una forma di musica “tipica della tradizione popolare salentina” ma non la “tipica musica popolare salentina”. In questo secondo senso più pregnante di “tipicità” la Pizzica non ha oggi infatti alcuna legittimità.

3) La pizzica NON è musica popolare salentina.

Tale musica non è popolare (al più lo è stata, pertanto è “musica della tradizione popolare salentina”), non connota come forma espressivo-musicale nessun momento consuetudinario della vita dei salentini, connota semmai solo momenti eccezionali circoscritti ed esperiti, ossia vissuti, come tali, come chiare manifestazioni rievocative cioè di un aspetto trapassato del proprio bagaglio storico-tradizionale: in altri termini a molti salentini piace ascoltarla in certi contesti in cui si inscenano sagre o si celebrano ricorrenze più o meno legate al “tradizionale”, contesti tuttavia ben circoscritti e delimitati. È scontato che nel processo di narrazione e auto-etero-rappresentazione della propria identità un qualunque popolo possa essere fieramente legato a una qualche manifestazione popolare del proprio bagaglio storico-tradizionale, ciò non implica però che quella medesima manifestazione effettivamente sia viva nel presente al punto da farne un tratto tipico di quel popolo o una vivida manifestazione del popolare. Popolare dunque, nel senso pieno che si ascrive alla musica di un popolo, va inteso come espressione anzitutto tipica, florida e presente che prende forma nei momenti e nei contesti della vita comune (individuali e corali) di quella gente, di quel determinato popolo, senza peraltro necessariamente rimandare alla tradizione (ciò non vuol dire che nel popolare non possano rinvenirsi connessioni storiche con il tradizionale). Popolare è ciò che abita qui e ora il nostro universo come paesaggio sonoro comune in cui ci esprimiamo musicalmente, come sentire prossimo, vicino, immediato, spontaneo, “alla mano”, “alla portata”, non ciò che rimanda a una dimensione “a parte”, ossia “altra” (quella della storia o del “tradizionale”, sia questo solo presunto, immaginato o storicamente fondato non importa qui). Un esempio banale può rendere tutto più chiaro: in riferimento al popolo napoletano è corretto dire che la “tarantella” è per questo un’espressione musicale tradizionale mentre la forma “neomelodica” costituisce un esempio di musicale popolare , ossia è tipica di una larga fetta del popolo in questione, è prodotta, ascoltata e cantata comunemente da molti napoletani (nonostante altrettanti la detestino profondamente) che ne fanno l’accompagnamento sonoro delle proprie vite e delle proprie emozioni, dei propri amori, dei propri drammi, in breve, del proprio quotidiano.

Tutte le suddette distinzioni si giustificano ulteriormente e si possono ripercorre dal punto di vista di un’analisi del nostro incontro con il tradizionale, il tipico e il popolare, ossia un’indagine sui modi concreti in cui tali aspetti si danno differentemente nella nostra esperienza comune. Tale analisi può rivelare  aspetti interessanti che a prima vista ci sfuggono.

Dobbiamo notare che ciò che per una data comunità è sia tipico che tradizionale può essere  trasparente (addirittura invisibile) nella sua valenza tradizionale per gli individui della comunità stessa: in altri termini quando una tradizione tipica è viva (si manifesta nell’ordinaria attualità di un popolo) è tendenzialmente invisibile nella sua rilevanza tradizionale. Al contrario una tradizione tipica esauritasi, ossia svuotata della sua vitalità e di peculiarità connotativa per una data cultura, viene sempre investita simbolicamente di una costante e – pur in minima misura, sensibile – valenza tradizionale, in quanto quella trasparenza che gli veniva dall’essere un elemento ordinario e tipico si è ormai dissolta rendendolo elemento opaco. Dovremmo forse aprire qui una lunga riflessione  sul concetto di tradizione che ci porterebbe lontano, chiederci almeno se non sia adeguato parlare di autentica conservazione di una tradizione solo ed esclusivamente quando questa è in qualche minima misura in grado di darsi ancora potenzialmente in trasparenza rispetto alla sua valenza di manifestazione della tradizione stessa. Del resto, quando facciamo deliberatamente qualcosa al fine di conservare una tradizione ormai opaca ed evidente come tale, coglibile cioè immediatamente nella sua valenza tradizionale (grazie al confronto con quella forma di alterità costituita dal passato che diciamo “nostro” sebbene possa essere colto solo nella e per la differenza con il nostro fluente e vitale presente), non siamo già necessariamente al tramonto della stessa? Facciamo alcuni esempi chiarificatori: quando un salentino perpetua una manifestazione tradizionale viva che è anche tipica come il mangiare un pasticciotto, questi lo fa tendenzialmente senza la scontata consapevolezza di compiere con ciò anche un atto legato alla sua tradizione, in moltissimi casi potremmo scommettere che il nostro non sappia nemmeno che quel dolce – che mangia magari sin da bambino – esiste da secoli nel Salento, non raramente poi capita che egli resti persino spiazzato dal fatto che in altre parti d’Italia non lo si trovi, scoprendone (sperimentandone) così con rammarico la tipicità salentina nel corso di qualche permanenza in contesti lontani dall’originario, per differenza e contrasto, cioè solo nel confronto con l’altro! È così che il tipico viene alla luce nel suo valore distintivo, laddove il tradizionale viene alla luce riferendosi all’alterità del nostro passato. Questo non deve sorprenderci, non dimentichiamo che tipico è ciò che scopriamo accomunarci-distinguerci nel confronto con gli altri, entro cioè uno sfondo che funge da sistema di riferimento. Al di fuori di questo confronto con l’altro, al di fuori di un qualunque sfondo minimo entro il quale marcare la differenza, non è possibile un processo di identificazione e di rappresentazione di sé: abbiamo bisogno dell’altro per dire chi siamo rintracciando nel confronto le nostre peculiarità, necessariamente, abbiamo bisogno cioè di specchiarci nell’altro-da-noi per accedere ad una qualunque narrazione distintiva che ci caratterizzi. Senza questo confronto un’auto-rappresentazione non può mai prendere forma. Ci vengono in mente a tal proposito alcune belle riflessioni di Gregory Bateson, leggiamo: “[…] per creare una differenza occorrono almeno due cose. Per produrre notizia di una differenza, cioè informazione, occorrono due entità (reali o immaginarie) tali che la differenza tra di loro possa essere immanente alla loro relazione reciproca. [..] Vi è un problema profondo e insolubile a proposito della natura di quelle “almeno due” cose che tra loro generano la differenza che diventa informazione creando una differenza. È chiaro che ciascuna di esse, da sola, è – per la mente e la percezione – una non-entità, un non-essere. Non è diversa dall’essere non è diversa dal non-essere: è un inconoscibile, una Ding an sich, il suono dell’applauso di una mano sola” (tratto da G. BATESON, Mente e Natura, Adelphi, Milano 2002 pp 96-97).

Torniamo nuovamente ai nostri esempi. Al contrario di quanto detto sopra in merito ad una viva tradizione tipica con l’esempio del pasticciotto, nel caso in cui il nostro salentino, giunta la sera, suoni, ascolti o balli la pizzica, anche ammesso che voglia farlo con la semplice ed unica intenzione di divertirsi, non è sempre in qualche pur minima misura consapevole che sta incontrando una manifestazione della propria tradizione? Poniamo ancora che il nostro, prima di andare alla sua serata di pizzica, abbia voglia di cenare e nel soddisfare questo appetito scelga una frisa. Sa in genere che questo piatto tipico appartiene alla tradizione, sa che lo preparava e lo mangiava anche la sua trisavola ma tutto ciò gli resta tendenzialmente invisibile quando lo sceglie e lo mangia. Egli mangia la frisa perché questa rientra nelle sue normali abitudini alimentari acquisite, perché sa prepararla, perché è un piatto veloce e nutriente ecc. È questa appartenenza di quel cibo al suo attuale universo, questa disponibilità viva e frequente nel suo pensiero (“Che mangio stasera? Una frisa!?”), questa concreta disponibilità di possibilità di azioni (comprare le frise, prepararle, mangiarle) rientranti nel suo universo, così come in quello di tutti i salentini (ma non nell’universo degli altri italiani) che rende il mangiare la frisa tipicamente salentina – ossia elemento che ci connota appartenendoci ancora come autentica e vitale tradizione alimentare – non la consapevolezza della sua appartenenza alle usanze del passato e tanto meno l’intenzione esplicita di perpetuarne la trasmissione. La frisa non è tipicamente salentina perché questo piatto apparteneva anche alla tradizione culinaria salentina ma è tipicamente salentina perché è una possibilità concreta dell’ordinario di un qualunque salentino, una consuetudine che si perpetua spontaneamente, in trasparenza rispetto alla sua valenza tradizionale che resta tendenzialmente latente, seppur possa essere naturalmente portata alla luce.

È invece del tutto improbabile (se non impossibile) che il nostro salentino, recandosi alla serata di pizzica, viva la trasparenza del suo mondo musicale quotidiano (quello in cui mangia la frisa, da tipico salentino!)  e non esperisca in tal caso consapevolmente un incontro col “tradizionale” in una sua concreta forma: ha in tal caso infatti le stesse aspettative del turista che viene a visitare questa terra, così come la si immagina e come la si rappresenta in tale dimensione narrata, rappresentata. Spinto dalla fame allora, e concludiamo questa serie di esempi, egli ha mangiato la frisa compiendo un’azione che rientra nell’ordinario, senza alcuna consapevolezza di compiere una rievocazione di un atto tradizionale. Spinto dalla voglia di divertirsi è andato poi alla sua serata, accompagnato in questo caso però dalla consapevolezza più o meno affiorante o confusa ma comunque tendenzialmente presente di un’esperienza che implica un passato e rievoca la tradizione, magari credendola erroneamente tipica in senso stretto del suo mondo. Possiamo ragionevolmente supporre infatti che sia proprio l’opacità di una tradizione al tramonto o estinta che rende questa stessa elemento evidente e disponibile immediatamente come dato a cui ancorare una narrazione di sé, più facilmente disponibile allo sguardo rispetto a ciò che essendo tipico in senso stretto o ancor viva tradizione resta invece più silente e invisibile rispetto al suo significato identitario: è proprio per questo, crediamo, che ripieghiamo generalmente al passato quando siamo spinti ad una narrazione identitaria che nella sua attualità è sempre occultata dalla trasparenza di ciò che è presente e, proprio per questo, s-fuggente.

Dobbiamo compiere, giunti a questo punto, un ulteriore passo che ci permetta di riallacciarci all’inizio del nostro ragionamento, passo che consiste nel tentativo di rispondere ad una domanda che potrebbe già essere sorta nella mente dell’unico lettore che ha avuto la pazienza di giungere sin qua: se la Pizzica non è né musica tipica salentina né musica popolare salentina ma solo musica tipica della tradizione popolare salentina, qual è allora la musica tipica salentina? A questo interrogativo proveremo a rispondere nella continuazione, ovviamente sempre su questo sito!

33 Commenti a Come ci inventiamo una cultura: il caso della Notte della Taranta. Parte seconda.

  1. “Che palle la pizzica e la taranta” mi dice l’amico salentino (che non cito per evitargli ritorsioni da parte degli amanti del genere). Ero in un paese per una sagra, qualche sera dell’altra settimana. Immancabili arrivano i suonatori della musica salentina (che forse salentina non è?) immancabili i danzatori. Tutti uguali, ahimè, manca la spontaneità. Loro, un lui e una lei, danzano come facevano moltissimi anni prima. Guardandosi dritti negli occhi. Insieme fanno circa 200 kg di corpaccioni che si muovono , poco però vista la stazza. SI guardano e sorridono, sembra che si parlino. Lei vorrebbe sollevare, come si fa, un pò la gonna che è esageratamente stretta. Non ci riesce. Comunque non perdono una battuta. Onore al merito. Ci stanno anche 3 etti di croce che ciondolano al collo di un lui con camicia opportunamente slacciata. Poi giovani che si muovono compostamente, scommetto che danzano come in discoteca. Stesso copione…. Che palle la pizzica e la taranta. Però mi piace il ritmo e mi piace ogni tanto ascoltarla. No, non quella che sembra fatta in cina, tutta identica ovunque. Quella che si segue in ogni sagra. Purpette de purpo e taranta. Melanzane, vino e pizzica. Pisello nano di Zollino, “abbiamo anche le fave di Zollino”, dice il venditore ammiccante, “sono nane pure loro?” “No, sono piatte”. Surreale mentre i due signori si guardano fissi negli occhi muovendosi in mezzo ad altri danzatori. Poco oltre una banda termina la sua serata con l’inno di Mameli. Nessuno in piedi, molti applausi. Che palle la pizzica e la taranta. Penso a giovani (ex giovani a volte) cantautori salentini, penso a quando rimasi folgorato da quella coppia che danzava leggera un pizzica d’amore facendosi coinvolgere dalla musica, lasciandosi andare al ritmo. Quasi seri, quasi sorridenti. Ma no, Pierpaolo, mica ti rispondo. Anzi, confesso, ho preso solo l’incipit del tuo pezzo, lungo da leggere alle sette di mattina, lo farò dopo con calma. Sono andato fuori tema? Noi possiamo permettercelo, mica abbiamo l’esame di maturità (forse neppure la maturità per fare esami, ma questo ci porterebbe esageratamente lontani), quindi possiamo farlo. Ops, il caffè sta risalendo, la seconda caffettiera (piccola però). Bon jour.

    • Anche io, caro Gianni, ho dovuto sorbire fino al secondo caffè prima di gustare a pieno l’ennesima chicca di Pier Paolo. Tosto, ma quanta verità! da rileggere, una, due, forse tre volte, per entrare nelle pieghe della sua dotta trattazione. E con naturalezza (per lui) ci “filosofeggia” su tipico, locale, tradizionale, facendoci riflettere su aspetti che, sinceramente, prima d’ora, non mi passavano per la mente. Mi sembra averci trovato di tutto: dall’antropologia alla sociologia, dalla demologia alla filosofia… Pierpà, la prossima volta avvertici su questi tiri mancini!

  2. Era ora che qualcuno facesse chiarezza….poi, che ballino e che cantino e che si divertano, ma non ce la menino con la cultura popolare.

  3. ieri sera alla cavea dell’auditorium di roma, ludovico einaudi. maestro concertatore di una sedicente “notte della taranta”. non è salentino (almeno non credo), non era un repertorio da festa di paese (di quelle che sono abituata a sentire durante le serate estive): era musica altra ed alta, con contaminazioni di vario genere. il ritmo, però, si rifaceva a quello di sempre, dei maestri concertatori (Stiffani?) degli studi di de martino. e come tarantati si è più e più volte scatenato il movimento nel pubblico che ha accompagnato e si è fatto accompagnare in un viaggio mistico in un mondo che non c’è più.

    • Replico a Stefania solo per informarla che il musicista Ludovico Einaudi è figlio di Giulio Einaudi che fondò la rinomata casa editrice.

  4. Voglio solo precisare: 1) a me piace la Pizzica (per pochi minuti però, come dice Checco Zalone!); 2) amarla non significa che si debba farne ciò che non è di fatto, come ho chiarito; 3) il carrozzone della “Notte della Taranta” e l’insieme degli sforzi e delle operazioni politiche che ne costituiscono le premesse hanno sicuramente apportato benefici turistici ed economici a questa terra, sarebbe stupido e ingrato sostenere il contrario. Detto ciò, bisogna avere la lucidità di inquadrare il fenomeno nelle sue reali dimensioni, che è quanto ho tentato di fare con la prima e la seconda parte di questo ragionamento; insomma, come dice con mirabile sintesi Pino Spina: “che ballino e che cantino e che si divertano, ma non ce la menino con la cultura popolare”.

  5. Ringrazio Pier Paolo Tarsi per l’apprezzamento, anche se il mio intervento era soltanto lo sfogo spontaneo di chi non ce la fa più a trovare suonatori di pizzica in ogni ristorante, trattoria o chiosco di panini. Continuo a non capire perchè si voglia per forza dare una veste “autorevolmente culturale” a quello che si potrebbe tranquillamente inquadrare in un “fenomeno di costume” con buona pace di tutti. La “pizzica-pizzica”, variante della “tarantella”, è una musica fatta di quattro accordi e un inciso, quando va bene due, credo che ogni musicista davanti alla propettiva di essere pagato per suonare davanti a centomila persone, ci metterebbe l’anima per ricamarci sopra, del resto il “barocco” (stile che odio visceralmente) insegna. Non ho la benchè minima autorità per discutere oltre, ma permettetemi di aggiungere qualcosa.
    Sono di Brindisi, e noi siamo salentini solo perchè parliamo, seppur con notevoli variazioni, quel dialetto, ma è mia opinione che culturalmente vi siano profonde diversità con il salento meridionale. Nella mia città non vi è memoria alcuna di riti “paraesorcistici”, di credenze di qualche tipo, neanche di gnomi e folletti che si aggirano per le campagne, c’era solo “l’umba” (vana umbra) che spaventava i bambini. Nonostante ciò, passando per caso davanti a qualche suggestivo angolo del centro, può capitare di imbattersi in qualche gruppo di “scienziati della cultura popolare” che, messo giù per terra un lenzuolo, vi fanno distendere una cinquantenne in pigiama bianco e la fanno dimenare mentre un qualche tristo suonatore l’assorda con un tamburello….francamente non so cosa aggiungere.

  6. Beh immagino che sia dura la vita di un brindisino sommerso dagli stereotipi salentini, laddove salentini a volte significa solo “abitanti della provincia di Lecce”! Qui la questione si fa complicata assai! :)

  7. Grazie Pier Paolo, per queste due puntate sulla questione pizzica. E’ un vero trattato da leggere e stampare. Conosco Vincenzo Santoro (che vedrò dopodomani per la presentazione dell’ultimo libro che ha curato) e anche Eugenio Imbriani. Sinceramente, quando la pizzica tarantata anni fa è diventata un fenomeno di massa, la cosa mi ha puzzato di bruciato. E’ come se fossi stato espropriato di una musica che era tutta mia, del mio paese. Così, qui a Roma, quando m’è capitato di imbattermi in dei ragazzi romani usciti da una scuola di pizzica, è stato proprio un pianto: tutti ballavano allo stesso modo quasi fossero marionette, senza un trasporto, senza… sangu intra lle vene, per capirci. Insomma, anche la pizzica finita nel tritacarne del consumo. Come defraudato di un mistero che mi rendeva una persona speciale, per dire. Hai ragione nel dire poi che la nostra gente è avvezza a ballare più valzer, polke e mazurche piuttosto che pizziche. E’ un ricordo che ho da bambino quando si ballava con i dischi a 78 giri. Ma l’argent… l’argent qui fait la guerre!

  8. Qualche anno fa anche me medesimo fece una ricerca sul fenomeno. Non è che non mi fido ma mi piace verificare. Non starò qui a cincischiare sui vari tipi di pizzica ormai approfonditi da numerosissimi saggi ma solo a citare una cosa che ebbi il piacere di trovare:
    “Ché, come si dice che in Puglia circa gli atarantati, s’adoprano molti instrumenti di musica e con varii suoni si va investigando, fin che quello umore che fa la infirmità, per una certa convenienzia ch’egli ha con alcuno di que’ suoni, sentendolo, sùbito si move e tanto agita lo infermo, che per quella agitazion si riduce a sanità, così noi, quando abbiamo sentito qualche nascosta virtù di pazzia, tanto sottilmente e con tante varie persuasioni l’abbiamo stimulata e con sì diversi modi, che pur al fine inteso abbiamo dove tendeva; poi, conosciuto lo umore, così ben l’abbiam agitato, che sempre s’è ridutto a perfezion di publica pazzia; e chi è riuscito pazzo in versi, chi in musica, chi in amore, chi in danzare, chi in far moresche, chi in cavalcare, chi in giocar di spada, ciascun secondo la minera del suo metallo; onde poi, come sapete, si sono avuti maravigliosi piaceri.”
    Libro del Cortegiano di Baldasar Castiglione – tomo 1 – cap. 8
    Se ne discuteva alla corte di Guidubaldo da Montefeltro agli inizi del 1500 e Castiglione era un vescovo …
    Ora se popolare voglia significare diffuso nella massa non possiamo che inneggiare ai McDonald o a Pupo, finanche ai pupazzi dei rotocalchi.
    Il punto è, io credo, che la pizzica è stata una gigantesca opera di recupero trasmigrata anche in successo commerciale e, pur avendomi sostanzialmente stufato gli zebedei, son felice che la pizzica faccia smuovere le gambe a tutti coloro che mangiano hamburger e hanno la cultura delle papere nello stagno di Mariano Arena.

  9. …nel 1500 non esisteva la pizzica (tarantella) come forma musicale, interessante come già sapessero (agitazione) che liberare delle endorfine può produrre sedazione.

  10. Rispondere a tutti i vostri bei commenti come meriterebbero richiede riflessione e tempo, mi limito per ora a ringraziarvi di cuore tutti e prendere atto di quanto fate notare, proverò tuttavia nell’ultima parte di questo ragionamento a rispondere tra le righe ad ognuno. Grazie veramente per l’attenzione e la partecipazione che sostengono e nutrono la voglia di condividere questi e altri pensieri.
    Pier Paolo

  11. Gianni ci ho preso gusto, tanto che pensavo di scrivermi a un corso di Pizzica anche io :P Colgo l’occasione per ringraziare pubbicamente Antonio Negro, talmente attento come lettore che ieri mi ha gentilmente segnalato privatamente delle sviste nella punteggiatura – a cui ho provveduto qualche minuto fa – e non solo! Di fronte a lettori così come si fa a non aver voglia di continuare Gianni? :P

  12. A ben pensare (e dopo una sciagurata passeggiata nella notte bianca leccese di cui forse dirò quando sarò sveglio) pensavo ai grandi eventi, per lo meno a quelli che così si spacciano, in relazione alla necessità di far girare la più grande industria salentina, il turismo, piuttosto che a piccoli eventini continui e diluiti nel territorio. In sostanza, è meglio avere Frizzi una sera a Gallipoli assieme a tanti nomi altisonanti (che non necessariamente fanno rima con interessanti) o mirare alla rivalutazione di moltissime piccole serate? La notte della taranta è stato un volano, penso, importantissimo per l’economia salentina, ora sarebbe bene forse andare oltre. Altro discorso è quello della cultura popolare. E’ un pò come per le sagre. Ormai il patrimonio gastronomico è stato saccheggiato alla grande. Mi aspetto una sagra dell’ hamburger spacciato come tipico cibo dei costruttori di muretti a secco nel primo 700. Questo succede anche in Piemonte, ahimè. Al mio paese fanno una sagra del fritto misto (non pensate male, mica quello piemontese che esiste ed è altra cosa, proprio quello di pesce) . Tipico cibo degustato dai contadini del basso Piemonte nel primo quarto del 19° secolo? Però fa cassa. La pro loco ci prova, e funziona. Vabbè mi fermo qui. Au revoir.

  13. Se non ci fossero le sagre come potremmo differenziarci?
    In fondo se per mezzo secolo ho avuto il privilegio di esere dalla parte del torto, vuol dire che tantissimi altri hanno goduo nello stare dalla parte della ragione. O no?
    Andiamo avanti Pier Paolo, finché ne abbiamo il fiato.

  14. Comprendo e approvo che si preferisca veder ballare la pizzica che mangiare da Mcdonald’s, però, caro Pino, le due cose sono diventate più simili di quanto si creda. Quando la pizzica è divenuta “un prodotto” persino esportabile della tradizione tipica salentina, estrapolata, riesumata, trasformata nel “marchio del tradizionale salentino” e condotta finanche come tale in una forma vuota di spessore e stereotipata ovunque (Cina, Londra ed ogni dove), quel che ne segue assomiglia molto a un qualsiasi frutto della globalizzazione, questa espressione culturale non ha niente cioè da invidiare ad un Cheeseburger! Fa lo stesso effetto che vedere l’aborigeno australiano compiere il suo rito per il turista occidentale, ossia l’effetto della finta esibizione di un tradizionale morto, defunto, riesumato alla bella e buona e servito al turista! Con l’unica differenza che gli aborigeni in tal caso siamo noi! Certo, tutto questo è volano per l’economia Gianni, come lo spettacolo di flamenco che da turista “pretendo” trovare in Spagna, o come il Sirtaki in Grecia o Toro Seduto nella riserva, avendo pagato per incontrare quelle rappresentazioni canoniche di una qualche tradizione, come turista le voglio incontrare (eccheccazzo, ho pagato!), e in Spagna o in Grecia e in ogni dove lo sanno che io ci vado appositamente, ed appositamente mi fanno trovare sul luogo quei “prodotti tipici della tradizione” che offre il grande supermercato globale! Mercato: domanda e offerta! Semplicemente. Ma questo incontro non ha niente a che fare con gli incontri che con una cultura può vivere un viaggiatore, niente a che fare con l’esperienza di un Erodoto. Oggi forse è divenuto persino impossibile essere viaggiatori, esploratori, si può essere essenzialmente solo turisti! Ma non è che voglia lamentarmi, voglio soltanto dire con ciò che bisogna essere consapevoli di questi processi, per non fare la fine di quella zucca da Grande Fratello e credere davvero che la pizzica esista al di fuori del grande supermercato! Globalizzati, ok, ma con consapevolezza e, verrebbe da dire, con un po’ di dignità! Per il resto, bisogna campare, chi lo nega. E allora, musica maestro! Chi si lamenta perché “stanno uccidendo” la pizzica, e si sente un paladino della “vera tradizione” secondo me non ha capito molto del mondo in cui viviamo, è confuso da un localismo disorientato che non è che l’altra faccia della globalizzazione!

  15. Gentile Pier Paolo, scusami se intervengo, magari a sproposito, ma su un particolare non sono daccordo, il “sirtaki” greco. Ecco, per esempio, lì siamo di fronte ad una vera “cultura popolare”, radicata, diffusa, mai interrotta. Avendo avuto la fortuna di frequentare l’ Elláda, ricordo molto bene come lì, giovani, vecchi, uomini donne e bambini, ballano tutti e in tutte le occasioni, poi è logico che l’orchestrina tascabile per turisti la trovi dappertutto.

  16. Pierpa, non son riuscito a farmi comprendere forse, io credo che la “pizzica da esportazione” sia un prodotto commerciale. Credo però che quando le persone che conoscono l’esportazione si recano sul luogo di nascita del prodotto debbano trovare qualcuno che gli spieghi la pizzica taumaturgica, la pizzica d’amore e la danza del coltello o almeno che Kalinitta (o Kali Nifta) con la pizzica c’entra quanto io con la prova costume …..
    Adoro le persone che ballano allegramente sulle note di canzoni tristissime ….. La rappresentazione plastica del non capire un cazzo!!!

  17. Chiarissimo Pino, hai messo il tuo pensiero a nudo, o meglio in costume! :)
    ps. ora rivestiti, di grazia! Ehehe! ;)

  18. @Pino De Luca…..è la stessa sensazione che provo io quando vedo la rappresentazione delle “tarantolate”, non è che non hanno capito nulla, proprio non sanno cosa sia!…e non è che puoi provare a dire che, per fortuna di tutti, quella “cosa” non esiste più e che stanno malamente rappresentando una tragedia….s’innervosiscono pure.

  19. che schiferra sto polpettone telenovellistico commercial consumista ammantato di etnofreackettonismo, che c’entra il tarantolismo con la Pizzica e cosa c’entra sta cosa immonda che ballano con la tradizione…niente, ed il peggio è che stanno corrompendo anche le nostre tradizioni abruzzesi che vendono la neopizzica come spettacoli di saltarella….BASTA io penso che è un reato!

    • Grande Francesco! è la prima volta che leggo un commento di qualcuno preparato sull’argomento. Giorgio di Lecce è stato uno di quelli che ha fatto confusione sui concetti, parlando di “pizzica de core” (che non esiste) e di “danza delle spade” (che è tutt’altra cosa rispetto alla pizzica scherma).
      Il problema è che dopo gli anni ’70, quando alcuni pionieri (tra cui Rina Durante, Roberto Licci, Roberto Raheli, Alessandro Girasoli, ecc.) riscoprirono le musiche popolari in chiave politica, ci furono personaggi che, intuendo l’affare, iniziarono a mischiare le carte in tavola e a parlare di neo-pizzica. Anche Anna Nacci, romana, ha avuto le sue responsabilità. Ti invito a leggere questo breve scritto sui nuovi termini di tendenza…
      http://laputea.com/index.php?option=com_content&view=article&id=173&Itemid=206&lang=it

  20. http://laputea.com/index.php?option=com_content&view=article&id=170&Itemid=203&lang=it

    http://laputea.com/index.php?option=com_content&view=article&id=99&Itemid=126&lang=it

    Una cosa è la “riscoperta”, un’altra è la “tradizione viva”.
    Peccato che Pier Paolo non abbia fatto chiarezza sul concetto di “patrimonio culturale immateriale” come elemento di memoria e di consapevolezza sulla propria storia, come è un peccato non aver chiarito il concetto di “bene culturale immateriale vivo”, ossia di un pezzo di cultura che si rinnova e si riveste di spinte identitarie antiomologanti, ossia di ciò che ha rappresentato la musica popolare nell’attuale scenario culturale mondiale.
    In altre parole, la musica popolare ha trovato nuova linfa proprio nel periodo di maggior risalto della cosiddetta globalizzazione, proprio come spiegato dall’UNESCO qualche decennio fa.
    Lo dico – ovviamente – senza polemica. “Peccato” non perché non apprezzi lo scritto di Pier Paolo (anche se lo trovo un po’ accademico e poco pragmatico), ma perché alcuni concetti sono sfuggiti alla sua splendida dissertazione. Del resto la pizzica non è la madre delle musiche popolari, come la Notte della Taranta non è la panacea dei mali atavici del Salento. Difatti, come diceva Uccio Aloisi (che fu un po’ come il San Giovanni della musica popolare, ossia un ponte tra il vecchio e il nuovo), “la pizzica si ballava una volta l’anno”. A Veglie, nel mio paese, non si ballava quasi mai, ma in compenso c’era una mole sterminata di canti alla stisa, a para uce, stornellate e romanze che sono morte insieme ai loro esecutori senza che qualcuno si curasse di registrarle. Come sostengo sempre, la Notte della Taranta ha fatto promozione, scordandosi della tutela.
    La tutela, come ha ben spiegato Pier Paolo, l’avrebbe fatta se la Fondazione Notte della Taranta avesse preso sul serio la sua promessa di far partire l’Istituto Diego Carpitella, un istituto nato proprio allo scopo di tutelare e diffondere lo sterminato patrimonio culturale immateriale presente in Salento, non solo quello tradizionale, ma anche quello contemporaneo. Peccato, perché in fin dei conti sarebbe bastato 1/30esimo di quanto speso per il cachet di Goran Bregovic per mettere su un archivio di musica contemporanea… (sic!)
    Per inciso, non offendiamo la pizzica. La pizzica è una delle tante espressioni della cultura immateriale del nostro popolo; di certo oggi è oggetto di banalizzazione da parte di molti gruppi di riproposta che, anziché valorizzarla, ne fanno scempio. Ma – al netto di tutto ciò – resta sempre l’espressione di una cultura, che andrebbe quantomeno studiata e fatta conoscere, sia nei suoi moduli tradizionali sia in ciò che – potenzialmente – potrebbe evolversi. Ascoltate qualche pezzo del gruppo “Aramiré” e così potrete capire ciò che la pizzica davvero è, sia nei suoi ritmi (non certo quelli fatti dai ragazzi di oggi nelle ronde né tantomeno quelli fatti sui palchi…) sia nei suoi testi.

  21. Caro Giovanni, come darti torto, molte cose attinenti l’argomento – come quelle che indichi e tante altre – non le ho trattate, del resto già così risulta lunga e spossante la lettura. Di quanto avevo scritto una cosa mi premeva e mi preme. E’ luogo comune pensare che non esiste alcuna tradizione pura, da preservare come un soprammobile. Ed io condivido questa visione non reificante di certi processi, delle tipicità e delle specificità. Anche la pizzica è destinata al mutamento continuo (panta rei!). Ciò però non significa, come tentavo di mostrare, che non si possano fare delle distinzioni precise (e chiare, oltre che nette) e mettere sotto il bisturi dell’analisi in modo sincronico l’essere tipico o meno di un dato fenomeno in un dato momento. Io ho provato a farlo, e il risultato è stato: la pizzica non è tipica, non è nemmeno popolare nel senso chiarito nel testo. A me questo frullava per la testa, trovare un piccolo sistema di definizioni che mi restituisse risultati affidabili che rispecchiano la nostra quotidianità (quella che sperimentiamo tutti) in modo deduttivo. Credo che ci sia nel pezzo. Sul tema “pizzica” e “notte della taranta” credo sia da preferire il silenzio, c’è troppo rumore per parlare e ascoltarsi reciprocamente. Soprattutto in questo periodo. Con questo pezzo (comparso anche su Paese Nuovo all’epoca), credo di aver chiuso con l’argomento. Penso solo in proposito che se continueremo per questa via, tra qualche anno avremo fatto venire la nausea al mondo intero di pizziche e tarante. E l’effetto non farà ridere! Comunque, arriva settembre, e come ogni anno…spariranno tutti i tamburelli, insieme ai turisti! Questo fenomeno, che si ripete puntualmente, a me interessava comprendere nelle sue ragioni. La pizzica (o le pizziche, ormai), non essendo espressione musicale tipica e popolare, è solo l’accompagnamento musicale della stagione turistica, la musica che rispecchia uno stereotipo, un immaginario che con la nostra vita non ha nulla a che vedere. E del resto, non potrebbe essere altrimenti. Cambiato il mondo, con esso muta ogni suo elemento, anche la sua musica. Un caro saluto

  22. Grazie per la risposta, Pier Paolo! Sai, il tuo è stato il contributo più efficace e completo che abbia letto in questi ultimi anni. Tuttavia torno a ribadire che la mancata analisi del concetto di “patrimonio culturale” fa, a cascata, cadere tutto il resto della tua analisi, giacché ciò che dici è vero: la pizzica NON è popolare (anche se sul termine “popolare” andrebbe fatta una dissertazione a sé) NE’ tanto meno è tipica, giacché la tipicità è considerata alla stregua dell’identità, ossia due concetti pericolosi se non ben contestualizzati.
    Il patrimonio culturale, per dirtela in breve, è l’eredità che ci portiamo dietro dal passato. In altre parole, sono beni culturali (in questo caso immateriali) le memorie ereditate dal passato, mentre sono attività culturali (tipo la Notte della Taranta”) tutto quanto sia rivolto al futuro, perché diretto a formare ed a diffondere le espressioni più avanzate della cultura e dell’arte. Dunque la Notte della Taranta è un’attività atta a diffondere la conoscenza di un bene (anche discostandosi dalla filologia…).
    La pizzica, come più volte specificato da me sia nel commento precedente che in altri scritti sparsi per la rete, è:
    1) una delle tante espressioni musicali salentine;
    2) una “contaminazione” di stili, iniziata sin dal tempo dei Messapi e protrattasi fino agli anni ’50 del secolo scorso;
    3) una variante della famiglia delle tarantelle, che si discosta solo per un ritmo più accentuato e forsennato.
    Detto ciò, va fatta un’altra precisazione: la pizzica che ascoltiamo oggi non è “genuina” in quanto è stata in qualche modo “recuperata” negli anni ’70, in quel periodo in cui la musica popolare veniva considerata da attivisti politici ed appassionati come una musica che poteva dare una coscienza di classe al popolo, in contrapposizione alla musica “leggera”, espressione della borghesia. Ecco che Giovanna Marini, Gianni Bosio ed altri misero in piedi il Canzoniere Italiano, un’esperienza seguita da Rina Durante, Roberto Raheli, Roberto Licci, Alessandro Girasoli ed altri qui in Salento, che diedero vita al Canzoniere Grecanico Salentino. Poi le cose presero una piega inaspettata…la musica popolare piaceva, tanto che iniziarono i primi concerti, i primi festival, accanto alla moltiplicazione dei gruppi di riproposta (Officina Zoè, Alla Bua, Aramirè, Ghetonia, ecc.). Questo fenomeno – non sto qui a parlarne – è stato a lungo analizzato da numerosi etno-antropologi nonché dall’UNESCO, ed è facile trovare qualche ottimo spunto di riflessione in rete.
    Con l’esplosione del fenomeno “Notte della Taranta” e con l’estremizzarsi del marketing territoriale, il folk-revival ha preso una brutta piega ed è vero quello che dici: tra qualche anno la pizzica sarà detestata da tutti, anche perché come ogni moda, anche quella del Salento passerà, ma quando passerà saremo tutti noi a pagarne le conseguenze. Sono anni che lo dico e prima di me lo diceva altra gente che non è mai stata ascoltata…
    Il marketing territoriale ha banalizzato una cultura, ha mercificato un territorio e ha trattato alcuni simboli storico-identitari (la taranta, il tamburello, l’ulivo, ecc.) come merce vendibile. La stanno vendendo, è vero, ma presto smetteranno di farlo e butteranno tutto nell’immondizia, peccato che nell’immondizia ci finiranno pezzi di una cultura che non è solo di chi l’ha venduta (anzi, non lo è affatto, visto che in giro vedo gente che finora non sapeva nemmeno chi fosse Alan Lomax o Ernesto De Martino…).
    Per inciso…con settembre non spariscono i tamburelli…ci sono una miriade di eventi privati o pubblici in cui gli appassionati si ritrovano per suonare, solo per il gusto di farlo (e non per ‘nzurtare qualche turista), e perché nella dimensione dello stare insieme ci entra sempre qualche stornello, un tamburello e una ballata…

  23. Caro Giovanni, so -per averla anche ascoltata!- della tua autentica passione per questa musica e per la sua complessa storia, ti ringrazio anche per gli approfondimenti che offri arricchendo il tutto. Condivido molto di quello che dici e non posso che augurarmi, con te, che con quella miriade di eventi privati o pubblici spontanei a cui ti riferisci una fiaccola di quella memoria a cui approcciarsi con passione e un po’ di voglia di capire si preservi per ricominciare quando tutto questo rumore sarà passato. Adesso c’è troppo frastuono, ed anche un sussurro mi pare non possa fare altro che incrementarlo. Resisti e..tieni il ritmo! ;)

  24. Infatti ce lo auguriamo in tanti che presto si spengano i riflettori sul Salento. Ci chiamano “refrattari”, “autolesionisti”, qualcuno ci definisce “puristi”, ma sono solo parole che dietro nascondono il vuoto di chi non sa guardare oltre la punta del proprio naso, perché nessuno ha mai riflettuto sul fatto che il turismo di massa non porta ricchezza, né ricchezza culturale né ricchezza economica. Il Salento ha tutte le potenzialità per attrarre un turismo d’elite (dove “elite” non sta per “gente ricca”, ma per “gente attenta”).
    Ti faccio un esempio. Il classico turista attratto dal Salento viene qua, piazza una tenda in campagna, magari stende i panni su un dolmen e piazza un lenzuolo tra un menhir e un ulivo monumentale per avere un po’ d’ombra, poi si fa un giro a Lecce, passa per Porta Napoli, dice “oh, che bella!”, gli scatta una foto, ma magari non si chiede perché si chiama “Porta Napoli” (la risposta sarebbe banale, ma non gli passa per la testa); nel suo girovagare per il Salento, va di sicuro alla Baia dei Turchi (perché tutti ci vanno e perché è figa), ma sta mica a pensare che si chiama “Baia dei Turchi” perché ci ormeggiarono, appunto, i Turchi? E che ci facevano i Turchi in Salento? Boh? Ovviamente deve andare a Porto Selvaggio, farsi la benedetta foto sulla torre di S. Maria dell’Alto, ma non sa a cosa serviva quella torre. Infine, dopo il mare, se ne va ad un concerto della NdT a zompare e ubriacarsi. Poi, dopo il concerto, se qualche esecutore musicale (pochi ormai, a dir il vero…) prova a creare una “ronda”, questo ci si butta dentro, con l’immancabile boccia di vino in mano, e comincia a ballare stile tunz tunz, magari mentre all’interno si sta esibendo una coppia di ballerini. Ovviamente non gli viene in mente di chiedere come si balla, lui “balla” e basta. Ovviamente non vuol imparare la semplice regoletta per cui si balla una coppia per volta. No, non è divertente. Ancora con la boccia di vino in mano, va in una bancarella di tamburelli (dove ormai ci sono tamburelli “tradizionali” e cinesi), chiede il prezzo di un tamburello. Niente, troppo caro! E allora opta per quello cinese. Al ché torna nella ronda, si mette accanto ad un suonatore, e chiede “come si suona?”. Il suonatore “serio” lo manda a quel paese. Lo spierto di turno gli prende il “tamburo” in mano e comincia a suonare con un ritmo forsennato, dicendogli, con occhio ammiccante: “si fa così” (e magari sporcandoglielo un po’ di sangue, perché fa figo il sangue sul tamburo, fa uomo macho).
    Il turista, illuminato dall’ottima spiegazione, inizia a suonare come gli hanno insegnato e s’inserisce in quello che ormai è diventato un fracasso, anziché una ronda, già, perché nel frattempo i suonatori “seri” sono andati via e nella “ronda” regna la discoteca a cielo aperto: i suonatori rimasti vanno ognuno con il suo ritmo (rigorosamente a 150-200 battiti al minuto), la gente all’interno balla e si dimena stile tunz tunz e lui, il nostro amico turista, finalmente si sente a casa.
    Un attimo, ora che rileggo il tutto mi viene in mente una cosa. Vuoi che la colpa è la nostra? Il turista nostro amico è arrivato perché allettato da quello che altri turisti gli hanno detto o perché ha letto in giro per la rete che il Salento è uno sballo! Arrivato qui ha trovato zero informazioni sulla storia e la cultura del Salento, la Notte della Taranta (con le sue politiche pro-casino), i venditori di tamburelli cinesi e tanti salentini che fanno bordello…
    Azz, mi sa che alla fine la colpa, in fondo in fondo, è anche un po’ la nostra…

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