Tiesire, tiesilla… preghiere invocazioni filastrocche

 

TIESIRE TIESILLA, CONCEPATO E CONCEPILLA

 

di Paolo Vincenti

“Matonna mia te la Cutura/ quantu è bella la tua ficura/ Famme turmire,/ famme ripusare,/ se nc’è bisognu/ famme ddisciatare/”.

Una splendida Madonna della Coltura, amata protettrice di Parabita, campeggia sulla copertina di questo libro, “Tiesire, tiesilla… preghiere invocazioni filastrocche”, di Anna Piccino e Ortensio Seclì,  edito dal Laboratorio, di Aldo D’Antico, nella collana di studi e ricerche “La Meridiana” (2007). E parabitani doc sono i curatori del libro stesso: Anna Piccino è la coordinatrice del Centro di Solidarietà “Madonna della Coltura” di Parabita, che ha voluto questa pubblicazione; Ortensio Seclì, promotore dell’associazione culturale “Progetto Parabita” è un conosciuto ed apprezzato studioso, impegnato da molti anni sul fronte della ricerca e della divulgazione storica, autore di numerose pubblicazioni tutte puntualmente accompagnate da una discreta fortuna critica oltrechè da un notevole successo di pubblico.

Come si può vedere, la Madonna della Coltura ricorre spesso in questa pubblicazione, e sotto i suoi buoni auspici nasce il libro di Seclì e Piccinno, che si è scelto di pubblicare proprio nei giorni della festa della Patrona parabitana, protettrice degli agricoltori. 

Il libro è una gustosa raccolta di preghiere ed invocazioni sacre che fanno parte di quel patrimonio straordinario che sono le tradizioni religiose del nostro popolo salentino.

Un volume preziosissimo, dunque, non solo per lo scavo storico, antropologico e linguistico che è stato condotto dai suoi attenti curatori, ma anche perché ci consegna uno spaccato della vita e delle abitudini della società contadina dei secoli scorsi, che si esprime, vibrante e pregno di significati, nelle filastrocche, nei modi di dire, nelle invocazioni al Signore, alla Madonna e ai Santi di volta in volta interpellati. 

Questo sostrato di cultura popolare è  custodito gelosamente nell’archivio memoriale di quei vecchi parabitani che sono stati consultati dai curatori del libro; dalla viva voce di questi vecchi parabitani,  Seclì e Piccinno hanno appreso molta parte di queste preghiere ed invocazioni che, affidate soltanto alla trasmissione orale, rischiavano di scomparire per sempre, se non fossero state messe per iscritto dai nostri ricercatori, con la riposta ambizione di affidarle alle generazioni successive. Il libro reca una  Introduzione di Padre Francesco La Vecchia, Superiore dei Domenicani di Parabita, che officiano il sacro tempio della Basilica Santuario Madonna della Coltura, e una Prefazione dell’editore Aldo D’Antico.

Padre Francesco La Vecchia, a proposito di questa raccolta, scrive: “Non è solo archeologia letteraria. Non si tratta di sentimentalismo, buonista e provinciale. E’ preghiera. Si tratta di vita, di storia, di sofferenza, di speranza. Si tratta di Dio. Si tratta dell’uomo.” 

Tanto più prezioso quindi, questo libro, come testimonianza ancora viva ed accorata, nostalgica forse, ma precisa e puntuale, del tempo che fu, se si pensa che quel passato  è destinato a perdersi per sempre con la scomparsa dei suoi ultimi testimoni. “Salve Recina, matre ‘ndolurata/ a tie è raccomandata/ ‘st’arma mia./  Diu me tà confortu/ finu all’urtima agonia/ Evviva l’Addolorata, / la matre mia./” .

O ancora, “O patarnosciu te la misericordia/ t’ogni cristianu te vene a salutare/ e de lu così in cielu mai se scorda/ pè domine te lu patre generale./ O fiat voluntas tua, jeu su’ ‘rrivatu/ ca ci te piace me faci trasire./ Lu nome tua è cusì bellu/ pe dittu te lu Giutice sovranu/ an terra pane nosciu quotidianu”. Straordinario è, da parte delle classi più povere, il modo di appropriarsi delle preghiere in latino, delle formule enfaticamente pronunciate dai sacerdoti durante la celebrazione della messa, quelle frasi da sempre appannaggio delle classi più ambienti (chè solo una sparuta minoranza, a quei tempi, aveva accesso alla cultura) e di trasformarle, di rielaborale, ricodificandole e a volte risemantizzandole a proprio uso e consumo.

Ecco allora che, dall’impasto di quelle espressioni alte e difficili con la lingua de lu tata, ossia il dialetto, l’unica conosciuta dagli analfabeti contadini del secolo scorso, nascevano forme vocazionali del tutto nuove ed originali dal punto di vista linguistico, alcune del tutto incomprensibili ( emblematico  è l’esempio di tiesire tie silla, corruzione dialettale dal “Dies irae dies illa” , che è stato usato come titolo della raccolta) che suscitano l’ilarità del lettore di oggi, per quelle espressioni così strane, comunemente accomunate sotto la formula di “latino maccheronico”. “Spiritu Santu illuminatore/illumina mie lu peccatore/ illumina mie la peccatrice/ Spiritu Santu consolatrice/”. 

Ma proprio questo latino, il latino dei poveri, degli analfabeti, ha contribuito, secondo noi,  ad accrescere la devozione del popolo e la fede verso il divino, perché ciascuno dava a quelle formule astruse la propria personale interpretazione che, a volte, determinava un accrescimento di senso, ossia, anche se può sembrare un paradosso, un innalzamento del significato attraverso un abbassamento del significante. 

Il materiale raccolto è stato diviso in alcune categorie definite a secondo del loro contenuto, e cioè: preghiere a Maria, preghiere ai Santi, preghiere alla Trinità, preghiere varie e filastrocche.

Scrive Aldo D’Antico: “questo lavoro ha il pregio di porsi, nel nostro territorio, non tanto come un accademico lavoro di semplice ricerca scolastica, esaustivo e completo, ma come uno strumento promozionale, con l’obbiettivo di stimolare quanti hanno la possibilità di farlo a continuare un’opera di raccolta e di schedatura, che al di là e al di sopra del pur importante messaggio ideale, rappresenta il meglio della nostra cultura di appartenenza”.

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