Albicocche e Templari nel Salento

I Cavalieri Templari hanno portato l’albicocca nel Salento leccese

di Antonio Bruno

A Galatone nel Salento leccese, si coltivava una varietà di albicocca che si dice sia antica al punto che, agricoltori molto anziani, ricordano che già ai tempi della loro infanzia questa coltura era molto diffusa sia come alberi isolati ma anche come veri e propri frutteti specializzati.

Vediamo di fare due conti, un agricoltore molto anziano oggi avrebbe 80 anni e sarebbe nato nel 1930. Quindi ai primi del secolo scorso c’era una varietà di albicocca diffusissima nei territori di Galatone, Nardo’, Seclì e Sannicola, tutti paesi del Salento leccese.
Certo è che, l’albicocco Prunus armeniaca L. ( = Armeniaca vulgaris Lam.), per i botanici ebbe come luogo di origine l’Armenia che è una zona compresa tra l’Iran, la Turchia e che va sino al Caucaso, terra di passaggio tra Oriente e Occidente, luogo d’incontro tra le culture delle persone umane sin dai tempi più antichi.

Questo porta a individuare la zona d’origine dell’albicocca molto più a Oriente ovvero nella misteriosa Cina. La conferma viene dal ritrovamento di molti esemplari spontanei in Manciuria, nel deserto dei Gobi e nell’Asia centrale. I cinesi scrivono dell’albicocco nel 2200 avanti Cristo quando l’imperatore Yu della dinastia cinese della Hsa scriveva che numerosi Sing (albicocchi) crescevano su talune colline cinesi.

L’albicocco non è citato nella Bibbia, non ne scrive Omero e tanto meno Teofrasto. Nelle fonti antiche si nota una certa confusione tra pesche, prugne ed albicocche e quindi è molto difficile risalire all’introduzione della coltura dell’albicocco nel Mediterraneo.

Plinio le mette tra le prugne e dice che alcune, provengono dall’estero (“armene”) e le raccomanda per il profumo. Columella scrive della gradevolezza dell’armeniacae e indica i giorni in cui si possono innestare insieme ad altri alberi. Poi, quando Columella deve scrivere della fioritura, afferma che il primo a fiorire è il mandorlo, subito dopo armeniacae che è tra gli alberi che fioriscono per primi e descrive il tempo di maturazione dei frutti ricordando “le armene cerate si raccolgono quando maturano le prugne di Damasco, e le pesche a piccolo frutto che la Gallia ci ha donato, a differenza delle asiatiche che coi freddi maturano”.

Insomma nel mondo antico non ci sono fonti certe che descrivono l’albicocca e, probabilmente, ciò accade perchè questo albero non era molto diffuso in Europa.

Gli Arabi premettendo il prefisso Al diedero il nome al barquq: Al-barquq questo termine poi si trasformò in albicocco!

Secondo lo storico francese Jacques Le Goff  l’unica utilità dei Cavalieri Templari è stata l’introduzione su larga scala in Europa dell’albicocca e, questo fatto fa pensare che questo albero si sia diffuso in Italia in epoca medievale.

In conclusione nel territorio dei Comuni di Galatone, Nardò, Seclì e Sannicola del Salento leccese, con ogni probabilità si coltiva una varietà di albicocca, che è stata portata qui dai Cavalieri Templari che, nel Salento leccese, erano presentissimi a Lecce, nella chiesa di Santa Maria del Tempio, in Via dei Templari. Essa sorgeva nella via che da piazza Sant’Oronzo porta alla chiesa di Santa Croce:via chiamata oggi appunto via dei Templari.

E’ storicamente accertato che, con l’avvio delle inquisizioni ai danni dei Templari il 25 marzo 1308, Letizio de Inorocato, giudice di Lecce, e Goffredo de Ysaya, notaio, in esecuzione degli ordini ricevuti da Roberto d’Angiò, redigevano l’inventario dei beni che la domus templare di Lecce possedeva oltre che nel territorio della città anche nella pertinenza di Otranto.

Tornando ai giorni nostri l’albicocca di Galatone è una varietà precoce, ha il frutto di dimensioni molto piccole, insomma è grande quanto una noce; con un bel colore che sfuma dal giallo chiaro al rosa tenue e con piccole screziature più scure presso l’attacco del peduncolo.

Il frutto è caratterizzato da un profumo intenso e, se lo assaggi, ha un un sapore molto dolce. Infatti la polpa è ricca di acqua e liquidi , non è un frutto che mantiene la sua consistenza mentre si mangia, bensì si sfalda appunto trasformandosi in parte in un liquido squisito.
L’albicocca di Galatone fruttifica dopo tre anni e vive a lungo, in quanto pur non raggiungendo dimensioni notevoli, può fruttificare per cinquanta e più anni.

Si raccoglie fine maggio e nel mese di giugno e nell’Atlante dei prodotti tipici agroalimentare di Puglia – Assessorato Risorse Agroalimentari si legge che ha i seguenti contenuti:

Parte edibile 100%, Acqua 86%, Proteine 0,4%, Grassi 0,1 %, Carboidrati 6,8, Fibra 0,8; Totale Valore Energetico 28 Kcal.

Vi è la presenza di impianti ed alberi isolati di età quasi secolare nelle “zone” Madonna delle Grazie, Cappuccini, Piterta, Pinnella, Delfini, Zamboi.

Pare che sia davvero squisita la torta di arnacocche (così chiamano a Galatone le albicocche); invece a Montalbano Jonico, nell’odierna provincia di Matera che fu parte del Salento perchè la Terra d’Otranto si estendeva sino a quelle terre, sul frutto di albicocca appena colto ci sono le tracce della sharka, un virus, la terribile malattia delle drupacee pesca, albicocca e susina. Te ne accorgi subito perchè puoi vedere dei rialzi biancastri lungo la buccia esterna, a evidenziarne l’aspetto spugnoso, e poi, all’interno del frutto spaccato di netto, puoi scorgere le macchie biancastre sul nocciolo.

Nel Salento leccese non c’è questo virus, ma bisogna vigilare, perchè ti ricordo che se hai intenzione di produrre l’Albicocca di Galatone per poi venderla ci vogliono 15.000 euro solo per ferri e plastica per una serra di un ettaro di albicocca di Galatone dolce e gustosa, e bisogna aspettare circa tre anni, per iniziare a raccogliere. Solo che devi stare attento perchè dalle parti di Metaponto c’è, come dice Enzo Palazzo, un compratore perfido, distruttivo e avido, la sharka, che potrebbe chiedere il conto della tua fatica e di quella degli altri giovani che stanno pensando all’albicocca di Galatone come un possibile nuovo ma antico prodotto tipico del Salento leccese.

L’Albicocca di Galatone insieme ai prodotti tipici del Salento leccese sarà presente dal 24 al 27 giugno 2010 a Zollino per l’iniziativa dell’Università del Salento http://www.biotecnologie.unile.it/docenti/debellis/ , CICC Centro Internazionale di Cooperazione Culturale http://web-cicc.org/ e Comune di Zollino http://www.comune.zollino.le.it/ sulla Biodiversità nel Salento leccese nella Fiera di San Giovanni.

Bibliografia
Michele Borgongino: Archeobotanica: reperti vegetali da Pompei e dal territorio vesuviano
J. Le Goff: Das alte Europe und die Welt der moderne, Munchen 1996 pag 77
Aa.Vv Cibi e Sapori MANN pag 18
H.BECKH: Geoponica Sive Cassini Bassi scolastici De Re Rustica Eclogae Lipsia 1895
Forte: L’Albicocco Bologna 1971
Prodotti Agroalimentari Tradizionali pugliesi riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, su proposta della Regione Puglia [1] sono i seguenti, aggiornati al 5 giugno 2009, data dell’ultima revisione dei P.A.T.: http://www.biotipicipuglia.it/FCKeditor/UserFiles/File/settima_revisione.pdf
Atlante dei prodotti tipici agroalimentare di Puglia – Assessorato Risorse Agroalimentari
Progetto TRIANET: Reti di Centri Servizi per il Turismo rurale integrato alternativo
Enzo Palazzo: Montalbano Jonico il virus della Sharka minaccia i frutteti – La Gazzetta del Mezzoggiorno del 10 giugno 2010

2 Commenti a Albicocche e Templari nel Salento

  1. in un cenacolo tenuto a felline dal preside ennio ciriolo ,si parlava dei giardini intra ed extra moenia che vi erano nei secoli scorsi ad alliste e felline ,il denominatore comune di tutti questi giardini era il numero elevato di alberi di crisommole .giunto a casa mi misi alla ricerca di questo frutto,e scopri’ che era una varieta’ di albicocche molto pregiata,molto grossa e profumata dal colore giallo con sfumature rosee dalla polpa non aderente al nocciolo,detta anche mela d’oro dal greco”krysos+melon”. questa varieta’ oggi si coltiva nella zona di sorrento e continua ad essere molto pregiata,

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