Vita da Marinai. Un naufragio a Gallipoli nel 1707

Vita da Marinai

Il naufragio della tartana nominata “Ecce Homo e Santo Stefano

di Antonio Faita

Nei secoli, leggende di frontiera, navi fantasma, vascelli abbandonati, naufragi spettacolari, disastri navali di particolare ingenza, hanno avuto un grande fascino sull’immaginario collettivo, ognuno dotato di una propria storia. Naturalmente gli eventi metereologici detengono il record assoluto dei disastri navali: venti, uragani, tempeste improvvise, banchi di nebbia, sono in grado di rendere la navigazione estremamente pericolosa. Non ultimo il fuori rotta causato dai venti che può trascinare le imbarcazioni contro le secche, la costa o gli scogli rendendo impossibile riguadagnare il largo.  E’ ciò che avvenne ai marinai e componenti la ciurma della tartana[1] nominata “Ecce Homo e Santo Stefano” del Padrone Agostino Castagnino di Genova:

Il 5 novembre 1707 in Gallipoli, presso il notaio Carlo Megha[2] e alla presenza dei testimoni, il chierico Gaetano Buillo e Pietro Adamo si presentarono Domenico Costa, Giuseppe Ramundo, Giovanni Costa e Blasio Cusettola di Napoli, scrivano e marinai della tartana nominata “Ecce Homo e Santo Stefano” del Padrone Agostino Castagnino di Genova, presente in Gallipoli. Essi affermarono, che il Padron Castagnino, con la sua tartana, si trovava a Venezia per caricare 40 casse d’azzari[3], per conto del signor Giacomo Tomasi (come risultava anche dalla bolla di carico), per condurle e scaricarle al porto di Livorno.

Inoltre asserirono che furono caricate, per conto del padrone Castagnino, nove casse di lastre ed un caratello[4] d’ottoni. Il 4 settembre, “avuto” il buon tempo, salparono da Venezia facendo vela per Ancona dove giunsero il 28 settembre e dove in sei giorni caricarono 300.000 pezzi di zolfo “…per conto di chi appare nelle polizze di carico…”, da condurre a Livorno.

Per via della bonaccia, dovettero però sostare fino a quando non si alzò il vento, e ciò avvenne il 15 ottobre. La tartana, salpata l’ancora e issate le vele, fece rotta verso le Tremiti, dove giunse e rimase ferma per un giorno e una notte aspettando nuovamente il vento favorevole.

La mattina successiva, date le vele al vento, si navigò sino al porto di Trani nel quale giunse il 18 ottobre, rimanendovi per due giorni e ripartendo il 20 alla volta di Livorno. Venerdì 21, alle ore 16, navigarono con il buon tempo e il vento a favore, raggiungendo il mare di Leuca e, nella notte alle ore 2, la tartana ed il suo equipaggio erano nel mezzo del Golfo di Taranto. Il vento però cambiò in “…scirocco levante e immediatamente si turbò con densa oscurità con vento burrascoso…”. Incominciò a piovere e sotto una pioggia battente per ben quattro ore continue, “…navigarono alla trinca…”[5], ma non potendo più resistere al forte vento e al mare impetuoso, fu necessario virare di bordo facendo nuovamente rotta per Leuca.

Per non rischiare di affondare, si decise all’unanimità di buttare delle “robe” in mare per alleggerire la tartana, ciò che permise di resistere alla forza del mare per altre cinque ore. Poichè il mare s’ingrossava ancora di più, si decise nuovamente di alleggerire il carico, per cui la tartana, pur essendo rimasta con due soli trevi,[6] navigò più veloce  alla ricerca di una rada, ma per via dell’oscurità del maltempo a due ore del giorno non si riusciva a vedere nessuna costa.

All’alba del sabato 22 ottobre, si trovarono nelle secche della Torre di Morciano[7] a tre miglia di distanza dalla terra. La tartana, naufragata con le restanti mercanzie, fu ridotta a pezzi e, per “Divina Misericordia”, tutto l’equipaggio e il Padrone Castagnino ebbero la vita in salvo. Nuotando e “ignudi”, giunsero sotto la suddetta Torre e, una volta a riva, cercavano di recuperare velocemente tutto ciò che il mare portava: “…dalle robe, alle vele, alberi, antenne, sartiami[8] e pezzi di legname di detta tartiana…”, come anche furono recuperate alcune casse dei marinai che, con l’aiuto del Caporale, custode della Torre ed altre persone, furono trasportate fin sopra la detta Torre.

Qui furono aperte le casse e in una di quelle, appartenente allo scrivano Domenico Costa, vi erano “…sessanta zacchini cinque doppie cioè una di quattro ed una semplice, undici crucioni, due anelli d’oro, e da carlini venti in circa di moneta del Regno e canne cinque di panno scarlato di color torchino ed una cappa di color caffè ed altre robbe…”.

La cassa, fu presa in custodia dal Caporale e nascosta nella stessa torre ma, dopo quattro giorni, la cassa fu trovata aperta e scassinata, senza le monete e le robe. La cappa di panno fu trovata nascosta, sotto il letto del Caporale invece la borsa, con le monete e gli anelli, era nascosta sotto alcune pietre all’interno della torre per cui,  per il Caporale, seguì la carcerazione su ordine di Angelo Milera, Almirante[9] sostituto.

A confermare tale episodio, alla presenza dell’Almirante e di altri testimoni, fu il compagno del Caporale che, con giuramento, sostenne: “…la cassa al lido fu trovata dal Caporale, e con i propri occhi lo vidde quando scassò la detta cassa e quando andava a nascondendo le robbe che erano dentro di quella…”.

Ciò venne riferito al signor Regente dell’Ufficio Regio e al Mastro Portolano di Taranto, i quali, su tale informazione, confermarono il carcere per il Caporale suddetto presso le Regie carceri della città di Gallipoli. Intanto lo sfortunato Padrone Castagnino doveva preoccuparsi di rcuperare il recuperabile, di rimpiazzare in qualche modo la merce e risarcire i proprietari del carico che trasportava. Per fare ciò si era recato a Gallipoli, città con spiccate caratteristiche mercantili, in cui si concentravano gli interessi amministrativi, le istituzioni religiose, gli esponenti del patriziato e della nobiltà provinciale, di mercanti stranieri, di consoli e capitani di navi. Qui poteva trovare acquirenti e persone disposte ad aiutarlo. Sostenuto e consigliato dal suo scrivano e su procura dello stesso come responsabile delle merci e della contabilità, si presentò il 4 novembre, davanti al notaio Carlo Megha[10] e promise di adoperarsi per recuperare ciò che era stato “buttato” fuori dalla tartana: alberi, antenne, vele, ancore, sartiami e armeggi; si impegnò anche a recuperare le sue nove casse di lastre e un barile di ottoni.

Recuperata la merce, quella doveva essere venduta e il ricavato suddiviso :“…coll’interesse per una porzione di Detto Domenico Costa, una porzione di Antonio del Cuvera, una porzione del signor Vincenzo Bianco, ed una porzione delli signori D. Giovanni Sapienza e Vincenzo del Casco e altre robe e denari di detto Domenico Costa…”.

Nel frattempo, il Padrone Castagnino, con l’aiuto di due “sammuttatori”[11], Tommaso Scrasia di Gallipoli e Cristoforo Catanese di Giuliano[12], “…esperti e di stare sotto fondo…”, recuperò una parte delle robe e queste, trasportate a Gallipoli.

Con un successivo atto sempre rogato dal notaio Carlo Megha[13] in data 13 dicembre, il Padrone Castagnino stipulò una vendita con il Padrone Lorenzo Bronelli di Malta, presente in Gallipoli, al quale vendette e consegnò le seguenti “…robbe: In primis quattro ancore, due marre[14], due cannoni di ferro, una tromba, un argano, sette moschetti con le casse fragassate, cinque sciable innegirite ordinarie[15], due pennoni di gabbia, una Gumena[16] rotta in più parti; Diversi capi rotti con alcuni bozzelli[17]…”;  Di tutto ciò, fu convenuto il prezzo di settanta ducati in moneta del Regno in base all’apprezzo di persone esperte.Alla presenza dei testimoni, il Dottor Fisico Giuseppe Vito Orlandino e il notaio Nicola Ferraro entrambi di Gallipoli, il Padrone Castagnino ricevette dal Padrone Lorenzo Bronello i settanta ducati, “…d’argento di giusto peso e valore usuale di questo Regno…”, il quale rimase contento e soddisfatto.

A questo punto, alla presenza dei su citati testimoni, e del Signor Pietro Adamo Vice Console di Genova, il Padrone Angelo Castagnino consegnò il denaro al Vice Console per poterlo tenere in custodia, come forma di garanzia e di restituirlo “…quando verrà e sarà ordinato per la Reverenda Camera della Summaria…”[18].

Nello stesso giorno, venne rogato un ulteriore atto[19], sempre alla presenza dei sopracitati testimoni e del Vice Console genovese,  davanti ai quali si presentarono i due “sammuttatori”, Tommaso Scrasia e Cristofaro Catanese, i quali dichiararono a loro volta di essere rimasti soddisfatti per aver ricevuto quanto di loro spettanza nel rispetto dell’accordo che avevano sottoscritto lo stesso 4 novembre. I termini di tale accordo li apprendiamo dalla loro stessa dichiarazione. Sostennero infatti che il Padrone Catagnino aveva loro chiesto di recuperare “…le casse d’azzari, lastre, barile d’ottoni e stoffe…”, ma che loro, siccome dove avvenne il naufragio della tartana, era un luogo pericoloso e rischioso anche per la propria vita, e tanto più  perché era inverno, avevano rinunciato. Denunciarono quindi, che a nulla però valse il loro rifiuto dato che furono poi costretti dallo stesso Padrone Castagnino e dal Vice Console ad andare a recuperare la merce. I due “sammuttatori” per recarsi sul luogo del naufragio e recuperare la merce pretesero allora ed ottennero a loro appannaggio la terza parte di quello che avrebbero recuperato.

Così si diede inizio al faticoso e pericoloso recupero delle merci. Ad una profondità di “…passi sei e mezzo…” (intorno ai 10 mt.) era adagiato sul fondo il corpo della tartana sfasciata in tanti pezzi. Con molta fatica e pericolo,  furono recuperate: “…casse numero trenta due sane d’azzari e una cassa sfracassata d’azzari di cantara tre in circa, un barile d’ottoni di diverse sorti; Due casse di lastre le quali come vennero rotte solo oggi una colle lastre sane  é esiste e piena;  non havendosi possuto pescare altro delli pani di zolfo, quale tutto stà liquefatto in arena; e la puzza concausata nell’acqua detto zolfo non dà luoco alla pesca dell’azzari dispersi; e fuori delle casse e ne meno delle casse sette  di lastre disse detto padrone mancanti, quali sin dal principio della pesca hanno visti al fondo li vetri di quella in minimi pezzi..”. [20]       


[1] Cfr, NICCOLI Alessandro, “Dizionario della lingua italiana”, Ed. Spada, Ciampino, 1986, p.1049: La tartana è un’imbarcazione a vela, utilizzata per pesca e cabotaggio nel Mediterraneo, dotata di un unico albero a calcese con vela latina alle volte affiancata da un fiocco;

[2] ASLecce, Notaio Carlo Megha, coll. 40/13, Gallipoli, protocollo anno 1707 “In Dei nomine amen”, ff. 260/r-267/v;

[3] Cfr, NICCOLI Alessandro, “Dizionario della lingua italiana”, p.514: Azzarolo o azzeruolo, dallo spagnolo acerolo. Nome comune usato per indicare la specie di pianta Crataegus azarolus, detto anche lazzeruolo. Si tratta di un piccolo albero dal portamento cespuglioso originario dell’Asia occidentale e dell’Europa mediterranea, coltivato (anche in Africa e America) per i suoi frutti eduli. I frutti (azzeruole), che maturano in settembre, sono globosi oppure ellissoidali o piriformi, grossi come ciliegie, dal color rosso carminio e contengono una polpa giallastra, croccante, profumata, dolce, contenente 3-4 piccoli semi;

[4] Ibidem, p. 152: Piccolo recipiente di legno a forma di botte per vini pregiati e liquori. Oppure, per conservare prodotti coloniali, pesce salato e simili;

[5] Ibidem, p.1097: Nome di alcuni tipi di legatura impiegati per assicurare oggetti mobili a parti stabili della nave;

[6] Nella tempesta si usava una vela quadra (trevo), inferita sopra una verga di fortuna. (da wikipedia.it);

[7] Attuale Torre Vado, è una delle numerose torri di avvistamento costiere fatte costruire nel XVI secolo da Carlo V per difendere il territorio salentino dalle invasiononi dei pirati Saraceni. Marina di Torre Vado è una frazione del comune di Morciano di Leuca in provincia di Lecce. Situata nel basso Salento, a poca distanza da Santa Maria di Leuca. (da wikipedia.it);

[8] Cfr, NICCOLI Alessandro, “Dizionario della lingua italiana”, p.884: È’ l’insieme delle sartie e degli stralli che reggono l’albero. Sartia: cavo disposto lateralmente che serve a fissare gli alberi nelle imbarcazioni a vela. Il termine è normalmente usato al plurale: si chiamano sartie maggiori quelle corrispondenti ai tronchi maggiori degli alberi di maestra, trinchetto e mezzana e sartie minori quelle corrispondenti alle gabbie e agli alberetti dai quali prendono il nome;

[9] Almirante = Ammiraglio

[10]  ASLecce, Notaio Carlo Megha, coll. 40/13, Gallipoli, protocollo anno 1707 “In Dei nomine amen”, ff. 259/r-260/v;

[11] Trad.: Sammuttare (o sambuttare) = immergere;

[12]Giulianodi Lecce è, insieme a Santa Maria di Leuca e Salignano, una delle frazione del comune di Castrignano del Capo, in provincia di Lecce, (da wikipedia.it);

[13] ASLecce, Notaio Carlo Megha, coll. 40/13, Gallipoli, protocollo anno 1707 “In Dei nomine amen”, ff. 307/v-309/r;

[14] Marra: Parte dell’ancora, in funzione della tipo, atta a penetrare nel fondo, (da wikipedia.it);

[15] Trad.: Sciabole ordinarie arrugginite

[16] Cfr, NICCOLI Alessandro, “Dizionario della lingua italiana”, p.404: Gomena: dall’arabo gume, tramite il veneto gómena. In marina, cavo torticcio in canapa con circonferenza fra 50 e64 cm, impiegato in passato per l’ormeggio all’ancora, quando non erano in uso;

[17] Cfr, NICCOLI Alessandro, “Dizionario della lingua italiana”, p.122, Bozzello: Nome generico dei diversi tipi di carrucole usate in marina, generalmente costituite di una cassa di legno o di metallo, di forma ovoidale schiacciata e alloggiante una o più pulegge con gola, munita di stroppo di cavo o di staffa metallica per sospenderla;

[18]La Regia Camera della Sommaria (14441806) fu un organo amministrativo, giurisdizionale e consultivo dell’antico regime aragonese operante nel Regno di Napoli. Esaminava i conti del Regio Tesoro, dei Ricevitori Provinciali e di tutti gli altri funzionari ai quali era affidato denaro pubblico, i rendiconti dei pubblici amministratori, i conti relativi alle imposizioni fiscali delle universitates. (da wikipedia.it);

[19] ASLecce, Notaio Carlo Megha, coll. 40/13, Gallipoli, protocollo anno 1707 “In Dei nomine amen”, ff. 309/r-311/r;

[20] Un sentito ringraziamento all’amico Luciano Antonazzo per la sua continua collaborazione-

pubblicato su Anxa, anno VIII-2010, nov.dic., nn. 11/12.

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