Seclì, 19 luglio 1739: festività di S. Antonio. Botte da orbi tra Galatonesi e Seclioti


di Marcello Gaballo

Più volte ho avuto modo di riferire su fatti e cronache di qualche secolo fa, che il solito prodigo Archivio di Stato di Lecce ci propone nello spoglio degli atti notarili in esso conservati. Buona parte di questi generalmente tratta di compravendite, concessioni, donazioni e altri rogiti più o meno interessanti, ma di uno sono rimasto particolarmente colpito, se non altro per la sua originalità.

Mi piace raccontarlo, perché è giusto che si abbia modo, come lo è stato per me, di riflettere su come i tempi cambino, ma il carattere e i vizi umani restino sempre, anche se adeguati ai costumi dell’epoca in cui si vive.

La vicenda si svolge dunque a Seclì nel 1739, in occasione della festa di S. Antonio (la “festa cranne”, per distinguerla dalla “piccinna” del 13 giugno, come ancora si pratica)  per la quale erano “a tal’ effetto concorse diverse persone di Galatone e di altri luoghi convicini”, tra cui un tal Carmine d’Amici di Aradeo e Giuseppe Donadei di Neviano.

Seclì, prospetto principale del palazzo ducale realizzato dai D’Amato

I due dichiarano di fronte al notaio di aver assistito personalmente “che in detto giorno, a circa l’ore venti una, si attaccò fra alcune persone cittadine di Seclì e di Galatone littigio avanti la porta di Seclì“.

L’occasione della lite nasceva dal fatto che alcuni galatonesi si erano opposti alla carcerazione di “un di loro concittadino di nome Marco Longo, come si pretendeva da quelli di Seclì”. Riusciti dunque a ottenerne la liberazione, pur con la viva opposizione dei Seclioti, ne nacque una rissa e nel pieno dei litigi “comparve il magnifico Carlo Guida di Galatone, che cavalcava una giumenta, il quale fattosi mezzo alla calca della gente che ivi era accorsa, fra quali anche esistevano Diego Carlucci di Seclì, che portava in mano un legno seu margiale, Diego Farlisci, il quale con una pietra grossa che afferrò da terra minacciava di tirare, senza che essi suddetti constituti avessero potuto indagare a chi, e Sigismondo Sizari di Seclì, il quale con una scialla in mano nuda faceva segno di dare”.

Il nobile a cavallo tentò inutilmente di sedare i rivoltosi e poco dopo lo si vide allontanarsi per andare nel paese a riferire al Duca, sperando che almeno quello riuscisse a quietare gli indomiti. Tornato tra la folla “che continuava a stare avanti la porta sudetta di Seclì” spese ancora qualche tentativo per componerla e quietarla.

Nel frattempo ecco “comparire dalla parte della chiesa di S. Antonio il magnifico Giuseppe Arnesano, che anche andava a cavallo, e nell’approssimarsi verso la porta di Seclì, se gli fece avanti molta della gente di Galatone che aveva procurato la libertà del detto Longo”.

Seclì, la chiesa “vecchia”, restaurata di recente

Il signorotto, fattosi avanti, “posto mano a una voglina (scudiscio) scaricò più colpi con quella sopra diverse persone di Galatone, sgridandogli d’imprudenti e malandrini, ed incaricandogli la quiete“.

Ottenuta un po’ di calma l’Arnesano si ritrasse poco lontano col notaio Orazio Latini e conversò a lungo, quindi tornò tra i facinorosi e riprese a dare scudisciate con la stessa “voglina”, ottenendo finalmente quiete.

Lo stesso giorno, sempre di fronte al medesimo notaio, altra dichiarazione di due aradeini, Antonio e Nicola Blaco, che attestano di essersi recati la Domenica precedente, 19 luglio, “a visitare la chiesa di S. Antonio extra moenia di Seclì, dove si solennizzava la festività del medesimo Santo”.

Antonio stava sulla terrazza di don Francesco Stifani, “vicino la porta della terra di Seclì”, e Nicola davanti alla casa di Donato Calò, “anche vicino la porta sudetta”, quando “intesero grida e rumori avanti la riferita porta, occasionati, per quanto intesero, da persone di Seclì e Galatone per la carcerazione intendevano fare detti di Seclì, e che se gli contrastava da quelli di Galatone, di una persona sopranomata il Tignoso, fratello di mastro Filippo di Galatone”.

I due riferiscono i fatti già esposti, aggiungendo che i galatonesi si erano rivolti all’Arnesano per invocare la difesa di quanto reclamavano, cioè la liberazione del loro concittadino, senza tuttavia ottenere alcunché se non “più e più colpi di volpino, o sia vollina, che portava in mano”, oltre ad essere “caricate di parole e villanie come di bricconi”.

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