Totò

Quello che segue è un raccontino a cui chi scrive è molto affezionato, non perché sia questo scritto particolarmente degno o elegante (tutt’altro!) ma solo e soltanto per essere l’unico che non è andato perduto tra i tanti composti da ragazzo. Avevo appena terminato il primo anno di superiori, era d’estate, mia madre mi raccontò la breve storia terrena della primogenita della sua famiglia, della quale lei, nata seconda, porta il nome e il ricordo di quanto le venne riferito. Da quelle sue parole trassi appunto “Totò”, titolo ispirato dal nome del mio nonno materno, scomparso quand’io ero un bambino. Lo scrissi su un foglio da lettera – all’epoca non avevo ancora un computer – così come facevo ogni tanto in quegli anni quando qualcosa mi ispirava o quando mi innamoravo perdutamente di qualche ragazzina a cui poi, naturalmente, finivo per non spedire mai nulla. Di tutti quei fogli sono riuscito a conservare solo quello su cui avevo impresso a matita questa storiella, trascritta poi per caso in un documento word quando ebbi il mio primo pc, qualche anno dopo. Il file che lo conteneva è sopravvissuto incredibilmente a decine di virus informatici e a serie interminabili di formattazioni dei vari computer utilizzati nel corso del tempo, giungendo sano e salvo fino a oggi: ne concludo che era destinato o caparbiemente intenzionato ad essere condiviso un giorno con gli amici di Terra d’Otranto, così come venne scritto quell’estate, cioè con tutte le sue ingenuità e leggerezze, mantenute e preservate come nell’originale in quanto per chi scrive preziose sopra ogni cosa. Ai lettori l’invito finale a tollerarle con la generosità di cui son certamente capaci. 

 Pier Paolo Tarsi

Totò 

Di buona famiglia e lavoratore, raccolse la corda rossastra di terra, rossa nell’odore, la terra.

La sera si sforzava già di catturare la luce del tabacco ardente e stanco, legare la cassa al ferro della lambretta era un’operazione calma di boccate fumo e agrodolce senso di una fine.

I profili degli ulivi più in là, le pile di pietra sull’unica strada per il ritorno. Quel sud. Finiva un giorno di raccolta e la cassa era piena di stracci e di legumi buoni per sua moglie, quella santa donna che stava per dare alla luce il primo figlio di Totò.

Si andò e il suono del ciclomotore si sparse intorno, respinto a tratti dai muri in pietra che delimitavano un fondo da un altro, un fondo dalla strada, così fino alla principale e da lì lontano per casa.

Nel cortile spense la lambretta presa da poco, slegò la cassa e con questa nelle braccia venne dentro. L’aria era calda e corposa, nel camino un fuoco s’addormentava ed accanto la donna dormiva in una sedia.

Scenario consueto ormai da tempo, Totò poggiò la cassa, si avvicinò a lei senza far rumore e allungando un braccio prese la pignatta dal camino, si sistemò lì vicino e ne mangiò lentamente il contenuto.

Lo sguardo oscillava dal cibo alla donna. Quella gravidanza l’aveva indebolita e abbellita, dalla donna al cibo. Un fiasco sempre là a portata di mano da tempo, la donna provvedeva a riempirlo di vino all’occorrenza. Totò prese un ceppo e lo fece ardere. Totò prese un ceppo e lo fece ardere. Finché fu avvolto anche egli dal tepore e dalle danze delle ombre.

Gli sembrò improvviso eppure paurosamente graduale il risveglio tra i di lei gemiti, scossoni sulle braccia indecise e frasi tutte uguali, era il momento.

Ricostruita violentemente l’identità capì che bisognava correre dalle vicine, da altre donne, da coloro che nei giorni passati guardavano il ventre gravido di sua moglie e parlavano di una femmina.

L’aria nuova, l’acqua e la sua voce furono una scoperta nel cortile e forse credette di immaginare tutto visto che una pioggia così non poteva essere. Le donne si affacciarono e corsero: bisognava andare a prendere la Mammana. Aghi pungenti le gocce sulla faccia, tra le difficoltà fangose, il faro della lambretta perdeva vigoria di fronte al muro rabbioso di quella pioggia che non poteva essere…spingeva quel mezzo Totò. La Mammana non c’era, un’altra anima aveva, per Dio, deciso di nascere in quell’infernale notte.

Tornò a casa piena di donne e di gemiti, ritornò, aspettò…la Mammana giunse…ritornò a casa piena di donne e di urla. Vecchia e bagnata l’ostetrica terminò ciò che le donne avevano iniziato e guardò quel piccolo corpo scuro che le mani esperte avevano ottenuto da un ventre di donna esausta.

Il cordone aveva soffocato la creatura, un parto assai difficile, la malasorte aveva fatto il resto.

Venne messa nelle braccia del padre mentre un monotono corteo di passi di donne grasse abbandonava la casa, Totò guardava tutti e non pensava a nulla, finché si accorse di essere rimasto solo.

Posò la creatura sul letto, accanto alla donna che dormiva profondamente.

Si avvicinò al camino, si sedette, era calmo.

Prese un ceppo e lo fece ardere. Del tempo trascorse, fumò e respirò caldo, così caldo fino a dormire.

Silenzio.

Con un fragore crescente tirò a sé gli stracci dalla cassa, li stese per terra e li coprì con i legumi che emanavano odore di secco.

Andò al letto e portò con se la creatura nell’altra stanza, la ripose nella cassa vuota e rossa di terra, era una femmina.

Dal cortile comune si andò lontano per il camposanto, al chiarore dell’alba nasceva una giornata primaverile.

Spense la lambretta presa da poco, chiamò e dal portone socchiuso s’affacciò il custode. In silenzio Totò consegnò la creatura, in silenzio l’altro accettò.

Si riprese uno straccio e guardò il portone richiudersi.

Legare la corda intorno alla cassa era un’operazione calma di boccate di fumo. Si andò.

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