Trifone Schettino e le acque reflue in agricoltura

 

Il Consorzio di Bonifica “Ugento e Li Foggi” garantisce la salute umana con le analisi di tipo ecotossicologico brevettate dal Prof. Trifone Schettino dell’Università del Salento
 

di Antonio Bruno

Al Convegno Internazionale del 3 giugno 2011 “i 100 laghi del Salento leccese” che si terrà presso il Palazzo dei Principi Gallone di Tricase ci sarà la relazione del Prof. Trifone Schettino dell’Università del Salento. L’attività scientifica del prof. T. Schettino è ben documentata da più di 100 pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali peer-review. E’ titolare del Brevetto “Metodo per la valutazione enzimatica della tossicità di matrici acquose ambientali”  Codice MI2008A00813 ; richiesta estensione internazionale  PCT . Abbiamo chiesto al prof. Schettino notizie sulle analisi da effettuare nel caso di utilizzo delle acque reflue in agricoltura.
 

Buongiorno, Prof. Schettino. E’ di estrema attualità la problematica del riutilizzo delle acque reflue a fini irrigui; cosa pensa lei della normativa vigente?
Fino ad oggi, in Italia, il riutilizzo irriguo delle acque reflue ha trovato solo un’applicazione sporadica e deve essere senz’altro incentivato. Si faciliterebbe così il conseguimento dei requisiti di qualità posti dalla normativa in vigore ai fini della tutela qualitativa e quantitativa delle risorse idriche. D’altra parte, l’irrigazione in generale e, in particolare, l’irrigazione di colture destinate alla produzione di alimenti per il consumo umano ed animale pone problematiche di tipo tossicologico e ambientale.

Intende dire che potrebbero esserci rischi per la salute umana?
La contaminazione degli alimenti rappresenta uno dei principali problemi nel settore agro-alimentare, sia per le conseguenze sulla salute pubblica sia per la vita merceologica dell’alimento stesso. A tal proposito, occorre considerare come ai fini del riutilizzo irriguo non costituisca una reale garanzia per la salute umana il mantenimento delle concentrazioni di elementi tossici entro limiti di sicurezza. Molteplici evidenze sperimentali mostrano come il solo approccio chimico-analitico non fornisca strumenti sufficienti per definire il rischio tossicologico.

La legge però è abbastanza chiara in proposito e fissa delle ben precise soglie di sicurezza per ciascun contaminante chimico che si possa ritrovare nell’ambiente. Rispettando la normativa vigente, perchè la salute pubblica dovrebbe essere a rischio?
Si pensi, ad esempio, all’impossibilità di determinare con le sole analisi chimiche l’effetto che una miscela di contaminanti può avere sugli organismi viventi. In altre parole, basse concentrazioni di determinati elementi chimici (ossia al di sotto dei valori soglia previsti dalle normative se considerati singolarmente) potrebbero dare vita ad una miscela altamente tossica quando presenti contemporaneamente in un corpo idrico (a causa di eventuali interazioni tra le singole sostanze – di tipo additivo, sinergico o antagonista) e il rischio diverrebbe elevato per la salute umana se tale corpo idrico fosse destinato a scopi irrigui.

Quale pensa che possa essere la soluzione di tale problema?
Il ricorso alle analisi di tipo ecotossicologico. Tale approccio fornisce un quadro complessivo e affidabile della matrice indagata. Testando campioni ambientali su organismi appartenenti a differenti livelli trofici (bioassay) o su semplici molecole biologiche (test che io insieme al mio gruppo abbiamo recentemente brevettato presso l’Università del Salento) è possibile valutare da un lato la frazione biodisponibile degli inquinanti, dall’altro eventuali fenomeni di sinergia e/o antagonismo tra sostanze diverse. Questo tipo di indagine non dovrebbe essere opzionale e neanche sostitutiva dei controlli chimico-fisico convenzionali, ma dovrebbe essere complementare, fino a portare al concetto innovativo di “analisi chimica guidata dal saggio biologico”.

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