Come ci inventiamo una cultura: il caso della Notte della Taranta. Parte seconda.

 

Distinzioni e chiarimenti sulle categorie e le esperienze del tipico, del tradizionale e del popolare: strumenti minimi per difendersi da stereotipi e clichè 

di Pier Paolo Tarsi

Il fatto che, passata l’estate, nel corso dell’anno la Pizzica scompaia quasi completamente dalle nostre vite (questione empirica incontestabile e salutare) significa qualcosa di ben più profondo di quello che si potrebbe credere a prima vista, significa, come mostreremo analiticamente, che questa non si può affatto considerare musica tipica salentina né musica popolare salentina e credere che tale sia per davvero significa solo confondere la rappresentazione generata dalle forze sociali –  la finzione auto-etero-rappresentativa ad uso turistico di un patrimonio culturale nella sua versione più semplificata di cui abbiamo detto  nella prima parte: http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/06/08/come-ci-inventiamo-una-cultura-il-caso-della-notte-della-taranta/– con il reale, il quale va cercato nella concretezza della vita e dei contesti esperienziali in cui questa si esprime, non nelle guide turistiche e negli spot pubblicitari confezionati dagli assessorati per il turismo.

Tutte le precisazioni che faremo potrebbero sembrare pedanti sottigliezze se non fossero, come intendiamo mostrare ai lettori che avranno la pazienza di non abbandonarci, agili strumenti euristici in grado di spiegare diverse esperienze comuni nell’incontro con varie manifestazione della nostra cultura. La percezione a livello intuitivo della confusione nel minestrone stereotipico tra “tradizionale”, “tipico”, “popolare” (categorie su cui cercheremo di fare chiarezza) spiega ad esempio perché tutti noi salentini abbiamo riso (quando non ci siamo indignati) del feticcio di tipicità incarnato (o meglio indossato, recitato affettatamente, stereo-tipicamente appunto) dalla graziosa salentina che ha partecipato ad una recente edizione del Grande Fratello. Questa signorina infatti si è presentata come una vera “femmina salentina”, donna “legata alla sua terra”, alle radici, inscenando questo attaccamento in un video che la vedeva in un campo a ballare la “pizzica” (per chi volesse proprio farsi del male, il video è reperibile qui: http://gossip.fanpage.it/grande-fratello-11-concorrenti-francesca-giaccari-salentina-doc-foto-e-video/). Il risultato non era solo una finzione per molti irritante e per tutti distante anni luce dalla realtà attuale, il risultato era soprattutto risibile e ridicolo, perché fondato e stereo-tipicamente sbilanciato interamente sulla semplificazione della rappresentazione ad uso turistico del Salento! Siamo insomma di fronte a un caso evidente e parossistico di auto-etero-rappresentazione estremamente irrealistica e ad un pasticcio categoriale del tradizionale, del tipico e del popolare per come ne facciamo esperienza nel quotidiano: sappiamo tutti infatti che nessuna “tipica” ragazza salentina – mentalmente in salute si intende – se ne va in giro scalza nei campi a ballare la pizzica raccogliendo fichi d’india!

Dovremo dotarci di alcuni strumenti di carattere logico-linguistico essenziali per trattare in modo adeguato le questioni che ci interressano.

Per cominciare, chiariamo che cosa significa propriamente “tipico” in senso antropologico.

La migliore definizione antropologica (migliore dal punto di vista logico e

Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. PRIMA PARTE.

Irene Mancini

di Irene Mancini

L’intervista è tratta dal libro I leccesi a Civita Castellana: storia di emigrazione e di tabacco, edito dalla Biblioteca Comunale di Civita Castellana nel 2008. L’autrice, Irene Manciniè nata a Civita Castellana. Vive e lavora a Viterbo, dove insegna sociologia e svolge il ruolo di operatrice sociale presso la casa circondariale. Si è laureata in Lettere alla Sapienza di Roma (Ndr.).

Premessa dell’autrice
Alfredo Romano è nato a Collemeto, una frazione di Galatina in provincia di Lecce, nel 1949. È arrivato con la sua famiglia a Civita Castellana nel 1965 per la lavorazione del tabacco. Dal 1970 dirige la biblioteca comunale ‘Enrico Minio’ di Civita Castellana. È autore di vari volumi (poesie, racconti, due romanzi, raccolte di tradizioni popolari salentine) e articoli su periodici nazionali e locali. Ispirandosi alla storia dei suoi paesani a Civita Castellana e ai temi della tradizione salentina, ha portato in scena degli spettacoli dove narra e canta accompagnandosi con la chitarra e il tamburello. Ha dato uno spettacolo anche a Roma, al mitico Folkstudio, e a Wholen, in Svizzera, per gli immigrati italiani. Negli incontri periodici con i ragazzi della scuola dell’obbligo, oltre al compito di far loro conoscere i servizi della biblioteca, li intrattiene con letture animate di poesie e racconti, nonché cantando delle filastrocche su testi di Gianni Rodari, che lui stesso ha messo in musica. Lo incontro diverse volte. Poter raccontare la sua storia lo appassiona. Mi aiuta a cercare tutto il materiale possibile sull’argomento, perché l’idea che qualcuno faccia conoscere le vicende della comunità salentina immigrata a Civita Castellana, gli sembra un lavoro molto importante per la memoria storica non solo dei salentini, ma anche dei civitonici [abitanti di Civita Castellana. Ndr.]. Partecipa all’intervista con manifesta sensibilità, passando dall’ironia alla malinconia, fino alla commozione.

Come si arrivava a Civita Castellana?

“In genere, come nel caso della mia famiglia, perché qualcuno c’era già stato, e, tornando una volta l’anno al paese natio, ti invogliava a partire. Fu gente di Collemeto emigrata a Civita alcuni anni prima a capacitare mia madre; mio padre invece era restio. E non gli si poteva dare torto, visto che emigrare a 52 anni, quanti ne aveva allora, non era cosa semplice. La verità è che papà da qualche tempo aveva perso il lavoro (commerciava in tufi da costruzione) e a casa si attraversava un momento difficile. Perciò Civita Castellana apparve come una soluzione. Ho saputo in seguito che a quei tempi ogni proprietario terriero usava sborsare circa 50 mila lire di premio a chiunque convincesse una famiglia salentina a migrare a Civita per lavorare nella propria azienda. Nel 1965 erano soldi! Per cui, chi ti sollecitava a partire aveva un qualche interesse

A proposito delle dune di Gallipoli

di Gianni Ferraris

Dopo la pubblicazione, venerdi 24 giugno, del comunicato stampa dell’ADOC (Associazione Difesa e Orientamento Consumatori) sullo sbancamento delle dune nei lidi gallipolini, abbiamo parlato con l’Avv. Alessandro Presicce, presidente dell’associazione stessa. Ovviamente non dubitiamo che tutto sia in perfetta regola per quanto riguarda concessioni,   autorizzazioni e gestione dei lidi stessi da parte di operatori che hanno a cuore, oltre che il business, anche l’ambiente che è il valore aggiunto maggiore del Salento. Così non pare essere invece.

 

“L’ADOC di cosa si occupa?”

“Intendiamo la tutela del consumo non solo come interventi sui prezzi, costi, risparmi, ma anche a livello esteso, in questo caso stiamo difendendo l’ambiente da sconsiderati attacchi che sconquassano un intero ecosistema”.

 

“Parliamone, cosa è successo nei lidi gallipolini?”

 “Una cosa gravissima, il cordone dunale della litoranea che va dallo stadio di Gallipoli a Punta Pizzo, creatosi nei millenni, è stato letteralmente spianato in alcuni lidi, per fortuna non in tutti. Erano dune molto consistenti ed importanti. Alll’interno delle concessioni le dune sono state sbancate  fino al muretto a secco che separa la spiaggia dalla strada litoranea. Ci tengo a sottolineare che questo muretto era stato costruito su pressioni di Legambiente per proteggere proprio la duna dalle auto e per impedire anche il passaggio pedonale indiscriminato. Ora i  colpevoli dello scempio forse  hanno interpretato il muretto stesso come confine di quanto in loro possesso”

 

“Nel vostro comunicato dite che questi lavori sono stati fatti di notte”

 “E’ molto probabile, la cosa è avvenuta a  ridosso della stagione estiva. Di notte con tutta probabilità perché occorrono macchinari ingombranti per farlo, non bastano certo paletta e secchiello. Nelle centinaia di metri quadri recuperati sono stati piazzati ombrelloni. Il sistema delle dune gallipoline che era un tutt’uno,  ora sembra una dentiera con denti alterni.”

 

“Ma la duna a che serve?”

“E’ come una banca della sabbia, la trattiene quando il mare la porta e la restituisce quando manca. E’ un ecosistema vero e proprio, ci sono piante, piccoli animali che permettono alla sabbia di restare e non disperdersi. E’ un

Contadine e serpi nel Salento di fine Ottocento

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

A TU PER TU CON I SIPALI (seconda parte)

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

… Ora, se questi ultimi, con la scusa di evitare una possibile insolazione, si fasciavano la fronte con una pezzuola intrisa di aceto il cui afrore si diceva mettesse in fuga le serpi, le donne impegnate in quello che era il normale quotidiano campestre ricorrevano a un  rimedio sostanzialmente diverso, e tuttavia ugualmente incentrato sulla meccanica dell’elusione ottenuta attraverso la costrizione.

Non  potendo circolare tuttu lu santu ggiùrnu (tutto il santo giorno) con sulla testa la pezzetta acetata, costrette com’erano a un continuo spoleggiare da un  pizzo all’altro del campo, avevano convertito la fisicità dell’effetto aceto nell’impalpabilità del plagio mentale, affidandone il processo di attuazione a una formula di scongiuro goffamente intrecciata fra azione ipnotica e rituale magico:

Sacàra sacaréddhra

nfucàzzate a pittéddhra.

Sacàra sacaròna

ddenta nna cilòna.

Sacàra sacaràzza

piérdite tune e ttutta la razza.

 

Sacara sacarella / acciambellati a pizzella. / Sacara sacarona / diventa una tartaruga. / Sacara sacaraccia / perditi tu e tutta la razza.

Come e quanto questa formula agisse da rassicurativo psicologico, lo si desume dalla stessa progressione del pensiero, ossia da come si evolve il modo di porsi rispetto alla sacàra. Il vezzeggiativo sacaréddhra si propone come frutto di un’interiorità timorosa, quasi scandita dalla soggezione, e il susseguente invito ad acciambellarsi, a star buona, a non nuocere, farebbe pensare a un approccio amichevole se improvvisa, quasi a tradimento, non scattasse una figurazione precisa e oltretutto emblematica ai fini della manovra di condizionamento.

L’inganno, o se vogliamo il principio attivo della formula, sta infatti proprio nel riporto simbolico che vuole la sacàra  acciambellata a ppittéddhra, un dolce natalizio che, se pure a forma circolare, non aveva buco centrale e quindi figurativamente mal si adattava all’acciambellarsi della serpe, che invece

Ancora un accorato appello: “Non Inceneriamo il Nostro Futuro”

 

APPELLO AI CONSIGLIERI PROVINCIALI:

IMPEDITE UN ULTERIORE SFREGIO AL NOSTRO TERRITORIO E ALLA NOSTRA SALUTE

La nuova Amministrazione Comunale di Napoli sta insegnando all’Italia che si può e si deve affrontare il problema dei rifiuti senza piegarsi alle logiche dell’incenerimento e del malaffare, sfidando con fermezza le spinte di potentati economici leciti ed illeciti e puntando tutto sulla Strategia Rifiuti Zero, tutelando in modo virtuoso territorio, salute e lavoro.

Chiediamo alla Provincia di Lecce di non essere da meno e di onorare il suo compito di difesa e tutela della Salute pubblica, bloccando la possibilità di avviare l’incenerimento di Rifiuti all’interno dello stabilimento Colacem di Galatina.

Abbiamo depositato in Provincia uno studio, redatto con l’aiuto di ingegneri ambientali, ricercatori universitari, medici oncologi ed epidemiologi, che svela le mezze verità raccontate

Libri/ Il vaso di Pandora

a cura di Cosimo Damiano Arnesano

 

“IL VASO DI PANDORA”

Presentazione del romanzo ispirato ed in parte scritto a Porto Cesareo … in riva al mare più bello del mondo … nel cuore del Salento

 

 

Porto Cesareo (Lecce), torre Lapillo

 

TORRE LAPILLO (Porto Cesareo): si terrà giovedì 30 Giugno, a partire dalle ore 19.30, la presentazione del libro “Il Vaso di Pandora” di Massimiliano CASSONE, edizioni Boopen.

Per l’evento di chiusura della stagione culturale, il “Salotto Letterario” di Porto Cesareo ha scelto la splendida  ed elegante torre costiera di Torre Lapillo, in un momento spettacolare della giornata, il crepuscolo.

La serata sarà animata da alcune componenti dell’associazione organizzatrice. La moderatrice,  Dalila PELUSO, felice di ospitare l’autore a Porto Cesareo, in

Libri/ Scanderbeg. Un eroe moderno

 

di Vincenza Musardo Talò

 

Gennaro Francione,  Scanderbeg. Un eroe moderno

 C. D’Agostino editore, Roma 2003, pp. 350.

 

Nel novero dei miei studi sull’antica Albania Tarantina e su Giorgio Castriota Scanderbeg, ho sempre apprezzato la voce di quanti hanno saputo cogliere la complessa e straordinaria fisionomia di un Uomo che ha fatto della Patria e della Religione gli ideali della sua spada e del suo cuore, ma non avevo ancora studiato il pregevole volume a firma di Gennaro Francione, il “giudice-scrittore”, la cui già nota statura cultura non abbisogna certamente di presentazione alcuna.

      Intanto, il fascinoso titolo del volume lo trovo già spiegato – con fine e acuta intuizione – dai due diretti discendenti del Castriota, i principi Alessandro e Giulio Castriota Scanderbeg d’Albania, che, nella loro Introduzione, riflettono sulla “modernità” del loro nobilissimo antenato. Modernità che si legittima per almeno tre connotazioni essenziali: “la sua visione unitaria dello Stato, frutto prematuro del superamento del particolarismo feudale; la sua lotta estrema e vincente per la salvaguardia dell’autodeterminazione dei popoli e della sovranità territoriale” e, infine, la lucida prefigurazione di quel teorema di pace fraterna tra i popoli e le civiltà, definito dalle stesse parole di Scanderbeg morente, quando dice, col tono di un profeta:”Conquisteremo mai una pace giusta in cui mussulmani, cristiani e fedeli di ogni altro rito rinunceranno all’uso della violenza, per dirimere alla fine ogni controversia?”. 

        Per quel che attiene l’impianto strutturale del volume di Gennaro Francione, questo si avvale di una solida e meditata ideazione, felicemente supportata da doviziose e fortunate ricognizioni d’archivio. Il narrato scorre quasi come la trama di un romanzo, scandita in tre sezioni:

–         la prima, Scanderbeg. Storie di superficie dell’aquila bicipite, comprensiva di otto compendiosi capitoli;

–         la seconda offre un esito espositivo di quattro capitoli, con capotitolo Scanderbeg. Storie di profondità dell’aquila bicipite;

–         la terza, La scala di Scanderbeg, è un dramma il cui surreale tessuto compositivo è quanto mai ricco nell’intreccio di eventi e personaggi.

E, in primis, mi fermo proprio a questa terza parte del lavoro del Francione, tra

Tentata fuga da una Casa di riposo

Albert Anker – Passeggiata scolaresca

di Raffaella Verdesca

Non lo sopportava, non avrebbe mai potuto.

Lei, Preziosa Satti, insegnante in pensione, dopo quarantacinque anni di onorata carriera, non riusciva a tollerare neanche l’idea di un tempo Condizionale usato al posto di un Congiuntivo: meglio la morte.

Aveva iniziato a diciannove anni la sua crociata contro l’ignoranza e solo due anni dopo attuato il tentativo di svuotare il cervello degli studenti dalla zavorra che lo infestava per legge naturale.

“Uhmm, vediamo cosa esce dalla testa di Ferruccio Rago: erba medica, paglia e un bel raglio d’asino!” la mattina passava in rassegna, una per una, le teste dei suoi alunni dopo un’interrogazione andata male. Tutti ridevano di tutti, tanto nessuno scolaro, dalla prima alla quinta Elementare, si sarebbe potuto salvare da questo pestaggio verbale.

Eppure, dopo i suoi innumerevoli cicli didattici, uno era rimasto l’alunno più indigesto alla Satti: Pietrino Sangallo, il figlio del sacrestano. La vecchia maestra se lo ricordava bene: secco come un chiodo, biondo di capelli e con uno sguardo talmente furbo, che pochi ne aveva incontrati così nella sua carriera scolastica. Era il 1952 e in quell’anno le era toccato insegnare alla scuola “Edmondo De Amicis”, in un paesino sperduto dell’entroterra lucano. Ad esclusione del signorotto del posto, lì la miseria alitava sul collo di tutti e un paio di braccia in più nel lavoro dei campi erano una manna dal cielo per ogni famiglia.

“Se io continuerei ad andare a scuola, poi mio padre che fa? Chi potesse aiutarlo a mantenere mia madre e i miei fratelli?” si era giustificato un giorno Sangallo dopo due mesi d’assenza dalle lezioni. Tutta la comprensione del

La spiulèddha, un caso di razzismo botanico…

di Armando Polito

Alla spiulèddha l’amico Massimo Vaglio ha dedicato con la consueta bravura un recentissimo post. Le mie considerazioni saranno, perciò, solo di natura filologica e dettate dalla simpatia che, essendo tutt’altro che attraente, provo per tutto ciò che, almeno apparentemente, non gode, nell’immediato, di una grande considerazione anche da parte di persone di notevole intelligenza.  Pure io, però, indipendentemente dall’intelligenza che lascio agli altri giudicare con benevolenza non pietosa, tra Manuela Arcuri e una cozza…E la Manuelona nazionale non me ne vorrà se la userò come metafora per dire che tra lei e una cozza c’è lo stesso rapporto che intercorre tra la spiulèddha e il melone. Un rapido sguardo ad alcuni dei  sinonimi citati da Massimo (meloncella, menuncèddha e cucumeddha) conferma per spiuleddha la forma diminutiva. Infatti la nostra voce, come dimostra la variante di Melpignano (spurièddha), quella di Galatina e Ruffano (spiurèddha) e soprattutto quella di Parabita (sburièddha) è diminutivo da sbùria che, come il corrispondente italiano spuria è dal latino spùri(am), accusativo femminile dell’aggettivo spurius/a/um=spurio, illegittimo, bastardo, che ha origine etrusca e non è, come si potrebbe suggestivamente supporre, da ex privativo+purus. Insomma tutta la negatività della voce risulta appena appena ingentilita dal diminutivo nella nostra spiulèddha che, perciò, alla lettera, significa piccola bastarda, in contrapposizione, naturalmente al sanguepuro (me lo invento dal momento che purosangue è stato  riservato, sempre dall’uomo…, al cavallo) melone. Quanto agli altri sinonimi, per alcuni parla altrettanto chiaramente  il suffisso (questa volta, a scanso di equivoci, dispregiativo) –àzzu (corrispondente all’italiano –àccio) (cummarazzu, cucumbarazzu), sicché solo pagghiòtta del Brindisino e Tarantino (che trova il suo omologo nel Leccese in paddhòtta e in italiano in pallotta=piccola palla, oggetto di piccole dimensioni e forma tondeggiante) sembra essere, tra tutti, il meno offensivo e razzista.

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Carpignano, Casarano, Castellaneta, Castrì, Ceglie, Cisternino e Copertino

di fra Angelo de Padova

 

Fra Francesco da Carpignano, pio, osservante delle Sante leggi, caritatevole, obbediente, devotissimo all’Immacolata. Morto il 1°marzo 1645. Frate minore.

Fra Gaetano di San Francesco da Casarano, distintosi per le virtù dell’obbedienza, povertà e carità. Morto a Oria il 10 agosto 1785. Frate minore.

Fra Bartolomeo da Castellaneta, morto l’11 settembre 1652. Ottimo predicatore e devotissimo alla Madonna del Carmelo. Frate minore.

Suor Cherubina Perrone di Castellaneta morta nel 1682. Morta con l’odore soave della santità.

Fra Primaldo Marulli da Castrì: rifulse per la carità e la regolare osservanza. Morto il 16 febbraio 1854. Frate minore.

Venerabile F. Angelo Vitale da Ceglie,  nato il 26 novembre del 1595; morì

Storie di piccioni e di ciabattini tra Marittima, Diso, Castro e Andrano

torre colombaia, ph Rocco Boccadamo

I piccioni, nel palummaru della “Arciana”

e secondo il racconto del ciabattino

di Rocco Boccadamo

Costeggiando e tenendo a manca la civettuola villetta con fontana a zampillo di Piazza della Vittoria, sorta nello slargo già denominato “Campurra”, che, sino a cinquantacinque/sessanta anni fa, era in parte occupato dalla cappella di S. Giuseppe e, per il resto, fungeva da campetto alla buona per giocare al calcio, s’imbocca via Giuseppe Parini che, praticamente, delimita, in quel senso direzionale, il vecchio centro abitato di Marittima e, una volta superato l’incrocio con via Murtole, recente nastro d’asfalto su cui s’affaccia uno sparuto numero di costruzioni, segnando in prevalenza, d’ambo i lati, i confini di fondi agricoli, inizia la cosiddetta via vecchia per Andrano.

Il primo appezzamento di terreno che scorre sul relativo versante sud è storicamente denominato “Arciana”, accezione di significato sconosciuto, almeno per lo scrivente, contraddistinto, lungo il confine con la strada, da un’infilata di bellissimi, datati e svettanti pini, dagli ampi cappelli di verde che sembrano sfiorare insieme sole e cielo.

Più o meno al centro della “Arciana”, si erge una solida e massiccia torre colombaia (in dialetto, palummaru), per stagioni secolari in funzione di rifugio, praticamente casa e nido, grazie alla ragnatela di cellette ad incollo ricoprenti l’intera estensione interna delle pareti cilindriche, di nutrite colonie di colombi o piccioni.

Nei tempi andati, tali volatili abitatori si annoveravano, a buon titolo, fra gli animali domestici o da cortile, seppure allevati in libertà e a campo aperto senza reticolati,  il loro  nutrimento consisteva unicamente in semi, erbe, insetti, larve, frutti sui rami o avanzi dei medesimi caduti sulle zolle rosse, davano carni assolutamente commestibili, anzi di particolare leggerezza, digeribilità e pregio.

Sicché, di frequente, finivano con arricchire la tavola delle famiglie abbienti, benestanti. Inoltre, anche da parte dei nuclei comuni e poveri, non si mancava d’acquistare almeno un esemplare di colombo, allo scopo di preparare un brodo e una pietanza speciali per le puerpere: piccolo segno di festa in ogni grande evento, quale, al paesello, era considerato l’avvento di una nuova nascita.

I ragazzini della metà del ventesimo secolo, fra i quali il sottoscritto, avvertivano sin  da lontano il vociare dei pennuti del palummaru , risuonante a guisa di un coro, una successione di uhù, uhù, uhù…, che, nel sentire e nella suggestione di quelle individualità infantili e ingenue, s’interpretava come Gesù, Gesù, Gesù…, la qual cosa incuteva sprazzi di timore, se  non di vera paura.

Oggi, purtroppo, degli antichi, familiari e domestici colombi, non residua alcuna traccia, sulla cinta di copertura e nelle cellette del palummaru s’aggirano sparuti esemplari di piccioni che, già osservandoli a distanza, danno l’idea d’essere come spaesati, imbastarditi, identici, o quasi, a quelli presenti in abbondanza fra i condomini e negli spazi delle città, che, però, non rendono più alcun contributo utile alle mense, anzi nessuno s’azzarderebbe a mangiare la loro carne, al contrario creano problemi, giacché, con i loro escrementi, imbrattano, su scala diffusissima, edifici, monumenti, chiese, balconi, cortili, inferriate, al punto da far sorgere una linea di produzione, un mercato di aggeggi, marchingegni dissuasori e ritrovati vari anti colombi.

Adesso, com’è noto, si vive in un contesto, una sorta di cornice di globalizzazione di portata planetaria e, invero, non si fa che parlarne e sottolineare a ogni piè sospinto tale realtà che avrebbe rivoluzionato tanti aspetti, lo stesso metro esistenziale e d’abitudini.

Tuttavia, il concetto di coinvolgimento collettivo e d’interazione allargata non è un’autentica novità, si manifestava nei fatti e nelle azioni concreti, pure nel secolo e nei decenni trascorsi.

Ad esempio, le comunità di Marittima, Diso, Castro e Andrano, sebbene separate da qualche chilometro di distanza e collegate da arterie strette, sconnesse e martoriate dai solchi dei traini, erano ambiti di scambi e d’incroci di frequentazioni, scenario reale e antesignano di piccole globalizzazioni interpaesane, in seno agli abitanti ci si conosceva in  molti. E ciò era, già di per sé, bello.

ph Rocco Boccadamo

Si snodavano minuscoli cortei umani, sullo stimolo di devozioni religiose, ma, parimenti, alla ricerca di divertimenti, svaghi, incontri e così via, ogni domenica e, particolarmente, in occasione delle feste patronali.

Il giorno d’oggi, sembra un paradosso eppure, nonostante la disponibilità e la diffusione in termini massicci, di mezzi di comunicazione e di contatto, raramente sono vissuti e alimentati effettivi e personali tratti di frequentazione e reciproca consuetudine al di fuori dai confini comunali o della singola, propria località e comunità.

Eccezione, in confronto al quadro della realtà così radicalmente evolutasi e mutata, ad Andrano, permane verde un “pezzo d’antico”, un riferimento desueto, nella persona di un  artigiano, meglio dire un calzolaio, Maestro D., classe 1930. Egli incarna, oltre che l’operatore tradizionale al desco da ciabattino, il gestore di un’utile bottega, anche l’animatore e la voce di un minuscolo ma attivo salotto vecchia maniera.

E’ originario di Diso, Maestro D., dove ha esercitato il solito mestiere in collaborazione con il padre sino alla prima giovinezza, servendo una vasta clientela sia a Diso, sia e soprattutto nella più popolosa frazione di Marittima, intessendo intense conoscenze  in special modo con le famiglie di ceto medio elevato, le quali, chiaramente, meglio potevano permettersi d’ordinare calzature di pelle e cuoio di manifattura spiccatamente artigianale.

Sposatosi, si trasferì in Andrano.

Adesso, Maestro D., di scarpe nuove ne confeziona poche, mentre è impegnato da una buona domanda d’interventi di riparazione su calzature moderne, non necessariamente di cuoio e pelle, ma pure di para, plastica e stoffa: il ciabattino sopravvissuto è in grado di porre rimedio un po’ a tutti i leggeri e gravi deterioramenti.

Da quando ho fatto ritorno nel Salento, anch’io sono divenuto cliente di Maestro D., in proprio e ancor più per conto di mia figlia, la quale vive e lavora all’estero, ma, in occasione dei saltuari weekend e/o vacanze da queste parti, non manca mai di portarsi appresso qualche paio di scarpe per l’amico artigiano.

Interessante si rivela che, a ogni accesso alla bottega di Maestro D., si ha agio di recepire un fatto, o ricordo o racconto inedito. L’altro giorno, al mio accenno che per raggiungere Andrano in  motorino ero passato davanti alla “Arciana” e al “palummaro” , il calzolaio ha prontamente fatto notare che quel fondo, in anni lontani, è stato per lui un abituale territorio di caccia.

Già, perché lo sport venatorio ha rappresentato da sempre la sua principale passione.

Difatti, fece domanda per il rilascio del porto d’armi a 18 anni, all’epoca ancora minorenne e, perciò, con la necessità dell’assenso paterno; dovette versare una tassa di concessione governativa di 1300 lire e acquistare marche da bollo per altre 850 lire. L’agognato porto d’armi giunse in prossimità del Natale 1948 e Maestro D., ansioso di toccar con mano il tanto sognato permesso, si spinse addirittura a fare  pressioni sul  Sindaco, in modo che la pratica fosse perfezionata a stretto giro. Osservazione di quel primo cittadino: “Maestro D., ma proprio in questi giorni di Natale è atteso l’arrivo di tanti…piccioni?”, laddove non mancava una chiara, maliziosa allusione a bersagli tutt’altro che volatili.

Maestro D. acquisto il suo primo fucile, usato, per 17.000 lire, dopo di che, per la messa a punto e previa prudenziale richiesta e ottenimento di un preventivo di spesa nell’ordine di ulteriori 14.000 lire, gli tocco d’inviare l’arma ad una famosa casa di produzione del bresciano. Per maggiore garanzia, Maestro D. preferì rivolgersi al più lontano e costoso indirizzo e  non far capo ad un artigiano d’Andrano, tale “Rondone” di soprannome, un autentico genio, il quale costruiva e affilava falci per lavori agricoli, ma sapeva anche costruire, riparare fucili, avancariche eccetera. Prova ne è che, emigrato a distanza di tempo in Lombardia, si occupò in una grande azienda del settore, svolgendo il compito d’istruttore dei giovani operai.

Ritornando al tema delle sue conoscenze e dei rapporti dei tempi passati, Maestro D. mi ha chiesto notizie sugli eredi di una determinata famiglia del mio paesello, non  senza regalarmi la chicca della notizia che, nel momento della dipartita, intorno al 1950, del capo della medesima famiglia, gli fu ordinato e, insieme con il padre, dovette confezionare lavorando anche la notte, un paio di scarpe in capretto: un cult, frutto della volontà e della speranza  dei congiunti, di poter così rendere comodi e leggeri i passi del viaggio del loro caro, con traguardo l’aldilà.

Le dune a sud di Gallipoli stanno scomparendo!

a cura di Alessandro Presicce

 

 

ADOC LANCIA L’ALLARME

LE DUNE A SUD DI GALLIPOLI STANNO SCOMPARENDO!
E QUESTO PROPRIO ALL’INTERNO DELLE CONCESSIONI


Adoc chiede alle autorità di vigilare e ai cittadini  di segnalare gli abusi!

Con l’inizio della stagione balneare, Adoc è costretta a registrare l’ennesima aggressione nei confronti del delicato ecosistema salentino da parte di scriteriati che hanno in odio e disprezzo tutto ciò che di bello la natura ha saputo offrire al nostro territorio.

Adoc segnala con sgomento che in località Baia Verde, nei pressi dell’ingresso sud, il millenario cordone dunale che caratterizza tutto il litorale meridionale di Gallipoli è stato sbancato e spianato da ignoti in più punti, proprio in

Mario Cala, parabitano doc

MARIO CALA: L’UOMO DAI MILLE VOLTI

 

di Paolo Vincenti

La scrittura, la poesia e la pittura si intrecciano nella  variegata carriera artistica di Mario Cala, parabitano doc, un passato da sportivo e insegnante di educazione fisica di cui rimane traccia nel suo fisico robusto ed asciutto, come quello di un ragazzino, a dispetto dei suoi settanta anni e più di età. Fra i primi operatori culturali parabitani, Mario Cala, ex ufficiale carabiniere, ex insegnante elementare, è oggi un distinto signore che non lesina energie in fatto di ricerca storica, di scrittura e di promozione territoriale della sua adorata madre patria Parabita. Uomo garbato e gentile, sempre disponibile con gli altri, subito pronto, quando la conversazione tocca argomenti a lui congeniali, ad investirti come un fiume in piena di parole, di conoscenze e di saggezza. Mai a corto di ironia e di nuovi progetti, Cala, Vice Presidente della Società di Storia Patria-Sez. di Gallipoli (di cui è Presidente Vitantonio Vinci), è autore di numerose pubblicazioni in cui ha toccato  i più disparati argomenti, da quelli letterari e storici, alla cronaca giornalistica, alla poesia, in lingua e in vernacolo, al teatro, allo sport,  che hanno contribuito a far luce sia sul passato remoto che sul passato più recente della sua adorata Parabita e del Salento.Con Ortensio Seclì e Aldo D’Antico, suoi amici e sodali, costituisce la  aurea triade della pubblicistica parabitana, la “vecchia guardia”, se così si può dire, dove il termine “vecchia” non vuole ovviamente riferirsi al  fattore anagrafico, ma  vuole invece connotare  l’anzianità di servizio dei tre, vale a dire la loro

Gallipoli. Una questione di patronato nella chiesa dei domenicani

Una questione di jus patronato

Vicenda storica dell’altare di San Tommaso d’Aquino nella chiesa del S.mo Rosario e di San Domenico in Gallipoli

di Antonio Faita

Considerata la grande diffusione che, soprattutto dal XV al XVII secolo, ebbero in tutto il Meridione d’Italia gli ordini monastici non meraviglia affatto che a Gallipoli si fosse fondato un convento, con annessa chiesa dell’ “ordo predicatorum” ossia dei frati predicatori, comunemente chiamati «Domenicani», prendendo il nome del loro fondatore San Domenico.

Sin dal loro arrivo a Gallipoli, nel 1517 i Reverendissimi Padri edificarono il loro convento con la chiesa ad esso attigua sotto il titolo di Maria Santissima Annunziata, sulle rovine dell’antico monastero dei Padri Basiliani[1]. Dopo quasi due secoli l’originaria chiesa mostrò le offese del tempo e si rese necessario procedere alla sua riedificazione. L’impresa della ricostruzione della nuova chiesa, avvenuta nel 1696 e terminata nel 1700, fu certamente l’episodio più espressivo della presenza dei domenicani a Gallipoli nei secoli dell’età barocca. Della vicenda relativa l’abbattimento e la successiva ricostruzione della nuova chiesa, ad opera del “magister fabbricator” di Martano, Valerio Margoleo e del suo “clan” se ne è occupato, per la prima volta, in maniera ampia e dettagliata, lo storico Mario Cazzato, nel suo saggio del 1978[2].

Fino al 1684, però, nessun elemento lasciava intravedere la necessità di una sua ricostruzione, anzi, i frati avevano programmato di ampliare la “loro” cappella, intitolata a San Tommaso d’Aquino, occupando lo spazio di quella attigua

Pingula pingula… antiche filastrocche

Albert Anker I bambini

di Armando Polito

Lo spigolautore Rocco Boccadamo proprio all’inizio del suo recente post Un’antica filastrocca e la chiapparata del camposanto riportava il testo che giù riproduco, definendolo una filastrocca alla buona, vuota di significati e nessi e, perciò, leggera, autenticamente d’altri tempi, sopravvissuta a stagioni, abitudini, modi d’essere, soli e cieli lontani.

Pìngula, pìngula, barbarìa,

vi ce dice la mescia mia,

la mescia mia, la Pignatara,

vi ce dice la cucchiara,                

la cucchiara netta netta,

vi ce dice la trummetta,

la trummetta tuu, tuu,

essi fori, ca tocca a tu.

Quanto osserverò è un tentativo di fornire le prove del giudizio che ho citato, anche se io andrei cauto con il vuota di significati e nessi, convinto come sono che anche le più astruse testimonianze del passato ci appaiono tali solo perché ci sfuggono alcuni riferimenti che l’inesorabile trascorrere del tempo ha reso via via più labili fino, paradossalmente, ad indurci nell’errore opposto, quello di attribuire al documento un significato arbitrario in virtù di qualche segnale che ci è parso di dovere interpretare in un certo modo; senza tener conto degli errori di trascrizione e del pericolo, direi congenito ai bambini (solo a loro?…), di deformazione delle parole.

Ma voglio partire da quel sopravvissuta a stagioni, abitudini, modi d’essere, soli e cieli lontani, riportando altri testi (in numerazione progressiva) che rientrano come il nostro nella categoria delle filastrocche popolari finalizzate nei giochi alla fase della conta che si operava da destra a sinistra sillabando, appunto, delle filastrocche e toccando per ogni sillaba ognuno dei giocatori; colui sul quale cadeva l’ultima sillaba ricopriva il ruolo che era stato stabilito all’inizio (capogioco, primo giocatore, etc. etc.).

Mi avvarrò di un maestro del settore: Giuseppe Pitrè.

1) Dal suo Curiosità popolari tradizionali, L. P. Lauriel, Palermo, 18901. Alle pagg. 12-13 (sezione Alcune tradizioni ed usi nella penisola sorrentina): “Pingula! Pingula! è un altro giuoco. Si raccolgono parecchi ragazzetti e si pongono in giro da formare una ruota, e con gl’indici destri sul ginocchio del padrone. Il quale col suo indice destro, toccando su ciascun dito, ad ogni parola, recita:

Pingula pingula, mio Martino,

Cavaliere ‘e la Regina,

Uno vaje pe’ la Spagna,

Pe’ truva’ li quinnece anne.

Io ho la gallina zoppa,

Vaje pe’ la rocca,

Rocca romana,

Sciola a la fontana

Sciola à fontanella,

Iesce tu ca si’ ‘a chiù bella.

Iemme a la sera accatta’ bottune,

N’accattammo ciento e uno,

Ciento e uno  e ‘na patacca.

Uno, lu ruje, lu tre e lu quatto.

Culu cucù, culu cucù,

Ausa l’anca, lu peru e curre.

Chi esce deve andarsene con un sol piede e porsi vicino al muro, solendosi praticare in mezzo alla strada. La padrona, sotto voce, domanda all’orecchio di ciascuna delle altre ragazze: – Tu che vurrisse? ‘Nu canisto r’oro?- -Sì- e la manda via. All’altra: -Vulisse ‘na campana rotta?- -Sì- Ad una terza: –      Lu sierpu ‘nturcenatu vecina a le gambe?- E così a ciascuna, servendo queste parole di segno convenzionale. Chiede a quella, che è uscita: -Vulisse ‘na campana rotta?- Eccetera, eccetera. Quando le piace, si ferma. E costei deve andare a prenderla e portarla sulle spalle. Indi di nuovo la padrona chiede: -Da to ne viene?- – Ra la fornace- -Torna ra qua, torna ra dà, ca staje pace!- Se ne torna nuovamente in ispalla. la padrona rinnova la richiesta. Invece della fornace dice: -Ra lu furniddu- -Torna ra quà, torna ra dà, ca staje friddu!-”.

Non è che la descrizione del Pitrè mi abbia aiutato molto a capire l’effettivo svolgimento del gioco, anche se una trattazione più chiara certamente non avrebbe gettato luce sul senso della filastrocca che, però, pare intessuta di elementi storici, probabilmente politici al tempo in cui nacque (Cavaliere, Regina, Spagna) e della cultura contadina (gallina, fontana, fontanella, bottune), questi ultimi quasi esclusivi della parte, per così dire, dialogata del gioco (canisto, campana, sierpu, fornace, furniddu). Sulle prime due parole della filastrocca (pingula pingula) in comune con quelle del documento di partenza ritornerò dopo.

Dopo la filastrocca campana eccone altre registrate dallo stesso autore nel testo Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, L. P. Lauriel, Palermo, v. XIII, 18832, nella sezione Canzonette e filastrocche dei fanciulli per contarsi.

2) A pag. 28, per Ragusa:

“Spinguli spinguli s’arrimina

‘N capu ‘u lettu d’’a rigina.

Rigina spagnola;

Tiritàppiti, nesci fora!

Fora quaranta,

Tuttu lu munnu canta,

Canta lu jaddu

Appisu alla finèscia

Cu tri palummi ‘n testa:

Jaddu, jaddina, Palermu e Missina”

Ancora elementi storici (rigina spagnola) e della cultura contadina (jaddu, palummi, jaddina). Il Pitrè stesso  a pag. LXIII  di Giuochi fanciulleschi siciliani, L. P. Lauriel, Palermo, 1883scrive: “Nella canzonetta ragusana Spinguli spinguli s’arrimina non è fuori del probabile la ricordanza di Simone Chiaramonte, che volle assediare la regina spagnuola Bianca, e poi fu appiccato alla finestra di una torre; ma non oserei affermarlo”. Debbo dire che apprezzo questa dichiarata mancanza di audacia dal momento che tutte le fonti che ho consultato parlano della morte di Simone Chiaromonte poco tempo dopo che per intrighi di potere gli venne precluso il matrimonio (il volle assediare del Pitrè deve essere letto metaforicamente?) con la principessa (non regina!) Bianca, sorella del re; fra l’altro, si sparse la voce che si fosse suicidato per la delusione o che, addirittura, fosse stato avvelenato (e qui l’interpretazione metaforica, ammesso che ci fosse, di appiccato alla finestra di una torre diventerebbe veramente problematica…).

3) a pag. 29 per Alcamo

“Pingula pingula maistina

Di Palermu la Rigina,

Centu quaranta

Tuttu lu munnu canta;

Canta lu gaddu,

Rispunni la gaddina.

Manna la Francischina

Affacciata a la finestra

Cu tri palummi ‘n testa,

Bianca bianchina

Palermu e Missina”

4) a pag. 31 per Palermo

“Pingula, pingula maistina,

‘Na paletta di rigina

Cu l’aneddu ppiscaturi

Chi ti vegna ‘u bon amuri!

Bon amuri e tricchitrà:

Un, dui, tri e quà”

Nella stessa pagina l’autore invita ad un confronto con:

5) il canto n. 24 della raccolta di G. Amalfi e E. Correra Cinquanta canti popolari napolitani, Ambrosoli, Milano, 1881

“Spincula spincula San Martino;

O cappelletto ra regina,

O cappelletto re spade,

L’ainiello va jettanne,

Va jettanne e tricche tracche

Una, roie, tre e quatte”

6) il canto abruzzese riportato da Antonio De Nino in Usi e costumi abbruzzesi, v. II, Barbera, Firenze, 18814, pag. 91 (reperibile all’indirizzo http://www.archive.org/stream/usiecostumiabruz02ninouoft#page/88/mode/2up) pag. 91

“Pinguija, pinguija, San Martino;

La cavalla de la regine.

È menùteju spaccaterre

Pi sparti’ la robba bella”

7) La Corsa di Pontelagoscuro, in Giuseppe Ferraro, Canti popolari di Ferrara, Cento e Lagoscuro, Taddei e figli, Ferrara, 1877, pag. 1425; riporto direttamente dal testo originale (insieme con la descrizione del gioco) perché la citazione del Pitrè contiene alcuni errori e stranamente6, un taglio che ha salvato solo i primi due versi:

“Mìngula màngula,-Par matina,

Son la fiola – Dla regina,

E mo gnuda, – To surela

A spartir, – La roba bela.

Gran gron –Rampin Giuda.

Cava la rava,- Mettla int la busa.

Si fa un circolo di ragazze. La direttrice del giuoco le tocca una per una, pronunciando uno dei suddetti mezzi versi; colei, su cui cade l’ultimo deve inseguire le compagne alla corsa fino a tanto che tutte non le abbia toccate”.

Il Pitré ha riportato dal testo indicato al n. 5 solo la cantilena in cui è nominato San Martino; io  riporto anche le altre tre in cui compare la voce iniziale del testo da cui è partita la nostra indagine:

8) pag. 90

“Pingula, pingula sotto la spina,

Mina ferrà, ‘ntona de là.

Cippe palumme, cippe palumme,

Mena la palma lu mese de giugne”

9) pag. 91

“Pingula, pingula,

Caccia la spingula;

Fuse e cucchiare,

Patella e callare”

10) “Pingula, pingola, ammattonà

Ca va ‘lletto la regina.

Damme ‘nu ba’, damme ‘nu ba’,

Tienghe ‘na figlia che sta gioca’;

E se gioca le ventiquattre,

Uno e due e tre e quattre”

È tempo di tornare al documento iniziale, che riproduco per facilità di lettura, e di trarre le conclusioni.

Pìngula, pìngula, barbarìa,

vi ce dice la mescia mia,

la mescia mia, la Pignatara,

vi ce dice la cucchiara,                

la cucchiara netta netta,

vi ce dice la trummetta,

la trummetta tuu, tuu,

essi fori, ca tocca a tu.

Va notato che rispetto alle altre cantilene la nostra dal punto di vista metrico è meno reprensibile (due quartine, la prima di novenari, la seconda di ottonari; tutti i versi sono a rima baciata). Quanto al contenuto, noto  i soliti riferimenti al mondo di allora, dal mestiere (pignatara7, lo scriverei con l’iniziale  minuscola), all’ attrezzo domestico (cucchiàra8) al giocattolo (trummetta).

Dico brevemente della voce che ripetutamente mi sono riservato di esaminare alla fine: pìngula.

Considerando che essa compare in cantilene per lo più riguardanti la conta e che la stessa cantilena doveva essere recitata dal “maestro” o dalla “maestra” del gioco, non mi pare azzardato supporre che il dito protagonista indiscusso fosse metaforicamente un pungolo e che, sostanzialmente, pìngula sia una variante di spìngula (spillo), dal latino tardo spìnula(m), diminutivo del classico spina, attraverso spignula (variante di Carovigno). Non credo, invece, che vada presa in considerazione la locuzione camenare pìngulipìnguli registrata dal Rohlfs col significato di camminare lentamente e con incertezza e tratta da Enrico Bozzi, I tesori del nostro dialetto. Libro per gli esercizi di traduzione dal dialetto leccese, parte III, Milano, senza anno.

traduzione dal felino in neretino:

*Pingula pingula, a Armandu Politu/li face tantu schifu lu bollìtu/quantu invece pi nui la scatuletta,/no queddha marcata, ggh’è pperfetta./Pingula pingula cumpare mia,/osce pacenzia e cusì sia!/Ha dittu la conta ca sî sfurtunàtu:/la scatoletta tua m’àggiu mbac-ca-tu!

** No tti  pinsare ca standu cu Ppolitu/mi faci ddivintare rimbambìtu./La fazzu iò la conta quand’è ccrai/ e la scatoletta tua tocca mmi tai.

traduzione dal neretino in italiano:

*Pingula pingula, a Armando Polito/fa tanto schifo il bollito/quanto invece per noi la scatoletta,/ non quella economica, è perfetta./Pingula pingula, compare mio, oggi pazienza e così sia!/Ha detto la conta che sei sfortunato: la scatoletta tua ho divorato!

Non pensare che stando con Polito/mi fai diventare rimbambito. La faccio io la conta quand’è domani/e mi dovrai dare la tua scatoletta.

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1 http://www.archive.org/stream/curiositpopola08pitruoft#page/12/mode/2up

2 http://www.archive.org/stream/giuochifanciull00pitrgoog#page/n0/mode/2up

3 http://www.archive.org/stream/giuochifanciull00pitrgoog#page/n5/mode/2up

4 http://www.archive.org/stream/usiecostumiabruz02ninouoft#page/88/mode/2up

5 http://www.archive.org/stream/cantipopolaridi00ferrgoog#page/n4/mode/2up

6 Non vorrei che fosse stata esercitata una forma di censura che in uno studio scientifico è assolutamente inconcepibile; lo dico in virtù delle allusioni che (forse mi sbaglio) trovo in  E mo gnuda to surela a spartir la  roba bela intervallate da due quasi bestemmie [Gran gron (Il gron, leggo nel Vocabolario domestico ferrarese-italiano di Carlo Azzi, Buffa, Ferrara, 1857, è una specie di erba cattiva); rampin Giuda] e, ripeto, forse mi sbaglio, riprese in Cava la rava, mettla int la busa.

7 Antonio De Nino, Usi…, op. cit, pag. 86: “Nelle provincie meridionali, abbiamo sempre pignata e pignataro con una sola t. La pignatara, cioè una donna che fa o vende le pignatte, si sente dire soltanto nei giuochi de’ fanciulli. E abbiamo appunto qui un giuoco, dove c’entrano le pignate  e la pignatara. E che credete voi chi siano le pignate? Sono anche fanciulle e fanciulli; e la pignatara è la più svelta fanciulla. Questa pignatara mette in ordinanza le sue pignate, e attende i compratori. Passa una donna. La pignatara dice:-Dove vai?- Risponde l’altra:- Vado a comprare il prosciutto-. Ripiglia a dire la venditrice: -Me ne dai un poco?- Risponde sì o no…”

8 Come la pignatàra per quello che s’è detto nella nota precedente evoca una sorta di contaminazione tra aree diverse, cucchiara non può, attraverso l’oggetto intermedio non citato (pignata) non evocare il nostro proverbio Li quai ti la pignàta li sape la cucchiàra (I guai della pignatta li conosce la cucchiaia). Il ruolo egemone della pignatara (direi nella realtà, nella metafora e nel gioco) è ribadito dal proverbio calabrese  A mastra pignatara metti ‘u manicu aundi voli (La maestra pignatara mette il manico dove vuole).

Un salentino sulle tracce di luoghi e personaggi di Cesare Pavese. Seconda Parte.

di Alfredo Romano

SECONDA PARTE: il colloquio col Nuto, l’amico più stretto di Pavese e protagonista del romanzo La luna e i falò.

Il Nuto per Pavese era l’infanzia, era la terra a cui era legato, era la gente delle colline con la sua saggezza popolare, era colui che conosceva i segreti della vita e a lui ci si poteva affidare con sicurezza. E proprio quando la vita sembrava sfumargli o aveva paura di perdersi in mezzo a gente che non capiva o che era legata a lui per degli interessi, visto che era uno scrittore affermato, allora era il momento che si legava di più al Nuto. Pavese in ogni modo ha sempre cercato un colloquio con la gente, che solo dopo la morte però ha potuto trovare. A quel tempo scriveva sull’ “Unità” e su “Rinascita” del nuovo ruolo degli intellettuali in quella società nata dalla Resistenza. Parlava dell’artista non isolato che produce le sue opere scavando nel sociale l’individualità di un personaggio. In quanto a questo è stato coerente. L’accusa rivoltagli da Alberto Moravia di essere stato uno scrittore provinciale, si trasforma nella lode più degna, proprio per il merito che ha avuto di far assurgere la provincia, i personaggi e i luoghi più comuni agli onori della letteratura. Pavese ha scritto traendo dalla realtà e dalla realtà è scaturita la storia, la vita, le sofferenze antiche e attuali di una gente, quella delle Langhe, soprattutto contadina e, come tale, fuori dalla cultura ufficiale. Una gente che Pavese ha riscattato, facendo trasparire una cultura « minore » degna di essere capita da quella colta.

lo starei a sentirlo chissà per quanto. Nuto va a ruota libera, è un vulcano di parole, mi parla di tutto e non solo di Pavese. Così faccio fatica a fargli seguire l’ordine delle mie domande, che faccio pure brevi, ma sulle quali mi preme molto sentirlo raccontare.

Nuto, si sa che Pavese prima di morire veniva spesso a trovarti: com’era negli ultimi tempi?

«Vidi Cesare l’ultima volta un mese prima che morisse in modo così sfortunato. Ricordo che stava molto giù, non dormiva, non mangiava e così era anche fisicamente distrutto e s’era preso un esaurimento nervoso. lo che sapevo quanto lui amasse la vita, ricordo di non averlo mai visto così prima d’allora. Quelli però che dicono che Cesare coltivasse il suicidio fin da ragazzo, dicono delle panzane. E poi Cesare era ormai un uomo fatto e a quarantadue anni aveva

Meloncelle o spiuleddhe

di Massimo Vaglio

Le Meloncelle ovvero Menunceddhe o Spiuleddhe, (Cucumis melo L. varietas inodorus) sono delle varietà orticole di melone esclusive del Salento, appartengono quindi, alla famiglia delle Cucurbitaceae. Note pure come Cummarazzi; Cucumbarazzi, Cucumeddhre, Pagghiotte, sono, con le due varietà principali, una a buccia chiara e l’altra a buccia verde scuro, le varietà di melone attualmente più diffuse nella Provincia di Lecce.

La loro coltivazione, un tempo, limitata a piccoli lembi di terreno fertili, profondi, e soprattutto con marcate caratteristiche di precocità, ha avuto notevole impulso, con l’aumento delle superfici irrigue, e oggi è largamente diffusa e alimenta abbondantemente il mercato salentino.

Le piante, hanno la peculiare caratteristica di allegare i frutti già sul primo internodo, per cui hanno un ciclo molto breve, il periodo-semina prima

Salve… un saluto ed un balzello

di Gianni Ferraris

Il comune di Salve (appunto) dà il benvenuto ai turisti adottando per primo  la famigerata tassa di soggiorno, ogni famigliola di 4 persone pagherà, per dormire là, 6 euro al giorno per un massimo di 10 giorni.  Siccome le spiagge sono belle veramente, il turista può tranquillamente pernottare a pochi km di distanza e raggiungerle in auto o in bicicletta..  In fondo un risparmio di 15 euro a testa per 10 giorno non è poi così male, e una tassa odiosa la si può evitare.

Copia della lettera di notifica del regolamento comunale sull’imposta di soggiorni inviata agli operatori, a firma della responsabile dell’ufficio finanziario e tributi dell’ente, Donatella Tasco, parla di:  “presupposto del contributo è il pernottamento in strutture ricettive all’aria aperta, campeggi, agriturismi, aree attrezzate per la sosta temporanea, bed and breakfast, case e appartamenti per vacanze, affittacamere, case per ferie, residenze turistiche alberghiere e alberghi ed ogni altro alloggio gestito da agenzie di intermediazione immobiliare e simili, situati su territorio comunale”.

“Esenti dal pagamento i minori fino al decimo anno di età, i malati e coloro che assistono degenti ricoverati presso strutture sanitarie, in ragione di un accompagnatore di paziente. I genitori che accompagnano malati minori di diciotto anni, gli autisti di pullman e gli accompagnatori turistici che assistono gruppi organizzati dalle agenzie di viaggi”. Il contributo di soggiorno va da 1,50 al giorno per persona sino a 2 euro per le strutture a quattro o cinque stelle e si prevede applicato fino ad un massimo di 10 pernottamenti consecutivi.

Situato nel versante ionico del basso Salento, a 61 km da Lecce,capoluogo provinciale, comprende anche le marine di Pescoluse, Torre Pali, Posto Vecchio e Lido Marini (quest’ultima in parte amministrata dal comune di Ugento) e la frazione di Ruggiano.
Il litorale di Salve ha ricevuto nel 2009 e nel 2010 la bandiera blu e per il 2010 la Marina di Pescoluse è stata segnalata tra le 25 spiagge a misura di bambino.

 http://www.salveweb.it/cartina_salento.htm   

Borgagne, incastonata nel paesaggio di pietra e di ulivi…

di Pino de Luca

 

40° 16′ 35” Nord; 18° 20′ 15” Est. Ci vivono circa duemila abitanti, a due passi dal Mare Adriatico, nel cuore del Salento. Borgagne, frazione di Melendugno. Dal 23 al 26 di giugno si veste a festa. Raccoglie poeti, musicisti, scultori e pittori nelle sue corti e nelle sue stradine, s’ illumina questa “chiccara di porcellana” incastonata nel paesaggio di pietra e di ulivi che scivola verso un drappo di costa così bella, così bella che un suo angolo si chiama “Poesia.”

Borgoinfesta non è una festa nel senso classico delle feste, non ha riti propiziatori da richiamare e nemmeno ringraziamenti ultraterreni. Borgoinfesta è un mutuo che si paga per poter godere della felicità. Un mutuo in conto capitale per investimenti sicuri e redditizi. Un mutuo per poter coltivare la memoria al di fuori di ogni retorica, semplicemente come radice feconda che nutre l’albero del presente e fa ben sperare per una copiosa raccolta di frutti nel futuro.

Angelo (si chiama così, quando si dice i nomi …) ha pensato a suo nonno, a quel patrimonio di scienza e di conoscenza che poteva perdersi con la naturale, anche se dolorosa, fine del percorso terreno. E ha messo in piedi questa idea di vita. Condivisa e partecipata perché la memoria non è di Angelo ma di tutti, è diventata un grande appuntamento con un calendario straordinario. Esporlo? Nemmeno per sogno: www.borgoinfesta.it la tecnologia ci soccorre evitandoci la pena della didascalia ed evitandovi la noia dello spulcio.

Immergersi in Borgoinfesta è riprendersi il tempo per pensare, per essere, per vivere: “settàmune nu picca/ ca difriscàmu…” (sediamoci un momento/che riposiamo) dicono due versi della poesia “Sentiti Genti” che apre il racconto.

Entrando a Borgoinfesta non si entra nella sagra paesana, nel fumo di improbabili servole e patatine fritte nel bisunto. Si respira l’aria della comunione di genti che si raccontano con i propri linguaggi, si partecipa ad un piccolo pezzettino di ragioni per le quali vale la pena vivere.

Borgoinfesta è partecipazione di numerose comunità del cibo, è creazione di pozzi in Africa ed ora che i pozzi ci sono, di orti insieme a Slow Food ed al Vescovo di N’Dali, Mons. Martin Adijou, che sarà a Borgagne il 26 giugno.

Gli umani, quando rivendicano il diritto ad essere umani, sono capaci di miracoli strabilianti: a Borgagne canti con le ‘Ngrecalate e torni a Roma più sereno e più lucido, a Borgagne bevi un bicchiere di vino e aiuti una cipolla a crescere in Benin. Io lo trovo semplicemente straordinario.

Ho fatto ad Angelo qualche domanda, anche perfida, dei suoi rapporti con la politica e con le istituzioni. Ed Angelo, candido, mi ha risposto che tutti sono i benvenuti a Borgoinfesta, che ogni contributo è utile a far comunità, a tessere socialità, a includere partecipazione. Lo scrivo nella speranza che chi legge intenda e silente agisca, in cambio di nulla, solo perché va fatto.

E per Slow Food ho chiesto quale fosse il prodotto caratteristico di Borgagne, Angelo non lo sa.

In realtà Borgagne non ha prodotti da presidio. Borgagne potrebbe essre un prodotto da presidiare, anche ricordando quello che disse Antonio Muci al Congresso Slow Food del 2010: “vanno bene i magazzini per prodotti della terra e delle mani dell’uomo, ma forse è ora di edificare anche i magazzini della memoria, scrigni preziosi di conoscenza e di emozioni.”

Si cominci da Borgagne, che chi ben comincia è a metà dell’opera. E da Angelo, e da suo nonno, e da tutti coloro che si impegnano a Borgoinfesta una cosa è evidente: si può fare, basta farlo.

Un’antica filastrocca e la chiapparata del camposanto

Marittima (ph Rocco Boccadamo)

 di Rocco Boccadamo

Pìngula, pìngula, barbarìa,

vi ce dice la mescia mia,

la mescia mia, la Pignatara,

vi ce dice la cucchiara,                

la cucchiara netta netta,

vi ce dice la trummetta,

la trummetta tuu, tuu,

essi fori, ca tocca a tu.

Leggibilmente, pingula, pingula, barbaria (traduzione sconosciuta), vedi che dice la mia maestra, la mia maestra, la Pignatara, vedi che dice il cucchiaio, il cucchiaio pulisce pulisce, vedi che dice la trombetta, la trombetta che fa tuu, tuu, esci fuori perché tocca a te.

Una filastrocca alla buona, vuota di significati e nessi e, perciò, leggera, autenticamente d’altri tempi, sopravvissuta a stagioni, abitudini, modi d’essere, soli e cieli lontani.

E però, ricca della forza del tramando orale fra generazioni, lessico dialettale rigorosamente salvaguardato nella terminologia d’origine.

Sessanta, forse sessantacinque anni fa, andava di tanto in tanto sciorinandomela nonno C., classe 1879 e omega a centodue primavere e mezzo, e, ora, m’accorgo che, per incanto, senza il minimo preordino d’idee, sono io, con i miei settanta calendari, che, all’ombra della veranda o al fruscio lieve dei pini della casetta al mare, la dico e ripeto alla bimba bionda, figlia della figlia, che, d’anni, aspetta di compierne due.

Nonno C., il quale, dopo aver avuto per prima zita la vicina di casa M., passò ad amoreggiare, si fa per dire, altri tempi, con una seconda giovane del rione

Contro le zanzare mi basta la “citrunella” (cedrina)

di Armando Polito

nome scientifico: Lippia citrodora Kuntze o  Lippia triphylla (L’Her.)  Kuntze o Aloysia triphylla Royle o Aloysia citrodora Palan

famiglia: verbenaceae

nomi italiani: cedrina, limoncina, verbena odorosa, erba luigia minore 

nome dialettale: citrunèlla

Etimologie: Lippia è da Augusto Lippi naturalista vissuto tra il XVII° e il XVIII° secolo, ritenuto erroneamente lo scopritore della pianta che, invece, alla fine del secolo XVIII°, gli Spagnoli importarono da Perù, Cile e Argentina dove cresce allo stato selvatico; citrodòra è una forma aggettivale composta da citrus=cedro e odòra=profumata (infatti la pianta emana un profumo misto tra cedro e limone): triphylla è forma aggettivale dal greco trìphyllos=a tre foglie (queste, come si vede nella foto sottostante, sono disposte a tre a tre attorno all’asse dello stelo).

Aloysia è il nome scientifico corrente più usato ed è forma aggettivale in onore di Maria Luisa regina di Spagna, dovuta ad Antonio Palàu y Verdera (XVIII secolo), professore di botanica a Madrid ed editore di Linneo. Verbenaceae è forma aggettivale da verbèna che a Roma era il nome generico di parecchie

Un salentino sulle tracce di luoghi e personaggi di Cesare Pavese. Prima parte.

di Alfredo Romano

Si tratta di un viaggio compiuto nel maggio 1976 alla ricerca dei luoghi e dei personaggi pavesiani, soprattutto di Pinolo Scaglione, il Nuto del romanzo La luna e i falò di Cesare Pavese. Da quel viaggio tornai con tanti appunti. Ne venne fuori una specie di reportage conservato nel cassetto per tanti anni. Il Nuto è morto nel 1990 all’età di novant’anni. Il mio vuole essere un omaggio al Nuto, ma anche una testimonianza sull’uomo Pavese visto non dai soliti critici, ma dall’amico più caro che letterato non era.  Il racconto fu pubblicato sulla rivista IL PONTE, nn. 8-9, 1991, col titoloLe Langhe, il Nuto. Viaggio intorno a Cesare Pavese.

PRIMA PARTE: l’arrivo a Canelli, il mio amico Ghione, il primo approccio col Nuto.

Non l’avevo mai viste queste colline, eppure affacciato dal finestrino del treno prossimo a Canelli, non posso fare a meno di osservarle con gli occhi di Pavese. È come se anch’io vi avessi trascorso l’infanzia. E cosi mi appaiono familiari le loro forme di poppe e i vigneti sui fianchi, a ricordarmi grappoli rossi che fan venir le voglie e… non solo di vini corposi. E poi questo verde fitto a fine maggio, quando, nel mio lontano Sud, i campi sono gialli e ardono di stoppie. E l’acqua, tanta, dei continui torrenti e canali, e un fiume (sarà forse il Belbo?) che fluisce lento sotto le rotaie. E cosi mi sono rivisto anch’io, nudo e ragazzo a fare il bagno tra quelle rive e, da grande, disteso sul greto con la pelle al sole, fumando la pipa sull’erba all’ombra dei canneti e, accanto, la carne soda di una donna che non è tua. È, come al solito, di un altro.

Alla stazione Ghione è venuto a prendermi con l’auto del padre. Son passati degli anni, ma

è ancora rimasto quel ragazzotto contadino di quand’era soldato a Foligno, col suo piemontese ostinato che non si capiva un accidente specie quando imprecava per qualche ingiusta consegna. In caserma, sapendolo di Canelli, m’era premuto familiarizzare con lui e quale sorpresa fu per me scoprire che suo padre, che faceva il bottaio, era un amico del Nuto, il protagonista del romanzo La luna e i falò. E quando a Ghione raccontavo di Pavese e del Nuto come personaggi mitici tra le colline di Canelli e di Santo Stefano Belbo, lui m’interrompeva sorpreso: “Ma chi, il Pinolo? Quello che fa le bigonce? Ma sì, sta sulla strada dì Canelli per Santo Stefano e ci passo tutti i

Tiesire, tiesilla… preghiere invocazioni filastrocche

 

TIESIRE TIESILLA, CONCEPATO E CONCEPILLA

 

di Paolo Vincenti

“Matonna mia te la Cutura/ quantu è bella la tua ficura/ Famme turmire,/ famme ripusare,/ se nc’è bisognu/ famme ddisciatare/”.

Una splendida Madonna della Coltura, amata protettrice di Parabita, campeggia sulla copertina di questo libro, “Tiesire, tiesilla… preghiere invocazioni filastrocche”, di Anna Piccino e Ortensio Seclì,  edito dal Laboratorio, di Aldo D’Antico, nella collana di studi e ricerche “La Meridiana” (2007). E parabitani doc sono i curatori del libro stesso: Anna Piccino è la coordinatrice del Centro di Solidarietà “Madonna della Coltura” di Parabita, che ha voluto questa pubblicazione; Ortensio Seclì, promotore dell’associazione culturale “Progetto Parabita” è un conosciuto ed apprezzato studioso, impegnato da molti anni sul fronte della ricerca e della divulgazione storica, autore di numerose pubblicazioni tutte puntualmente accompagnate da una discreta fortuna critica oltrechè da un notevole successo di pubblico.

Come si può vedere, la Madonna della Coltura ricorre spesso in questa pubblicazione, e sotto i suoi buoni auspici nasce il libro di Seclì e Piccinno, che si è scelto di pubblicare proprio nei giorni della festa della Patrona parabitana, protettrice degli agricoltori. 

Il libro è una gustosa raccolta di preghiere ed invocazioni sacre che fanno parte di quel patrimonio straordinario che sono le tradizioni religiose del nostro popolo salentino.

Un volume preziosissimo, dunque, non solo per lo scavo storico, antropologico e linguistico che è stato condotto dai suoi attenti curatori, ma anche perché ci consegna uno spaccato della vita e delle abitudini della società contadina dei secoli scorsi, che si esprime, vibrante e pregno di significati, nelle filastrocche, nei modi di dire, nelle invocazioni al Signore, alla Madonna e ai Santi di volta in volta interpellati. 

Questo sostrato di cultura popolare è  custodito gelosamente nell’archivio memoriale di quei vecchi parabitani che sono stati consultati dai curatori del

Albicocche e Templari nel Salento

I Cavalieri Templari hanno portato l’albicocca nel Salento leccese

di Antonio Bruno

A Galatone nel Salento leccese, si coltivava una varietà di albicocca che si dice sia antica al punto che, agricoltori molto anziani, ricordano che già ai tempi della loro infanzia questa coltura era molto diffusa sia come alberi isolati ma anche come veri e propri frutteti specializzati.

Vediamo di fare due conti, un agricoltore molto anziano oggi avrebbe 80 anni e sarebbe nato nel 1930. Quindi ai primi del secolo scorso c’era una varietà di albicocca diffusissima nei territori di Galatone, Nardo’, Seclì e Sannicola, tutti paesi del Salento leccese.
Certo è che, l’albicocco Prunus armeniaca L. ( = Armeniaca vulgaris Lam.), per i botanici ebbe come luogo di origine l’Armenia che è una zona compresa tra l’Iran, la Turchia e che va sino al Caucaso, terra di passaggio tra Oriente e Occidente, luogo d’incontro tra le culture delle persone umane sin dai tempi più antichi.

Questo porta a individuare la zona d’origine dell’albicocca molto più a Oriente ovvero nella misteriosa Cina. La conferma viene dal ritrovamento di molti esemplari spontanei in Manciuria, nel deserto dei Gobi e nell’Asia centrale. I

Il marchese di Martignano Giuseppe Palmieri (1721 – 1793)


di Tommaso Manzillo

Nel preparare un breve contributo sul tema dell’economia salentina, la mia ricerca è penetrata fino agli albori del pensiero economico liberale, per conoscere un illustre protagonista del Settecento salentino, il marchese di Martignano, Giuseppe Palmieri (1721 – 1793).

Fu discepolo, possiamo dire, di Antonio Genovesi (1713 – 1769), titolare della cattedra napoletana di economia politica (la prima in Europa), che diede un grande impulso agli studi economici del tempo, con proposte di riforme per favorire la produttività.

Giancarlo Vallone, nell’Introduzione al libro di Manzillo e Lattarulo (2010) afferma che “Genovesi e Palmieri, uno di queste parti, avevano ben avvertito la necessità, di orientare il sistema dei poteri sul sistema della proprietà, secondo il modello inglese e, per quel che riguarda le tecniche agricole, anche francese”.

Alfiere in un reggimento del re di Napoli, primo tenente e maggiore col rango di tenente-colonnello nel reggimento di Calabria, si distinse negli studi delle leggi e coltivò la pratica del foro. Incaricato dell’amministrazione generale delle dogane in provincia d’Otranto, dimostrò intelligenza, rettitudine e

Figlio, per giunta dubbio, di semiconsonante

di Armando Polito

* (Si scrive) gghiè o non (si scrive) gghiè? Questo è il problema…

** (Mala)sorte mia, in che mani sono capitato!

Non è un nuovo insulto, per quanto annacquato rispetto ad altri in uso da tempo e che scomodano la voce iniziale indicante rapporto di parentela, come qualcuno potrebbe essere indotto a credere dalla presenza di semi– e di dubbio che pur sempre indicano qualcosa di incompiuto, di difettoso, insomma di negativo.

È solo, lo ammetto, un furbesco espediente per far sì che l’unico lettore condannato all’origine dal destino a leggere questo post diventi, nella circostanza, uno e mezzo; la negatività del mezzo  evocata dal precedente semi– coinvolge solo il sottoscritto che, al di là del carattere settoriale, stavo per sciacquarmi la bocca con specialistico, del tema trattato, evidentemente si becca questa volta l’attenzione che si merita.

– Come- mi sembra di sentir dire da quei lettori che hanno la voglia e il tempo di accedere alle statistiche riguardanti il sito -sputi nel piatto in cui, metaforicamente come tutti noi, mangi?-

Già in passato ebbi ad osservare che stranamente avevano riscosso successo certi miei post degni, tutt’al più, di essere letti su cesso e poco dopo gettati nello stesso con immediato azionamento dello sciacquone… Aggiungo, comunque, che la generosità della redazione che non ne ha (secondo me colpevolmente…) cestinato nemmeno uno (questa sarebbe la volta buona per iniziare…), la frequenza (maniacale, si dice così…) con cui scrivo e, per tornare alla redazione, l’aggiunta al titolo originale di un altro più accattivante,  hanno la loro determinante parte di responsabilità nella configurazione delle statistiche.

Oggi tento di fare tutto da solo e, dopo aver giustificato il titolo ad effetto (lettore, non lasciarti prendere dalla curiosità, interrompi la lettura finché sei in tempo!), entro, era ora!, in argomento.

Il verbo essere nel dialetto neretino, tanto quando funge da predicato verbale che da copula, è preceduto solo nella terza persona singolare da  un nesso particolare: cce ggh’è? (che è?); cce ggh’è buènu! (quanto è buono!).

Il Rholfs nel suo vocabolario si limita a registrare no gghiè (non è), cce gghiè e cce gghiète (che cosa è) senza aggiungere altro.

Qual è l’etimologia di ggh’ (secondo me va scritto correttamente ggh’è e non gghiè, come ggh’ete e non gghiète1), anzi, prima ancora, qual è la vocale finale elisa? Non appaia strano se alle due domande risponderò alla fine e ancor più strano se parto da lontano e precisamente dalla semiconsonante j che nelle parole italiane derivate da quelle latine in cui essa compare ha dato come esito gi (jam>già; jacère=giacere, etc. etc.). Ancora: la forma  italiana letteraria ormai da tempo obsoleta (sopravvive solo nel participio passato femminile sostantivato gita) di andare è gire che suppone un latino *jire (classico ire). Questo è il fenomeno verificatosi, per una via appena appena più traversa, nel nostro ggh’. L’espressione corrispondente al nostro cce ggh’è? in latino sarebbe stata quid ibi est? (che cosa là c’è?). È intuitivo che, se cce corrisponde a quid ed è ad est, ggh’ corrisponderà a ibi (da cui gli italiani  ivi e vi). La trafila: quid ibi est?> *qui(d) ji (sincope di –b– che rende semiconsonante la prima i) e(st)?>*cce gi è? (passaggio ji->gi)>cce ggh’è? (elisione di i di gi che ha indotto non solo il raddoppiamento espressivo di g– ma anche l’aggiunta di h per conservare il suono gutturale della g tipico dei dialetti meridionali: napoletano se n’è gghiùto (da jiùto)=se ne è andato.

In conclusione, per rispondere alle due domande rimaste in sospeso: ggh’ sarebbe dal latino ibi e la vocale elisa proprio la sua i finale.1

Per completezza d’informazione debbo dire che il fenomeno  di cui si è parlato in altri casi non coinvolge direttamente la j. Per esempio: ngheta è figlia della seguente trafila: latino beta=bietola>*bleta (per influsso di blitum=spinacio)>bièta>(passaggio bl->bi-come in biasimare dal latino tardo blastemàre, dal classico blasphemàre, a sua volta dal greco blasfemèo=ingiuriare)>  ièta (aferesi di b– come in iastimàre da *biastimàre, a sua volta dal citato latino blastemàre)> *ggheta>ngheta (dissimilazione gg->ng-) e nghefa è dal latino gleba=zolla>glefa>*gghefa>nghefa.

Come ipotesi alternativa, senz’altro più lineare (ma la lingua molto spesso, proprio come chi la usa, segue percorsi tortuosi…), partendo proprio dall’ultimo esempio, il nostro nesso potrebbe nascere da un’espressione che in italiano suonerebbe che gli è (cfr. il toscano gli è un bravo ragazzo  e, in uso impersonale, gli è vero come nel francese il est vrai) , in cui gli è per aferesi da egli. La formazione in questo caso sarebbe relativamente recente, perché, derivando gli dal latino illi e tenendo presente che egli nel dialetto neretino è iddhu [da illu(m)], se il nostro nesso avesse avuto un’origine antica non sarebbe stato ggh’ ma ddh’. Anche in questo caso, però, la vocale elisa sarebbe ancora i e, pur dovendo rinunziare alla malizia del titolo, la grafia corretta sarebbe, comunque, ggh’è.

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1 Per quanto riguarda la grafia (il nesso è presente anche nel dialetto siciliano) nelle opere letterarie noto che gghiè  e ggh’è si alternano, anche se quest’ultima è costantemente adottata  in Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane di Giuseppe Pitrè, Pedone-Lauriel, Palermo, 1872-1919 e in Novecento dialettale salentino di D. Valli e A. G. D’Oria, Manni, Lecce, 2006.

Vita da Marinai. Un naufragio a Gallipoli nel 1707

Vita da Marinai

Il naufragio della tartana nominata “Ecce Homo e Santo Stefano

di Antonio Faita

Nei secoli, leggende di frontiera, navi fantasma, vascelli abbandonati, naufragi spettacolari, disastri navali di particolare ingenza, hanno avuto un grande fascino sull’immaginario collettivo, ognuno dotato di una propria storia. Naturalmente gli eventi metereologici detengono il record assoluto dei disastri navali: venti, uragani, tempeste improvvise, banchi di nebbia, sono in grado di rendere la navigazione estremamente pericolosa. Non ultimo il fuori rotta causato dai venti che può trascinare le imbarcazioni contro le secche, la costa o gli scogli rendendo impossibile riguadagnare il largo.  E’ ciò che avvenne ai marinai e componenti la ciurma della tartana[1] nominata “Ecce Homo e Santo Stefano” del Padrone Agostino Castagnino di Genova:

Il 5 novembre 1707 in Gallipoli, presso il notaio Carlo Megha[2] e alla presenza dei testimoni, il chierico Gaetano Buillo e Pietro Adamo si presentarono Domenico Costa, Giuseppe Ramundo, Giovanni Costa e Blasio Cusettola di Napoli, scrivano e marinai della tartana nominata “Ecce Homo e Santo Stefano” del Padrone Agostino Castagnino di Genova, presente in Gallipoli. Essi affermarono, che il Padron Castagnino, con la sua tartana, si trovava a Venezia per caricare 40 casse d’azzari[3], per conto del signor Giacomo Tomasi (come risultava anche dalla bolla di carico), per condurle e scaricarle al porto di Livorno.

Inoltre asserirono che furono caricate, per conto del padrone Castagnino, nove casse di lastre ed un caratello[4] d’ottoni. Il 4 settembre, “avuto” il buon tempo, salparono da Venezia facendo vela per Ancona dove giunsero il 28 settembre e dove in sei giorni caricarono 300.000 pezzi di zolfo “…per conto di chi appare nelle polizze di carico…”, da condurre a Livorno.

Per via della bonaccia, dovettero però sostare fino a quando non si alzò il vento, e ciò avvenne il 15 ottobre. La tartana, salpata l’ancora e issate le vele, fece rotta verso le Tremiti, dove giunse e rimase ferma per un giorno e una notte aspettando nuovamente il vento favorevole.

La mattina successiva, date le vele al vento, si navigò sino al porto di Trani nel quale giunse il 18 ottobre, rimanendovi per due giorni e ripartendo il 20 alla volta di Livorno. Venerdì 21, alle ore 16, navigarono con il buon tempo e il vento a favore, raggiungendo il mare di Leuca e, nella notte alle ore 2, la tartana ed il suo equipaggio erano nel mezzo del Golfo di Taranto. Il vento però cambiò in “…scirocco levante e immediatamente si turbò con densa oscurità con vento burrascoso…”. Incominciò a piovere e sotto una pioggia battente per ben quattro ore continue, “…navigarono alla trinca…”[5], ma non potendo più resistere al forte vento e al mare impetuoso, fu necessario virare di bordo facendo nuovamente rotta per Leuca.

Per non rischiare di affondare, si decise all’unanimità di buttare delle “robe” in mare per alleggerire la tartana, ciò che permise di resistere alla forza del mare per altre cinque ore. Poichè il mare s’ingrossava ancora di più, si decise nuovamente di alleggerire il carico, per cui la tartana, pur essendo rimasta con

Si può restare Sud scoprendosi anche Nord e Ovest di altri

Fontanelle – SantaCesarea (ph Federica Ricchiuto)

Riva Sud riva Nord 

Il Mediterraneo ri-chiama il Mezzogiorno

di Gianluca Palma

Non c’è alcuna profezia o teoria economica che spieghi in maniera chiara ed esaustiva perché tanti Paesi così diversi del Nord Africa siano stati infiammati, in questi ultimi mesi, da impetuose rivolte di piazza contro decennali regimi.

È di questi giorni anche il malcontento degli Indignatos spagnoli che protestano contro lo stato di precarietà che attanaglia le vite di molti giovani iberici … e non solo.

Nell’imminenza di questa estate, più che mai Mediterranea, provo a riflettere sul possibile ruolo che l’identità meridionale giocherà nel prossimo futuro di queste speculari sponde.

Facciamo un passo indietro: cosa si intende per identità meridionale?

L’identità si qualifica in una forte consapevolezza di tutti quei fattori (esogeni ed endogeni, materiali ed immateriali) che ci vengono consegnati dalla geografia e dalla storia, dal contesto naturale e dall’accumulo delle esperienze culturali, e che indicano non l’esistenza di un’unica e compatta “civiltà meridionale”, ma piuttosto di un complesso di esperienze maturate nei diversi luoghi del tempo, e sedimentatesi in altrettante occasioni della memoria. L’esperienza storica, invece, ci insegna che spesso si commette l’errore di arroccarsi in una mera esaltazione identitaria, o peggio ancora, si impone “la propria cultura” come egemone, dimenticandosi di volgere lo sguardo altrove, fuori dai nostri confini e dai nostri stereotipi.

Compito di tutti, per meglio dire esigenza etica comune, è quella di non piegarsi ad una logica di “pensiero unico”, ma impegnarsi invece nella costruzione di un’identità aperta al mondo, e nel caso meridionale protesa al Mediterraneo.

È da questo insieme plurale, eppure fortemente unificato da una comune dimensione culturale e simbolica, che nasce l’idea viva di un’identità meridionale. Un’idea mobile, non aggrappata alla contemplazione di sé (e della propria presunta superiorità, magari nell’arrangiarsi, nell’essere furbi, nel trasgredire, ecc.) né protesa alla rincorsa di un’imitazione a tutti i costi di modelli esterni, e alla ricerca di un appannamento delle proprie caratteristiche costitutive (Franco Cassano docet !).

L’identità aperta e positiva di cui il Mezzogiorno oggi può giovarsi è quella che riordina le esperienze del proprio passato, da quelle più lontane a quelle più recenti, ricostruendole attorno a un insieme di luoghi fisici e simbolici. Un’identità plurale quindi: non omogenea, monolitica, “meridionale”; piuttosto articolata, riconoscibile, ma non univoca, fatta di condivisioni e differenze.

Ecco un pensiero dalle forti radici “locali”, ma non “localistico”: un pensiero che non si vergogna delle proprie origini, che tiene ben piantati i piedi nella sua terra, ma non rinuncia a rivolgere lo sguardo al di là di sé, curioso del mondo. Un po’ come sosteneva Corrado Alvaro in Gente in Aspromonte, quando scrisse: “È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie”.

L’identità aperta diventa così un potente fattore di civicness (senso civico), in quanto orienta e stabilizza le direzioni di un governo del territorio. Essa sostiene la creazione di nuovi strumenti di valutazione delle politiche. Rafforza, in una sola espressione, il capitale sociale necessario per lo sviluppo. Sviluppo inteso non come mera crescita economica, mercato selvaggio, omologazione e massimizzazione dei profitti, quanto piuttosto come attuazione di “sviluppi territoriali integrati” che rispettino gli equilibri dinamici dei singoli territori e le peculiarità delle rispettive comunità. Nel caso del Mezzogiorno questo tipo di sviluppo passa attraverso una valorizzazione sistemica delle risorse locali e una fattiva collaborazione ed integrazione con i popoli del Mediterraneo. Tutto il meridione d’Italia è chiamato ad essere in prima linea nel riaffermare l’importanza mondiale del Mediterraneo e immaginarsi come la porta d’Europa.

Corigliano Calabro, balconata (ph Federica Ricchiuto)

Si può restare Sud scoprendosi anche Nord e Ovest di altri. Mantenere i fondamentali legami con l’Unione Europea moltiplicando anche quelli balcanici. Certo è difficilissimo. Perché difficile è usare risorse differenziate in modo interconnesso, è arduo iniziare laddove non c’è esperienza passata; le fasi più dure dei processi di sviluppo sono quelle iniziali: far nascere imprese dove sono poche, suscitare fiducia, incrociare risorse, integrare competenze, realizzare politiche coerenti. Ogni facile ottimismo va bandito: serve un impegno solidale di tutta la popolazione, non solo meridionale. È doveroso per tutti noi avere chiaro che i problemi sociali ed economici che investono le regioni meridionali non riguardano solo una parte della nostra penisola bensì tutta la nazione e l’Europa intera.

Concludendo, per intraprendere un corretta crescita economica, sociale e politica del Meridione d’Italia è auspicabile che si impari a sfruttare questo universo composito che il Mezzogiorno rappresenta. Bene sarebbe se si provasse a sviluppare pratiche di solidarietà intragenerazionale e intergenerazionale, che sostengano e preservino questo territorio per le future generazioni; un territorio, come suggeriva Alberto Magnaghi, che venga eletto ad opera d’arte da preservare e mai più un asino da soma da sfruttare.

http://www.ciclostyle.it (08 giugno 2011)

* foto di Federica Ricchiuto

Vademecum del contadino del tempo che fu

di Armando Polito

immagine tratta da http://tangalor.blogspot.com/2010/11/affrontare-tutte-le-stagioni-della-vita.html

Da sempre strettissimi sono stati nella civiltà umana i rapporti tra l’alternarsi delle stagioni, quella che alle origini e per millenni fu la principale attività, l’agricoltura, e la religione. Poi vennero l’ industria, l’inquinamento, i mutamenti climatici, l’agricoltura transgenica (quella biologica, più che un’inversione di tendenza frutto di un ravvedimento, a me sembra solo una perversa contraddizione che, sempre in nome del dio profitto, fa leva sulle nostre, pur fondate, paure e rischia di essere una delle tante mode che puntualmente vengono imposte) e tutto quello che di spiacevole il futuro ci riserverà. Chi scrive ha un concetto molto personale della religione (anzi, ad essere sincero, debbo dire che mi ripugna alla mente ed al cuore un credo, e in questo tutte le religioni passate e presenti si somigliano, che trae la sua ragion d’essere dalla paura di un fenomeno altrettanto naturale come la nascita qual è la morte), ma un minimo di onestà intellettuale mi obbliga a riconoscere che nel passato, almeno, quei rapporti ai quali ho fatto cenno all’inizio hanno garantito un certo rispetto dell’ordine naturale delle cose e della vita. Con un sentimento che è nello stesso tempo nostalgia e rabbia mi piace perciò qui ricordare sette antichi proverbi che il cosiddetto progresso ha reso quasi del tutto obsoleti nel volgere di pochi decenni. E se per gli altri la fine o quasi è stata decretata dalle serre, non mi meraviglierei se il primo, sconfessato (nella sua interpretazione letterale) dalla scienza per quanto osservo in nota 1, si prendesse la sua brava rivincita e fosse, paradossalmente, l’unico ad essere attuale per colpa del sovvertimento totale che l’uomo sarà stato in in grado di produrre pure a livello astronomico…

1 Ti santa Lucia llunghèsce la tia

quantu lu pete ti la iaddhìna mia.

Il giorno di santa Lucia (13 dicembre) si allunga il dì

quanto il piede della gallina mia.1

 

2 Ti santu Frangìscu

la seta2 allu canìsciu3.

Il giorno di san Francesco (4 ottobre)

la melograna nel canestro.

 

3 Ti santu Gisèppu

la simènte all’uèrtu.

Il giorno di san Giuseppe (1 maggio)

la semente nell’orto.

 

4 Ti santu Lionàrdu

chiànta la faa ca è tardu.

Il giorno di san Leonardo (6 novembre)

pianta la fava perché è tardi.

 

5 Ti santu Lorènzu

lu noce ggh’è mmiènzu.

Il giorno di san Lorenzo (10 agosto)

la noce è a metà (del suo sviluppo).

 

6 Ti santu Subbistiànu

li cìciri4 alla manu.

Il giorno di san Sebastiano (20 gennaio)

i ceci in mano (pronti per la semina).

 

7 Ti Tutti li santi

la simènte alli campi.

Il giorno di Ognissanti (1 novembre)

la semente nei campi.

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1 Com’è noto il 21 dicembre,  inizio del solstizio d’inverno, è la data dell’anno in cui il giorno ha la durata più breve. È dal 22, dunque, che il giorno comincia progressivamente e lentamente a crescere. Credo, perciò, che il proverbio vada interpretato non tanto come intriso di sarcasmo (anche se il piede della gallina, per quanto piccolo, sempre piede è…) ma come una sorta di miracolo più agognato che realizzato (in fondo santa Lucia non è la protettrice della vista, cioè, in ultima analisi, della luce?). A meno che, quel “ti” corrisponda non a “di” ma a “da” , cioè a “subito dopo”.

2 Dal greco side=melograno. Come avviene per i più titolati palinsesti televisivi anticipo che un post con foto originali sarà dedicato al melograno in settembre, quando matureranno i frutti dei miei numerosi alberi. La riproduzione di questa pianta, infatti, è quanto di più facile si possa immaginare: basta scalzare, alla fine dell’autunno o all’inizio dell’inverno, uno dei numerosissimi polloni che tendono a svilupparsi nelle immediate vicinanze del piede (non quelli che spuntano direttamente dal piede e che non hanno apparato radicale), invasarlo o piantarlo direttamente nel terreno.

3 Nel dialetto neretino canestro [dal latino canìstru(m), dal greco kànastron, probabilmente connesso con kanna=canna]  è canèscia (con cambio di genere e normale passaggio –str->-sci-, come in maestra/mèscia, finèstra/finèscia, etc, etc.). La variante canìsciu rende possibile l’assonanza. Da notare che questo dettaglio prosodico ricorre pure nel proverbio successivo (Gisèppu/uèrtu), negli altri si ha regolare rima.

4 Plurale più fedele di quello italiano (ceci) all’originale latino (cìceres).

Puglia, porta d'Oriente (seconda parte)

Ambienti, paesaggi e natura di Puglia

Seconda parte

 

di Francesco Lacarbonara

 

Nella prima parte di questo nostro breve viaggio alla scoperta del patrimonio naturalistico pugliese abbiamo visto quelle che sono le sue principali caratteristiche geografiche. Continuiamo il nostro percorso esplorando i diversi habitat naturali della Puglia per evidenziarne i suoi più importanti aspetti biologici e paesaggistici.

Mar Mediterraneo (NASA)

La nostra regione rientra, dal punto di vista biogeografico, nella zona centrale di quello che viene definito come “bioma mediterraneo” (Whittaker, 1970): un’area geografica che si colloca intorno al 40° di latitudine nord e le cui caratteristiche climatiche risentono dell’influsso del Mar Mediterraneo. In questa vasta area si riscontrano aspetti climatici comuni quali: precipitazioni diffuse soprattutto nei mesi autunnali ed invernali, lunghi periodi di siccità caratterizzanti i mesi estivi durante i quali si possono registrare temperature massime anche superiori ai 40 °C, mentre le temperature minime di rado scendono al di sotto dei 0 °C; rare le precipitazioni nevose. In particolare i valori medi di piovosità in Puglia sono compresi tra i 450 e i 650 mm annui; valori maggiori si registrano sul Gargano, sul Subappennino Dauno e lungo il versante adriatico del Salento, con precipitazioni locali che superano gli 800 mm annui.

Un tale quadro climatico consente lo sviluppo di una ricca flora che vanta circa 20.000 specie, delle quali 7.050 sono presenti in Italia, 2.076 in Puglia e 1.400 nel solo Salento, corrispondenti ai 2/3 della flora pugliese e a 1/3 della flora italiana; di queste 150 sono piante alimurgiche, prive cioè di sostanze velenose o comunque dannose per l’organismo e pertanto commestibili.

Salvia triloba
Il paesaggio vegetale mostra aspetti molto diversi a seconda delle zone geografiche, delle condizioni microclimatiche e dell’ininterrotta opera di trasformazione apportata dalle attività antropiche. Si passa così dalleforeste di latifoglie del Gargano alla pseudo-steppa dell’Alta Murgia, dalla vegetazione psammofila e igrofila dei litorali e delle retrostanti zone umide alle distese di ulivi, molti dei quali centenari, che da un capo all’altro della Puglia rendono tipico il nostro paesaggio.

Tra le specie di particolare rilievo  ricordiamo, solo a titolo di esempio, il fragno (Quercus troiana) e la quercia vallonea (Quercus macrolepis) per le essenze arboree ; Campanula versicolorSalvia trilobaPhlomis fruticosa tra le specie di origine balcanica; Inula candidaScabiosa dallaportae Iris pseudopumila tra le specie endemiche; Ipomea saggitata e Sarcopterium spinosum, tra le specie rare dell’intera flora italiana.

La particolare disposizione geografica, unitamente alla diversità dei biotopi, fa della Puglia un luogo ideale per la sosta di numerose specie di uccelli, sia stanziali sia migratrici.

Garzetta (Egretta garzetta)

Il dato si fa interessante se si considera che le specie di uccelli che nidificano in Puglia sono 179 pari a circa il 72 % del totale delle specie nidificanti in Italia (fonte: Arpa Puglia, Relazione sullo stato dell’ambiente 2004). Passeggiando lungo i sentieri di una delle tante faggete della Foresta Umbra, nel Parco Nazionale del Gargano, non è raro imbattersi nel ripetitivo tamburellare del picchio, che con ben cinque specie popola questi boschi, tra cui il raro ed elusivo picchio dorsobianco (Picoides leucotos). I campi coltivati del Tavoliere, come le

Seclì, 19 luglio 1739: festività di S. Antonio. Botte da orbi tra Galatonesi e Seclioti


di Marcello Gaballo

Più volte ho avuto modo di riferire su fatti e cronache di qualche secolo fa, che il solito prodigo Archivio di Stato di Lecce ci propone nello spoglio degli atti notarili in esso conservati. Buona parte di questi generalmente tratta di compravendite, concessioni, donazioni e altri rogiti più o meno interessanti, ma di uno sono rimasto particolarmente colpito, se non altro per la sua originalità.

Mi piace raccontarlo, perché è giusto che si abbia modo, come lo è stato per me, di riflettere su come i tempi cambino, ma il carattere e i vizi umani restino sempre, anche se adeguati ai costumi dell’epoca in cui si vive.

La vicenda si svolge dunque a Seclì nel 1739, in occasione della festa di S. Antonio (la “festa cranne”, per distinguerla dalla “piccinna” del 13 giugno, come ancora si pratica)  per la quale erano “a tal’ effetto concorse diverse persone di Galatone e di altri luoghi convicini”, tra cui un tal Carmine d’Amici di Aradeo e Giuseppe Donadei di Neviano.

Seclì, prospetto principale del palazzo ducale realizzato dai D’Amato

I due dichiarano di fronte al notaio di aver assistito personalmente “che in detto giorno, a circa l’ore venti una, si attaccò fra alcune persone cittadine di Seclì e di Galatone littigio avanti la porta di Seclì“.

L’occasione della lite nasceva dal fatto che alcuni galatonesi si erano opposti alla carcerazione di “un di loro concittadino di nome Marco Longo, come si pretendeva da quelli di Seclì”. Riusciti dunque a ottenerne la liberazione, pur con la viva opposizione dei Seclioti, ne nacque una rissa e nel pieno dei litigi “comparve il magnifico Carlo Guida di Galatone, che cavalcava una giumenta, il quale fattosi mezzo alla calca della gente che ivi era accorsa, fra quali anche esistevano Diego Carlucci di Seclì, che portava in mano un legno seu margiale, Diego Farlisci, il quale con una pietra grossa che afferrò da terra minacciava di tirare, senza che essi suddetti constituti avessero potuto

Cinque pubblicazioni di Rossella Barletta

 

In abbinamento col “Nuovo Quotidiano di Puglia – edizione di Lecce”, dal 15 giugno e per ogni mercoledì successivo, usciranno cinque pubblicazioni (costo supplementare €. 5,00) della Collana “Calendula”, fondata e diretta da Rossella Barletta, nota ed apprezzata ricercatrice leccese di folklore salentino, per i tipi delle Edizioni Grifo di Lecce:

 

Parco dell’Alta Murgia da intitolarsi ad un figlio illustre di Gravina?

PARCO NAZIONALE DELL’ALTA MURGIA “GIUSEPPE LOPRIORE”?  E’ UN’IDEA, UNA PROPOSTA

 

di Giuseppe Massari

Il 14 gennaio 2011, a Ruvo di Puglia, uno dei 13 comuni compresi nel territorio del Parco dell’Alta Murgia, presso l’ex convento dei domenicani, fu inaugurata ed aperta ufficialmente la sede dell’Officina del Piano per il Parco. Nel corso dell’evento, quella che potrebbe essere definita la sede tecnica del parco è stata intitolata a Don Francesco Cassol, il parroco di Longarone (Bl) ucciso da un bracconiere nel territorio del Parco, nell’agosto dello  scorso anno. Questa decisione è stata una scelta mirata, un segnale e un messaggio di solidarietà nei confronti di questo sfortunato sacerdote bellunese, ucciso mentre era in vacanza in Puglia, in quella zona di murgia che egli conosceva molto bene per esserci stato molte altre volte in passato. E’ stato un messaggio forte contro il presunto colpevole e contro tutti coloro che praticano, non sappiamo se per arte o per sport, il bracconaggio in questo territorio arido e brullo.

Comunque sia, dopo quello che poteva essere e sembrare un atto dovuto nei confronti di don Cassol, approfittando di questa intitolazione, ci piace poterne suggerire una che riguarda la sede del parco che si trova a Gravina. La ragione è semplice ed elementare. Facilitata, anche, da una felice circostanza.

Questa città annovera fra i suoi figli più illustri, Giuseppe Lopriore, a cui, pure, è dedicata una via. Ma chi era costui?  Conosciamolo insieme.

Lopriore nasce a Gravina il 12 settembre 1865 da umile e modesto casato. Tale appartenenza non poteva garantirgli il proseguimento degli studi per il quale si sentiva vocato, per cui alcuni mecenati gravinesi: Luigi e Giovanni Pellicciari lo avviarono agli studi. Compiuti, così, i primi studi a Gravina prima e poi a Bari, con lodevolissimi risultati, fu, a spese del nostro Comune, inviato nella Regia Scuola Agraria di Portici. A Portici, nel novembre del 1887 ne uscì laureato con

Gli involtini in foglie di vite. L'Oriente e il Salento

ph Riccardo Schirosi

Per reddito di 2,40 Euro al chilo cercasi foglie di vite del Salento leccese

di Antonio Bruno

Nel Salento leccese c’erano 60mila ettari di vigneto e ne rimangono appena 5mila. Con i contributi allo snellimento si è determinato l’abbandono di questa coltivazione che ha caratterizzato per secoli il bel Paesaggio agrario del nostro territorio.

Ieri a Bari grazie al Dott. Giuseppe Lamacchia i 220mila proprietari del Paesaggio rurale del Salento leccese soci del Consorzio di Bonifica “Ugento e Li Foggi” sono in condizioni di usufruire di un servizio fornito dall’Ufficio ICE di Bari e dall’Ufficio ICE di Riyadh a vantaggio dei produttori pugliesi di uva, che ha dato l’avvio alla creazione di un nuovo filone di esportazione ovvero quello delle foglie di vite.

Ma che cosa fanno in Arabia Saudita con le foglie di vite della Puglia?

Gli involtini in foglie di vite, sono uno dei più tipici antipasti greci amati in Bulgaria, Romania, Albania…, è tradizione di tanti paesi, ma ha origini ignote

Gli involtini preparati con le foglie di vite sono un piatto dell’est Europa. Si mangiano in Bulgaria, dove si chiamano “sarmi”, in Grecia dove il loro nome è dolmadakia, in Albania, Romania, Macedonia e nei paesi limitrofi. In questi

Maglie e Federico Garcìa Lorca (1898-1936)

MAGLIE E FEDERICO GARCIA LORCA. DALLA “LUNA GITANA” ALLA  “LUNA DEI BORBONI”

di Paolo Vincenti

“Federico Garcìa Lorca fu una creatura straordinaria. Creatura questa volta significa più che uomo. Federico infatti ci metteva in contatto con la creazione, con questo tutto primordiale dove risiedono le fertili forze. Quell’uomo era prima di tutto sorgente, freschissimo zampillo di sorgente, trasparenza originaria alle radici dell’universo”: così ricorda Federico Garcìa Lorca il suo amico Jorge Guillèn, nel suo Prologo alle Obras completas di Lorca, riportato da Claudio Rendina in “ Libro de Poemas. Edizione intergrale” (Newton Compton 1995).

Al grande poeta spagnolo è stata dedicata, mercoledì 6 dicembre, una serata, “ Omaggio a Federico Garcìa Lorca (1898-1936)”,  dal Liceo “Francesca Capece” di Maglie. Aggiungere il qualificativo “bellissima” al termine “serata può sembrare una formula di rito, così come siamo abituati a sentir definire “glorioso” lo storico Liceo Capece di Maglie. Però, mai come in questo caso, gli usati aggettivi sono appropriati: perché una serata che ha regalato fortissime emozioni agli astanti dall’inizio alla fine ed è riuscita a mettere tutti d’accordo sulla sua ottima riuscita non è se non un piccolo miracolo ( abituati come siamo alla  superficialità e all’improvvisazione delle serate culturali a cui mediamente assistiamo,) e un Istituto Scolastico che riesce ad organizzare tutto ciò conferma che la ottima fama di cui gode è più che meritata.

Nel 70° Anniversario della morte di Lorca, si è tenuta, nell’Aula Magna del Liceo magliese, una Tavola Rotonda e un Recital di musica e poesia nel segno del grande poeta del Romancero gitano. Tutte queste arti infatti si intrecciano nella sua poesia, la cui vasta teatralità è stata messa in evidenza da tutti i critici,  secondo quanto lo stesso Lorca aveva affermato, cioè che “il teatro è la poesia che si eleva dal libro e si fa umana” (dall’intervista di Felipe Morales in Obras completas).

L’amore per il teatro da parte di Lorca trova ampie conferme nella sua carriera, a partire da El maleficio de la mariposa, la sua prima, fallimentare, rappresentazione teatrale con marionette disegnate dal pittore uruguaiano Rafael Barradas, fino a La Barraca, teatro popolare da lui progettato, nel 1931, gratuito e ambulante.

Dopo l’Introduzione del Prof. Vito Papa, Preside del  Liceo Capece, hanno preso la parola la Prof.ssa Valentina Sgueglia, vice presidente dell’Adi Sd, Le-Br-Ta, il Prof. Diego Simini, docente di Lingua e Letteratura Spagnola dell’Università di Lecce, e il Prof. Antonio Lucio Giannone, docente di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università leccese. Gli interventi dei relatori sono stati intervallati dalle esibizioni di danza curate dalla Prof.ssa Maria Josè Cueto Martìnez e dalla lettura di poesie lorchiane, nella doppia versione spagnola e italiana, ad opera degli studenti delle V Classi internazionali di Spagnolo del Liceo Capece e da canti, ad opera degli stessi studenti, di alcuni famosi brani di Lorca, con la Direzione artistica e musicale a cura dei Professori Angelo Pulgarìn Linero, Soledad Negrelos Castro e Josè Manuel Alonso Feito. Gli studenti della sezione spagnola del Liceo Capece  sono coordinati dalla Prof.ssa Isabel  Alonso Devila, che è stata anche relatrice della serata.  La musica era stato il primo amore del poeta spagnolo, che aveva studiato piano e composizione con il maestro Antonio Segura, scrivendo numerose canzoni, ed aveva avuto una speciale amicizia col grande maestro spagnolo Manuel De Falla.

Il nome di Garcìa Lorca, poeta molto amato e conosciuto in Italia, è legato anche al  Salento, grazie alla magistrale traduzione che hanno fatto dei suoi versi due grandi intellettuali ed ispanisti della nostra terra, vale a dire il magliese- fiorentino Oreste  Macrì (soprattutto con Canti gitani e prime poesie, pubblicato con Guanda nel 1949, poi ampliato e pubblicato col nuovo titolo Canti gitani e andalusi e con nuova sua Introduzione nel 1951 e ancora nel 1961 ) e il leccese Vittorio Bodini ( in particolare, Tutto il teatro 1952).

Macrì e Bodini costituiscono, insieme a Carlo Bo (cui spetta forse il primato degli studi lorchiani in Italia, a partire da Poesie, pubblicato nel 1940 con Guanda, che ha avuto numerosissime riedizioni, passando per Poesie sparse, Guanda 1976), la triade dei maggiori studiosi del poeta spagnolo (cui aggiungeremmo, anche per quantità di contributi offerti, Claudio Rendina). Nel suo intervento alla serata del 6 dicembre, A.L.Giannone si è occupato del rapporto fra Garcìa Lorca e Vittorio Bodini, scrittore leccese a Giannone da sempre molto caro.

Il docente, che ha dedicato a questo argomento molti suoi studi , soprattutto Corriere Spagnolo (Manni 1987), che raccoglie reportage dalla Spagna e prose di Bodini,  ha tracciato un profilo delle influenze che direttamente o indirettamente il Bodini poeta ha tratto dal Bodini ispanista, o, per meglio dire, le influenze che Bodini ha ricevuto, nella sua produzione poetica,  dalla poesia di Lorca, di cui è stato fine traduttore.

Bodini ha avuto nella sua carriera una lunghissima frequentazione con la letteratura spagnola, avendo tradotto, oltre a Lorca, il Don Chisciotte di Cervantes (Einaudi 1957), Visione celeste di J.Larrea e le Poesie di Salinas (Lerici 1958), il Picasso di V. Aleixandre (Scheiwiller 1962), l’antologia I poeti surrealisti spagnoli ( Einaudi 1963;  ed è stato proprio Bodini, come ha sottolineato Giannone, a definire tale questa scuola poetica spagnola, mutuando la definizione dal surrealismo francese), I Sonetti amorosi e morali di Quevedo (Einaudi 1965), Degli Angeli di Rafael Alberti (Einaudi 1966) e Il poeta nella strada dello stesso autore (Mondatori 1969), infine il Lazarillo de Tormes (Einaudi 1972).

L’amore di Bodini per Lorca era iniziato già nel 1945 con la prima traduzione europea della farsa di Lorca,  Il Teatrino di don Cristobal, del 1931, come ricorda Ennio Bonea in “Comi Bodini Pagano. Proposte di lettura” (Manni 1998). Anche Giannone, così come Macrì, ricordato da Bonea nel saggio testé citato, ritiene che l’influenza del grande Lorca su Bodini  inizi già prima del suo viaggio in Spagna del 1946.

La permanenza nella penisola iberica , comunque, dal 1946 al 1949,  fu fondamentale per l’ispanismo di Bodini e rafforzò ancora di più la sua ricerca, perché, come scrive Giannone nella sua Introduzione a “Barocco del Sud. Racconti e prose” (Besa 2005), “gli permette di scoprire un altro Sud, che gli serve per capire meglio anche il suo. Nei reportage e nelle prose che egli continuò a pubblicare dopo essere tornato in Italia, è possibile notare il tentativo di penetrare nella realtà profonda della Spagna, alla scoperta della sua dimensione invisibile e sconosciuta, del suo ‘spirito nascosto’ per usare un’espressione di Lorca. Proprio Lorca, che diventa la guida ideale di Bodini in questo viaggio, gli insegna a scavare nell’inconscio collettivo del suo popolo partendo dalle manifestazioni più tipiche del folclore iberico: il flamenco, la corrida, i serenos, i combattimenti dei galli, i riti della Settimana Santa e così via. Lo scrittore leccese si va gradualmente accorgendo delle numerose affinità tra il popolo spagnolo e quello salentino, legati anche nell’intimo da un sentimento tragico della vita, e trova in quel paese il ‘suo’ Sud, come egli stesso scrive in una poesia di Dopo la luna, Omaggio a Gongora[…]”.

“L’interesse per Lorca”, ha spiegato Giannone durante il suo intervento, “è culminato con la pubblicazione, presso Einaudi, nel 1952,  del Teatro”, ed ha citato alcune parole di Bodini, tratte dalla sua Prefazione dell’opera, da cui si evince che Bodini, da acuto interprete e autentico poeta, aveva colto perfettamente il messaggio della poesia di Lorca: “ La sua [di Lorca] presenza aderiva alla vita in modo così pienamente meraviglioso che egli era la vita stessa nel suo infinito presente. Tutta la sua poesia era una dichiarazione obbiettiva dell’essere, che la mancanza di sforzo rendeva estremamente gioconda: bastava che dicesse luna e la luna esisteva, che dicesse coltello e un coltello brillava, che dicesse stella, cavallo, fiore …”.

Il 1952 è lo stesso anno in cui Bodini pubblica la sua prima opera poetica La luna dei Borboni (di cui, recentemente, è stata pubblicata una nuova versione, a cura di Antonio Mangione, da Besa, 2005) ) e Giannone ha rilevato quanto forte fu l’influenza che le traduzioni di Lorca ebbero su questa sua poesia. “Tipicamente lorchiana”, ha detto Giannone, “è, ad esempio, l’apparizione improvvisa, straniante, di figure e animali, che a prima vista risulta inspiegabile, come ‘il cavallo sorcino’ che ‘cammina a ritroso sulla pianura’, il ‘gatto’ che ‘trotta magro e sicuro nel Sud nero’, definizione, quest’ultima, ripresa proprio da Lorca che aveva definito la sua ‘Spagna nera’.

E a Lorca, da lui definito ‘il poeta più cromatico che il mondo conosca’, risale la ricchezza dei colori nella poesia bodiniana, come, ad  esempio, il ‘nero’ dei gatti e dei capelli delle donne, del catrame, delle monache, il ‘bianco’ della calce, il  ‘rosso’ del sangue, dei peperoni e dei pomodori, il ‘verde’ dei portoncini, il ‘giallo’ dei limoni e delle zucche, ecc.  Nella raccolta I poeti surrealisti spagnoli, poi, è presente la traduzione integrale della raccolta Poeta en Nueva York, composta da Lorca negli Stati Uniti e che è considerata da Bodini, come scrive nella sua Introduzione, ‘un grido di appassionata protesta contro l’americanismo e la civiltà meccanica raffigurate come un ossessionante trionfo della morte’.

Questo libro ebbe un innegabile influsso sulle raccolte bodiniane Metamor, Zeta e La civiltà industriale, dove il surrealismo che contraddistingue queste raccolte si carica di valenze polemiche nei confronti della società tecnologicamente avanzata”.

Gino Pisanò individua un ideale asse Salento-Spagna, similate “in un’unica spazialità categoriale il cui baricentro era costituito dall’ecumene mediterranea”, nel suo saggio “La leucadia salentina nell’archivio letterario del Novecento” (in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del Sud Salento”, Pubbligraf 2004). In quello che definisce “l’animismo folklorico-surreale di Vittorio Bodini”, i cui connotati indica nella triade “luna-gufo-gatto”, “segni persefonici di un universo infero e invisibile”, Pisanò traccia dei parallelismi fra la Spagna nera di Lorca e il Salento luttuoso e misterioso di Bodini, iconizzato dalla dominanza del buio dei suoi paesaggi e dal vocalismo chiuso e fonosimbolico di molte sue poesie.

Anche secondo Pisanò, la “pena vivente” dei gitani di Lorca è la medesima dei contadini del sud, degli ppoppiti bodiniani, e l’autore della Luna dei Borboni, fatalmente attratto dall’archetipo lorchiano, “trasfigura il Salento in emblema del Sud, di ogni Sud trascorso da presenze-assenze, introiettando e restituendo omologati il duende di Lorca, los angeles di Alberti, i lemuri salentini”.  Giannone, a conclusione del suo intervento, si è anche soffermato sulla morte del poeta di Canciones, i cui veri motivi, a distanza di tanti anni, rimangono ancora poco chiari. “Yo tengo el fuego en mis manos”, dice Lorca a Gerardo Diego, in “Poesia espanola contemporanea” (Madrid 1962) per  definire l’origine della sua poesia. Da Poema del cante jondo a Oda a Walt Whitman, da Romancero gitano a Divàn del Tamarit, la sua poesia continua a scorrerci dentro, bruciando come fuoco nelle vene.

Muretti a secco e serpi nel Salento di fine Ottocento

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO 

A TU PER TU CON I SIPALI 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

   (…) Se nella zona arida delle masserie e in quella marginale degli oliveti la sacàra  (serpe) nidificava intr’a lli scrasciàli (muretti a secco rivestiti di scrasce [rovi]), nella campagna pienamente vissuta, ossia quella coltivata a ficheti, vigne e ortaggi in genere, trovava rifugio nei sipàli, essendo pressoché uguali le caratteristiche di asilo che le due strutture di recinzione offrivano. Per scrasciàli – come già detto – si intendevano i muretti a secco appositamente costruiti, livellati nell’altezza e intenzionalmente ricoperti di rovi; i sipàli invece, di solito situati ai confini interni del fondo come linea di demarcazione fra due proprietà diverse o come prode ai canali di scolo,  erano stati elevati man mano nel tempo con elementi casuali, ossia attraverso un progressivo accumularsi di detriti, originariamente costituiti da risulte di spietramento e via via incrementati dallo scarico dei rifiuti casalinghi e da pietre occasionali.    All’epoca, se si escludeva la sparuta presenza di uno o due spazzini, incaricati solo di scopare le vie centrali del paese, non esisteva servizio di nettezza urbana che assicurasse lo smaltimento dei rifiuti; e se li rumàte, ossia  i rifiuti trasformabili in concime (rumàtu), avevano facile deflusso nella foggia* e li mmunnàzze t’ampa (le immondizie da fuoco) venivano utilizzate come mpizzicatùru (esca) nel camino, li scigghe toste (le scorie dure) nonché li cupérchi e lli itri rutti (i cocci e i vetri rotti) non trovavano altra destinazione se non proprio quella di…sobbra’a llu sipàle.

   Qui però occorre intendersi, cioè non visualizzare i sipàli come dei grandi immondezzai partendo dalla connotazione del consumistico getta-getta odierno, che se perpetrato all’epoca li avrebbe resi sì altrettante scale di Giacobbe alte sino al cielo: la vita correva sui binari dell’essenzialità e l’alimentazione stessa assumeva in pieno il concetto dell’indispensabile, basata com’era, da un anno all’altro, sulla pietanza unica di legumi e verdure, inframmezzata dal domenicale piàttu ti mmaccarrùni e solo rallegrata dalle purpètte ti ciùcciu (polpette d’asino)  in occasione delle grandi festività. Se sui sipàli arrivavano valve di mitili erano quasi sempre di provenienza padronale,

Pulsano. Meglio un chiosco… che un sito archeologico

di Emma Lopresto

Nei giorni scorsi si è aperto un chiosco di circa 15 metri quadri su un sito archeologico in località Lido Silvana, marina di Pulsano (TA). Il chiosco, ovvero la costruzione di notevole grandezza, per la vendita di bibite e il noleggio di ombrelloni, poggia su pilastri piantati con cemento all’interno dello scoglio, a circa 3 metri dal mare, su un sito archeologico di epoca romana.

Tale costruzione rientra in una delibera ben più grande fatta dal Comune di Pulsano detta “ Spiagge libere”, con l’intento di dare in gestione spiagge o porzioni di spiagge a privati e la loro gestione.

Il caso in questione risulta al quanto strano, poiché questa amministrazione in dicembre con un’altra delibera aveva dato il suo patrocinio morale insieme

Uno studio di CoperAttivi sulle discariche abusive a Copertino

di Corrado Nestola (Amministratore web CoperAttivi)

E’ stato protocollato in data 20/05/2011 un documento-studio indirizzato alla cittadinanza tutta e sottoposto all’attenzione dell’Amministrazione Comunale e del Sindaco di Copertino, contenente una catalogazione delle discariche abusive presenti nel territorio comunale.

Tale documento è stato redatto da CoperAttivi – Copertinesi Attivi , un gruppo di giovani cittadini copertinesi che si propone di accogliere tutti gli individui

Giuseppe Conte e l’Olio della Poesia

LE OCCASIONI DI PEPPINO CONTE.  GIUSEPPE CONTE E L’OLIO DELLA POESIA

di Paolo Vincenti

“I sognatori si giocano la vita come i bersagli dei freddi tiratori di coltelli e i poeti sono i sognatori e piacciono alle prostitute” : avercene di sognatori come Giuseppe Conte, classe 1952, una vita “di fughe e di pretesti”, spesa per la poesia e per la crescita culturale salentina, spesa a cercare, ogni mattina,“ il nettare di un giorno”,  a inseguire parole, a prendere “le misure del cuore” di tutti quelli che ha incontrato e continua ad incontrare sulla sua strada. Fra fogli, telefonini e documenti vari, sparsi sulla sua disordinata scrivania, Conte ci apre il suo archivio di ricordi, offrendo alla nostra adorante e mai soddisfatta curiosità  la sua lunga e varia esperienza di vita, di lavoro e di cultura.

“I sognatori si giocano la vita e come un branco di stanchi gabbiani sono corrosi di viaggi fruttuosi ma pure inconcludenti”: avrà anche avuto dei viaggi andati a vuoto, ma un viaggio sicuramente fruttuoso per Conte è stato l’Olio della Poesia, da quando, nel 1995, con un gruppo di amici, fra cui Giovanni Invitto, decise di organizzare una serata culturale, nel suo paese natale, Serrano, frazione di Carpignano Salentino.

In quella serata, intitolata La parola e il suono, si può cogliere il germe di quello che sarebbe diventato uno dei più originali appuntamenti culturali dell’anno, sicuramente l’evento estivo più interessante e prestigioso della provincia leccese. Nel variegato panorama dei premi salentini, infatti, L’olio della Poesia, che si tiene proprio a Serrano di Carpignano Salentino (patria, fra gli altri, di Liborio Salomi e Temistocle De Vitis),  si distingue da tutti gli altri per la sua originalità e per la poeticità della proposta: questo evento ha visto passare, nel piccolo paese della Grecìa Salentina, poeti del calibro di Mario Luzi, Edoardo Sanguineti, Giovanni Raboni ed Alda Merini. In questa serata, interamente dedicata alla parola poetica, che richiama a Serrano tantissima gente, stipata fino all’inverosimile nella ristretta Piazza Lubelli, si compie ogni anno un piccolo miracolo.

La poesia, ritenuta cosa noiosa, difficile, per pochi, diventa invece partecipazione, comunione di intenti, ascolto attento e quasi religioso. “Questa comunione”, scrive Fabio Tolledi in un vecchio numero di “Lecce Sera”, “è

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