Avventura di un pescatore ubriaco e di una seppia

di Raffaella Verdesca

Ogni giorno, di buon mattino, Corrado si levava dal letto per correre sulla spiaggia a pescare, cosa che credeva di saper fare meglio di chiunque altro.

E così sarebbe stato, se solo non si fosse messa di mezzo la bottiglia!

Corrado, pescatore maturo di quarant’anni, aveva da tempo il vizietto di fare colazione con tre dita di grappa in un goccio di caffè, di pranzare annegandosi nel vino rosso e, dulcis in fundo, di chiacchierare lungamente, a sera fatta, con un amabile d.o.c. del ’99.

Una vita perfetta, senza pensieri.

A dirla tutta, però, il poveretto faticava un po’a trovare il letto di notte e la porta di casa al mattino, ma niente lo faceva sentire in imbarazzo.

Anche le disgrazie erano un motivo per ridere di sè e brindarci sopra.

Sentiva fissa da anni una forte pressione sul capo, il classico ‘cerchio alla testa’, qualcosa di simile a una pesante corona. Perciò si era convinto di essere la reincarnazione di un re di qualche pezzo di terra, o il lontano parente di un pianeta col suo anello attorno.

Nessuno dei suoi mali poteva ricondursi all’alcool, a suo avviso, meno che mai questa terribile emicrania capace di rinchiuderlo fuori dal mondo.

Non ricordare date, nomi e avvenimenti era la sua fortuna, la stessa che gli aveva lasciata intatta l’area del cervello preposta a maneggiare lenze e ami.

La sua pesca preferita era quella di cefali, merluzzi, saraghi e orate.

Era lo stesso pescato che adorava Sandra, l’unica nella ‘Locanda del molo ’ disposta a intrattenersi con lui il giovedì dalle sette alle nove di sera, a fine turno.

“Domani seppie a pranzo!” gli aveva ordinato un giorno la donna, strofinandosi le labbra col dorso della mano, quasi avesse già consumato quel pasto insieme all’ultimo sorso di vino.

Ogni volta che la locandiera entrava nella baracca dove viveva Corrado, però, gli contestava senza misericordia la testa di pesce spada issata sopra il suo letto a mo’ di santo protettore.

Niente da obiettare per tutto il resto: la processione di scarafaggi in pellegrinaggio in ogni angolo della casa, gli avanzi di cibo sparsi ovunque, le ragnatele al posto delle tende e le tavole marce del pavimento, covo di una razza di ragni che di solito alle donne fanno sempre schifo.

“Neanche un letto da cristiano devi avere, con una bella Madonna sulla testata, un quadro coi fiori! E il pesce spada nemmeno mi piace, chè se fosse stato un tonno, mi sarei leccata i baffi!” si lamentava ogni giovedì Sandra, in ginocchio davanti al macabro trofeo imbalsamato.

E c’era da darle ragione, tanto quello squarcio grigio e appuntito gettava un’ombra sinistra nella stanza, già tenebrosa di suo. Il povero Corrado, affezionato al suo spada come a un figlio, l’aveva invece sempre difeso decantandone doti e utilità. Diceva che la lunga appendice di quel pesce era meglio di un attaccapanni, sebbene l’unica cosa che rischiava di rimanere appesa lì ogni mattina, era la sua virilità e la testa, cerchio compreso.

Una notte, proprio la sua testa era stata visitata da un sogno ossessivo. Nonostante il pover’uomo avesse cercato più di una volta di girare pagina, l’incubo gli si era ripresentato partendo dallo stesso punto in cui quello aveva cercato d’interromperlo.

Forse per via della voglia espressa da Sandra, forse a causa del buon vinello bevuto a cena,

si era fatto largo tra i sensi del dormiente, un odore intenso di prezzemolo, pomodorini e aglio fritti.

Nella casseruola immaginaria, era finito anche qualche pezzo di peperoncino per dare il degno benvenuto a un’enorme seppia polposa, invitante e sensuale come l’amica del giovedì sera.

Dopo il grappino del buongiorno, il tarlo di un pranzetto succulento a base di seppia aveva perciò cominciato a lavorare nella scaletta di programmazione giornaliera di Corrado, fino a fare crollare tutti gli altri impegni.

Nessuno l’avrebbe più potuto fermare, né fargli notare che era scappato di casa senza amo, né lenza.

Era il 30 di maggio, fine di un mese che si era presentato bizzarro coi suoi cali di temperatura e le sue giornate afose.

Neanche il cielo umido e grigio di quella mattina prometteva nulla di buono.

Senza fare una piega, Corrado, brillo e ingegnoso, accortosi di essere andato a pescare a mani nude, si era sfilato uno dei sandali di sughero e l’aveva dato in pasto al mare, corredandolo di un pratico uncino e del lungo filo di rafia che si era per caso trovato nella tasca. L’uomo si aspettava che il povero scarafaggio prelevato dalla processione nella sua camera da letto e offerto in sacrificio alla pesca, potesse portargli in cambio il suo pranzo da sogno.

Lo zoccolo, scolorito dall’uso e dal sole, sembrava provare sollievo immerso nell’acqua e tutto avrebbe voluto fare, tranne rispettare il suo dovere di accompagnatore dell’esca.

Per una strana combinazione, attorno al vecchio sandalo galleggiante, due seppie si erano avvicinate a curiosare. Coperte dall’ombra dello strano oggetto in ammollo, le due si erano fermate a riflettere: quello sopra la loro testa poteva essere il banchetto della giornata.

Il ghiotto boccone correva veloce sul pelo dell’acqua, correva appresso a Corrado che correva dietro al sole per arrivare ad avere pronto il pranzo a mezzogiorno in punto.

Un’inquadratura a tutto campo, non avrebbe potuto che far ridere della situazione e della scellerata follia del pescatore ubriaco, novello Mosè a caccia di sogni e di presagi da mettere in tavola.

E mica uno deve faticare solo per vendere il frutto del suo lavoro agli altri! Ogni tanto bisogna pensare a gratificare sé stessi e basta.

Una delle seppie, stanca di rincorrere quel siluro camuffato da esca, aveva d’improvviso deciso di fermarsi aspettando la pioggia. La compagna, invece, lungi dal desistere, continuava a nuotare veloce dietro allo scarafaggio attaccato allo zoccolo, convinta, come Corrado, di poter pranzare a mezzogiorno preciso.

“Bolli pentola!” urlava ridendo l’uomo, accortosi dello strano movimento in acqua.

“Questo ha bevuto!” pensava la seppia stremata, mirando senza più tanta convinzione l’insetto sempre a pochi centimetri da sé.

A questo punto, da narratori, vorremmo essere dalla parte della povera bestiola vessata, ma avendo fatto una promessa a un amico degustatore del buon pesce, siamo costretti a fare un’eccezione.

Mentre sulla spiaggia andava in scena il grottesco tentativo di predazione a catena, la sorte aveva finito col perdere gusto alla vicenda: l’uncino si era sganciato e lo zoccolo era incappato in un groviglio di alghe arrestandosi senza speranza. La seppia inseguitrice era perfino morta, nessuno sa se per limiti d’età o per la folle corsa di qualche minuto prima.

Quando tutto sembrava ormai perso per il povero Corrado, la corrente aveva compiuto il miracolo: il mollusco morto era arrivato ai piedi dell’ubriaco sospinto dalle onde.

“Porco mondo!” aveva esultato l’uomo “Questa bestiaccia sarà lunga almeno mezzo metro! Sono un grande, un vero numero uno!” si era allora adulato rotolandosi nella sabbia privo ormai di qualsiasi freno inibitorio.

Quella seppia era la più grossa che avesse mai visto, bastevole per un sostanzioso pranzo per lui, per Sandra e per tutti quelli de ‘La locanda del Molo ’.

Il suo stomaco era felice e lui veramente compiaciuto.

Mentre gongolava, si era però zittito di colpo, pervaso da un improvviso timore:

“Sono solo il numero due, mi correggo…” aveva allora convenuto a testa bassa. “Il numero uno spetta più a te, dio del mare, che a me.” Ma al momento di pronunciare il nome del divino interessato, la solita amnesia si era presa gioco della sua mente semi deserta.

Quello che tentava di invocare, era l’unico dio della mitologia che aveva sempre ricordato, ma nonostante la guerra alla memoria, Corrado aveva dovuto presto abbandonare le armi.

Momenti lunghissimi di angoscia e imbarazzo. Silenzio.

L’etichetta di una bottiglia abbandonata sulla spiaggia aveva d’un tratto innescato il falso prodigio.

“Ci sono! CRITONE, dio Critone! Bianco, limpido e leggero, il solo degno di accompagnare una pietanza come questa con un incomparabile tocco di classe!”

Eh già, il gioco era fatto: da Tritone, figlio del dio del mare Nettuno, l’ebbrezza della grappa mattutina aveva scovato il nome Critone, frutto della passione di Corrado per i vini.

Infatti, il Critone è più facile trovarlo nella lista dei vini dei ristoranti, piuttosto che negli abissi, ma siccome ‘in vino veritas’, l’uomo aveva solo confermato la scelta del suo dio: Bacco.

Con una simile protezione divina, le avventure sarebbero state sempre dietro l’angolo!

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