Racconti/ La solitudine delle virgolette

di Raffaella Verdesca

 

Se qualcuno ha inventato, usato, messo in un commercio scritto le virgolette, un valore ce l’avranno!

Eppure, a qualcun altro non sono simpatiche affatto, tanto che vederle girare sul foglio a due a due, provoca un fastidioso disappunto.

La virgola, presa da sola, ha un valore sacro, un’aria contro cui non si può obiettare.

A guardarla, appare piccola, timidamente incurvata come a dire:

“Mi hanno voluta a tutti i costi, potevo dire di no?”

E proprio quella cosuccia da niente è capace di far tremare biblioteche e librerie di mezzo mondo.

Tuttavia, e lo vedi due righi più su, anch’essa ha dovuto ricorrere alle diaboliche virgolette per il suo parlare scritto.

Prova ora a pensare a una qualsiasi chiacchierata tra amici: ti sarà capitato di sentir aggiungere nel discorso, la dicitura “…tra virgolette…”.

Infatti, anche quando noi parliamo e non abbiamo perciò bisogno di usare questo benedetto segno di punteggiatura, spesso, per sottolineare sensi e doppi sensi, ci serviamo del “…tra virgolette…”, o potendo avere carta e penna, ci incastriamo il nostro concetto nel mezzo.

Che umiliazione per la povera virgola, potente segnetto legale in qualsiasi terra emersa, indispensabile in ogni tipo di scrittura. E pensare che questa voce della punteggiatura attira attenzioni e polemiche quasi esclusivamente nel suo stato coniugato!

Che c’entra? ti chiederai, e invece il problema sta proprio qua, che la coppia, anche in grammatica, fa discutere!

I punti esclamativi, quelli interrogativi, di sospensione e i punti e virgola, a volte si sentono esclusi, frustrati, convinti che la causa di questo disagio sia nascosta nel loro stato da ‘single’.

Come starebbero insieme due punti esclamativi? Bè, se ne vedono davvero pochi in giro, così come i punti interrogativi, troppo panciuti per camminare accanto; quelli di sospensione, poi, vanno a tre a tre e i punto e virgola vengono spesso emarginati in quanto ‘coppia mista ’.

In tutta sincerità, con quale frequenza hai visto i punto e virgola nella tua vita di lettore? Probabilmente minima.

No, non è razzismo, si tratta semplicemente di un taglio di fondi da parte della materia cerebrale, tesa ormai alla politica dell’essenziale: o punto, o virgola.

I ‘due punti ’, invece, belli, allineati, quasi militari, potrebbero darci l’illusione della seconda coppia nel linguaggio scritto. Illusione di pochi attimi. Guarda e riguarda, infatti, ti accorgi che cominciano a farti un po’ pena messi così, uno sopra l’altro, in un equilibrio precario, proibitivo perfino per i colpi di tosse.

Ma cosa ci sarà dopo i due punti?

Il più delle volte, ci imbarazza dirlo, ma dopo i due punti seguono proprio le…virgolette!

Visione celestiale, armoniose come due ali di angelo sospese nell’aria bianca del rigo.

Prima di un discorso diretto, come ci insegnava la cara maestra, appaiono degne e obbligatorie, simili al certificato di matrimonio dei nonni: un pezzo di storia.

I guai arrivano invece con le virgolette vaganti, quelle che possono essere conviventi, o peggio ancora, coppie di fatto di chissà qual sesso. Son proprio queste che si divertono a sottolineare i doppi sensi di parole interpretate di solito a senso unico.

E chi volete che accolga la loro sfida?

Ovvio! Tutti i lettori annoiati delle frasi fatte solo di punti e di virgole e di tante parole per esprimere un concetto che due semplici virgolette trasformerebbero in un minimo concentrato d’inchiostro.

“Licenzioso! Lascivo!” tuonano certi insegnanti di scrittura, puntando il dito contro le due timide curve affacciate sulle pagine “Davvero deprecabile!”

Di grazia, signori miei, moderiamo i termini! Siamo sostenitori anche noi della libertà di opinione.

Per accontentare tutti, infatti, proviamo a cercare una strada che possa aggirare la diabolica punteggiatura sotto accusa.

Arriviamo presto alla soluzione: armarsi del coraggio di dichiarare ciò che pensiamo senza allusioni né troppi giri di parole.

Allora non ci rimane che isolare le virgolette, metterle per un po’ in quarantena e far capire loro chi comanda, almeno sul foglio.

Non illudiamoci però, perché rimarranno sempre superbe, pronte a sedurre la mente dello scrittore con malìe da femmine di malaffare.

Il loro segreto? Dare tono alle parole, regalare appendici  spiritose, rendere sacro il profano e più umano il sacro. In questo modo, comunque queste vengano usate, vivranno sempre l’una dell’altra, aprendosi e chiudendosi come una capriola nell’aria di un discorso, ufficiali o clandestine, vestite d’arguzia e spoglie di timore.

In ogni momento, le due ancelle del pensiero rimarranno ad osservarci dalla nostra corteccia frontale o dalla punta della penna gel, pronte a chiederci: “Ci usi o no?”, come un indovinello, come un’ossessione educata per soli adulti. Tanto i bambini non ci pensano due volte a scrivere cinque, sei, dieci virgole tutte su un rigo, come in un attacco al Forte!

Evviva i più piccoli con la loro voglia di vivere!

E’ così che si smuove il mondo delle cose morte, spingendo tutto incontro a un destino che scappa e ci rincorre dentro alle virgole e fuori dai punti.

Spiacenti, cari insegnanti di scrittura, ma ci è difficile sostenere la vostra tesi, democrazia a parte.

Quindi, aggrappiamoci pure alle tante discusse virgolette e lasciamo che ci insegnino a volare: chissà che guardando dall’alto regole e divieti, non riusciamo a riprenderci un po’ della libertà perduta!

3 Commenti a Racconti/ La solitudine delle virgolette

  1. Magistrale lezione, intrisa a tratti di poesia, sull’uso consapevole, oggi sempre più raro, della punteggiatura. Il post andrebbe dritto dritto inserito, secondo me, in tutte le grammatiche nel capitolo relativo a questo fenomeno; e senza cambiare nemmeno una virgola….

  2. Che meravigliosa “sorpresa” nella mattinata domenicale, il tuo articolo Raffaella!!!
    Suona argentino come la campana della piccola chiesa che si affanna a chiamare gente in questo risveglio da “brina”…
    Credo che sarà sempre con me ogni volta che proverò a scrivere qualcosa, giusto per avere uno strumento “professionale” per provare a vincere la legge gravitazionale.
    Vorrei recapitarlo ai miei vecchi alunni che, come tu dici, ne fanno allegramente un segno di “abuso” di vivacità e fantasia.
    Grazie per questa “cascata “ di sorrisi solitari che hai saputo procurare.

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