Lo zio pitagorico

di Pier Polo Tarsi

Se qualcuno non se ne fosse ancora reso conto, sappia che, tra tutte le scuole filosofiche sorte nell’antichità, a trionfare oggi è senza dubbio alcuno la tradizione del pensiero pitagorico. Questa, fondata sull’idea che il numero sia l’arché, il principio primo dell’universo e la chiave per comprenderlo, come un fiume inarrestabile ha attraversato i millenni della nostra storia, insabbiandosi talvolta in periodi di apparente torpore e riaffiorando di tanto in tanto nel corso dei secoli, per straripare infine impetuosamente nel mondo contemporaneo come forma di pensiero prevalente, dominante, persino ingombrante. Da Pitagora, a Platone, attraverso i neo-platonici prima e il Rinascimento poi, la tradizione si conservò, viaggiando per le tratte del mediterraneo e persino per la via della seta, resistendo all’oblio; con forza essa riaffiorò all’alba della rivoluzione scientifica moderna come perno della nascente scienza sperimentale in occidente, riecheggiando nel verbo di un Galileo che fu il più grande fra tutti nell’insegnarci come l’alfabeto in cui è scritto il libro della natura sia quello matematico. Ed il suo impeto fu poi irrefrenabile, tanto che al pensiero pitagorico si possono essenzialmente ricondurre tutti i progressi della scienza e della tecnica comunemente sotto gli occhi dei contemporanei; dalla calcolatrice, al computer, all’idea stessa di una scienza informatica, alla rivoluzione tecnologica del digitale, tutto ci mostra l’essenza pitagorica della mentalità trionfante, tutto è traduzione dell’idea che tutto il numero costituisca e tutto ad esso si debba ricondurre: un brano, un’immagine, un filmato digitale altro non sono che una conversione di qualunque realtà in segnali numerici da codificare, l’intera informatica, per esemplificare ancora, si basa sull’idea di elaborazione di dati nella forma di codice numerico. Ebbene, nonostante tutti si sia immersi quotidianamente in questi prodotti generati dalle intuizioni del pensiero pitagorico, nonostante le vite di ognuno di noi siano condizionate fortemente dalla scienza, dalla tecnica, dalle applicazioni tecnologiche più varie generate da questa corrente del pensare, vi sono alcuni individui che incarnano l’antica filosofia molto più rigorosamente di quanto facciano tutti gli altri, i giocatori di lotto.

Non mi riferisco a coloro che di tanto in tanto si danno al lotto presi dallo sconforto generato dalla crisi economica o incoraggiati da qualche sogno insolito, né a quanti, pur giocando con una certa costanza, pitagorici sino in fondo non sono: parlo di una categoria particolare di individui particolari che si muovono tra noi. Sono essi i veri interpreti viventi di questa tradizione, essi i veri adepti e seguaci della scuola, essi i più coerenti detentori del verbo e della pratica pitagorica, gli unici che con indefessa attitudine e costanza esprimono la lezione antichissima nel quotidiano pensiero e nella più comune azione delle loro vite, esistenze subissate e consumate ogni istante tra i numeri.

A colui cui non è mai capitato di incontrare un pitagorico convinto di siffatta indole e mentalità, potrei indicargli alcuni tratti essenziali di riconoscimento, descrivendogli con esempi concreti il modus vivendi di un tipico rappresentante di questa specie di individui. Ebbene, costui vive perennemente inviluppato in un universo numerico, ossia un universo in cui ogni fatto, evento, accadimento ha una fondamentale morale, una lezione ed un significato che si esprime in numeri e ruote su cui giocare, al di là delle apparenze illusorie dell’esistenza. Niente, assolutamente niente, esula dal cosmo numerico. Per il pitagorico l’accadere delle cose, così come il riverbero emotivo che le vicende della vita possono avere sulla sua psiche, sono nient’altro che giocate di ambi, terni e quaterne da decifrare, cogliere, afferrare nel caos di quella serie numerica che è per lui sempre e comunque l’esistenza!

Così per esempio, se il pitagorico è alla guida, un sorpasso azzardato da parte di un estraneo non è una vicenda pericolosa e incresciosa come potrebbe essere per un individuo qualunque: è piuttosto un terno da rintracciare nella targa! Uno sguardo all’orologio non è un modo per organizzarsi gli affari quotidiani, è una via per trarre continuamente combinazioni di ambi. La vista di una bella ragazza che occupa la scena non è tanto un’intrigante visione che la vita regala, si tratta piuttosto di un complesso rapporto di proporzioni numeriche da giocare su questa o quella ruota della lotteria, per determinare la quale il pitagorico conosce leggi incomprensibili ed oscure ai più e a chi scrive.

Vi ripeto, il pitagorico vive un’esistenza parallela a quella delle persone comuni, obbedisce a leggi di un universo alternativo in cifre, benché intersecante quello comune. Non illudetevi inoltre, non è affatto indifferente per nessuno avere o non avere un parente, un genitore, un fratello, una sorella, un amico, un compagno, un collega pitagorico: questa filosofia condiziona le vite di tutti coloro che hanno a che fare con l’adepto.

Facciamo un esempio. Poniamo che un ragazzo prenda un tre ad un’interrogazione a scuola, ebbene sarà molto importante se non determinante per il destino dello scolaro malcapitato il fatto che questi abbia un padre pitagorico o meno. Per il padre comune quella sarà infatti l’occasione per un paterno incoraggiamento o per una meritata strigliata, a seconda delle circostanze specifiche, ed il figlio, preoccupato o meno che sia, soppesa il rischio a cui è esposto, determina i possibili scenari che conseguono al suo tre; con un padre pitagorico la comunicazione di un simile insuccesso da parte del figlio è invece una vera e propria gatta da pelare, un rebus dalle conseguenze imprevedibili! Un tre di per sé infatti non determina quasi mai una giocata interessante (a meno che non giunga a completare altri lunghi ragionamenti iniziati altrove dal pitagorico), si renderà necessario pertanto sottoporre il figlio ad un lungo interrogatorio finalizzato ad acquisire almeno la media dei voti del mese, la data dell’ultimo compito in classe, il luogo di nascita del docente che ha attribuito quel voto, insomma, una lunga sequela di dati utili al filosofo per derivarne una giocata decente! E il voto del figlio non ha un significato immediato, non è cosa che possa interessare più di tanto il giocatore, non è cosa a cui questo reagisca subito con qualche emozione (rabbia, delusione, ecc): un tre potrebbe essere preferibile a un otto talvolta, tutto dipende dall’estrazione che seguirà e soltanto allora il figlio potrà sapere gli effetti di quell’evento sugli umori del padre! Un tre non è infatti un brutto voto se può diventare occasione per trarne un bel terno! Chiaro?

Di tutto dunque per il seguace il numero è il fondamento, di tutto la ragione ultima, anche di un buono stato di salute ovviamente.

Questioni pitagoriche sono infatti la malattia e la guarigione, numerica è la terapia, ambi e terni sono le controindicazioni di un farmaco, buone giocate possono diventare le posologie medicinali. La prova definitiva di ciò l’ho acquisita una volta che uno zio pitagorico venne a trovarmi a Milano, dove mi trovavo al tempo a vivere. Partito dal caldo clima del Sud per giungere in serata nell’umida frescura di quei giorni lì al Nord, in seguito forse allo sbalzo repentino di temperatura subito, egli, che era partito in perfetta salute, era giunto a casa con un gran pizzicore alla gola, primo indice di un antipatico malanno che avrebbe potuto rovinargli la permanenza. Pertanto, accomodatosi in casa, mentre il sottoscritto ero intento a preparare la cena, mi chiese subito un antinfiammatorio che avrebbe poi ingerito dopo aver consumato i pasti che nel frattempo stavo cucinando. Glielo fornii, poggiandolo sul tavolo e non ci pensammo più. Mentre si cenava, quel mal di gola per lui fastidioso divenne occasione per innescare una discussione sui malanni della vita, sugli acciacchi che si affacciano ad una certa età, sulla vita che inevitabilmente si consuma e se ne va… Giunta che fu una certa ora, mentre ancora si ultimavano gli ultimi bocconi delle pietanze di quella semplice cena, lo zio pitagorico mi chiese di accendere la tv e di sintonizzare sul televideo alla pagina dedicata alle estrazioni del lotto, visto che l’ora era proprio quella giusta. Mentre egli tirava fuori dalle tasche la sua mole di biglietti giocati, sovrapposti l’uno all’altro in una disordinata risma, io ripresi il discorso lasciato prima in sospeso dicendogli; “Sono sicuro che se ora facessi una cinquina….” ma non ebbi modo neanche di finire la frase che lo zio si mise a urlare sussultando con foga dalla sedia “Ecculuuuu, ecculuuuuu, ambu! Ambu! Aggiu zziccatu nn’ambu! Guardaaa gua’! Ambuuuu!”. Eh si, effettivamente lo aveva preso, una bella accoppiata secca sulla ruota di Milano! Mi rallegrai molto con lui per la vincita, non certo grande ma sempre gradita e, una volta sbollita l’euforia iniziale, finii per brindare allegramente con lui a quei 250 euro vinti. Sorseggiando quel che rimaneva del buon vino messo in tavola, mi parve giunto il momento per riprendere quanto stessi cercando di dire prima che venissi interrotto dalla scoperta della vincita e affermai: “Ti stavo per dire prima, a proposito di acciacchi e malanni, che se stasera tu avessi fatto una cinquina sono certo che ti sarebbe passato tutto ciò di cui ti sei lagnato!” “Per la miseria – mi rispose immediatamente lo zio pitagorico – sta scherzi? Guarda, guarda, con un ambo mi è già passato il mal di gola, non vedi?” e mentre così rispondeva mi indicava la bustina della medicina, ancora perfettamente chiusa e sigillata, lì sul tavolo esattamente dove l’avevo posata io prima di cominciare quella cena. Constatai così incredulo un caso di vera e propria, mirabile quanto comune, guarigione pitagorica!

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