“Cumpiddhàre”: chi l’ha sentito?

di Armando Polito

Si tratta di una voce dialettale di cui fino a poco tempo fa ignoravo l’esistenza. Debbo a mia moglie, che pure per motivi facilmente intuibili nutre nei confronti dell’etimologia un odio ancora più spinto di quello che normalmente proverebbe nei confronti di una mia amante, se oggi ne parlo, anche se mi pare di sentire più di uno dire: “La signora avrebbe fatto meglio a starsene zitta!”…

Nella circostanza non si è trattato di un gesto di collaborazione, perché l’atteggiamento con cui mi ha propinato il vocabolo qualche minuto prima uscito dalle labbra di una sua conoscente neritina era chiaramente di sfida. Ma non aveva fatto i conti col culo che, modestamente, mi ritrovo. Qualche secondo di riflessione e, mentre lei già pregustava la vittoria su di me divenuto ormai la trasfigurazione della sua acerrima nemica (altro che musa ispiratrice!, dico sempre che, se fossi stato un artista, la famiglia sarebbe sicuramente morta di fame…),  l’etimologia era già sfornata: dal latino compellàre=rivolgere la parola, chiamare in senso ostile, rampognare, prendere di mira, accusare; compellàre è intensivo di compèllere=spingere, costringere, composto da cum=insieme e pèllere=spingere1. Messa alle strette dalla rapidità della risposta che, questo lei lo sa bene, non poteva essere frutto di un bluff estraneo al mio dna, la poveretta dovette pure rinunciare al provvisorio conforto dell’espressione inutilmente sfoderata in altre circostanze: “Questo lo sostieni tu; vorrei sentire qualcuno che ne capisce”. Il fatto era che la definizione fornita coincideva perfettamente con il senso con cui la sua conoscente aveva usato quella voce, meglio (dal momento che nemmeno mia moglie l’aveva prima sentita) con la circollocuzione usata dalla stessa persona per chiarirne il concetto, cioè importunare con domande.

Se per lei, però, la questione era chiusa, altrettanto non lo era per me che non mi fido nemmeno di me stesso. Era naturale, perciò, che mi precipitassi a cercare la voce nel vocabolario del Rohlfs, dove (con conferma dell’etimologia messa da me estemporaneamente in campo e con lo stesso significato con cui l’aveva usato l’interlocutrice di mia moglie) si legge cumpeddhàre accompagnato dalla sigla L 43-li, che, sciolta, significa: voce registrata nel Leccese a Lizzanello da Oronzo Parlangeli Elementi gergali nel dialetto di Novoli, in Rendiconti dell’Istituto lombardo di Scienze e Lettere, classe di Lettere, vol. 84 (1951), pagg. 13-16, dove “compaiono una ventina di termini gergali appartenenti al dialetto di Novoli e dintorni”.

Quel “gergali”, data la “nobiltà” originaria, anche d’uso, della voce in questione2, mi lascia quanto meno perplesso. Chiedo, perciò, aiuto a qualche gentile lettore che l’abbia sentita nella sua zona o altrove e che sia in grado di fornirmi notizie sull’ambito d’uso. Dimenticavo: nessuna preoccupazione per un’eventuale reazione violenta da parte di mia moglie, so prenderla per il verso giusto: anche se non sembra, per necessità so essere pure poeta (!?)…

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1 Dalla stessa radice verbale è pure il neritino  ‘mpiddhàre=salire (usato in forma riflessiva: sta mi ‘mpeddhu=sto salendo, mi sto inerpicando) con sostituzione, rispetto a compellàre, di cum con in e successiva aferesi di i– (nel latino medioevale: Du cange, pag. 303, impellàre=spingere); il Rohlfs registra mpeddhàre per San Cesario di Lecce, Lecce, Ruffano, San Pietro Vernotico e Sava; mpiddàri per Brindisi e Manduria; mpiddhàri per San Pancrazio Salentino, tutti con valore intransitivo e indicanti il suonare delle campane (è evidente la conservazione del senso originario di chiamare); stranamente non è registrato l’uso neritino prima ricordato, in cui, invece, è dominante il significato del verbo base pèllere=spingere.

2 Catullo, Carmina, 64, 24: Vos ego saepe meo, vos carmine compellabo=A voi io spesso, a voi rivolgerò la parola col mio carme; Tacito, Annales, II, 38: …dedit tibi…divus Augustus pecuniam, sed non compellatus=Il divino Augusto ti diede del denaro senza che tu glielo chiedessi; Cicerone, Philippicae, II, 94: …compellarat hospitem=aveva rimproverato l’ospite; Cicerone, Att., II, 3, 3: …minari se iudicem compellaturum=minacciare di citarlo in giudizio (questo significato tecnico continuerà e sarà esclusivo nel latino medioevale).

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