L’umanista tarantino Niccolò Tommaso D’Aquino e le sue Delizie

Taranto, Borgo Antico, Lapide di Tommaso Niccolò D’Aquino, custodita nella chiesa di Sant’Agostino (ph Paolo Fiusco)

di Daniela Lucaselli

2 aprile 2011: sono passati 290 anni dalla morte del grande umanista Niccolò Tommaso D’Aquino. Quanti tarantini conoscono questa eccelsa personalità che ha dato lustro  alla nostra Città? Certamente non tutti. La maggioranza sa solo che a lui è dedicata la strada principale del Borgo Nuovo della Città. Pochi conoscono la sua vita e le sue opere.

L’avvicinarsi del terzo anniversario della sua morte ha ridestato un interesse tra gli studiosi e i letterati locali che hanno organizzato un percorso celebrativo a lui dedicato, per esaltare il significativo messaggio che quest’uomo ci ha lasciato in eredità.

Con l’intento di conoscere questo personaggio e il suo legame con la storia locale propongo un contributo che delucidi momenti di vita quotidiana del letterato e aspetti letterari delle sue opere, tasselli importanti nell’attuale tessuto della nostra città bimare.

 

La sua vita….

Il 24 novembre 1665 nasceva nella città di Taranto Tommaso Niccolò d’Aquino, da Guido II e da Margherita Capitignani. D’indole buona, intelligenza vivace, desideroso di apprendere e di conoscere, studiò a Napoli presso il Collegio de’ Mansi, gestito dai padri Gesuiti. Nel clima partenopeo formò la sua cultura. Si interessò alle discipline di carattere matematico e scientifico e si appassionò a poeti, tra cui predilesse il grande Publio Virgilio Marone. Maestro di eloquenza fu il letterato Francesco Guarini dei duchi di Poggiardo, da cui apprese l’arte. Terminato il percorso umanistico, il giovane tarantino rimase a Napoli presso un suo parente, il principe Castiglione D’Aquino, coltivando le arti cavalleresche e le scienze legali. Frequentò i salotti culturali della città,  lesse le opere del Pontano, del Marullo e del Sannazzaro.  Tornò a Taranto e nel 1689 sposò la nobile Teresa Carducci.

In seguito alla morte del padre, spentosi nel 1698,  ricoprì la carica di “primo cittadino” sino al 1705. Attento ai bisogni della gente comune, ne difese le istanze, mostrando vero amore e dedizione verso i più deboli e la sua terra. Sensibile alla crescita culturale della sua città, ospitò nella sua dimora, situata sul Pendio la Riccia nel borgo antico di Taranto, l’Accademia degli Audaci, affermatasi già da tempo nel territorio pugliese, e vari letterati del luogo.

Catald’Antonio Carducci nelle sue “Memorie di Tommaso N. D’Aquino” affermò che tutta la gioventù tarentina presso l’abitazione dell’illustre letterato  si “teneva occupata negli studi della sua ricca biblioteca”.  Su questo palazzo del XVI secolo oggi  un’iscrizione, a testimonianza di ciò,  reca queste parole:

Tommaso Niccolò D’Aquino in questa casa nacque nel 1665 e morì nel 1721. Qui ospitò l’Accademia degli Audaci. Il Comune nel secondo centenario della morte”. 

La sua fama e il suo prestigio crebbe. Lasciò Taranto e collaborò con varie Accademie d’Italia; ricoprì la carica di membro dell’Accademia dell’Arcadia di Roma e dell’Accademia dei Pigri in Bari.

Il Carducci, nella Vita del poeta tarantino, così scrive:

“Lungo sarebbe il qui mentovare altre accademie di Italia, le quali, secondo il costume di quei tempi, facevano a gara per averlo nelle di loro società”.

Addolorato per la perdita della madre, fu nuovamente provato dalla vita nel 1705 quando gli morì la moglie durante il parto. Seguirono anni lunghi intrisi di tristezza, sconforto, solitudine, a cui si aggiunsero controversie con il fratello Francesco Antonio, per motivi di interesse. Si risposò con Ippolita Tafuri, di origini leccese e vedova di Benedetto Saracino. Gli ultimi anni li trascorse nella sua villa a Levrano in compagnia dei suoi cari  libri e di alcuni amici più vicini. Morì il 2 aprile 1721.

Il Carducci commentò quanto accaduto con una riflessione personale alquanto acuta, sostenendo che la prematura  dipartita negò al poeta “la bella sorte di vivere sotto i felici tempi de’ Monarchi Borboni”, sì che egli “non potè testimoniare con la belle sua Musa quanto la nostra Città di Taranto sia felice e beata sotto de’ medesimi”; e pertanto si sentì in dovere di “soggiungnere queste poche righe in attestato dell’amore e fedeltà de’ Tarantini verso della Real Casa Borbone, sicuro che avrebbe molto più cantato il dotto Aquino, se questi Sovrani fossero stato argomento de’ versi suoi”. 

Le sue spoglie furono custodite nella cappella di famiglia nella chiesa di Sant’Agostino nella città vecchia, oggi non più esistente. I suoi resti mortali, insieme a quelli della prima moglie Teresa, forse rimasero per un certo periodo sotto uno strato di rottami, insieme ad ossa di altri scheletri. Oggi sono conservati in un tempio, sempre nella chiesa di Sant’Agostino, costruito dal Comune di Taranto e voluto fermamente dal comitato cittadino per onorare la memoria del grande poeta.

Le sue opere…

Il D’Aquino non pubblicò mai le sue opere; i suoi manoscritti, secondo la testimonianza dell’umanista Cataldantonio Artenisio Carducci, andarono distrutti, ad eccezione delle “Delizie Tarantine”.

Il Carducci nelle Memorie (1) così ricorda: “Molto compose in prosa ed in verso, in latino ed in italiano, ma alieno dal comparire e dal far figura di autore, si compiaceva piuttosto di far comparire altri ne’ pulpiti e nelle cattedre e sentirgli lodare per i letterari suoi lavori che segretamente loro comunicava. Quindi è che vivendo nulla di suo pubblicò colle stampe, e nulla sarebbesi pubblicato se vedendo io andar miseramente a male tutti i di lui preziosi manoscritti, per incuria di coloro che più di tutti gli avrebbero dovuto conservare, non mi fossi risoluto a dar alla luce il di lui poema intitolato “Deliciae Tarentinae”,  diviso in IV libri, che gli acquistò il titolo di principe degli epici latini del suo secolo presso que’ letterati, che dalla sua bocca l’intesero recitare. Compose forse altro poema sull’Arti Cavalleresche, come egli stesso nel fine di detto poema promette a’ lettori, ma di questo non abbiamo finora trovato vestigio. Con miglior ozio ho già promesso di separare altri suoi componimenti poetici latini da quelli del suo maestro per pubblicarli, e forse verranno alla luce altre di lui opere, in traccia delle quali da grantempo io vado

Con probabilità compose quindi un altro poema sulle arti cavalleresche e un’ ecloga arcadica “Galesus piscator, Benacus Pastor”, recentemente scoperta da Carlo D’Alessio (2).

Datata intorno ai primi anni del Settecento, il D’Aquino celebra la propria assunzione nell’Arcadia a Roma. Galeso contrappone alla poesia pastorale di Benaco la poesia della pesca, già cantata nelle Delizie.

Le “Deliciae Tarentine” rispecchiano nella forma e nello spirito un poema virgiliano. Il testo, composto in esametri latini in quattro libri, fu tradotto e dato alle stampe nel 1771 da Cataldantonio Carducci. Corredato di una lunga introduzione biografica, di una versione in ottava rima e di un commento, fu pubblicato a Napoli dalla Stamperia Raimondiana e, oltre alla normale edizione, ce ne fu un’altra di lusso, custodita dalla Acclaviana, entrata in possesso per donazione da parte del concittadino Francesco Marturano. L’opera fu dedicata a D. Michele Imperiali, marchese di Oira (la salentina Oria), principe di Francavilla.

I versi declamano, decantano e ritraggono vivacemente le suggestive bellezze naturali di Taranto, descrivono pittoricamente  i campi coltivati, il cielo quasi sempre dipinto di azzurro, l’ombroso Galeso, le attività dell’uomo, quali la pesca e la caccia, che coronano il paesaggio della città bimare. Sono ricordate e celebrate le figure degli uomini illustri dell’antica Taranto, fra le quali Archita.

Nel libro I, in brevi versi il cantore tarantino raffigura la gioia del pescatore che, tirate le reti con la sua preda, va a dissetarsi alla fonte prima di apparecchiare soddisfatto, dopo lunghe ore di attesa  e stremato del suo navigare notturno, la sua umile mensa, e dei contadini che si rinfrescano alla fonte,  luogo di incontro, di festa, di balli e di canti.

Pastorumque lares fumoseque tecta; neque alta

Pendentes de rupe deest spectasse capellas;

Balatuque ovium resonant spelaea latebris” (v. 210-213)

Nobile delicium, cum prima incaduit aestas.

Civibus oebaliis, agitant sub nocte choreas

 Egelidi ad sonitum fontis, gaudentque canoro

Murmure lympharum plauduntque micantibus undis” (v.334-337)

Il libro II è dedicato alla pesca e qui lo scrittore elenca i nomi degli animali marini che vivono nella fauna subacquea dello Jonio, i frutti di mare, canta la fecondità della marina tarentina. Vengono presi in esame le varie qualità di pesci e i vari modi di pescarli.

Il III libro è dedicato agli animali e quindi alla caccia. Così  lui stesso recita:

“ Sinora ho celebrato gli artefici della pesca e delle varie specie dei pesci; ora celebrerò voi, o antri e luoghi silvestri delle fiere, e dirò quali lacci si tendano alla lepre, quali insidie i cacciatori portino nel bosco, dirò le astuzie di coloro che vanno a piedi e dei cani, quando per i grandi piani scorrono velocemente i cavalli, mentre i cavalieri li invitano e li spronano alla corsa”.

Nel IV libro il D’Aquino descrive il clima, esalta la freschezza e la salubrità dell’aria jonica, la bellezza dei campi e la genuinità dei suoi prodotti, l’incanto delle ville situate lungo il litorale.

La grande opera del nostro concittadino è rimasta a lungo nell’ombra. A causa forse della sua stesura in latino, fu studiata solo da pochi letterati e le traduzioni, riposte in biblioteche comunali e provinciali, furono oggetto di approfondimento solo di pochi e rari cultori del D’Aquino.

Manca comunque uno studio sull’opera, che evidenzi il suo preciso valore poetico, che ci dica dove il poeta ha saputo trasformare il mito o la natura in poesia. Parlare di pesci, di coltivazione di campi, di caccia, non è certamente un modo originale di fare poesia, ma lo stile sciolto e, allo stesso tempo, incisivo, ha introdotto nel linguaggio della tradizione classica un particolare lessico, spontaneo, attraente, colorito e pregevole.

E’ attraverso la natura e il mito che, comunque, traspare la vita interiore dell’opera, il suo ideale, una serena esistenza vissuta tra il profumo dei campi e la bellezza del mare. E’ in alcune descrizioni della natura che si evince il profondo sentimento del poeta, innamorato delle bellezze della sua città. Le origini mitologiche, la storia e la civiltà di un popolo vivono nelle pagine di questa grande opera, colorandosi di inchiostro.

Le Delizie, questo poema di fine Seicento, sottoposto ad una attenta analisi testuale, rispecchia l’influenza umanistica napoletana, che ben si allaccia al filone letterario che vede come maestro il grande Sannazzaro. Le note di quest’ultimo le ritroviamo in vaghe melodie malinconiche, in un sentimento labile di tutte le cose, nella convinzione che il fato travolge gli uomini, distrugge le città e fa crollare i grandi imperi.

Ed infatti nel Libro III (versi 587-588) il D’Aquino ancora una volta sottolinea il suo pensiero esprimendosi così:

Una ora sola devasterà quanto con lunga arte fu costruito nei secoli, tanto è necessario obbedire ai comandi del fato”.

1) C. A. Carducci, Memorie di T. N. D’Aquino e note alle “Delizie Tarentine”, Napoli (1771),

pag LXIII

2) E. Paratore, Tommaso Niccolò D’Aquino, Manduria (1969), pp. 137

 

Bibliografia:

  • C. Acquaviva, Tarantinerie – Sguardi panoramico culturale dal Sommo Archita all’Accademia dei Terroni, in Corriere del Giorno, Taranto (26.08.1959);
  • E. Baffi, La Cappella del D’Aquino e le spoglie mortali del poeta delle “Delizie”, in “Voce del Popolo”, Taranto (14.01.1933);
  • G. Caramia, “Corriere del Giorno”, Taranto (17.10.1954);
  • C. A. Carducci, Memorie di T. N. D’Aquino e note alle “Delizie Tarentine”, Napoli (1771);
  • P. De Stefano, D’Aquino e Sannazzaro, in “Taranto Oggi”, (Ottobre 1960);
  • P. De Stefano, Il libro 1° delle “Deliciae Tarentinae” di T. N. D’Aquino, Taranto;
  • P. De Stefano, T. N. D’Aquino e le “Delizie”, in “Corriere del Giorno”, Taranto (25.03.1958);
  • P. De Stefano, Umanesimo napoletano di T. N. D’Aquino, Taranto, “Corriere del Giorno”, (10.01.1958);
  • De Vincentis, D. Ludovico, Storia di Taranto, vol IV – V, Taranto (1870);
  • E. Paratore, Tommaso Niccolò D’Aquino, Manduria (1969);
  • Villani, Scrittori ed artisti pugliesi, Trani (1904).

3 Commenti a L’umanista tarantino Niccolò Tommaso D’Aquino e le sue Delizie

  1. Ringrazio come sempre Daniela per i suoi preziosi contributi sulla vita e sulle opere di tarantini illustri, più o meno famosi, come Tommaso Niccolò D’Aquino, noto ai suoi concittadini forse più per l’omonima via del Borgo che per i suoi versi dedicati all’amata città natale.

  2. Carissimo, ogni arricchimento è sempre prezioso nella vita di ognuno di noi, ogni momento è occasione di crescita. Ti ringrazio del bel pensiero…Grazie!

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