La processione

di Rocco Boccadamo

Al paese, si celebra la festa del Santo Patrono, la piazza e le principali strade fanno bella mostra, addobbate con ricche luminarie, allestite nei punti strategici, bancarelle con sacchi di nocciole, arachidi, pistacchi e mandorle abbrustolite, prestano servizio due bande musicali che si esibiranno sulla “cassarmonica” con i loro repertori sinfonici, oltre alla fanfara dei bersaglieri in congedo, dai ranghi aperti, probabilmente al fine di raggiungere il quorum minimo di suonatori, anche a… giovinette, mai state, invero, arruolate con il cappello piumato.

Così il clima, il contorno, gli strumenti, sotto l’aspetto laico, civile.

Dal lato religioso, la ricorrenza è imperniata sul rito della “processione”, ossia a precisare il giro, con i simulacri del Protettore e della Protettrice, la Madonna di Costantinopoli, recati a spalla da paesani devoti, lungo l’intero centro abitato.

Si rispetta un ordine fisso e rigoroso nella composizione di tale corteo, in apertura lo stendardo dell’Apostolato della Preghiera, poi quello della Confraternita, a seguire due doppie file di fedeli ai margini delle vie, quindi le anzidette statue sacre in cartapesta, scortate da due carabinieri in alta uniforme, immediatamente dietro il Sindaco con la fascia tricolore, i Vigili, il Maresciallo Comandante della stazione dell’Arma e infine, a chiudere, i musicanti.

Fa su e giù da un capo all’altro della processione, attrezzato con microfono, il Parroco, instancabile a sciorinare preghiere, canti e salmi, nonché a incitare tutti gli astanti ad una partecipazione convinta.

Ha senza dubbio un sapore speciale, suscita emozioni e rievoca bei ricordi, la “passeggiata “ per il paese in compagnia dei Santi.

Certo, anche in questo rito religioso, si nota, prevale, il mutamento dei tempi: ieri, manco uno dei paesani  saltava l’appuntamento, oggi l’adesione è, invece, assai parziale. Si riaffacciano le antiche scene, non prive di fascino, dei diversi gruppi di militari, specie marinai, in servizio a distanza, anche lontana, dal paese, ma, per la festa del Patrono, con licenze o permessi brevi, sempre di ritorno e presenti: si materializzavano, nelle loro candide e linde divise, a vari angoli delle strade, salutando sull’attenti, in segno di omaggio, al passaggio delle statue, prima di immettersi e mescolarsi in seno alla processione.

Attualmente, il prete, rispettando la tradizione, non manca di dare gli auguri ai parrocchiani, di entrambi i sessi, che portano il nome del Santo Patrono o della sua Consorte, pure elevata agli onori degli altari. Ai voti per i presenti, aggiunge, però, l’invito a porgerne altrettanti ai festeggiati che abitano e sono rimasti fuori sede.

Al culmine della processione, si colloca il gesto di affidamento del paese alla protezione del Santo, con la sequenza, semplice e suggestiva, dalla consegna a quest’ultimo di una simbolica chiave cittadina, gesto stavolta compiuto tramite il coinvolgimento e la collaborazione di un piccolissimo bimbo in braccio ad una giovane coppia.

Non c’è che dire, nonostante che l’agenda della quotidianità rechi numeri, scadenze e abitudini modificatisi negli anni, nonostante che le stesse menti dei singoli individui siano governate e orientate da neuroni nuovi e/o aggiornati, in fondo, in uno spicchio dell’animo, le abitudini del passato, le usanze e i costumi fondamentali, sembrano resistere vive e battere il tempo.

Da Pompei a Nardò: “cafuddhàre” e “scaffuddhùsu”.

di Armando Polito

Questa volta, facendo il cammino inverso, parto spazialmente e temporalmente  da lontano, cioè dalla fullonica che era nel mondo romano quello che oggi è per noi la pubblica lavanderia: si lavavano, tingevano, lavoravano e stiravano le stoffe. Una delle meglio conservate è quella di Stefano a Pompei (nella foto di testa l’atrium con il bacino dell’impluvium trasformato in vasca di lavaggio), mentre la più accurata descrizione delle varie fasi di lavoro è attestata da una serie di riquadri affrescati rinvenuti su un pilastro di un’altra fullonica ed ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Nel primo dei riquadri è visibile un operaio impegnato col cardum (spazzola con aculei) nella cardatura e nella garzatura; a destra un altro procede con una  specie di gabbia di vimini a cupola sulle spalle ed un secchio in mano: è la fase della solforatura, in cui la gabbia funge da supporto per i tessuti che vengono sbiancati dal fumo dello zolfo che brucia in un contenitore nella parte inferiore della gabbia; la civetta  alla sua sommità simboleggia Athena, protettrice dei lanaioli; sull’estrema sinistra una matrona prende una stoffa dalle mani di un’ancella.

Nel secondo tre schiavi fullones (lavandai) procedono al lavaggio dei panni pestati in apposite vasche che venivano riempite di un detersivo economico e di facilissima reperibilità, cioè una miscela di acqua calda ed urina1.

Nel terzo è raffigurata una grande pressa di legno con la quale i panni venivano stirati.

Nel quarto un operaio, vestito di una corta tunica, porge ad una donna un panno, mentre all’estrema destra una seconda donna seduta ha in grembo un oggetto che probabilmente è uno scardasso; sullo sfondo in alto sono stese delle stoffe.

I fullones del secondo riquadro ci consentono di completare questo viaggio nello spazio e nel tempo. Da questa voce nel latino medioevale si sviluppò il verbo fullàre (esiste anche la variante folàre) col significato di lavare i panni; poi fu aggiunta in testa la preposizione cum e da *cumfullàre nacquero il calabrese cufullàre=premere, nonché il nostro cafuddhàre=ingollare (in senso traslato imporre con la forza) e da questo i composti ‘ncafuddhàre e scafuddhàre; da quest’ultimo, poi la voce scaffuddhùsu (probabilmente incrociata con schiaffo inteso come a volte irresistibile reazione all’atteggiamento di sfida dello scaffuddhùsu)=ribelle con una punta di dispetto.

Insomma, una traslazione tutta metaforica dell’estremo sud (la voce, a quanto ne so, è assente nel dialetto napoletano) dall’originario significato tecnico di lavare i panni premendoli a quello di premere a forza il cibo in gola e di pestare i piedi per terra nel caso dello scaffuddhùsu.

E a chi ha letto riconosco, naturalmente, il diritto di fare lu scaffuddhusu

* Poco fa ho fatto la pipì. Con questa sgrassa i panni sporchi! Un tuo discendente parlerà di te su Spigolature salentine

**Ma va’ a cacare!

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1 A Pompei ben poche erano le case fornite di servizi igienici e la legge prevedeva che le sostanze di rifiuto dei vasi da notte (si chiamavano scàphium o làsanum o matèlla) venissero raccolte in appositi contenitori posti di solito nei sottoscala. Era praticata una vera e propria raccolta differenziata perché periodicamente i contenitori venivano svuotati e quelli contenenti l’urina, in particolare, rifornivano le lavanderie per la preparazione della miscela detergente di cui si è detto. Esse potevano contare, inoltre, su un approvvigionamento per così dire autonomo: all’angolo del vico in cui sorgevano era collocato un contenitore destinato al viandante che fosse colto da improvviso bisogno…

Sull’esistenza delle norme e sul non costante rispetto di esse il lettore che lo voglia può leggere il mio post La mondezza a Pompei all’indirizzo: http://www.vesuvioweb.com/new/IMG/pdf/La_mondezza_a_Pompei.pdf

Poi per i tintori vennero i tempi duri. Su quel detergente che fino ad allora non era costato nulla l’imperatore Vespasiano impose una tassa e a chi glielo rimproverava rispose col detto divenuto proverbiale Pecunia non olet (Il denaro non puzza).

“La complicità pugliese” per la santità di Giovanni Paolo II

 

di Giuseppe Massari

La santità per Giovanni Paolo II, quella invocata e gridata dai fedeli in piazza san Pietro, il giorno dei solenni funerali, sta per giungere a compimento. Infatti, il 1° maggio, egli sarà proclamato beato, tappa intermedia verso la ufficializzazione definitiva della piena santità, con il riconoscimento delle sue virtù eroiche, che potrà avvenire da qui a qualche anno. Di questo pontefice venuto da lontano, amato da tutti, perché instancabile pellegrino nel mondo, possiamo dire che non si è risparmiato per andare a cercare i lontani dalla fede e da Cristo. Fossero politici, capi di stato e di governo, gente povera, semplice, umile, ricca.

In questo lungo e continuo peregrinare vi è stata la Puglia, visitata e toccata dalla sua presenza per ben cinque volte. Anzi, come era solito fare all’inizio di ogni suo viaggio, quando si inchinava a baciare il suolo che lo avrebbe ospitato, possiamo e dobbiamo ricordare che per cinque volte ha baciato la nostra terra.

La terra della nostra regione, così ricca di tanta spiritualità, bisognosa anche della sua santità, della sua presenza, simbolo di una forza e di una resistenza fisica alla pari di quegli ulivi secolari faranno da sfondo, da cornice, da coreografia nella piazza che, ufficialmente, lo proclamerà beato, eletto, scelto, chiamato alla vera vocazione redentrice e corredentrice a cui ogni individuo, ogni cristiano è chiamato.

Gli ulivi di Puglia, i fiori, le piante, i colori della nostra regione accompagneranno il suo trionfale cammino verso la pienezza della sua vita,

Libri/ Il vento e le pietre

II° APPUNTAMENTO CULTURALE di I.M.M. 2011
promosso dall’HETAIRIA “I LEONI DI MESSAPIA”
& Associazione Mimose – Lecce
 
Venerdì 29 Aprile – ore 18.00
BIBLIOTECA PROVINCIALE di LECCE
“Nicola Bernardini”
Ex Convitto Palmieri – Piazza G. Carducci – (centro storico)

 
 
INCONTRO CON L’AUTORE DARIO STOMATI
E LA SUA IMPORTANTE OPERA DI RICERCA DELLE PRIMORDIALI TRACCE UMANE
                                 

Un antico e inusuale lavoro artigianale: l’impagliatore di sedie

di Raimondo Rodia
Impagliatore di sedie, un lavoro artigianale non ancora scomparso, grazie a persone come Andrea De Filippi, che ancora oggi a Lecce con pazienza ed ottimismo, porta avanti questo antico mestiere artigiano.
Una volta il mestiere era diffuso in particolare ad Acquarica del Capo famosa per essere il paese degli “spurtari”, (costruttori di sporte o canestri di giunco). Infatti l’artigianato locale produce questi contenitori sfruttando la materia prima che cresceva nelle malsane paludi che circondavano il paese.
I giunchi, una volta raccolti, subiscono una bollitura e una zolfatura che danno elasticità e resistenza caratteristiche che sono indispensabili per la loro lavorazione. Questi eccezionali artigiani che intrecciano i giunchi di palude per farne degli oggetti di fattura straordinaria furono premiati all’esposizione internazionale di Vienna del 1873.
Ma raccontiamo con le parole di Andrea De Filippi il suo lavoro quotidiano. “Usando le tecniche e i più comuni materiali, riesco a restaurare sedie di ogni tipo, epoca e stile, sgabelli bassi e alti, poltroncine, sedie a dondolo di ogni tipo, dai modelli classici in legno in stile ed arte povera, a quelli contemporanei che hanno bisogno dell’ impagliatura a “ scacchi ” con cordoncino e a “ spicchi ” con erbe palustri e filati più recenti.
La professionalità acquisita trova le sue origini nella passione per le tessiture su sedie, che ha visto evolvere l’acquisizione delle varie tecniche attraverso dieci anni di attività continuativa. La mia specializzazione è l’impagliatura di Vienna, una tecnica difficile e bisognosa di tanta pazienza e bravura”.
L’intreccio di Vienna nasce nei primi dell’ottocento dal genio artistico e creativo di Michal Thonet (1796-1871), considerato il padre della tecnica di curvatura del legno. Il mito e la storia della Gebruder Thonet Vienna divenne un’icona del design europeo. Con la sua produzione Thonet si dimostra non solo un abile artigiano e geniale designer dell’epoca, ma un vero e proprio pioniere del moderno processo d’industrializzazione: alla fine dell’800 infatti, la sua azienda era in grado di produrre quattromila pezzi al giorno, realizzati da circa seimila addetti.
L’arte dell’intreccio del giunco è antica e veramente artigianale. Prima di iniziare la lavorazione, le cortecce di ulivo e gli sterpi di moro, dopo essere stati raccolti, vengono levigati ed ammorbiditi con prolungati bagni d’acqua. La lavorazione poi prosegue come fosse un ricamo e ne ripete i punti: a croce, a stella, a tessuto, a rete.
E’ tutto un gioco di simmetria e di equilibrio; la stella del fondo richiama quella del coperchio, la treccia del manico quella del bordo, i colori delle decorazioni viola, verdognolo e bluastro, riproducono motivi di certi antichi tessuti locali.
I prodotti tipici di tale lavorazione sono: cesti, panieri, contenitori, forme per la ricotta, borse e altri oggetti tradizionali.
L’arte dell’intreccio è una maestria che appartiene a pochi, realizzato oggi, dalle sapienti mani di pochi artigiani.

Scuscitàtu: quando la preposizione diventa importante…

di Armando Polito

È intuitivo che il linguaggio si è evoluto da una forma primitiva molto probabilmente costituita da pochi fonemi di natura imitativa fino a giungere a quella che i linguisti chiamano arbitrarietà del segno, vale a dire l’assenza di qualsiasi rapporto tra significante (la parola) e il significato (il concetto che essa esprime). A complicare le cose, poi, sono intervenuti nel tempo altri fenomeni come i calchi, gli incroci, le voci gergali, le abbreviazioni, gli acronimi, il linguaggio degli sms e chi più ne ha più ne metta. Le parole composte perciò, e oggi mi riferisco a quelle il cui primo componente è una preposizione, in particolare l’ex latino, sembrano appartenere alla preistoria della lingua. D’altra parte proprio ex nella lingua originaria non aveva un valore univoco potendo assumere (sempre partendo dal significato di preposizione reggente il complemento di moto da luogo: fuori da) un valore estrattivo (o privativo)1 oppure intensivo2. Questa differenza sottile si perpetua talora nell’uso della stessa parola nella sua forma dialettale da un lato e in lingua dall’altro. È il caso di scuscitàtu che trova in escogitato il suo omologo formale. Entrambi derivano dal latino excogitàtu(m), participio passato di excogitàre, formato da ex (per il momento ne lascio volutamente in sospeso il valore estrattivo o intensivo) e cogitàre=pensare, a sua volta composto da cum=insieme+àgitare=mettere in movimento (agitàre, a sua volta, è forma intensiva di àgere=condurre). Nonostante l’etimologia assolutamente comune le due voci, però, hanno avuto un destino semantico diverso, quasi opposto, dovuto proprio al diverso valore assunto dall’originario ex.

La voce italiana, infatti, è rimasta in tutto fedele alla latina, dal momento che excogitàtu(m) significa trovato pensandoinventato, scoperto; la preposizione ex qui ha chiaramente un valore intensivo e l’intera voce una finalità semantica che parte dall’astratto, il pensiero, per giungere quasi al concreto, il risultato del pensiero.

Scuscitàtu, invece, significa libero da preoccupazioni di sorta e, nella sua accezione più spinta, strafottente: è altrettanto evidente qui il valore questa volta privativo dell’originario ex, nonché il permanere concettualmente nell’astratto e nel lambire appena il concreto se ad agitato diamo il consueto, comune significato di in preda a turbamento psicologico più o meno appariscente.

* Dottore, ora vuotami accuratamente la testa perché voglio starmene senza pensieri. Ci vuole molto?

**Primo: non sono dottore ma tua moglie si è raccomandata perché facessi io l’operazione. Secondo: c’è un po’ di roba e ci vuole tempo; se tu fossi stato un politico a quest’ora avremmo già finito…

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1Exoneràre (da cui l’italiano esonerare) è da ex+oneràre: alla lettera significa liberare da un carico.

2 Excèdere (da cui l’italiano eccedere) è da ex+cèdere: alla lettera significa avanzare fuori.

Lo zio pitagorico

di Pier Polo Tarsi

Se qualcuno non se ne fosse ancora reso conto, sappia che, tra tutte le scuole filosofiche sorte nell’antichità, a trionfare oggi è senza dubbio alcuno la tradizione del pensiero pitagorico. Questa, fondata sull’idea che il numero sia l’arché, il principio primo dell’universo e la chiave per comprenderlo, come un fiume inarrestabile ha attraversato i millenni della nostra storia, insabbiandosi talvolta in periodi di apparente torpore e riaffiorando di tanto in tanto nel corso dei secoli, per straripare infine impetuosamente nel mondo contemporaneo come forma di pensiero prevalente, dominante, persino ingombrante. Da Pitagora, a Platone, attraverso i neo-platonici prima e il Rinascimento poi, la tradizione si conservò, viaggiando per le tratte del mediterraneo e persino per la via della seta, resistendo all’oblio; con forza essa riaffiorò all’alba della rivoluzione scientifica moderna come perno della nascente scienza sperimentale in occidente, riecheggiando nel verbo di un Galileo che fu il più grande fra tutti nell’insegnarci come l’alfabeto in cui è scritto il libro della natura sia quello matematico. Ed il suo impeto fu poi irrefrenabile, tanto che al pensiero pitagorico si possono essenzialmente ricondurre tutti i progressi della scienza e della tecnica comunemente sotto gli occhi dei contemporanei; dalla calcolatrice, al computer, all’idea stessa di una scienza informatica, alla rivoluzione tecnologica del digitale, tutto ci mostra l’essenza pitagorica della mentalità trionfante, tutto è traduzione dell’idea che tutto il numero costituisca e tutto ad esso si debba ricondurre: un brano, un’immagine, un filmato digitale altro non sono che una conversione di qualunque realtà in segnali numerici da codificare, l’intera informatica, per esemplificare ancora, si basa sull’idea di elaborazione di dati nella forma di codice numerico. Ebbene, nonostante tutti si sia immersi quotidianamente in questi prodotti generati dalle intuizioni del pensiero pitagorico, nonostante le vite di ognuno di noi siano condizionate fortemente dalla scienza, dalla tecnica, dalle applicazioni tecnologiche più varie generate da questa corrente del pensare, vi sono alcuni individui che incarnano l’antica filosofia molto più rigorosamente di quanto facciano tutti gli altri, i giocatori di lotto.

Non mi riferisco a coloro che di tanto in tanto si danno al lotto presi dallo sconforto generato dalla crisi economica o incoraggiati da qualche sogno

Libri/ Earth – La mia Terra – Passeggiando in Apulia

THE FACTORY – book
– I libri raccontano storie che non finiscono con loro… –

Venerdì 29 aprile 2011
ore 19:00
piazza Semeraro – Ex caserma dei Carabinieri – Mottola (Ta)

 Appuntamento con l’autore
NELLO DE GREGORIO
per presentare il suo ultimo libro:

“EARTH”
– La mia terra – Passeggiando in Apulia –
Scorpione Editrice

Il calvario dell’ulivo deportato dalla Puglia

Su segnalazione di Marco Rosa pubblichiamo un articolo del giornalista Marco Preve apparso sulle pagine di Genova di Repubblica del 19/4/2011, a proposito dei tanto amati ulivi di Puglia in vetta alle cronache di quest’ultimo periodo. Ringraziamo entrambi  per la cortesia dimostrata e per la gentilezza nell’autorizzazione concessa.

Fenomeni da baraccone: Euroflora e l’ulivo millenario

ulivononno

Tutto nasce dalla mail di un lettore di Repubblica: «Ma se suo nonno fosse l’uomo più vecchio del mondo, lo costringerebbe ad un viaggio di mille chilometri per esporlo su un palco?». Era una provocazione per una riflessione sulla star di Euroflora: l’olivo gemello. Un incredibile esemplare di pianta a due tronchi, proveniente dalla Puglia, la cui età è stimata attorno ai 2400 anni. Abbiamo chiesto un parere al professor Mauro Giorgio Mariotti, ordinario di botanica alla facoltà di Scienze dell’Università di Genova e presidente, per conto dell’Ateneo, dei Giardini Hanbury di Ventimiglia, tra i più noti al mondo.

Allora professore, era il caso di muoverlo il “vecchietto”?
«La premessa è che gli olivi sono abituati a stare in un certo posto e se portati da un’altra parte soffrono. Io pure ho qualche perplessità su questa scelta anche se è un rischio abbastanza calcolato. Ripeto, qualsiasi pianta, spostandola, un poco soffre. Dalla loro gli ulivi hanno una buona capacità di ripresa. Pur avendo tronchi colossali hanno radici poco profonde, con tessuti che le rigenerano. Poi c’è anche l’aspetto del trasporto… >.

Quale?
«Purtroppo devono potarli per farli stare in un container. Certo anche la chioma tagliata ad arte può essere apprezzabile a chi piace la scultura più che la natura. Io, in questo caso, preferisco la seconda».
Si insegue la spettacolarizzazione anche nella botanica?
«Mah, il fatto è che l’ulivo millenario e gli altri esposti ad Euroflora vanno inquadrati in un problema più ampio, di una pratica che dal punto di vista ambientale, ecologico e paesaggistico non è da favorire. La moda recente di creare giardini e parchi privati con prato all’inglese e ulivo millenario o centenario al centro. Ci sono anche architetti dei giardini che progettano

Spigolatura linguistica: lu Riu, pasquetta dei leccesi

La pasquetta dei leccesi è ben nota in tutto il Salento per tenersi il martedì dopo Pasqua e per la denominazione de “lu Riu”. Su questo termine sono state proposte svariate e talvolta azzardate ipotesi. Il  prof. Emilio Panarese chiarisce finalmente l’arcano. 

di Emilio Panarese

Il toponimo Riu/ Ria/ Urìa è senza dubbio un oronimo, indica cioè un “luogo posto su un’altura”, anche modesta, com’è quella in questione (la città di Monteroni, a pochissimi km. da Lecce, non si trova forse ad un’altitudine di 35 m.?), come provano del resto due altri oronimi, vicinissimi a llu Riu, Monterone crande e Monterone Piccinnu (in origine Mont-Oriu, raddoppiamento del lessema oronimico, come Mongibello in Sicilia dal lat. mons e dall’arabo gebel).

L’Oriu, diventato per deglutinazione ortoepica e ortografica (v. in it. l’usignolo da lusignolo) lo Riu/ lu Riu, non ha nulla a che fare né con rio “ruscello”, né con brio, né con layrìon, “cenobio brasiliano” (l’autore di un recente ricettario di cucina rusciara sostiene addirittura che siano stati i leccesi ad estendere il segno lu riu a tutta la provincia!), né tanto

Il culto della Madonna Incoronata di Foggia

di Lucia Lopriore

La devozione mariana, soprattutto in ambito locale, stabilisce la totale prevalenza tra le scelte coeve dell’immagine della Madonna sotto i diversi titoli.

Si deve innanzitutto affermare che nei centri della Capitanata tale devozione, espressa sotto le diverse forme, è stata sentita e riproposta attraverso analisi storiche del fenomeno dalle quali si evince la presenza di una religiosità popolare sentita in modo pregnante.

Importante è accertare la provenienza storica, religiosa e culturale di tale culto che, generalmente, è fatto rientrare tra le pratiche più direttamente connesse a contesti di riferimento popolare.[1]

Il fenomeno dei pellegrinaggi mariani, in particolare, è senz’altro riconducibile alla transumanza.[2] Tra le mete dei pellegrini non può mancare la visita al santuario dell’Incoronata di Foggia. Tale titolo è dovuto alla corona che cinge il capo della Madonna. Il culto per la Madonna Incoronata risale all’XI secolo quando la Ella manifestò la Sua presenza su una quercia nel bosco l’ultimo sabato di aprile. Secondo la tradizione Ella apparve al conte di Ariano[3] mentre questi si trovava nella foresta  nei pressi del fiume Cervaro. Durante la notte una luce vivissima attraversò la selva. Il Signore attratto dal chiarore giunse ai piedi di una quercia dalla cui

“Pièttu”, ovvero dal sesso all’edilizia.

di Armando Polito

Sono tante le voci primitive dialettali che rivelano un’insospettabile poliedricità d’uso in una più o meno scoppiettante serie di derivate. Oggi è la volta di pièttu che, come l’omologo italiano petto è dal latino pectus. La divaricazione semantica tra italiano e dialetto comincia con sbittirràre, dal momento che, mentre quest’ultimo è sinonimo di traboccare,  l’omologo italiano, espettorare, ha assunto il particolare significato medico che tutti conosciamo. Eppure, entrambi sono dal latino expectoràre1=cacciare dal cuore o dall’animo, da ex=fuori da+pectus=petto, cuore, animo. Come si vede, la voce italiana, facendo riferimento solo al petto inteso come dettaglio fisico, ha traslato l’originaria gamma dei significati latini concentrandola solo in una significazione concreta e, per così dire, abbastanza schifosa, per quanto naturale, come tutte quelle legate alla produzione di sostanze di rifiuto.

Sbittirràre, invece, mostra rispetto all’italiano una divaricazione minore dal latino, nel senso che, a parte il suo uso in nessi concreti (sta sbittèrra l’acqua=sta traboccando l’acqua), la stessa voce compare anche in senso traslato con mantenimento del riferimento concreto alla voce primitiva

Libri/ Liberi e ribelli – da Lecce nella resistenza

di Gianni Ferraris

749 partigiani, patrioti e combattenti, 108 caduti, 55 decorati con medaglie d’oro al valor militare. Questi sono i numeri raccolti da Enzo Sozzo, partigiano combattente, sulla partecipazione dei salentini alla lotta di resistenza. Appartenenza quasi sconosciuta fino a vent’anni fa, in quanto si credeva che la Resistenza fosse affare del Nord.

Eppure l’antifascismo era diffuso anche in Salento. Ad oggi non è ancora finito il censimento dei resistenti e degl antifascisti, lavoro a cui l’ANPI, guidato in provincia da Maurizio Nocera, dedica le sue forze e risorse.

– “il medico di Latiano, Cosimo Rubino e il rotondetto Agesilao… a Taviano il D’Ambrosio, a Gallipoli il falegname inflessibile Francesco Pastore, a Galatina l’avvocato Mauro, nonché i repubblicani Egidio Reale e Antonio Vallone ed il più autorevole di tutti, quella specie di radicale e quacquero all’inglese che fu De Viti Marco…”. Con queste interessanti considerazioni Tommaso Fiore in Salento antifascista (1968), dissolveva i luoghi comuni

Madonna delle Grazie di Carosino: storia di un’antica devozione

Floriano Cartanì

Non c’è nel mondo cristiano, città o un villaggio, che non abbia un tempio o una cappella dedicata alla Vergine Maria, nelle sue innumerevoli denominazioni.  Anche Carosino, in provincia di Taranto, s’innesta a pieno titolo in questa consuetudine religiosa, certamente la  più remota sentita dai Carosinesi.

Il culto mariano carosinese ha radici antichissime anche se, storiograficamente, viene ricollegato alle tragiche vicende occorse all’antico casale proprio il giorno di Pasqua dell’anno 1462.  Fu la stessa comunità locale di allora, già da tempo profondamente legata alla Madonna, ad attribuire la scampata distruzione dei propri casamenti all’intervento prodigioso della Vergine Maria. La tradizione popolare racconta invece come, ancor prima di quella data, esattamente nel mese di febbraio, la Madonna apparve ad un pastorello sordomuto esprimendo la volontà  di far edificare su quella zona (l’attuale chiesa Madre di Carosino) un edificio sacro in Suo onore, che divenne in poco tempo meta obbligata degli abitanti del circondario e dei viandanti, per le numerose grazie che si ricevevano.

Oggigiorno degli antichi fasti di questo importantissimo sito religioso locale, rimangono purtroppo solo poche vestigia storiche, racchiuse essenzialmente nel prezioso e, a quanto si dice, miracoloso dipinto della Vergine. Gli elementi iconici dell’opera, fanno ascrivere il soggetto pittorico tra le matrici con chiaro influsso dell’arte bizantina. Esse sono costituiti dall’atteggiamento materno, dai lineamenti del volto e dal disegno delle mani della Vergine Maria istoriata, che emanano ancora oggi una  spiritualità molto intensa, così come testimoniano fotograficamente anche le piccole figure racchiuse in quadretti devozionali che attorniano l’altare maggiore.

Se di questo profondo culto locale appare sbiadita dal tempo la “traccia” storica, non è così per quanto attiene la devozione popolare, che risulta invece essere ancora viva nella fede mariana testimoniata dai cittadini locali.  Un apposito Comitato per la celebrazione della ricorrenza continua ancora oggi, a sollecitare e far sopravvivere questo ricordo dai forti sapori religiosi, che continua ad interrogare sulle motivazioni della fede nella tradizione popolare. A questo proposito un grandissimo slancio ad abbandonare per sempre la sterile pratica devozionale fine a se stessa ed abbracciare invece la vera forza che Maria porta con sè, racchiusa nel condurre al figlio Gesù Risorto, è stata sollecitata dalla presenza in loco del nuovo parroco. Si tratta di ripulire totalmente la becera superficialità che potrebbe accompagnare talvolta l’esteriorità del devozionismo, per dedicarsi invece a quello che più conta e cioè, nel nostro caso, amare la madre celeste alla quale lo stesso Gesù sul Golgota ci ha affidati. Significativo, a questo proposito, il messaggio di don Lucangelo, il quale ha più volte sottolineato come nell’avere bisogno di Gesù dobbiamo necessariamente rivolgerci proprio alla Madonna, in quanto nessuno come lei può raccontarcelo. Ma la fede, si diceva prima, si esprime anche attraverso la forma della festa religiosa e, per la Madonna delle Grazie Patrona di Carosino, come al solito il tradizionale cerimoniale prevede una parte prettamente religiosa, con la Santa Messa solenne, panegirico e processione del Lunedì di Pasqua; mentre per il giorno successivo, martedì, dopo la Messa Vespertina, è previsto il caratteristico corteo religioso serale di ringraziamento.

La parte civile, invece, come di consueto sarà curata con la presenza nel giorno di Pasqua e Pasquetta di ben due complessi bandistici ai quali, nella serata di martedì, si affiancheranno rinomati fuochi pirotecnici che concluderanno i festeggiamenti.

 

Ruffano festeggia San Marco, il protettore dell’udito

di Stefano Tanisi

ruffano – statua in cartapesta di san marco

San Marco si festeggia a Ruffano da tempo immemorabile, forse dal XII secolo, quando i monaci bizantini dipinsero nella loro chiesetta ipogea un affresco raffigurante il santo mentre si accinge a scrivere -in greco- il primo passo del suo Vangelo.

Il santo è invocato come protettore dell’udito: il 25 aprile, giorno in cui  ricorre le solennità dell’Evangelista, si distribuisce ai devoti un batuffolo di cotone imbevuto di olio benedetto, che applicato nel condotto auricolare, attenua il dolore sino a farlo passare. I numerosi ex voto in oro e argento esposti (per la maggior parte a forma di orecchio) testimoniano le grazie ricevute dai fedeli. Nella piccola cappella ruffanese, meta di numerosi pellegrinaggi, sono poste la reliquia e la statua in cartapesta dell’evangelista.

La mattina di questo giorno, si tiene la tradizionale Fiera di S. Marco, la più antica (XV secolo) fiera primaverile dei dintorni, con la quale si introducevano i frutti di stagione e si potevano acquistare gli strumenti da lavoro e i prodotti d’artigianato locale come le terracotte. In origine si svolgeva solo nello slargo antistante alla chiesa (c.d. borgo S. Marco) e già dall’Ottocento si è estesa nella parte sud del paese, divenendo oggi la più importante fiera-mercato del basso Salento.

In questo giorno di festa si può anche visitare la cripta dedicata sempre a San Marco (XII sec.), situata al di sotto della chiesa del Carmine. Si accede

Shamm El Nesim, ovvero la Pasqua in Egitto raccontata da Marianna

ph Youssef Ibrahim

PASQUA E PASQUETTA IN EGITTO

 

di Marianna Massa

Dopo il consiglio dell’amico Marcello Gaballo ho richiamato le mie conoscenze personali sulla Pasqua egiziana e sono anche andata a curiosare in vari siti religiosi copti e in alcuni blog egiziani per cercare testimonianze e informazioni su questo fenomeno che fossero quanto più vicine alla quotidianità e alla realtà di oggi.

La maggioranza dei cristiani in Egitto sono  copti e appartengono a una branca della chiesa ortodossa. Il loro calendario è diverso da quello cattolico e la Pasqua copta, come le altre festività religiose importanti, cade in genere una settimana dopo quella cristiana. In alcuni anni però le date coincidono e i copti e i cattolici festeggiano la Pasqua nello stesso giorno, come è accaduto l’anno scorso e nel 2007.

La Pasqua copta è preceduta da un lungo digiuno di 55 giorni in cui ci si astiene da tutti gli alimenti di provenienza animale, si rispetta quindi una rigorosissima dieta vegana.  Questo periodo è caratterizzato da un’intensa vita religiosa di preghiera e penitenza, un po’ come dovrebbero essere la nostra quaresima e la nostra settimana santa.

La più lampante somiglianza con la nostra Pasqua, o almeno quella che ho notato io, sono le uova di Pasqua, uova di gallina i cui gusci vengono colorati. Oggi però, anche in Egitto le uova di cioccolato stanno lentamente

“Cristo alla grotta” a Martina Franca

 

di Dora Liuzzi

È una chiesa antichissima in cui c’è una grotta. Una volta vi si accedeva da un incrocio, sito in via Paolotti, e il viottolo aveva al suo margine un’antichissima croce con i sacri simboli. Esso poi dava vita, lungo il percorso, a caratteristiche gradinate che rendevano faticosa l’andata e ancor più il ritorno.

Oggi questa chiesa è nascosta da palazzi non completati e ridotti a ruderi pericolosi per i bambini. Tali costruzioni si sono sostituite agli alberelli selvatici e soprattutto alle bellissime e profumate ginestre che, con i vari tipi di erbe officinali, rendevano tipica la flora di tale zona.

Sulla porta della sagrestia c’è la data del 1673 che è forse la data del restauro. All’interno è custodito un Cristo schiodato e morto; le sue ferite sono estremamente realistiche ed è ritenuto miracoloso.

Dal 17 novembre 1792 fu concessa l’indulgenza plenaria a tutti coloro che visitavano il tempietto e recitavano cinque Pater ed Ave il secondo venerdì

Il pianto della Madonna e il venerdì santo a Peschici

di Teresa Maria Rauzino
Il soffermarsi davanti alle immagini che raffigurano la passione di Cristo è una devozione molto antica della Chiesa. I cristiani si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme proprio per pregare nei luoghi in cui il Signore aveva vissuto le ultime ore della sua vita terrena, e dove il suo corpo era stato deposto dopo la morte. Tornati dal loro lungo viaggio, volevano tenerne vivo il ricordo: ecco perché incaricavano un pittore o ad un ceramista di raffigurare gli eventi della passione del Signore, la cosiddetta “via crucis”. In tal modo anche colo­ro che non potevano recarsi in Terra Santa erano in gra­do, guardando queste scene, di “rivivere” la passione di Gesù. Fermandosi a pregare davanti ad ogni stazione, il fedele si sentiva un suo discepolo, uno di quella schie­ra che lo seguiva a distanza, fedelmente, e talvolta anche infedelmente.

Ma la pratica della Via Crucis si affermò nel primo trentennio del Settecento. Il merito va ai grandi predicatori missionari: Sant’Alfonso de’ Liguori, San Paolo della Croce e San Leonardo da Porto Maurizio.

La “missione” fu, senza dubbio, uno dei più importanti eventi religiosi della storia della Chiesa; vi ricorrevano gli stessi vescovi per portare una parola di fede in mezzo alle rudi popolazioni contadine, vissute per secoli nella superstizione. Le “missioni” erano un fatto popolare, coinvolgevano emotivamente paesi interi per alcune settimane, ed il fatto era ricordato a lungo dai fedeli. Il ritmo della vita ordinaria era rotto dall’arrivo dei “Padri”, che si impegnavano in un duro lavoro pastorale per farsi capire, per suscitare un’emozione religiosa, per introdurre un clima di fede spontanea e immediata. La chiesa diventava il luogo delle pubbliche confessioni e del perdono; lì accadeva qualcosa di nuovo, che si sarebbe ricordato per generazioni.

LA VIA CRUCIS DI PESCHICI

E I QUADRI DI ALFREDO BORTOLUZZI

 

 

I cristiani del mondo occidentale sono rimasti, attraverso i secoli, molto legati al rito della via Crucis divulgato dai missionari. Le confraternite del SS.mo Sacramento e del Purgatorio ripetono, nelle domeniche di Quaresima antecedenti la Pasqua, la versione di Sant’Alfonso de Liguori (1696-1797).

Tramandata per generazioni, la Via Crucis di Peschici ha conservato in gran parte i ritmi e le cadenze antiche e presenta delle sfumature originali che è

L’upupa nell’ecosistema agricolo del Salento

 

di Stefano Spagnulo*

 

Il Salento rappresenta la Terra di Mezzo non solo per tutti i popoli umani che hanno transitato e transitano tuttora, ma anche per tutti gli uccelli migratori che dopo traversate lunghe migliaia di chilometri trovano ristoro e luogo per riprodursi.

Il Salento è una nicchia ecologica, posto occupato da un organismo nel suo ambiente, insieme con le sue attività e relazioni con altri organismi. Il

I luoghi dell’Anima

Sua Maestà

di Simone Sapone

Nel raccontare le origini di Mirodìa non posso prescindere dal raccontare di certi luoghi, e di come hanno cambiato per sempre i miei occhi.
Sono luoghi al limite tra il reale e l’onirico e alcuni di loro li ho visitati prima in sogno che dal vivo.

Il Trono del Sole

Il trono del Sole, ad esempio, mi rimanda alla primissima infanzia.
In un ricordo (o sogno?) dai bordi sfumati mio padre mi porta nel bosco e nel centro di una radura vengo travolto da un’emozione impossibile da dire a parole.

Nel mio ricordo onirico l’ammasso di mattoni calcarei è più alto di diversi metri, una montagna di pietra e soffice muschio che si accende, quando una colonna di luce solare vi si posa, scendendo attraverso le fronde dei lecci;

I riti pasquali e la “pasquetta” nei comuni del Salento

di Paolo Vincenti

Pasqua, tempo di preghiera e purificazione.  I festeggiamenti, in Salento, iniziano con la Domenica delle Palme, quando vengono benedetti i ramoscelli d’ulivo, dopo la celebrazione della Santa Messa. A Castrì di Lecce, per esempio, vengono benedette le palme sul sagrato della chiesa di San Vito e, in seguito, una piccola processione si snoda per le strade del paese fino a raggiungere la chiesa della Visitazione. A Castrì,  si tiene la Fiera della Domenica delle Palme, una tradizione antichissima di cui  tutta la comunità è orgogliosa. La Settimana Santa  comincia  il Mercoledì, con una Via Crucis che si tiene in serata. Il Giovedì Santo,  vi è la celebrazione dell’Ultima Cena. Il Venerdi Santo,  la Processione del Cristo Morto parte dalla chiesa della Visitazione, in piazza Aldo Moro, e si incontra con quella dell’Addolorata sul sagrato della chiesa di San Vito, in piazza Caduti. La bara del Cristo Morto viene portata in spalla da dieci uomini con a fianco dieci donne vestite di nero, con una fiaccola in mano, mentre la statua della Madonna viene portata da dieci donne con a fianco altre dieci accompagnatrici, sempre vestite di nero. La Croce della Passione viene portata in spalla da una donna, accompagnata da altre due, con una fiaccola in mano, seguite da dodici ragazzi vestiti da apostoli.

A Maglie, il  venerdi precedente la Domenica delle Palme, si svolge la più antica delle fiere magliesi e una delle più caratteristiche del Salento: la Fiera dei campanelli. In occasione della ricorrenza dell’Addolorata, sulla strada

“Cumpiddhàre”: chi l’ha sentito?

di Armando Polito

Si tratta di una voce dialettale di cui fino a poco tempo fa ignoravo l’esistenza. Debbo a mia moglie, che pure per motivi facilmente intuibili nutre nei confronti dell’etimologia un odio ancora più spinto di quello che normalmente proverebbe nei confronti di una mia amante, se oggi ne parlo, anche se mi pare di sentire più di uno dire: “La signora avrebbe fatto meglio a starsene zitta!”…

Nella circostanza non si è trattato di un gesto di collaborazione, perché l’atteggiamento con cui mi ha propinato il vocabolo qualche minuto prima uscito dalle labbra di una sua conoscente neritina era chiaramente di sfida. Ma non aveva fatto i conti col culo che, modestamente, mi ritrovo. Qualche secondo di riflessione e, mentre lei già pregustava la vittoria su di me divenuto ormai la trasfigurazione della sua acerrima nemica (altro che musa ispiratrice!, dico sempre che, se fossi stato un artista, la famiglia sarebbe sicuramente morta di fame…),  l’etimologia era già sfornata: dal latino compellàre=rivolgere la parola, chiamare in senso ostile, rampognare, prendere di mira, accusare; compellàre è intensivo di compèllere=spingere, costringere, composto da cum=insieme e pèllere=spingere1. Messa alle strette dalla rapidità della risposta che, questo lei lo sa bene, non poteva essere frutto di un bluff estraneo al mio dna, la poveretta dovette pure

Di quelle pedine di cui a volte si serve la Storia per farsi…

Clandestino

 

di Livio Romano

 

 

Succede che si parli tanto di clandestini e succede che in questo particolare momento della mia vita io alla parola “clandestino” associ ipso facto me stesso. Clandestino della scrittura, ovviamente. Come tutti coloro i quali siano posseduti dal demone del raccontar storie per iscritto. Clandestino quando scrivo, quando trascorro ore giorni settimane a non pensare ad altro che a come risolvere una scena, a come delineare un personaggio, cosa fargli dire e fare. Clandestino quando sottraggo tempo energia buonumore agli affetti, al sonno, alla salute, al godere di un tramonto in sé al di là di come puoi raccontarlo sulla pagina. Il narratore vive la sua mania così: fra sensi di colpa e nascondimenti, fra impareggiabili felicità e altrettanto esagerati sensi di insoddisfazione perenne. Un clandestino di lusso a bordo di una nave di lusso. Uno che potrebbe starsene sul ponte a prendere il sole e sorseggiare cocktail e invece si auto infligge le stive più fetide: basta vi sia una presa per la corrente elettrica cui allacciare il laptop.

Ma al di là di questi aspetti abbondantemente raccontati dalla letteratura di ogni tempo, ecco: ora che il nuovo romanzo è uscito e sto per partire alla volta delle tante città italiane, be’: io mi sento propriamente un viaggiatore senza documenti, un usurpatore di posto in treno o aereo, un migrante senza valigia, provvisto solo di pochi concetti da provare a dipanare durante le presentazioni, e di romanzi da leggere per vincere il senso di leggera spersonalizzante derealizzazione che attanaglia ogni pellegrino.

Io ho scritto un romanzo che già oggi, mentre butto giù queste righe, un critico ha definito possedere un mood “accigliato”. Di più, dico io. Molto di più. Ho scritto pagine a migliaia utilizzando una lingua espressionista, debordante, spesso barocca, in ogni caso tendente a fare dell’ironia pure sulle tragedie, a imbastire scenette zeppe di sarcasmo indirizzato anzitutto a me stesso. Poi un giorno di novembre ho visto un uomo, di notte, che guidava lento coi finestrini aperti. Aveva la mano destra sul volante e il braccio sinistro penzoloni lungo lo sportello –fra le dita una sigaretta che bruciava veloce per via del ventaccio di scirocco. Mi son chiesto: “Dove va quest’uomo?”. Ho immaginato una storia. Ho provato a capire da dove venisse, che vita facesse,

Libri/ La voce del ventre

di Stefano Donno

Giovanna Politi, La voce del ventre, pp.66, Gorgonzola 2011, Aletti editore, Eu. 12,00.

“Ricordi …// Ritorni infedeli// appropriazioni indebite// di immagini, colori, parole.// Pause nostalgiche rubate alla realtà//sincera!// Del passato il ricordo come lo svuole//bello, sempre, comunque, // … nostalgia sleale!”.

Questi sono alcuni dei versi di Giovanna Politi salentina che esordisce con una casa editrice “fuori dalle mura” pugliesi di grande tradizione e impegno nel fare libri di qualità: Aletti editore. Il titolo della raccolta poetica è “La voce del ventre”, e descrive una vera e propria geografia delle emozioni di un tracciato biografico che va oltre l’intimismo e al di là di superficiali stereotipi sentimentalistici.

Scrive Antonio Alemanno nella prefazione “La Voce del ventre è il racconto di un “sentire” esplorato nelle sue diverse manifestazioni: dalle infinite sfumature affettive della percezione sensoriale alla vicenda degli stati d’animo, dagli umori alle emozioni, dai sentimenti alle passioni. Libera da ogni metrica, come la vibrazione di un suono profondo, questa raccolta esprimere la verità di ciò che vuole trasmettere attraverso l’incarnazione

Biodiversità. Le cento cultivar di fico del Salento

marcello gaballo

di Antonio Bruno

 

La biodiversità a modo mio
Posso parlare di Biodiversità a modo mio? Non userò il compassato e puntuale piglio dello studioso, né quello pratico e poco suggestivo del tecnico pratico che ha l’urgenza di finire il lavoro, lo farò con le mie parole, quelle stesse parole che ti hanno accompagnato nelle avventure che ti ho scritto sino ad adesso e che tu impunemente hai potuto leggere.

Ho ascoltato tante spiegazioni sulla Biodiversità davvero dottissime, solo che hanno relegato la parola “Biodiversità” dietro alle cattedre delle aule universitarie o scolastiche e nei libri aperti sui banchi di scuola. Avete notato che non c’è una discussione su una chat di facebook che abbia per tema la biodiversità? Sapete che non c’è una discussione davanti alle scuole, tra gli studenti, che tratti di biodiversità? Ma la circostanza che da l’esatta dimensione del problema è che soprattutto non ne parlano “le donne”. Già, le donne! quelle che ancora utilizzano la narrazione di ogni giorno per raccontare le crisi matrimoniali e le piccole vittorie familiari che nessun giornale di gossip pubblica ma che grazie alla loro narrazione della realtà occupa interi pomeriggi al telefono o al bar davanti a una tazza di the con la

Libri/ Viaggio in Requiem

“Ricordati Barbara
Pioveva senza sosta quel giorno su Brest… ” (Jacques Prevert)

 

Pioveva anche  su Lecce sabato mattina, mentre attraversavo la città pensando alla  sera prima.

Da  Via Salandra a Porta Rudiae sotto una leggera e salvifica pioggia. Fino alla chiesa di San Giovanni Battista. Ieri sera eravamo lì, verso le 23. Mauro, Santa, Francesca ed io. Un ultimo saluto prima di andare verso casa. Ognuno con i suoi pensieri,  con qualche emozione in più. Era illuminata la chiesa, e non c’era più il signore con il piccolo pianoforte che pervadeva la strada di note. Francesca ci aveva fatto un regalo poche ore prima. Aveva presentato il suo libro “Viaggio in requiem” nella sala del Fondo Verri affollata ed attenta.

La storia di un viaggio lungo 12 giorni. L’Italia trapassata senza usare autostrade, da Lucca a Otranto. Un diario.  Francesca in compagnia di Guido. Sotto la pioggia pensavo a quel viaggio, ai paesaggi. E pensavo a quanto sia difficile parlare di quel libro.

Il sospetto mi venne quando lessi un breve corsivo di Mauro* sul giornale che provava a parlarne. Lui, sempre così ironicamente attento e pungente, che trova le parole per dire le cose con leggerezza, in quelle colonne ha utilizzato molto le parole di altri, citazioni. Poi ho avuto tra le mani il libro, 115 pagine di un’intensità tale da lasciare senza fiato. Ed ho capito Mauro e le

Caro Vittorio… Con quella tua sconfinata, ingenua e incredibile fiducia nell’essere umano

di Pino de Luca

Caro Vittorio,

quando ho saputo della tua morte mi sono incazzato con te. Con quella tua sconfinata, ingenua e incredibile fiducia nell’essere umano. 

Ho pensato che se avessi avuto una qualche arma, un qualche addestramento, ti saresti difeso, ce l’avresti fatta a non morire come l’agnello sacrificale di una Pasqua qualunque.

Ho pensato poi che non l’avresti fatto, che saresti andato incontro al destino con la medesima serenità con la quale hai sfidato le bombe a Gaza, con l’incedere dell’uomo forte che va a vivere sotto la follia delle tempeste di fuoco israeliane su un popolo tenuto nel più grande campo di concentramento che sia mai esistito.

Ora le tue cronache non le leggeremo più, non vedremo le sofferenze di una terra con gli occhi di chi odia tanto la guerra da non dar pace a chi la persegue.

Ci sono, caro Vittorio, degli omuncoli anche in questo paese, gente malvagia che sa solo vomitare fango e stamparlo su fogli puzzolenti di marciume, stampati con i soldi di potenti che si stanno imputridendo e fanno imputridire anche il nostro paese rendendolo la più grande discarica della terra. Leggendo quei giornali e le parole di queste miserabili pantegane appestate, ho dovuto rileggere il tuo libro per “restare umano”. Come ben sai io non sono d’accordo con te, non ho né la tua infinita pazienza né il tuo gigantesco coraggio. Io perdo la prima e tendo a trasformare in avventatezza il secondo facendomi trascinare nella bolgia.

E per restare umano ho riletto il pezzo “dell’amore sotto le bombe”. Tu scrivi alla fine:

“Voltaire invitava a rispettare qualsiasi opinione, io invito a smetterla di gettare i semi dell’odio che qui, innaffiati di sangue, alimentano il germe di un risentimento insanabile.” p. 98

Qui i semi dell’odio sono innaffiati con inchiostro velenoso, tu inviti a smetterla, io per parte mia lo farei ingoiare a chi lo sparpaglia.

Ti saluto Vittorio. Con Amicizia Sempre.

Due canzoni d’amore. Una del profondo nord, l’altra del Salento

“Tristan and Isolde” by Edmund Blair-Leighton

di Gianni Ferraris

Due canzoni d’amore. Una del profondo nord, l’altra del Salento. Due canti della tradizione. Chissà se servono per dire a qualcuno che ci sono linguaggi universali, adatti ad ogni latitudine. Chissà se possiamo urlare che i sentimenti appartengono all’uomo (unica razza quella umana), al di là dei dialetti, delle abitudini, degli usi. Chissà perché stasera mi è presa così.

Tre antichi detti pasquali e squillano le diverse campane etimologiche…

di Armando Polito

Campana pasquale, olio su tela di Ettore Goffi

TUMENICA SO’ LLI PARME

E ALL’ADDHA PANE E CARNE.

La prossima domenica è quella delle Palme e nella successiva (mangeremo) pane e carne.

Due ottonari che ad un’epoca di trionfante consumismo e peccaminoso spreco trasmettono il ricordo di tempi in cui il consumo della carne (e non solo per motivi religiosi..) era un fatto eccezionale e, comunque, riservato solo alle grandi, pochissime (allora…)  occasioni.

 

CI HA CCAMBARATU1 SCAMBARA2, CA NARDÒ PARMISCIA3 

Se hai mangiato carne interrompendo il digiuno quaresimale riprendilo, perché a Nardò si comincia a festeggiare la domenica delle Palme.

La struttura, pur prosastica, ha una sua musicalità dovuta alla figura etimologica (ccambaràtu/scàmbara) ed all’allitterazione di m e di r. Il detto rientra nelle manifestazioni del campanilismo più o meno sano di un tempo: si narra che una volta a Galatone gli abitanti festeggiavano per errore la Pasqua, mentre i neritini celebravano la festa delle Palme; accortisi dell’errore, i Galatonesi fecero passare un banditore che li invitava a riprendere il digiuno. Errore in buona fede (Galatone-Nardò 0-1) o furbizia alimentata dalla indisponibilità al sacrificio (per quanto moralmente discutibile, Galatone-Nardò 1-0)?

CI VUEI CU BBITI ‘N’ANNATA CURIOSA

NATALE SSUTTU E PASCA MUTTULOSA4

E ALLORA SÌ LA MASSARA È PUMPOSA!

Se vuoi vedere un’annata strana:

Natale asciutto e Pasqua bagnata…

e allora sì la massaia è tutta pomposa!

È una terzina di endecasillabi a rima unica. L’annata strana (pioggia non in inverno ma in primavera) preludeva ad un raccolto abbondante che rendeva particolarmente orgogliosa del suo ruolo la massaia (che, invece, nelle annate infelici, era tutta abbacchiata). L’importanza della pioggia in quel periodo ai fini di un buon raccolto è ribadita dagli altri proverbi: Ale cchiù nn’acqua ti bbrile cca nnu carru cu totte li tire (Vale più una pioggia di aprile che un carro con tutto il tiro)e Marzu, chiuèi, chiuèi, ca la terra stae co’ chiuèi (Marzo, piovi, piovi, perché la terra è dura come chiodi).

I cambiamenti climatici hanno reso obsoleto quest’ultimo detto, così come il consumismo senza freni e il dilagante edonismo, che hanno cancellato dal loro vocabolario la parola sacrificio, hanno fatto con i primi due. Urge il “passaggio” inverso. E, allora, per quel che può valere, buona Pasqua!…nella pienezza del suo significato etimologico.

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1 Ccambaràre(=mangiare di grasso) è secondo il Rohlfs (I° volume, lemma cammeràre, pag. 98) dal “greco dialettale gamarìzo”, che, aggiungo io, potrebbe essere connesso con il classico gamelìa=  banchetto nuziale; senonchè nel III° volume (pag. 906) alla voce cammeràre leggo:”L’etimo proposto, cioè il neogreco dialettale gamarìzo, appartiene ai dialetti di Creta e dell’Asia Minore, mentre la forma magarìzo ‘io mangio di grasso’ è di più larga diffusione; si confronti ancora il latino tardo camaràre ‘sporcare’. Nonostante il tempo che da qualche decennio gli dedico, di questo verbo latino (per giunta tardo, nemmeno medioevale!) non sono riuscito a trovare a tutt’oggi nessuna attestazione se non il camaràre (variante di cameràre) di Plinio (Nat. hist., X, 33) col significato inequivocabile di proteggere con qualcosa a forma di volta e che, in tutta evidenza, nulla ha a che fare col significato di sporcare.

2 Scambaràre è da ex privativo+il precedente ccambaràre.

3 Parmisciàre è audace formazione verbale con significazione temporale; l’omologo italiano, se esistesse, sarebbe palmeggiare. Ma come non ricordare il montaliano meriggiare pallido e assorto? Al di là, però, del carattere suggestivo delle evocazioni va detto che meriggiare è dal latino meridiàre come meriggio (mirìsciu in neritino) da merìdie(m)=mezzogiorno, a sua volta composto da mèdius=mezzo e dies=giorno. Risulta evidente che l’esito –iggiàre in meriggiare deriva proprio dall’intervento del sostantivo dies e non del suffisso latino –idiàre (dal greco –ìzein) che in italiano ha dato –eggiàre (favoleggiàre, saccheggiare, etc. etc.). Altrettanto chiaro è, invece, che l’-isciàre di parmisciàre è l’-idiàre latino di cui ho appena detto [tra gli innumerevoli altri esempi: scarfisciàre=cominciare a fermentare, da scarfàre=scaldare (da un latino *excalfàre a sua volta dal classico excalefàcere)+il suffisso incoativo –isciare].

4 Da muttùra=nebbia, rugiada; muttùra, a sua volta, è, secondo il Rohlfs, da mmuttàre=bagnare (voce usata non a Nardò ma a Lecce, Vernole e Squinzano), omologa dell’italiano imbottàre con cui condivide l’etimologia (da in+botte). Questa etimologia è ritenuta poco attendibile per motivi morfologici da F. Fanciullo, che propone, invece, una derivazione, insieme con il grico muntùra=rugiada, da una radice gallo-romanza *MUTT. La proposta del Rohlfs non mi appare debole dal punto di vista morfologico se si pensa a formazioni tipo calura,  dal tema di calère=aver caldo, anche se l’idea della botte come contenitore di un liquido mi pare troppo esagerata rispetto alla nebbia o alla rugiada. Io metterei in campo umittàre (umettare in italiano) dal latino humectàre=inumidire, a sua volta da humère=essere umido; trafila: umittàre>*mittùra>muttùra.

5 Vedi anche il post Noterelle di metereologia salentina di Marcello Gaballo.

La statua di san Francesco da Paola a Ruffano

di Paolo Vincenti

Sarà bene il caso di ricordare che la statua di San Francesco di Paola, che campeggia al centro della nostra bella piazza ruffanese, dedicata proprio a questo santo, compie 300 anni. Ebbene si. Come ci ricorda con solerzia  Aldo de Bernart, quella statua venne costruita all’inizio del Settecento, per la precisione nel 1711, quando, giunta la venerazione di San Francesco di Paola nel Salento e anche a Ruffano, venne costruita la chiesetta intitolata al Santo , per volere dell’allora arciprete don Antonio d’Alessandro, nello stesso periodo in cui era anche in costruzione la Chiesa Madre intitolata alla Beata Maria Vergine. Aldo de Bernart, pochi anni fa, ha ricordato in un suo opuscoletto auto distribuito, la figura del Santo di Paola e la chiesetta in parola che, nell’Ottocento, divenne l’oratorio privato di Mons. Francesco D’Urso, Vescovo di Ugento dal 1825 al 1826. Questa chiesetta e la statua, opere di Valerio Margoleo, sono oggi di proprietà della famiglia Pizzolante- Leuzzi, ma  versano purtroppo in uno stato di profonda incuria  e richiederebbero  un urgente restauro, come lo stesso de Bernart da più tempo denuncia. Anche perché la statua lapidea di San Francesco di Paola, come si può capire, ha per il nostro paese un valore devozionale e  storico se è vero che a questa è stata intitolata la piazza, che alcuni ruffanesi ritengono superficialmente sia intitolata  al più noto  San Francesco D’Assisi. Trecento anni, dunque, per uno dei manufatti artistici che compongono il patrimonio culturale della nostra Ruffano e per una testimonianza importante della nostra storia.

 

Fave verdi e orobanche

La fava del Salento leccese produce anche la “Spurchia”

piante di fave infestate da altre erbe

 

di Antonio Bruno

Le fave al tempo dei Greci

I greci chiamavano Cyamos il legume a noi noto come fava Vicia Faba L. Pitagora quando gliela offrivano rifiutava di mangiarla perché era certo che nei semi delle fave ci fossero le anime dei morti: quondam animae mortuorum sun in ea.

Una pianta molto rispettata dagli antichi perché ritenuta consacrata agli Dei: diis in sacro est.

Nel mondo antico non si mangiava la fava perché si era fatta la fama di essere la causa di un intorpidimento dei sensi e causa di insonnia: hebetare sensus existimata, et insonnia quoque facere.

E Plinio? Già! Che scriveva Plinio della fava? C’è una pianta con il nome cyamos, è una pianta d’Egitto acquatica, nota per una colocasia di grandi foglie, e nominata faba aegyptia, faba alexandrina sia da Plinio che da Dioscoride.

 

Le fave al tempo dei romani

I romani le mangiavano e abbiamo testimonianza di questo nelle ricette scritte da Apicio che prevedono l’uso di questo legume.

Ma è a Roma durante i festeggiamento della Dea Flora, che proteggeva la natura che in primavera germoglia che vere e proprie cascate di fave venivano riversate sulla folla che festeggiava per augurio.

Quando i festeggiamenti finivano la fava tornava ad essere considerata impura tanto che i sacerdoti del dio Giove non potevano toccarla e al Pontefice Massimo veniva fatto assoluto divieto di nominare questo legume

Statuaria processionale “da vestire”. L’Addolorata di Nardò

ph Mino Presicce

di Marcello Gaballo

Nella basilica cattedrale di Nardò da oltre due secoli si venera una bellissima statua dell’Addolorata, conservata in un’artistica teca lignea a base esagonale, protetta da vetri. Nella parte sottostante, fino a qualche anno fa, era collocata anche la statua del Cristo morto, poi definitivamente sistemata in un’urna in vetro, come si può vedere nella prima cappella della navata destra.

Le celebrazioni della Vergine Addolorata, o Desolata, come più facilmente ricorda il popolo neritino, sono utile occasione per soffermarci sull’opera artistica, molto interessante e particolare, la cui costante devozione è ancora molto sentita.

E’ una delle più belle statue processionali esistenti in città e ancora oggi, come accaduto per secoli, viene portata “a spalla” dalle devote nella processione del venerdì santo,  seguendo quella del Figlio morto.

La figura ricalca l’iconografia tradizionale. Lo sguardo affranto è rivolto al cielo e i lineamenti felicemente resi  dallo scultore conferiscono all’opera una suggestiva espressività, assolutamente consona alla tragicità dell’evento, per il quale si giustificano anche il pallore cutaneo e la posizione delle mani, in asse con il capo sollevato sul quale poggia una corona argentea.

A grandezza naturale, con struttura a manichino ligneo, richiama molto la tipologia della statuaria “da vestire” settecentesca napoletana. In mancanza

1784. Un fatto di pirateria barbaresca sulla costa calabra raccontato da un gallipolino

Grano e Corsari

 

di Antonio Faita

Scrivere sui corsari Barbareschi, presenta ancora oggi notevole difficoltà, poiché mancano degli studi che tengano conto delle fonti turco-arabe. Nonostante ciò, esiste ormai una cospicua letteratura basata sulla documentazione “cristiana”, prodotta da numerosi storici occidentali[1].

La storia dei corsari, come anche della pirateria, è intimamente legata alla storia della navigazione, dell’esplorazione e della colonizzazione. Diversi fattori contribuirono a creare la pirateria nel Mediterraneo come la povertà, che spinge individui con pochi scrupoli a procurarsi i mezzi di sostentamento nel modo più semplice, cioè togliendoli a chi già li possiede. Si deve inoltre tener conto della particolare configurazione geografica del Mediterraneo, che determinava la superiorità dei trasporti marittimi rispetto a quelli terrestri, offrendo al contempo basi di appoggio e luoghi propizi agli agguati corsari, rappresentando lo scenario ideale per la pratica della pirateria. Infatti di questo tipo di pirateria furono protagonisti i Barbareschi, eredi dei corsari turchi, che nella prima metà del XVI secolo si insediarono nell’Africa settentrionale, soppiantando le dinastie regnanti, dando vita alle città-stato (Algeri, Tunisi, Tripoli), la cui attività primaria era costituita dall’esercizio della corsa.

Fin dal Medioevo le nostre coste esprimevano la loro naturale destinazione

Marittima (Lecce) e i “Munti”

I “munti” di Marittima

di Rocco Boccadamo

C’è, nelle campagne del paesello, un’area agricola – fatta, al solito, di brandelli di terra rossa frammisti a piccole rocce affioranti – denominata “Munti”. Non già, in quanto si tratta di un contesto d’alture o rilievi, ma solo perché tale zona si pone a stregua di pianoro sulla sommità di una successione di piccole serre, come se ne trovano in molti tratti del Salento, degradanti, in pendio abbastanza ripido, verso le plaghe litoranee e, quindi, le scogliere irte e alte che delimitano proprio il punto d’incontro e di connubio fra Mare Adriatico e Mare Ionio.

Agri vetusti, testimoni d’altrettanto antiche, povere civiltà contadine, i “Munti”: una volta, verosimilmente, incardinati in un’unica proprietà, nei secoli e decenni più recenti, frazionati, invece, in minuscoli fondi, acquisiti – forse, sarebbe più giusto dire riscattati – da tanti nuclei familiari, attraverso l’impiego di miseri e preziosi risparmi, messi da parte, pian piano, nel corso di varie stagioni, grazie a pesanti e immani fatiche di braccia, gambe e spalle,

Massimiliano Manieri, scrittore e performer salentino

Massimiliano Manieri (1968) è scrittore e performer. Nella vita progettista di disegno industriale.

Inizia intorno ai primi anni 90 l’attività di nomade dicitore grazie a collaborazioni con progetti di letture itineranti come il Poet-Bar. Qui emerge la sua capacità di strutturare tonalmente il suo approccio al racconto, i suoi scritti cominciano ad essere raccolti in collane di racconti e testi poetici.

La sua curiosità nel contempo lo spinge verso altre forme d’approccio alle metafore poetiche che trovano posto nelle sue pagine inchiostrate. Nascono i primi tentativi di performance dove il gesto, il movimento (…o la totale immobilità) traducono l’idea ora compattata dell’artista.

Collaborazioni con associazioni culturali (Raggio Verde, C-Arte), laboratori teatrali (Fondo Verri), gallerie d’arte (A&A Arts Gallery, Grifone, Primo Piano LivinGallery, Ass. Bollenti Spiriti) danno possibilità alla personalità di Massimiliano di spaziare più apertamente tra i nuovi territori che lo stesso raggiunge nella sua corsa verso una idea più radicale di performance

Giulio Cesare Vanini e Francesco Paolo Raimondi, filosofi taurisanesi (terza parte)

Roma, Ettore Ferrari, Giulio Cesare Vanini (1889), Foto Giovanni Dall’Orto

di Maurizio Nocera

… Vanini, monaco carmelitano col nome di fra’ Gabriele, fu uno studioso accanito che, per la costruzione del suo pensiero filosofico non ebbe altra possibilità che quella di confrontarsi con le idee del suo tempo, che altro non erano se non quelle della Scolastica tomistica e del neoplatonismo plasmato forzatamente sulla dottrina cristiana. Per cui, il suo libertinismo e il suo ateismo non sono il frutto di un’adesione aprioristica alla rinata concezione del mondo naturistica, ma l’inevitabile conclusione di un pensiero fondato sugli scritti di pensatori antichi «come Luciano, Diagora, Protagora, Cicerone, Diodoro Siculo [in altra parte del libro (v. p. 178) a questi aggiungerà anche Lucrezio, Epicuro e Pomponazzi] e gli epicurei e, tra i moderni, Cardano e Machiavelli» (v. p. 106).

Ecco dunque perché, il Raimondi giustamente scrive che «la filosofia vaniniana […] è una filosofia della crisi [del suo tempo] ed è l’espressione di quello sgretolamento degli schemi culturali e mentali consolidatisi nella tradizione che prepara o […] accompagna il radicarsi di uno spirito scientifico moderno. Di qui l’istanza di un’audacia che si spinga fino all’esposizione al pericolo di morte. È questo il senso in cui ricorre più volte nel Vanini l’idea di aver intrapreso una via che non ammette scampo («quid philosopho exoptabilius, quam in literis et pro literis mori?») [che cosa c’è di più desiderabile per il filosofo che morire nelle lettere e per le lettere] e da

Dialetto salentino. La vecchiaia, si sa, è una brutta bestia

Ècchiu, interdèttu e spitursùtu

 

di Armando Polito

* Mi dici che sta facendo?

** L’autoritratto…

La vecchiaia, si sa, è una brutta bestia, ma, mentre in passato il suo portatore, anche se non sano, godeva di un certo prestigio quale titolare di un patrimonio di esperienze che erano un valido punto di riferimento per le nuove generazioni, oggi il vecchio, per non dire l’anziano, è sostanzialmente un emarginato e la sua stessa pensione (messa da parte col suo stesso contributo) appare quasi una rendita parassitaria in un mondo in cui il lavoro non inteso come attività di sfruttamento per un bieco profitto da una parte e per la mera sopravvivenza dall’altra  (riecco il comunista…!) è diventato una chimera. È come se il vecchio non esistesse, e il proliferare dei centri appositi è direttamente proporzionale a quel sublime processo di rimozione con allegato tacitamento della propria coscienza che spinge i premurosi familiari a scaricare l’ingombrante e incomodo essere in un posto dove, fra l’altro,  troverà tanti amici (poveri disgraziati come lui…). Ogni tanto, poi,  si scopre che si tratta solo di un lager, che,  in virtù di un diritto che ormai in Italia, non certo per colpa dei magistrati (ririecco il comunista!), protegge solo i delinquenti, riaprirà poco dopo magari gestito non più da un serafico volto femminile ma da suo marito, amante, compagno (riririecco il comunista, ripeterà qualcuno, ma chiamatelo, mi riferisco al gestore del lager…, come volete, tanto sempre delinquente resta), novello kapò.

Luigi Bechi

Sicché fa tanta tenerezza la triade di epiteti, costituenti il titolo di questo post, con cui veniva gratificato il vecchio (raramente il tono con cui le tre parole erano pronunziate, quasi un intercalare d’obbligo quando si parlava di persone  di una certa età, naturalmente non appartenenti alla propria famiglia…, era cattivo e offensivo). Se ècchiu e interdèttu hanno la stessa etimologia delle voci italiane vecchio e interdetto, quale sarà l’origine di spitursùtu? Credo da s– intensiva (dal latino ex)+una forma verbale *pitursìre dall’osoleto bitòrzo (oggi soppiantato da bitòrzolo=piccola prominenza o sporgenza sul legno o altra superficie). E così la triade, dopo l’etichetta iniziale che contiene l’impietosa diagnosi (ècchiu),  passerebbe ai sintomi più caratteristici dell’ultima età dell’uomo: la decadenza mentale nel suo effetto giuridico più pesante (interdèttu) e quella fisica (spitursùtu1).

E la lapidaria diagnosi è ancora più efficace se si considera il ricorrere in essa della figura retorica, molto antica, detta con parole greche ýsteron pròteron (alla lettera: dopo prima), consistente nell’inversione temporale di due situazioni al fine di una maggiore immediatezza espressiva, quasi una contrazione del tempo e dello spazio2.

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1La voce è assente nel vocabolario del Rohlfs che registra a Mesagne spitursàtu col significato di rotto, pieno di buchi (delle calze), senza indicazione etimologica. Tuttavia è evidente che spitursàtu è da s– privativo e spitùrzi=ghette, meno probabilmente per metatesi da spirtusàtu, a sua volta da s– (questa volta intensivo) e pirtùsu (corrispondente all’italiano pertugio). In ogni caso è assolutamente da escludersi che con spitursàtu abbia a che fare il nostro spitursùtu che per la desinenza suppone un’appartenenza alla terza coniugazione (come futtùtu da futtìre) e non alla prima, anche se semanticamente l’idea della rottura e dei buchi è in linea col secondo sintomo, quello che si riferisce alla decadenza fisica; ma è solo una delle tante coincidenze.

2 Se le figure retoriche sono un sintomo di raffinatezza espressiva non si deve, perciò, ritenere che esse siano esclusive della lingua letteraria, dal momento che si presentano tutt’altro che isolate anche nel dialetto: basta saperle trovare.  Per quello neritino un altro esempio di ýsteron pròteron è stato esaminato nel post Apposta o appositamente? Meglio ppuntàtu rriputàtu! del 9 aprile u. s.

Libri/ Quei morti per pane e lavoro

di Paolo Vincenti

“Quei morti  per pane e  lavoro” (Editrice Salentina) è un volumetto che ripercorre un avvenimento storico, forse dai più dimenticato, che ebbe come teatro la sede della Prefettura leccese, nell’immediato dopoguerra.

Gli autori, Enzo Bianco e Valentino De Luca, hanno voluto ridestare l’attenzione sui tragici fatti del 25 settembre 1945 quando, in seguito al clima di esasperazione che si viveva nel capoluogo salentino, martoriato da anni di guerra, stenti, disoccupazione e miseria, alcuni operai vollero manifestare il loro malcontento pubblicamente. E allora, la Lega Muratori di Lecce e la Camera del Lavoro proclamarono uno sciopero generale, che ottenne la solidarietà anche del Partito Comunista, del Partito Socialista, del Partito D’Azione e del Comitato di Liberazione Nazionale; questo portò più di diecimila lavoratori a scendere in piazza, rivendicando,  nella confusione

Galatina. Il sistema scolastico nell’Unità d’Italia

Gioacchino Toma, Piccoli Patrioti (1862)

di Tommaso Manzillo

Nella ricorrenza per il 150.mo dalla proclamazione del Regno d’Italia (che storicamente è l’espressione più corretta, dato che l’Unità si completerà con l’annessione dei territori di Trentino, Alto Adige, Trieste ed Istria e poi Fiume), merita una breve trattazione la nascita e lo sviluppo del sistema scolastico a Galatina durante il periodo risorgimentale e post-unitario.

Da quanto sappiamo, prima dell’Unità l’istruzione era affidata storicamente, oltre alle parrocchie, agli enti ecclesiastici del tempo, come per esempio le Orsoline, la Compagnia di Gesù, i Barnabiti.

Fu Orazio Congedo senior, morto nel 1804, che nel 1801 istituì a Galatina due scuole, con una munifica donazione dal suo patrimonio personale: una di primella e primaseconda, l’altra di seconda e umanità (Congedo P., Gli Scolopi e Galatina, 2003, pag. 33). Con il regio assenso del 1804, la prima prese il nome di scuola del leggere e dello scrivere, mentre la seconda fu indicata come scuola dell’umanità.

Per la vita del sistema scolastico a Galatina fu determinante un ordine religioso già operante nel Salento (Campi Salentina, Brindisi, Manduria, Francavilla), ossia gli Scolopi, fondato da San Giuseppe Calasanzio, che istituì le Scuole Pie nel 1597, ottenendo successivamente il riconoscimento dei pontefici Clemente VIII e Paolo V. Agli inizi del XVIII secolo a Galatina si tentò di far arrivare gli Scolopi, tramite il Capitolo della Collegiata, ma non si approdò a nulla, perché non si trovarono quelle disponibilità finanziarie ad integrazione del lascito di mons. Adarzo de Santander (1673).

Un altro tentativo in favore delle scuole pubbliche a Galatina, fu rappresentato dal testamento del canonico della Collegiata, Ottavio Scalfo, morto nel 1759, lasciando i suoi beni per l’istituzione delle Scuole Pie. Dopo un lungo processo civile durato diversi anni, a causa dell’impugnazione del testamento Scalfo da parte degli eredi del fratello Giovanni, ossia i Galluccio, la R. Camera di S. Chiara di Napoli decise, nel 1776, che il lascito di Giovanni Scalfo non andasse ai Carmelitani bensì ai Galluccio, eredi legittimi, mentre con quello del canonico Ottavio fu istituito

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