Libri/ Quell’“amara” Unità d’Italia, di Dora Liguori

 

di Rocco Biondi
 
Le storie che si leggono nel libro di Dora Liguori sono le stesse che abbiamo letto sui libri di storia a scuola, ma il punto di osservazione è totalmente diverso. Talvolta vengono usati ironia e sarcasmo.
Vengono presentati gli avvenimenti, storici e sociali, accaduti in Italia nei primi settantanni del diciannovesimo secolo, con particolare riguardo al decennio (1860-1870). Sono gli anni del cosiddetto (a posteriori) “Risorgimento”, quando si fece l’amara unità d’Italia. Unità che si è rivelata per il meridione come la più immane delle tragedie.
Sui fatti accaduti in quel periodo continua ancora a permanere il segreto di Stato. Una massa di documenti, circa centocinquantamila, dopo centocinquanta anni da quella Unità, sono ancora segretati. La verità continua ad essere occultata.
Per glorificare quella che fu spacciata come una liberazione, i vincitori Savoia assoldarono scrittori dell’epoca che fecero diventare inoppugnabile verità storica quello che era frutto di una spregiudicata fantasia. Nella realtà si trattò di una nuda e cruda conquista territoriale del Regno delle Due Sicilie.
Alla falsificazione storica un contributo determinante lo ha dato negli anni successivi il filosofo meridionale Benedetto Croce. La sua lettura addomesticata della storia è passata poi in tutti i libri scolastici. Chiunque volesse intraprendere la carriera universitaria era costretto ad adeguarsi. Il Sud ancora oggi sta pagando per quella falsa interpretazione della storia. E’ solo una bella favola quello che è stato raccontato circa il processo idealistico che portò all’Unità d’Italia. La conquista del Sud invece fu soprattutto un intrigo, legato ad interessi internazionali, che deciso all’estero si giocò in Italia con il sangue dei meridionali.
Per giustificare l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte sabaudo fu costruito un castello di menzogne, favoleggiando di un Sud pezzente e sottosviluppato in attesa del salvifico intervento del re piemontese. L’invenzione di eventi, uno più falso dell’altro, continua a rappresentare un’offesa alla verità. Ma, cosa che è ancora più grave, si è scientificamente voluto annullare nei meridionali anche la memoria delle vere drammatiche vicende che portarono alla distruzione del Sud. I cantori del cosiddetto “risorgimento” hanno consegnato alla storia una serie di ridicole e false “agiografie” dei cosiddetti “padri della patria”, quali Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele 2°. Dora Liguori col suo libro si prefigge di ricostruire, senza pregiudizi, una stagione storica che fu tragica per tutti gli italiani.
Gli Italiani del Sud subirono, nel primo decennio del periodo post unitario, la stessa sorte che subivono in quegli stessi anni gli Indiani d’America ad opera dei bianchi e che avrebbero subito qualche anno dopo gli Ebrei ad opera dei nazisti: genocidio e deportazione. Meridionali e briganti, uomini, donne e bambini, furono massacrati senza alcuna pietà. Fenestrelle fu un lager, costruito dai Savoia nel torinese, dove furono deportati e trovarono la morte migliaia di meridionali.
Ma mentre i governi americani e tedeschi hanno riconosciuto, ed in qualche modo risarcito, i loro errori ed orrori nei confronti degli indiani e degli ebrei, i governi italiani hanno nascosto e addirittura negato le loro mostruosità perpetrate contro i meridionali. Con la conseguenza che la quasi totalità dei giovani meridionali di oggi ignorano quei tragici fatti.
All’inizio del libro viene chiarito il concetto di nord e sud, affermando poi che per millenni il sud del mondo conosciuto è stato sinonimo di civiltà e culla dei “saperi”. E Napoli, la capitale del Sud, ha vissuto prima dell’amara unità una splendida stagione culturale in tutti i campi del sapere: letteratura, filosofia, musica, scienze, archeologia, astronomia, medicina, architettura, pittura. Napoli era uno dei centri più progrediti del mondo. Tutto fu distrutto con la brutale aggressione ad opera dei Savoia. Il Sud quindi non aveva interesse e non ha chiesto ai Savoia di essere liberato. Il Sud fu aggredito ed invaso.
Ruolo determinante ebbe, nell’aggressione e distruzione del Sud, la massoneria italiana, europea, mondiale. Massoni erano Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele 2°, Liborio Romano, il primo ministro inglese Lord Palmerston, i banchieri francesi Rothscild. La conquista del Sud diveniva un affare per tutti. All’Inghilterra veniva assicurato lo sfruttamento del prezioso zolfo siciliano e i commerci con l’Oriente dopo l’apertura del canale di Suez; alla Francia dei Rothscild, con l’incameramento dei soldi del Banco di Sicilia e di Napoli, si assicurava il saldo dei debiti fatti dal Regno piemontese per finanziare le sventurate guerre d’indipendenza; al Piemonte veniva assicurata l’Italia intera.
Con il denaro raccolto dalle logge massoniche inglesi e americane vennero corrotti ed acquistati ammiragli e comandanti della marina, generali e ufficiali dell’esercito borbonico, che fecero voltare da un’altra parte i soldati borbonici al passaggio (crociera, passeggiata) dei “mille” di Garibaldi. Il re borbone Francesco 2° purtroppo, per motivi umanitari, fuggì anche lui davanti ai garibaldini e all’esercito piemontese, abbandonando Napoli per asserragliarsi a Gaeta.
Dora Liguori sostiene che, anche a distanza di centocinquanta anni, la decisione presa da Francesco 2° di abbandonare Napoli lascia ancora perplessi; e si chiede se quella decisione fu davvero sua, o fu l’ennesimo mal consiglio di ministri che non vedevano l’ora di toglierselo di torno. Se il re a Napoli avesse tentato di resistere, il popolo, come nel 1799, si sarebbe schierato al suo fianco ed avrebbe contrastato Garibaldi e i Savoia. Ci sarebbero stati, dice ancora la Liguori, al massimo un migliaio di morti; ma, di contro, egli avrebbe salvato un regno e risparmiato il milione successivo di vittime. Ma purtroppo la storia non si scrive con i se.
I soldati semplici, quando si resero conto del tradimento dei loro comandanti, insorsero ferocemente, dimostrando il loro attaccamento alla corona dei Borbone, e combatterono valorosamente nelle disperate ed eroiche difese delle fortezze di Messina, Civitella del Tronto e Gaeta.
Cadute queste fortezze e ritiratosi il re Francesco 2° a Roma, i Savoia resero i meridionali servi in casa loro. Non fu mantenuta la promessa di dare le terre ai contadini. Anzi furono soppressi anche gli usi civici, che sotto i Borbone consentivano ai contadini di sfruttare le terre demaniali, quasi loro unica fonte di sopravvivenza. Altra iniziativa impopolare operata dai Savoia fu quella di rendere la leva militare obbligatoria; leva che con i Borbone era sempre stata volontaria.
Contadini, ex garibaldini e soldati borbonici, tutti abbandonati a se stessi, si trovarono insieme a combattere contro i Savoia divenuti i comuni avversari. I meridionali sperimentarono sulla loro pelle che si stava meglio prima e decisero di voler far ritornare i Borbone, che come loro erano stati brutalmente gettati fuori dalla loro terra. La rabbia era grande e si addivenne alla conclusione che piuttosto di vivere in quelle condizioni, era meglio scatenare l’inferno. Inferno – scrive la Liguori – nel quale non intendevano, però, andarci da soli, bensì in compagnia di quanti più piemontesi era possibile trascinare.
E i meridionali divennero tutti briganti. E il termine brigante assunse, per volontà popolare, un significato altamente positivo. Violenti erano i piemontesi, violenti divennero i briganti. La significativa differenza, tutt’altro che secondaria, che intercorreva, fra l’esercito piemontese e i briganti era che quest’ultimi stavano a casa loro e si battevano per difendere qualcosa che, per diritto di nascita, era di loro proprietà. Memmo ‘O Chiavone, nella Valle del Liri, Giovanni Piccioni, nelle Marche, Carmine Crocco e Ninco Nanco, in Lucania, il Sergente Romano, in Puglia, furono alcuni capi, che insieme a tanti briganti e brigantesse, inflissero tante e gravi sconfitte all’esercito piemontese.
Alla fine vinsero i piemontesi per la loro stragrande e preponderante forza numerica di militari impiegati, per la loro ferocia ed inumanità fino al genocidio, per i lauti finanziamenti ottenuti dalla massoneria inglese ed americana, per il vergognoso uso del pentitismo e del tradimento, per le devastanti carestie ed epidemie che si abbatterono sul meridione.
Le ferite mortali inflitte dall’esercito piemontese al meridione, incancrenendosi, non si sono più rimarginate; e sono state la causa di un solco, spesso di odio, che divide ed allontana sempre più la gente del Sud da quella del Nord.
 
Dora Liguori, Quell’“amara” Unità d’Italia, Fatti e misfatti di un’azione politica e militare poco conosciuta, anzi mistificata, che rese possibile ai Savoia la conquista del meridione d’Italia, Sibylla Editrice, Roma 2010, pp. 302, € 15,00

Un commento a Libri/ Quell’“amara” Unità d’Italia, di Dora Liguori

  1. Bella recensione Rocco, spero che queste iniziative editoriali contribuiscano ad una presa di coscenza collettiva di tutti noi fratelli Duosiciliani!

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