La Caremma salentina

foto Mino Presicce (tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione)

 

di Paolo Vincenti

La Caremma è un personaggio della tradizione popolare che ci porta ad un passato, neanche remoto, fatto di usi e costumi, odori e colori che rischiano di scomparire. Essa stava per uscire definitivamente dall’immaginario collettivo, ma, da qualche anno, riappare sui balconi di alcune case durante il periodo della Quaresima. La Caremma è la madre del Carnevale e, con la sua bruttezza, rappresenta la Quaresima, il periodo cioè dell’astinenza e del digiuno canonico. E’ raffigurata da un fantoccio a forma di donna, vestita di nero e in posizione seduta: in una mano ha un fuso con un filo di lana e nell’altra una arancia trafitta da sette penne di gallina.

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Questo  strumento rappresentava, nella società contadina di qualche anno fa, un improvvisato calendario quaresimale che, settimana dopo settimana, veniva aggiornato, strappandogli una penna per volta, fino all’ultima domenica di Pasqua quando, al suono delle campane, si dava fuoco alla becera Caremma.

Il colore nero dei suoi vestiti esprime il lutto per la perdita del figlio, cioè il Carnevale, anch’esso raffigurato come un fantoccio che assume nomi diversi nei vari paesi del Salento, da Titoru a Paulinu, ecc. La canocchia e il filo rimandano ad una tradizione antichissima pre-cristiana. Infatti, già nella religione dei romani, una delle mitiche Parche, Cloto, filava la trama e nelle sue mani scorreva il filo della vita degli uomini. L’arancia rappresenta il frutto selvatico originario da cui si erano riprodotti i vari innesti e il suo succo amaro è segno di sofferenza.

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Nei tempi passati, a mezzogiorno di Sabato Santo, in qualsiasi posto ci si trovava, si sospendevano tutte le attività e si cominciava a fare un rumore enorme; in campagna, i contadini alzavano le zappe in aria e le battevano fra di loro, le campane suonavano a festa, i ragazzini ruotavano le loro “trozzule” e le madri davano due scappellotti ai propri figli. In questo momento, la Caremma esauriva il suo compito ed allora veniva tolta dal terrazzo, appesa ad un palo e, a mezzanotte, veniva incendiata con scoppi di mortaretti.

Finiva così il periodo di Quaresima ed iniziava, con la Resurrezione del Signore, il tempo della purificazione e della salvezza. Questo rito, che coincide con l’inizio della primavera, è antichissimo e risale pure alla religione pagana e poi è stato assimilato dal Cristianesimo nella propria cultura.

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L’usanza di rappresentare con fantocci vari il periodo fra Carnevale e la Pasqua è comune a tutta l’Europa, sia pure con modalità diverse. Il termine “Caremma” deriva dal francese Quaremme, ma potrebbe derivare anche da Careme, sempre nel significato di “Quaresima” e si deve all’invasione delle truppe francesi nel Meridione nel XVI secolo. I soldati francesi presenti nel Salento, infatti, incuriositi da quel fantoccio simile ad una strega messo sulle terrazze delle abitazioni, gli attribuirono il significato che loro davano a “persona vestita stranamente”, altra variante del termine francese careme, anche associandola al periodo pasquale.

Il dialetto salentino, che è pieno di francesismi, ha poi assimilato questo termine, che è diventato Caremma, personaggio conosciutissimo e spaccato della nostra storia popolare.

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