Giulio Cesare Vanini e Francesco Paolo Raimondi, filosofi taurisanesi (I)

di Maurizio Nocera

Il 9 febbraio 2011, a Taurisano, nell’appena inaugurata Casa natale del filosofo taurisanese, è stato presentato il libro “Giulio Cesare Vanini”, curato dall’altro filosofo, pur’egli di Taurisano, Francesco Paolo Raimondi con la collaborazione di Mario Carparelli, alla presenza del dott. Sergi in rappresentanza del Prefetto di Lecce, del vicepresidente della Provincia, del Sindaco Luigi Guidano, che ha introdotto i lavori, e del prof. Domenico Fazio, dell’Università del Salento, che ha coordinato il dibattito. La relazione che segue è stata presentata come introduzione al convegno.

 

GIULIO CESARE VANINI E FRANCESCO PAOLO RAIMONDI

FILOSOFI TAURISANESI

 

Roma, Ettore Ferrari, Giulio Cesare Vanini (1889), Foto Giovanni Dall’Orto

So che vi può sorprendere il titolo di questa presentazione del libro “Giulio Cesare Vanini. Tutte le opere”, a cura di Francesco Paolo Raimondi e Mario Carparelli, edito dalla Casa editrice Bompiani per la collana “Il pensiero occidentale” (diretta da Giovanni Reale), Milano 2010. Libro per me monumentale, con le opere del Vanini con testo latino a fronte, il primo libro forse che io vedo di questa complessità, pubblicato col patrocinio della Provincia di Lecce e con la collaborazione del Centre for Science, Philosophy and Language Research della Fondazione “Arnone – Bellavite Pellegrini” di Milano. 7.000 copie in prima edizione, già esaurita, mentre è in corso di stampa la seconda.

Tengo a dire però che io intendo fare qui proprio una presentazione di questo libro e non un’ermeneutica dei testi di Giulio Cesare Vanini (1585-1619) o di una lettura critica degli abbondanti scritti raimondiani presenti in esso. Di esegesi sul filosofo taurisanese ce n’è finanche troppa e aggiungerne dell’altra sarebbe fare come l’Uroboros, mangiarsi perennemente la coda. Inoltre, per quanto concerne la filosofia del Taurisanese, non spetta a me dare qui un giudizio su di essa, e quindi dichiararmi se stare dalla parte del filosofo oppure da quella dei suoi detrattori. Credo, o almeno spero, che da quanto dirò si comprenda la mia posizione sulle tesi dell’Ateo Salentino rispetto a Dio, alla Natura, all’Universo, al Moto e ai Sensi umani. Su tali ambiti gnoseologici, ognuno di noi può intervenire nel dibattito, che dura ormai almeno da quattro secoli, studiando – oggi lo possiamo fare meglio di ieri – l’esaustiva e monumentale “Monografia introduttiva, testo critico e note” di Francesco Paolo Raimondi il quale, assieme a Luigi Crudo, firma anche la traduzione dei testi, mentre le «“Appendici”, contenenti il saggio “Dalla definizione alla demolizione del concetto di Dio tra teologia e filosofia”, la “Bibliografia” e gli “Indici” sono stati curati da Mario Carparelli» (v. p. 317).

La “Monografia” (pp. 7-235), più le “Note” (pp. 237-293), più la “Cronologia della vita e delle opere” (pp. 295-313), più la “Dedica” postfrontespiziale (p. 5), più la “Nota Editoriale” ai testi vaniniani (pp. 315-317), sono tutti prodotti della penna del curatore principale, come pure ritengo che egli abbia collaborato, sia pure come supervisore (e di ciò che sto dicendo spero non si dispiaccia il bravo Carparelli) alla loro compilazione della vasta “Bibliografia” (pp. 1849-1901)  e degli utilissimi “Indici” (pp. 1903-1943) che, da soli, potrebbero fare anch’essi un libro a parte.

Per intenderci, parlo di un libro formato in-16°, di 1952 pagine, cioè di un libro che ha anche un suo peso specifico naturale.

La “Monografia introduttiva” è stata suddivisa da Raimondi in tre capitoli, così titolati: (I. “Le opere”, II. “La scrittura vaniniana”; III. “Il pensiero”), mentre i paragrafi in essi presenti li ha suddivisi in tre per il primo capitolo:

1. “Le opere perdute e le tracce della formazione vaniniana”; 2. “L’Amphitheatrum”; 3. “De admirandis”; sei per il secondo capitolo: 1. “La questione del plagio”; 2. “Simulatio e dissimulatio nella tecnica della composizione del testo”; 3. “Le tecniche retoriche di mimetizzazione e il controllo delle procedure argomentative”; 4. “Dialettica e controllo delle procedure dimostrative”; 5. “Le formule precauzionali e il conflitto tra fede e ragione”; 6. “La messa al bando del platonismo”; infine otto paragrafi per il terzo capitolo: 1. “Il contesto storico in cui matura il razionalismo radicale di Vanini”; 2. “I confini dell’aristotelismo vaniniano”; 3. “Il tema della ‘sapientia’ e della ‘fortuna’”; 4. “L’ingenium’ e le questioni gnoseologiche”; 5. “La ‘secretior philosophia’ e l’ateismo”; 6. “La politica e lo smascheramento del potere. L’etica trasgressiva e l’emancipazione dal peccato”; 7. “L’idea epicurea della ‘mundi machina’ e l’impianto materialistico e meccanicistico della filosofia naturale”; 8. “Lo ‘spiritus aër’ e la biologia”.

Come si vede, dalla sola semplice lettura dei titoli dei capitoli e dei paragrafi della “Monografia” raimondiana, ci si accorge subito di trovarci davanti a qualcosa di monumentale. Non starò qui a fare l’encomio o la critica di questa o quella pagina che, gradevolmente, ho letto della “Monografia”. Tuttavia, mi permetto solo di riflettere su un passaggio del quinto paragrafo del secondo capitolo, che ha per titolo “La ‘secretior philosophia’ e l’ateismo” [La filosofia più nascosta e l’ateismo] (pp. 161-191).

Già l’incipit del paragrafo ci fa capire l’ambito entro cui il Taurisanese mosse il suo acume speculativo. Raimondi scrive: «Il tema della “secretior philosophia” [filosofia più nascosta], che viene significativamente evocata fin dalle prime pagine di entrambi gli scritti a noi pervenuti, ci consente di cogliere un più profondo livello del pensiero vaniniano. L’Amphitheatrum […] si apre programmaticamente con una dichiarazione di radicale rottura con la tradizione consolidata e con la cultura dominante. Respinte le “Tullianae declamationes” [Declamazioni di Tullio (di Cicerone)] i “Platonica deliria et insonnia” [I deliri e le insonnie platoniche] e le “putridae Scholasticorum quisquiliae” [putride quisquilie degli Scolastici], Vanini afferma di aver temprato e fortificato lo spirito nell’investigazione degli “incognitae Philosophiae arcana” [incogniti arcani della Filosofia], attingendo “ex abditissimis philosophiae fontibus” [dalle profondissime fonti della filosofia]./ Più incisivo e insieme più impregnante l’avvio del “De admirandis”. Bastano poche battute per svelarcene il disegno.

Una prima osservazione, quasi precartesiana, è quella di Alessandro [uno dei due dialoganti] che dichiara la propria delusione nei confronti del sapere ricevuto nelle scuole più rinomate, roccaforti della cultura cattolica, tanto da sentirsi irretito in una sorta di reti crisippee: “Etiamsi multos annos in Sorbonicis Scholis sim philosophatus, ita tamen arduis et abstrusis quibusdam difficultatibus, tanquam Chrysippeis retijs irretitus detineor” [Sebbene io abbia fatto filosofia per molti anni alla Sorbona, tuttavia sono irretito da certe ardue e astruse difficoltà così come dalle reti di Crisippo].

La seconda osservazione viene da Giulio Cesare [l’altro dialogante] che si mostra reticente ad avviare la discussione filosofica, perché teme che l’improvvisa esposizione alla luce riesca dolorosa a chi è rimasto a lungo al buio. […] Sono passaggi – scrive Raimondi – che richiamano in qualche modo alla mente il mito platonico della caverna. Ma qui il significato è rovesciato: non v’è l’allusione ad una metafisica, ma ad una funzione storica che il pensatore si incarica di esercitare. […] La nuova prospettiva è data da una “secretior philosophia” [filosofia più nascosta], demistificatrice e rinnovatrice e, per ciò stesso radicale, la quale costituisce l’antidoto alle deviazioni mistiche del neoplatonismo rosacrociano e coincide, come si evince dalle stesse pagine introduttive dell’ “Amphteatrum” e del “De admirandis”, con un ateismo dalle forti coloriture materialistiche ed epicuree. L’ateismo è verosimilmente per Vanini la novità del suo tempo» (v. pp. 161-2).

In questa lunga citazione sta tutto il concentrato del pensiero vaniniano, interpretato dal Raimondi. Vanini, attraverso un’operazione di simulazione [v. l’efficacissimo paragrafo “Simulatio e dissimulatio nella tecnica della composizione del testo” (pp. 75-88), indicato erroneamente (ma di ciò il Raimondi non è responsabile, perché si tratta di un refuso della Bompiani) in indice alla p. 59 quando invece è alla 75], smonta la Scolastica e altre mode metafisiche e antipomponazziane e, sia pure in modo non sempre facilmente interpretabile dal comune lettore del Cinque/Seicento e pur tuttavia di quello contemporaneo, coglie quella che è la vera novità del dibattito a lui coevo: abbandonare le insulse utopie neoplatoniche e incamminarsi sul percorso naturistico e scientifico, in quel momento difficile e pericolosissimo (pena la vita) per chi voleva sondare gli arcani della filosofia più recondita.

Come tutti sanno ormai a memoria, il tribunale dell’Inquisizione di Tolosa non chiederà alcuna abiura al Filosofo taurisanese, perché, una volta catturato, nel breve volgere di poche ore, dopo avergli straziato il corpo, lo condurrà al rogo.

(continua)

per gentile concessione de Il Paese Nuovo.

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