Taranto e l’Unità d’Italia. Nicolò Cataldo Mignogna

 
 

 

ph Daniela Lucaselli

 

 

di Daniela Lucaselli

Un grande uomo, esempio di virtù civili, di acceso patriottismo, di amore per la libertà, di avversione accesa alla tirannide. Nacque il 28 dicembre 1808 nel Borgo antico di Taranto e visse i primi anni in questa città, teatro di lotte fra reazionari e giacobini, nelle mani dell’avventuriero Boccheciampe che voleva saccheggiarla per punirla dei suoi ideali liberali.

Il padre del nostro eroe, con l’aiuto di alcuni marinai, respinse i predoni e liberò la città dalla violenza delle bande sanfediste.

E’ proprio in questi momenti che si plasma lo spirito del nostro patriota, che mai si scoraggiò di fronte a delusioni, amarezze e tradimenti.  Studiò presso il seminario della città natale, ma il suo profitto fu scarso, dovuto al fatto che questi studi troppo retorici ostacolavano la sua libertà di pensiero e la sua creatività. Proseguì quindi come autodidatta. Lo studio dei classici, quali Dante e Foscolo, Machiavelli e Cuoco, della Storia Romana e dei Comuni medioevali, formarono il suo spirito di giustizia e libertà e alimentarono  l’entusiasmo e la condivisione per la Repubblica.

A Napoli si laureò in Giurisprudenza. Questi studi lo forgiarono  ulteriormente,  strinse contatti ed amicizia con giovani patrioti e frequentò circoli clandestini alimentati da ideali mazziniani.

Si iscrisse ai “Figlioli della Giovane Italia” di Benedetto Musolino,  si prodigò alla lotta politica e a divulgare le idee repubblicane in Abruzzo, Puglia, Calabria, a discapito della sua professione di avvocato. Controllato dalla polizia borbonica fu arrestato e rinchiuso per due anni nelle Carceri di S. Maria Apparente. Fu rilasciato per mancanza di prove. Il Commissario di polizia, nel momento della scarcerazione gli disse: “Don Nicola, a rivederci!”.

E sempre più convinto che bisognava combattere contro il regime oppressivo, contro ogni forma di tirannide a favore di un’Italia libera dallo straniero ed unita, condivise questi ideali con Luigi Settembrini ed altri spiriti patriottici, discutendo il modo migliore per diffondere in mezzo al popolo le loro idee.

L’8 settembre 1847 Mazzini spedì a Luigi Settembrini copia della missiva che aveva inviato al Papa Pio IX, allora acclamato come sostenitore della libertà d’Italia. La lettera purtroppo non ebbe seguito.

Significativo è invece quanto accadde.

Il Settembrini, che conosceva il pensiero e lo spirito eroico del Mignogna gli affidò l’incarico di stampare alcune copie della lettera nella sua “privata” tipografia e di spedirle nelle Provincie. Il nostro eroe le diffuse anche tra gli amici e, nel frattempo, organizzò una dimostrazione a favore della Costituzione, durante la quale studenti e popolani diretti verso il Palazzo Reale gridavano: “Viva Pio IX! Viva la Costituzione! Viva la libertà! Abbasso il Ministero reazionario!”. Piazza S. Ferdinando fu subito sgomberata, ma la polizia, timorosa del propagandarsi della manifestazione, non intervenne. L’agitazione riprese il mattino seguente, per diffondersi anche  in Sicilia.

Ferdinando II promise la Costituzione che fu promulgata l’11 febbraio. Il Mignogna non ne fu affatto entusiasta e la notte del 14 maggio 1848 si protestò contro il Re. Il nostro concittadino rischiò l’arresto, ma riuscì a salvarsi e a rifugiarsi presso la casa del Settembrini.

Deprecabile fu la reazione contro i liberali.

Si iscrisse alla setta degli Unitarî e il 23 giugno 1849 fu arrestato con il Settembrini. Questi fu portato nel Carcere di S. Maria Apparente, il Mignogna a Castel dell’Ovo.

Vennero raccolte deposizioni  ed il processo, denominato del “Quarantadue” o della “Setta dell’Unità italiana”. Settembrini fu condannato a morte, pena poi commutata a vita. Il nostro patriota, sul cui operato non c’erano prove sufficienti,  fintosi ebete, venne rilasciato.

Ma ben presto dovette affrontare un altro processo, organizzato contro la setta dei “pregnalatori”, e venne condannato alla pena di morte sulla forca e a pagare la multa di duemila ducati.

Il Mignogna sfuggì alla galera e tornò a cospirare per la libertà, a Genova riallacciò i rapporti clandestini con Mazzini e con gli esuli di Genova e di Malta. Ma, un traditore, Domenico Picaro, lo denunciò alla polizia, che perquisì la sua abitazione, trovando un proclama di Mazzini indirizzato all’esercito napoletano per incitarlo alla ribellione. Nel luglio 1855 durante un ulteriore sopraluogo  ebbe l’ardire di dire al Commissario Campagna, che il documento in questione gli era stato messo nel cappello dai poliziotti. Sul momento si salvò, ma pochi giorni dopo venne arrestato e condotto nel carcere di S. Maria Apparente. Qui fu frustato, torturato perché confessasse dove aveva nascosto i proclami e le lettere. Tale crudeltà si diffuse per tutta Napoli e i consoli stranieri chiesero spiegazioni  di questo deplorevole e cruento episodio. Il patriota rimase in carcere, ma la punizione venne sospesa. Con il suo leale silenzio aveva salvato tanti amici liberali, in quanto in quella corrispondenza sospesa vi erano indicate le file e i nomi di “amici” sparsi nel mezzogiorno.

E non solo. Se lui avesse parlato la rivoluzione del 1860 sarebbe stata anticipatamente soffocata. Durante la prigionia conobbe una gentildonna di Gallipoli Antonietta De Pace, cognata di Epanimondo Valentino, morto in prigione per motivi politici, con la quale condivise l’ideologia mazziniana. Grazie a lei riuscì a rimanere in contatto con i compagni di Napoli e di Genova, fino a quando fu anche lei arrestata. Il nostro patriota affrontò il processo, durante il quale venne scagionato dal reato di cospirazione, ancora una volta per insufficienza di prove, ma fu condannato all’esilio perpetuo.

Il Mignogna scelse Genova, la terra del suo Maestro Mazzini, e visse anni di stenti. La povertà economica non coincise con la povertà di ideali, anzi, i suoi sentimenti patriottici si rafforzarono e lo convinsero sempre di più che era giunta l’ora per lottare per il bene dell’Italia. Organizzò la spedizione di Carlo Pisacane con Mazzini ed altri e nulla lo fece demordere dal suo intento patriottico, neppure il disastro di Sapri.

Nel frattempo gli avvenimenti incalzavano: gli accordi di Plombièrs, che videro la Francia ed il Piemonte allearsi per la guerra contro l’Austria, che scoppiò nel 1859; le giornate di Magenta, Solferino e S. Martino; Napoleone III che firmò con l’Impero Austro-Ungarico la pace di Villafranca; Cavour che lasciava il potere per poi riprenderlo e non perdere i risultati delle insurrezioni dell’Italia Centrale che aveva votato l’annessione al Regno di Sardegna.

La Lombardia era salva con l’armistizio di Villafranca, ma il Veneto ancora penava. Garibaldi apprese amaramente che la “sua”  tanto amata Nizza era stata ceduta alla Francia.

Si formarono due partiti. Il primo, il “Comitato dell’Ordine”, si ispirava a Cavour, aveva sede a Torino e proponeva di risolvere il problema con prudenza e per via diplomatica; il secondo, il “Comitato d’Azione”, si ispirava a Mazzini e Garibaldi, aveva sede a Genova e incitava patrioti all’azione. Di quest’ultimo faceva parte il Mignogna.

Nell’aprile del 1860 il Comitato dell’Ordine fondò un giornale clandestino, “Corriere di Napoli”, che accolse i moderati, come Luigi Settembrini, che sostenevano il programma di Cavour. Simultaneamente il Partito d’azione indirizzava un proclama al popolo napoletano, ribadendo il programma  unitario con il motto “Garibaldi, Italia e Vittorio Emanuele”.

Mazzini incoraggiava: “Insorgete  fate insorgere”, e il Mignogna, informato sui moti che si stavano organizzando nello Stato Pontificio, era un fedele tramite con gli altri patrioti. Concordò col Mazzini e col generale Fabrizi di attuare una spedizione in Sicilia, scuotendo l’animo di  Garibaldi, che fu pronto a partire.

Il Mignogna, che faceva parte della 7^ compagnia comandata da Benedetto Cairoli,  combattè a Calatafimi, a Monreale, a Palermo. Fu inviato da Garibaldi a Genova con Vincenzo Carbonelli per raccogliere armi e denaro per poter continuare la missione. Mazzini e Garibaldi si trovarono concordi nell’intento di invadere lo Stato Pontificio e procedere oltre per realizzare la tanto sospirata Unità d’Italia. Ma le risorse finanziare non erano sufficienti.

Il Mignogna si spostava nel frattempo a Napoli, dove un fidatissimo esponente del Cavour tramava per togliere a Garibaldi il merito di occupare Napoli, facendo insorgere il popolo contro il Borbone a favore di Vittorio Emanuele, prima che la spedizione dei Mille perseguisse il suo scopo.

Garibaldi informava il nostro patriota che prima del 15 agosto avrebbe attraversato lo stretto. Il Mignogna partì quindi per la Basilicata e collaborò con Giacinto Albini.

Il 16 agosto furono abbattuti gli stemmi borbonici e fu issata la bandiera nazionale. Anche la Puglia era in rivolta. Garibaldi, dietro suggerimento del nostro concittadino, valicò lo Stretto di Messina per marciare alla volta di Napoli e Roma.

Il 5 settembre Garibaldi giunse a Casalnuovo e il Mignogna lo accolse in nome delle province insorte. Il 7 settembre a Napoli si intensificarono i preparativi per sconfiggere le truppe borboniche.

Il Mignogna combattè con coraggio ed audacia nella battaglia al ponte di Maddaloni e a Capua.

Quando accompagnò Garibaldi pronto a salpare per Caprera così lo saluterà: “Arrivederci sui colli di Roma!”.

Il nostro patriota si dimise da ufficiale e visse come semplice e comune cittadino, soddisfatto di aver compiuto il proprio dovere e di aver combattuto in prima linea per la sua Patria. Era convinto, in linea col pensiero mazziniano, che raggiunta l’unità monarchica di Italia, i suoi seguaci avrebbero scelto la via dell’esilio o quella della solitudine.

Certo, continuava ad incitare Garibaldi a tornare in Italia per perseguire l’impresa iniziata. Un Comitato Generale formatosi a Napoli affidò la presidenza, per ormai comprovate abilità, al nostro patriota.

Questi lasciò Napoli per seguire Garibaldi  a Caprera, e sbarcare nel 1862 con lui  e Menotti a Palermo.

Il Governo manifestò dissensi riguardo la nuova azione di Garibaldi, in quanto le potenze cattoliche non condividevano l’aggressione allo Stato Pontificio. Il nostro eroe pianificò l’operato e spianò la strada: il 3 luglio partì per Messina, proseguì per Reggio, verso la Lucania, il Cilento e la Puglia, pronto a sollevare le genti delle Provincie meridionali e incitarle alla marcia su Roma.

In Aspromonte, Garibaldi viene ferito.

Gli avvenimenti si susseguirono: il Mignogna tornò a Napoli dove si rifugiò fino al 5 ottobre, data dell’Amnistia, per i fatti accaduti in Aspromonte.

La salute cagionevole non fu d’ostacolo all’organizzazione dei Comitati d’azione clandestini lungo il confine fra l’Italia meridionale e lo Stato Pontificio.

Nell’agosto 1863 fu eletto consigliere comunale di Napoli, rinunciando alla candidatura a deputato.

Scoppiata la III guerra di indipendenza, per motivi di salute, non vi potè partecipare, ma presa Venezia, ambiva ora alla conquista di Roma. Si ritirò a Napoli, speranzoso di guarire e portare ancora una volta il suo apporto al completamento dell’unità del proprio Paese.

Morì a Giuliano, presso Napoli il 31 gennaio 1870 e l’ultima sua parola fu: “A Roma”.

Garibaldi era Caprera ed apprese la notizia della morte dell’amico. Rivolgendo a lui un ultimo saluto, disse, che solo ad un “uomo puro”, solo ai “venerandi” spettano le corone. Il nostro eroe era stato un uomo che aveva avuto a disposizione denaro pubblico, ma che era rimasto per sua libera scelta povero.

La città di Taranto gli dedicò una delle vie principali. 

Bibliografia:

  • A.A.V.V., Enciclopedia Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana, fondata da Giovanni Treccani, Vol. XXIII,  Roma (1951); 
  • S. La Sorsa, Il Centenario dell’Unità d’Italia a Taranto, in Rassegna Mensile della città di Taranto, edita dal Comune di Taranto, Anno XXX – Gennaio-Dicembre 1961, Numero 1-12, Locorotondo (1961);
  • G. Pupini-Carbonelli, Nicola Mignogna nella storia dell’unità d’Italia, Napoli (1889);
  • T. Pedio, Dizionario dei patrioti lucani: artefici e oppositori, (1700-1870), Bari (1969-1990).

 

Un commento a Taranto e l’Unità d’Italia. Nicolò Cataldo Mignogna

  1. Daniela ci appassiona e ci commuove son i suoi straordinari ritratti di storia tarantina. I suoi personaggi sono resi vivi e palpitanti dalla sua mano sicura e lieve sì da sucitare in ciascuno di noi un incontenibile anelito di sentita partecipazione alla sua avvincente narrazione. Daniela è bravissima nel ridestare nei suoi indomiti lettori il sopito orgoglio di appartenenza ad un territorio, ad una città che ha scritto, anche col sangue, pagine altissime di storia nazionale.

    Grazie a questi ritratti bellissimi ed indimenticabili Daniela sta risvegliando in ognuno di noi il senso forte e partecipe di una orgogliosa appartenenza al nostro territorio. Con tocchi leggeri ed incisivi ricchi di passione ed accorate emozioni Daniela fa breccia in noi stimolando un anelito di partecipazione più sentito, vivo e presente alla “Grande Storia” della nostra città.

    Angelo Eifù

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