Il lampasciòne in quattro puntate (2/4)

di Armando Polito

Come riprodurlo.

Dei due metodi di riproduzione che mi accingo a descrivere il secondo è quello che garantisce i migliori risultati: 1) per seme: si raccolgono  i semi alla fine dell’estate e  si   interrano    abbastanza  superficialmente anche in  vaso, purchè  questo  sia esposto  al  sole  per  almeno   due-tre ore   al  giorno; l’acqua  va  somministrata  moderatamente  e  con  regolarità da  febbraio  a  giugno, il  periodo vegetativo   della pianta. La concimazione  va fatta dalla primavera  fino  all’inizio  dell’autunno, una  volta  al  mese, con fertilizzante liquido aggiunto all’acqua di annaffiatura. La potatura consiste nell’eliminazione dello stelo quando questo è sfiorito. Il bulbo diventa di  dimensioni  adatte al  suo  utilizzo dopo non meno di quattro, cinque anni;  2) per bulbillo: separare a fine estate i bulbilli  che  si  formano  alla base del bulbo madre e metterli a dimora definitiva in  autunno a una distanza di almeno   dieci  cm. l’uno  dall’altro. Concimare e annaffiare come nel metodo di  riproduzione  prima  descritto. Il bulbo  assume dopo non meno di tre anni dimensioni che lo rendono utilizzabile.

Le proprietà afrodisiache del bulbo nelle testimonianze degli autori antici.

Testimonianza molto più antica di quella del  X° secolo riportata nella prima puntata sulle presunte proprietà afrodisiache del bulbus si ha nel mondo greco in Dioscoride Pedanio (I° secolo d. C.) (De medicinali materia, II, CLXI): “Il bulbo commestibile. Il bulbo commestibile è noto a tutti come cosa che si può mangiare; salutare per lo stomaco, libera l’intestino, è rossastro e viene importato dalla Libia; è amaro, simile alla scilla, più salutare per lo stomaco, favorisce la digestione. Tutti sono aspri, danno calore e eccitano al rapporto sessuale…”.

Non dissimile opinione anche in ambito romano: Publio Ovidio Nasone (I° secolo a. C.-I° secolo d. C.) (Remedia amoris, 795-800): ”Ecce, cibos etiam, medicinae fungar ut omni/munere, quos fugere, quosve sequare, dabo./ Daunius, an Libycis bulbus tibi missus ab oris,/ an veniat Megaris, noxius omnis erit./ Nec minus erucas aptum vitare salaces/et quidquid Veneri nostra corpora parat./Utilius sumas acuentes lumina rutas/et quidquid Veneri corpora nostra negat.”  (Ecco, ti darò anche, per usare ogni dono della medicina, i cibi da evitare e da seguire. Il bulbo della Daunia o quello mandato a te dalle coste della Libia, o venisse da Megara10, ti sarà comunque nocivo. Nondimeno è opportuno evitare le afrodisiache ruchette e tutto ciò che prepara i nostri corpi all’amore. Più utile che tu prenda la ruta che aguzza la vista e tutto ciò che nega i nostri corpi all’amore).

Dello stesso tenore quella posteriore di Marco Valerio Marziale, poeta latino del I° secolo d. C.: (Epigrammaton libri, III, 75, vv. 1-3): “Stare, Luperce, tibi iam pridem mentula desit,/luctaris demens tu tamen arrigere. Sed nihil erucae faciunt bulbique salaces…” (Già da tempo, o Luperco, per te il pene ha smesso di indurirsi, tu pazzo tuttavia tenti di rizzarlo. Ma a nulla servono la ruchetta e i bulbi afrodisiaci…); (XIII, 34: “Cum sit anus coniunx et sint tibi mortua membra, nil aliud bulbis quam satur esse potes.” (Qualora tua moglie sia vecchia e il tuo membro sia morto nient’altro puoi che saziarti di bulbi).

Non dissimile la testimonianza di C. Plinio Secondo (I° secolo d. C.) (Naturalis historia, XIX, 30): “…in Africa nati maxime laudantur, mox Apuli” (…sono apprezzati soprattutto quelli nati in Africa, poi quelli dell’Apulia), in un altro la proprietà di cui stiamo parlando (op. cit., XX, 105) :”Venerem maxime Megarici stimulant…”(I bulbi di Megara stimolano al massimo grado il desiderio amoroso…). Contemporanea e dello stesso tenore è la testimonianza di Lucio Giunio Moderato Columella (De re rustica, X, 105-109):” …quaeque viros acuunt armantque puellis,/ iam Megaris veniant genitalia semina bulbi /et quae Sicca legit Getulis obruta glebis /et quae frugifero seritur vicina Priapo, /excitet ut Veneri tardos eruca maritos” (…e vengano da Megara i fecondatori semi di bulbo che eccitano gli uomini e li armano per le fanciulle e quelli che la Numidia raccoglie coperti dalle zolle getule e la ruchetta che viene seminata vicina al fecondatore Priapo per svegliare  all’amore i  mariti addormentati).

Non poteva  mancare  Petronio Arbitro  (I° secolo d. C.)  (Satyricon, 130)  col  suo Polieno che, dopo aver fatto  cilecca  con  Circe, corre  ai  ripari così: “…mox cibis  validioribus  pastus, id   est  bulbis    cochlearumque   sine  iure   cervicibus…” (…subito nutritomi di cibi più adatti, cioè bulbi e teste di lumache senza salsa…)”.

Senz’altro la più ricca testimonianza è poi quella di Ateneo di Naucrati (II°-III° secolo dopo C.) con le sue numerose citazioni che costituiscono ciò che ci resta di autori antichi: (I deipnosofisti, II, 64):  “Alessi per spiegare la forza dei bulbi nelle faccende d’amore, dice: -Cozze pinna, aragosta, bulbi, lumache, conchiglie, uova, piedi cotti di pecora; simili farmaci uno potrebbe trovare più utili di questi per chi ama le etere?-; Archestrato : – dico di godere delle scodelle di bulbi e cavoli, e di tutti gli altri piatti-“; (op. cit., II, 65): “Eraclide di Taranto, nel Simposio: -Un bulbo e una lumaca e un uovo e simili cibi sembrano generatori di sperma, non per l’essere molto nutrienti ma per avere omogenee le prime qualità e la stessa forza dello sperma; Difilo : -I bulbi sono  di difficile cottura ma molto  nutrienti e salutari per lo stomaco; inoltre sono purgativi e indeboliscono la vista, ma sono eccitanti nei rapporti sessuali. Il proverbio dice: Per niente ti gioverà il bulbo se non hai vigore. In realtà sono afrodisiaci tra loro quelli chiamati regali, che sono superiori agli altri,  tra i quali quelli rossastri. Invece quelli bianchi e quelli della Libia  sono  simili   alla  scilla; i   peggiori   tra   tutti, però,  sono  quelli   egiziani”; (op. cit., l. II, 66): “Sulla  preparazione dei   bulbi  Filemone dice: -Se  vuoi   il    bulbo, guarda    quanti   altri ingredienti devi comprare perché esso sia apprezzato: formaggio, miele, sesamo, olio, cipolla, aceto, silfio. Esso  di  per se stesso  è  spregevole    e    amaro-. Eraclide  di  Taranto   volendo    limitare  l’uso  dei   bulbi  nei  conviti dice: “-Bisogna porre un limite al cibo eccessivo e  soprattutto a  quello  che ha del  vischioso e  dell’appiccicaticcio: per esempio, le uova, i bulbi, i piedi di animali, le lumache e simili. Rimangono infatti nell’intestino per troppo tempo e trattengono  i liquidi-“.11

Un cenno sulla più allettante, per chi ci crede, proprietà del bulbo è dato di cogliere nei Colloquia familiaria (1522) di Erasmo da Rotterdam12: “LA. Quid si episcopus suis diceret ne quis haberet rem cum uxore nisi die Lunae, Jovis et Sabbati; committeret crimen qui clam aliis diebus uteretur uxore? SA. Arbitror. LA. Quid si ediceret ne quis bulbis vesceretur?. SA. Quid istuc ad pietatem? LA. Quia bulbi provocant libidinem” (LA. Che diresti se un vescovo prescrivesse ai suoi fedeli di non avere rapporti  con la moglie se non di lunedì, giovedì e sabato; commetterebbe peccato se di nascosto avesse rapporti con la moglie negli altri giorni? SA. Credo di sì. LA. Che diresti se prescrivesse di non mangiare bulbi? SA. Che cosa ha  che fare questo con la religiosità? LA. Poiché i bulbi provocano la libidine)13.

La fama di afrodisiaco del lampascione continua, comunque, fino ai nostri giorni: non a caso in Spagna esso è chiamato Hierba de los amores.

 

prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/05/il-lampascione-in-quattro-puntate-1-4/

terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/11/il-lampascione-in-quattro-puntate-3/

quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/22/il-lampascione-in-quattro-puntate-4/

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10 Megara è il nome di due città, una  in  Grecia (Nisea), l’altra in  Sicilia (Iblea); è  difficile identificare  quale delle due sia  quella  citata dagli autori. Se nell’elenco di Ovidio l’ordine di citazione è in rapporto alla distanza, si tratterebbe della Megara greca.

11 Passi per le uova, per i piedi di animali e  per le lumache, ma  i  fatti  dimostrano che i lampascioni, a parte la  flatulenza, richiedono  la  disponibilità  di  un bagno a  poche  ore  dalla  loro  consumazione; debbo  pensare  che  Filemone non  li  abbia  mai  mangiati o, se  lo ha fatto, che fosse  afflitto da una forma indomabile di stitichezza…

12 Desiderii Erasmi Roterodami colloquia, a cura di Rod. Stallbaum, Lipsia, 1827, pg. 247.

 

 

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