Libri/ Uniti per forza

Uniti per forza, di Federico Pirro

di Rocco Biondi
Come recita il sottotitolo del frontespizio, il libro di Federico Pirro è un saggio antologico, ampiamente commentato, di brani di scrittori importanti che hanno parlato dei fatti che portarono alla cosiddetta unità d’Italia. Sono presenti oltre ad autori a noi contemporanei anche autori contemporanei ai fatti che si svolsero 150 anni fa. Se ne deduce che non tutti gli autori sono stati organici al potere e tromboni della storia scritta dalla parte dei vincitori e per osannarli. Anche se chi ha tentato di presentare e spiegare le ragioni dei vinti non ha avuto gli spazi, accademici e divulgativi, degli altri. Anzi sono stati boicottati o ignorati. Ora qualcosa sta cambiando e il libro di Pirro ne è testimonianza. Sono tanti i volumi di questo tipo, freschi di stampa, che stanno occupando significativi spazi negli scaffali delle librerie.
Per tutti cito solo alcuni autori “popolari” che danno, anche se con gradi diversi, voce ai vinti del cosiddetto risorgimento: Pino Aprile, Giordano Bruno Guerri, Antonio Caprarica, Gigi Di Fiore, Eugenio Bennato, Lino Patruno; ma sono tanti altri i libri, pubblicati da case editrici di ogni grandezza, che parlano dei “briganti” postunitari del Sud. I “briganti” di quell’epoca, lo ripeto ancora una volta, per noi assumono solo ed esclusivamente una connotazione positiva, sono infatti insorgenti e partigiani che hanno lottato in difesa della loro terra, delle loro famiglie, della loro dignità.
Scrive Pirro: «Può dunque dirsi, fuori da ogni faziosità, che il termine “brigante”, per l’evoluzione che hanno avuto gli avvenimenti, si distanzia sempre più da “bandito” per avvicinarsi sempre più a “partigiano”».
Federico Pirro ritiene che l’unità d’Italia era ineluttabile. «Infatti, – scrive – se, nonostante gli errori, l’elitarietà dei sostenitori, le brutalità, se, nonostante tutto questo, la penisola è diventata una, abbiamo la riprova evidente del fatto che, prima o poi, si sarebbe giunti a questo risultato». Anch’io, fino a non molto tempo fa, ero convinto che l’unità d’Italia andava fatta, ma non con le modalità con cui praticamente fu fatta. Ora comincio a dubitare di questa ineluttabiltà. Comunque però è assolutamente necessario far venir fuori l’altra storia, quella della stragrande maggioranza degli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, a cui l’unità fu imposta con la forza, con le armi. Come dice Eugenio Scalfari, citato da Pirro, il Risorgimento fu opera di una minoranza e questa è la sua debolezza. Le masse cattoliche, contadine, operaie, furono assenti ed escluse dalle istituzioni.
Luigi Pirandello scrive che la sua Sicilia venne trattata come terra di conquista: «Poveri isolani, trattati come barbari che bisogna incivilire!».
Ma tutto il Regno delle Due Sicilie venne criminalizzato per fornire l’alibi per una guerra di conquista. Tale Regno non era il paese di Bengodi, scrive Pirro, ma non era affatto peggiore degli altri, anzi, per molti versi forse era anche migliore. La decadenza del Meriodione iniziò con la calata dei piemontesi e la loro guerra di conquista.
La prima ferrovia italiana fu realizzata nel Sud nel 1839 (la Napoli-Portici, che non era assolutamente, come la propaganda savoiarda la definì, un “balocco reale”) e prevedeva nel progetto di Ferdinando II due grandi dorsali. La prima doveva collegare Brindisi a Napoli, quindi spingersi fino a Pescara, Ancona e Bologna e, passando per Venezia, unirsi alle reti danubiane e renane. La seconda dorsale, partendo dalla Calabria e dalla Basilicata, si sarebbe collegata con Roma, Firenze, Genova e Torino. Questo piano ferroviario poggiava sulle miniere calabresi di Mongiana, che producevano acciaio, e sulla crescita tecnologica del complesso metalmeccanico della napoletana Pietrarsa.
Durante il Regno borbonico fu costruito sul Garigliano il primo ponte sospeso in ferro realizzato nell’Europa continentale (1832), fu realizzata a Napoli la prima illuminazione a gas d’Italia (1839), fu installato sul Vesuvio il primo osservatorio vulcanico del mondo (1841), fu varato il primo battello a vapore con propulsione a elica che abbia solcato il Mediterraneo (1847).
Al momento dell’unificazione il patrimonio del Regno delle Due Sicilie era di 443 milioni di ducati oro, che all’epoca corrispondeva al 60% del patrimonio di tutti gli Stati e Staterelli preunitari messi insieme.
Ma nella nazione che allora contava di più nel mondo, l’Inghilterra, fu deciso, per propri interessi economici, che il trono del Regno delle Due Sicilie doveva essere annientato. L’operazione – scrive Lorenzo Del Boca nel suo “Maledetti Savoia” – fu lungamente meditata e scientificamente pianificata in segreto. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti d’America e in Canada vennero raccolti tre milioni di franchi francesi, equivalenti a 29 miliardi di lire. Con quella ingente somma venne finanziata l’operazione Garibaldi (cosiddetta spedizione dei Mille) e furono comprati quasi tutti gli ufficiali dell’esercito borbonico.
L’annessione piemontese, scrive Pirro, ha avuto caratteri che non divergono molto dai genocidi seguiti, nei millenni, a ogni conquista. Il Sud lo si può ben raffigurare come una sorta di riserva indiana, simile a quei campi di concentramento che videro la graduale eliminazione fisica dei Pellerossa. Al minimo tentativo di ribellione, si organizzavano deportazioni verso le fortezze del Nord (i lager dei Savoia a Fenestrelle, dove furono fatti morire migliaia di prigionieri della guerra del Sud e disertori napoletani che non vollero passare nelle file dell’esercito nemico); chi non si fidava del “nuovo”, diveniva un brigante da giustiziare senza processo. Era prevista la fucilazione immediata se un contadino veniva sorpreso con una porzione di pane superiore a quella che, a parere dei boia piemontesi, doveva essere sufficiente per un giorno, perché quel di più nella bisaccia era la prova che si foraggiavano i soldati borbonici datisi alla macchia.
Antonio Gramsci così bollò con vigore la ferocia piemontese: «Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di briganti».
I briganti più noti, sintetizza Pirro, sono stati il pugliese Pasquale Romano e il lucano Carmine Crocco, che con i loro uomini hanno dato per diversi anni filo da torcere all’esercito piemontese. Ai briganti meridionali si affiancarono generali e ufficiali stranieri; il più famoso fra questi fu lo spagnolo José Borges.
Pontelandolfo, Casalduni e tanti altri paesi furono rasi al suolo e bruciati perché osarono ribellarsi ai “liberatori”.
Più si leggono i dati relativi alla nascita dello Stato italiano – scrive ancora Pirro – e più ci si convince che la “questione meridionale” è nata appunto con le ruberie dei piemontesi a danno delle genti meridionali.
E i meridionali per fuggire dalla miseria e dalle condizioni da rapina imposte dal nuovo Stato furono costretti ad emigrare. Solamente nel decennio dal 1806 al 1915 lasciarono l’Italia sei milioni di poveri meridionali. Era questo il risultato di decenni di abbandono e sfruttamento delle aree politicamente più deboli. Ridotte allo stremo dalla rapacità piemontese, che s’impossessò finanche dei binari per trasferirli al Nord. E l’esodo biblico dei meridionali è continuato anche negli anni successivi.
Nel 1899 Gaetano Salvemini scriveva che la spedizione garibaldina fu un atto di conquista vera e propria; il Napoletano e la Sicilia, quando entrarono a far parte dell’Italia una, non avevano debiti; i meridionali furono obbligati a pagare gli interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell’Unità. L’Unità d’Italia – scriveva ancora Salvemini – è stata per il Mezzogiorno un vero disastro e aveva ragione l’ultimo re dei Borboni, quando, fuggendo da Napoli a Gaeta, diceva ai suoi antichi sudditi: «Io perdo il regno, ma a voi i Piemontesi lasceranno solo gli occhi per piangere».
Nel libro di Federico Pirro vengono affrontati tanti altri argomenti, fra i quali Cesare Lombroso, i Fasci Siciliani dei Lavoratori, il Federalismo fiscale, la Cassa per il Mezzogiorno, la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta, la Resistenza nel Meridione d’Italia.
Chiudo questa recensione con la considerazione con cui Federico Pirro chiude la cronologia ragionata degli eventi avvenuti in Italia dal 1800 al 1861, posta alla fine del libro: «Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele assume per sé e per i suoi discendenti il titolo di re d’Italia, ma rimane II e non I, come sarebbe stato giuridicamente e politicamente corretto essendo nata una nuova realtà. Questo particolare conferma che si trattò di una conquista e non di un’unificazione. Tutte le ingiustizie seguite agli eventi elencati, ancora vive a 150 anni di distanza, sono state l’inevitabile effetto di questi primi atti».
Federico Pirro, Uniti per forza, 1861-2011, Saggio antologico, Progedit, Bari 2010, pp. 182, € 20,00

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