Il lampasciòne in quattro puntate (1/4)

di Armando Polito

Caratteri generali e classificazione scientifica.

Questa pianta cresce spontaneamente in tutto il Mediterraneo, dalle pianure fino a   1500 m. di altitudine, negli incolti erbosi, nei pascoli e nei coltivi. Pur essendo presente in molte regioni italiane, la pratica della sua raccolta ed utilizzazione alimentare è diffusa soprattutto nell’Italia meridionale. In alcune regioni come Puglia e Calabria ne è stata avviata anche la coltivazione. Può raggiungere al massimo i 25 cm di altezza, le foglie sono basali, erette, di forma lineare e tendono ad afflosciarsi verso il basso; generalmente sono  circa  la metà  dello  scapo floreale.

Il bulbo (foto iniziale) simile ad una piccola cipolla, è tunicato, con colore rossastro, rosso vino; si trova ad una profondità media di 20 cm. e l’estrazione  richiede  gran  cura  poichè   non   sempre   si  colloca  perpendicolarmente rispetto alla parte epigea; per  chi  ha una  certa pratica  della sua   estrazione di  solito bastano due o  tre  colpi (due laterali e il terzo in testa) con l’attrezzo adatto, ma tutto dipende anche dalla morbidità del terreno, per cui si consiglia, a chi ne avesse voglia, di tentare dopo una pioggia piuttosto prolungata. La difficoltà di estrazione giustifica la sua quotazione piuttosto alta sul mercato dei buongustai. A tal proposito va detto che la varietà coltivata, più a buon prezzo, per lo più di importazione dall’Africa,  non garantisce lo stesso sapore di quella selvatica. Il bulbo va estratto preferibilmente prima della sua fioritura, quando, cioè, sono visibili solo le foglie basali  da cui si svilupperà lo stelo, in dialetto neritino candilòra1; le dimensioni di queste foglie danno un’idea approssimata della grandezza del bulbo, rispetto alla quale sono direttamente proporzionali.

L’umile lampascione vanta un duplice nome scientifico: Muscari comosum (L.) Miller2 e Leopoldia comosa (L.) Parl, quest’ultimo perché il genere è stato dedicato a Leopoldo II granduca di Toscana. Esso appartiene alla famiglia delle ex Liliaceae, ora Hyacinthaceae. I suoi nomi volgari, oltre lampascione, sono cipollaccio e cipollaccio col fiocco.

Il lampascione è distribuito uniformemente nella regione mediterranea, più frequentemente a sud, cresce nei luoghi erbosi, in prossimità del mare come in montagna, preferendo campi coltivati (l’estrazione del bulbo in questo caso è generalmente più facile avendolo l’aratura portato più in superficie), prati, argini e cigli stradali.

In passato entrava non solo, come oggi, nell’arte culinaria (settore cucina povera), ma anche nella farmacopea popolare: il suo lattice era  considerato un ottimo cicatrizzante non solo per le ferite degli umani, ma anche per quelle delle pignate scattate (pignatte crepate) che venivano saldate con un impasto di cenere e lattice di lampascione; il suo impiastro era utilizzato per trattare lu fau3 (l’ascesso multiplo).

Come l’aglio e le cipolle, contiene molti componenti solforati (ricchi di zolfo), flavonoidi, acidi fenolici, steroli, saponine, pectine: tutte sostanze in grado di diminuire i grassi del sangue, di prevenire la formazione di trombi e di abbassare la pressione sanguigna. Il lampascione ha proprietà lassative, emollienti e diuretiche. È stata inoltre ipotizzata anche la proprietà di inibire la crescita di cellule tumorali4. Il piatto ha un basso valore calorico, pur considerando la presenza dell’olio nel condimento. Buono il contenuto di calcio.  Controindicazioni per i sofferenti di stomaco (specie gli ulcerosi) e di crisi epatorenali. Sono stati registrati rari casi di grave allergia5. Il lampascione aumenta la fermentazione microbica intestinale. Per iniziativa della regione  Basilicata quello fresco e  della Puglia quello sott’olio esso è entrato a far parte della lista dei prodotti di qualità, sezione agro-alimentari, sottosezione prodotti vegetali allo stato naturale o trasformati, del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

Non posso fare a meno, poi, di segnalare l’uso metaforico di lampascione, nel dialetto salentino, come sinonimo eufemistico di testicolo, per evidente analogia di forma e, per ulteriore traslato comune a tante voci della sfera sessuale, come sinonimo di stupido.

Etimologia del nome dialettale.

La voce làmpado/lampadònis registrata solo nel Dizionario latino-italiano
di Ferruccio Calonghi, Rosenberg & Sellier, Torino, 1975 e attribuita a Teodoro Prisciano (V secolo d. C.) non è attendibile, perché nella sua opera in 3 libri, Eupòrista (Rimedi a portata di mano) non compare tale voce, ma un generico bulbus che, tuttavia, può tranquillamente essere identificato col lampascione. Riporto il brano in questione, tratto dall’edizione curata da Valentino Rose e pubblicata a Lipsia dall’editore Teubner nel 1894: Bulbus in comedendo frigidus est et facit umorem spissum et viscidum. Nam et indigestus est et ventositatem  facit. Hoc solum, ad usum Veneris, prodest. Si quis vero deforas uti voluerit, et extergit et siccat (il bulbo a mangiarlo è rinfrescante ed emette un umore denso e viscido. Infatti è indigesto e procura flatulenza. Giova soltanto come afrodisiaco. Se qualcuno poi volesse farne uso esterno, esso pulisce e dissecca).

L’etimologia del nome è da identificarsi, perciò, nel lampàdio citato in una traduzione latina (il manoscritto è del X secolo, ma secondo gli studiosi, si rifà ad uno precedente, perduto, di almeno 3 secoli prima) di un pezzo (in greco) di Oribasio (erborista e medico bizantino del IV secolo d. C.); riporto qui il testo tratto da Ouvres d’Oribase a cura di Bussemaker e Daremberg, Parigi, Stamperia nazionale, 1851, tomo VI, pg. 11:” lampadiones nutriviles sunt et magis bis cocti” (i lampascioni sono nutrienti e ancor più cotti due volte); nell’originale greco (op. cit. tomo V,  p. 163): Bolbòi trofimòtatoi, kài mallon dìspetoi=i bulbi nutrientissimi, e ancor più cotti due volte; pg. 444: “Bulbos, id est lampadiones (lampajonis in un altro codice). Bulbos (bulbus in un altro codice) inflant et luxuriam (luxoriam in un altro codice) excitant, et siccus virtute est (I bulbi, cioè i lampascioni. I bulbi generano flatulenza e stimolano il desiderio sessuale, ed hanno proprietà astringenti); e più avanti:”Bulbus. Bulbus lampagionis inflationem fatiunt et ventositatem excitat et desiccativus est (Il bulbo. Il bulbo del lampascione genera aria e crea flatulenza ed è essiccante)”.

Potrebbero essere voci connesse con lampascione (lo sono senz’altro fra loro): il latino tardo làmpada=fiaccola, meteora e le classiche lampas=fiaccola, meteora, lampàdias=sorta di cometa simile a fiaccola ardente e lampàdium=piccola fiaccola, anche come nome proprio Lampàdium=piccolo vulcano [nome di donna con valore vezzeggiativo, dal greco lampàdion=piccola torcia, treccia di  capelli  annodati, diminutivo  di lampàs=torcia, da lampo=risplendere, che è il progenitore di tutte le voci latine e greche fin qui riportate]. Lampàdio è il titolo di una commedia palliata (in cui comparivano personaggi greci in costume greco, a differenza della togata), di cui ci resta come frammento una sola parola (pròtinam), di Nevio (III secolo a. C.), nonché il nome di un personaggio di una commedia (Cistellaria) di Plauto (III-II secolo a. C.); c’è da precisare che il personaggio in questione è un servo cui la sorta affida il compito di districare l’intreccio della commedia, per cui il suo è un nome “parlante”, quasi fosse la piccola lampada che rischiara il buio. Se, invece, Lampàdio avesse designato il servo stupido, o, comunque, un qualsiasi personaggio modello di stupidità mi sarei sentito autorizzato a supporre di ascendenza plautina i significati traslati di testicolo e di stupido che la voce assume, come ho precedentemente detto, nel dialetto salentino. A tal proposito, però, un gioco di parole presente in un’altra commedia plautina, Curculio, potrebbe autorizzare a considerare la metafora salentina come un’eco semantica.6

So che in campo etimologico la fantasia è un’arma a doppio taglio, ma non posso fare a meno di notare che il lampascione fiorito in fondo somiglia ad un piccolo vulcano in eruzione (vedi lampàdium) o, se si vuole, ad un’acconciatura femminile (vedi il secondo significato di lampàdion) in cui il bulbo corrisponde alla testa, il gambo e i fiori ai capelli (una sorta di coda di cavallo). E poi, una connessione semantica con la lampada potrebbe ravvisarsi nella voce sèvola (dal latino cèpula=piccola cipolla) che in area istrio-veneta designa, oltre alla cipolla, l’apice arrotondato dell’albero della barca e il serbatoio del lume a petrolio (da tener presente, naturalmente, che in tempi più antichi si usava l’olio)7. Un’ulteriore conferma potrebbe ravvisarsi nella variante brindisina vampasciòne/vambasciòne8 che il Rohlfs considera deformazione di lampasciòne9 ma che, a mio avviso, potrebbe contenere un incrocio con vampa.   E per  finire: la seconda parte del nome scientifico (comosum) è da coma=chioma, raggi di luce e, anche se proprio come secondo componente ricorre in innumerevoli nomi scientifici di piante, debbo osservare che sintetizza (se penso al sostantivo comètes o comèta=cometa, anch’esso, come comòsum derivato da coma) entrambi i significati del greco lampàdion. Sono solo coincidenze?

 

seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/10/il-lampascione-in-quattro-puntate-2/

terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/11/il-lampascione-in-quattro-puntate-3/

quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/22/il-lampascione-in-quattro-puntate-4/

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1 Molto probabilmente trae il suo nome  dalla Candelora, festa  della  Purificazione di  Maria,  che cade il 2 febbraio, in cui si  svolge  la tradizionale  benedizione  delle  candele, proprio  perché le foglie  basali del   lampascione cominciano  ad apparire proprio in tale periodo; tuttavia, non escluderei un incrocio col latino medioevale candilèrium=candelabro  (per  evidente  analogia di forme).

2 Muscari è dal greco moderno (di probabile origine turca) moschàri=giacinto  a grappolo,  connesso col classico moschos =muschio (per il profumo che emana); comosum è dal latino comòsum=chiomato (in relazione al fiocco).

3 Corrisponde all’italiano favo, dal latino favu(m)=favo; una delle tante metafore di cui è capace la poeticità  innata del mondo contadino (l’ascesso multiplo somiglia al favo di un alveare).

4 Michael Thomas Murray, Il potere curativo dei cibi. Guida pratica e completa agli alimenti che aiutano a curare numerosi disturbi, Demetra s.r.l., 1999

5 Foti  C., Nettis E., Cassano N., Damiani E., Ferrannini A., Vena G.A,  Allergy to Muscari comosum bulb, in Allergy. 2007 Oct; 62(10):1217-8; E. Nettis, G. Napoli, E. Damiani, A.Ferrannini, A. Tursi, Reazione severa agli Skin Prick Test., In Allergy,  57 (4): 367.

6 vv. 610-613: Salvos sum, eccum quem quaerebam. Quid agis, bone vir?/ Audio. Si vis tribus bolis, vel in chlamydem./ Quin tu is in malam crucem cum bolis, cum bulbis? Redde mihi iam argentum aut virginem! /Quod argentum, quas tu mihi tricas narras? quam tu virginem me reposcis?……( Sono salvo, ecco chi cercavo. Che fai, buon uomo?/ Ci sto. Se vuoi (giocare) in tre tiri a dadi, persino per il mantello./ Perché non vai a farti fottere con i tiri ai dadi, con i bulbi? Restituiscimi piuttosto il denaro  o la fanciulla!/ Quale denaro, quali balle racconti? Quale ragazza pretendi da me?).

Come per lo più succede, è impossibile nella traduzione mantenere  il gioco di parole  bolis/bulbis (preparato  dal bolis precedente) e l’eventuale valore metaforico presente in bulbis. A completezza d’informazione  debbo dire che alcuni codici recano boletis al posto del secondo bolis (traduzione: con  i  funghi, con i bulbi)  ma  mi pare che proprio la funzione di cerniera del primo bolis autorizzi a scartare questa lezione.

7 Una conferma potrebbe ravvisarsi in quanto supposto nella  nota 1 e, per l’area  sarda, sembra provenire da Tiziana Sassu, curatrice del  lemma lampagione ne  La grande  enciclopedia della  Sardegna, vol. V, pgg. 212-213, Edizione  speciale  e  aggiornata  per  La Nuova  Sardegna, 2007, Editoriale La  Nuova Sardegna s.p.a., dell’edizione  originale   La grande enciclopedia della Sardegna, a  cura  di  Francesco  Floris, 2002, Newton  & Compton Editori  s.r.l:” …il   suo  uso  alimentare è ignorato in Sardegna, dove però la pianta  presenta diversi nomi: alidèddu, cibùdda ‘e golorus (cipolla  di   biscia), lampayòni (simile a lampada)”.

8 Il condizionale è dovuto al fatto che il passaggio l->v– potrebbe essere spiegato pure come adattamento della variante, sempre brindisina, ampasciòni (derivata da lampasciòne per errata interpretazionedi l– come articolo:  lampasciòne>*l’ampasciòne>ampasciòni; anche così, però, l’incrocio con vampa (con recupero, secondo me non casuale rispetto alla corrispondente voce dialettale ampa), cacciato dalla porta, rientra dalla finestra in un tempo, naturalmente, successivo rispetto alla prima ipotesi.

9 Con una punta di orgoglio campanilistico faccio notare notare che proprio la variante neretina si è imposta come  nome comune del bulbo, tant’è che essa, presente, e da tempo, in tutti i vocabolari, ha ormai quasi soppiantato i vari altri nomi comuni: cipollaccio, giacinto dal pennacchio, giacinto delle vigne, etc. etc.


2 Commenti a Il lampasciòne in quattro puntate (1/4)

  1. li pampasciuni “paesani” sono ormai quasi un sogno, caro Armando…. ma si vive anche aiutandosi coi sogni… o no?!

  2. La “zappoddha” della foto è la mia (ereditata da mio padre) e l’ho usata fino all’anno scorso, quando i reumatismi non avanzati come oggi mi consentivano di estrarre i lampascioni dal mio stesso giardino o dalle campagne limitrofe. Il sogno per me sarebbe ritornare a farlo…

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