Borbottare? Meglio strulicàre!

di Armando Polito

Credo di aver dimostrato abbastanza in precedenti post sull’argomento la maggiore espressività del cosiddetto dialetto, mettendone in risalto, rispetto alla lingua nazionale, almeno nei casi esaminati, ora la pregnanza semantica più netta ora la più spinta e suggestiva capacità di traslazione metaforica.

La voce di cui mi occuperò oggi (strulicàre), invece, denota una raffinatezza (che non è sofisticatezza) contrastante con la primitività del sinonimo italiano (borbottare).

Comincio proprio da quest’ultimo per dire che si tratta di una voce onomatopeica, appartenente, cioè a quella categoria di parole che, nate per imitazione, probabilmente sono tra le più antiche; come il bambino apprende il linguaggio sostanzialmente per imitazione, così l’Umanità avrà creato le prime rudimentali parole imitando i suoni che sentiva in natura e nel corso dei millenni percorso un cammino che alla fine l’ha svincolata quasi completamente dalla servitù significante/significato (i linguisti definiscono questo arbitrarietà del segno).

E strulicare? Anche per lei parla l’etimologia. In realtà essa trova corrispondenza formale nell’italiano astrologare la cui prima attestazione

L’Islam e la Puglia/1

L’Islam e la Puglia/ 1.

 

 

Per i nostri lettori uno studio inedito di Vito Salierno, uno dei massimi esperti di islamistica in Europa.

Ad esclusione della Sicilia dove il dominio musulmano durò per due secoli e mezzo, tutta l’Italia, in particolare quella meridionale, era nel IX secolo una terra instabile e insicura, teatro di battaglia per Bizantini, Longobardi, Slavi, Ungheri, Saraceni, intenti solo a predare e ad assalire senza alcuna idea di un governo permanente. Lo sbarco degli Arabo-Berberi in Sicilia pose per la prima volta la Cristianità di fronte all’Islam: fino a quando l’Islam si era fermato alle coste del Mediterraneo e alla penisola iberica l’Italia e il Mediterraneo erano ancora un dominio esclusivo della Cristianità. Giunti i primi conquistatori sull’isola i rapporti tra Cristianità e Islam subirono un mutamento: le due fedi si trovarono a convivere sullo stesso suolo e furono costrette a dialogare per necessità anche se le due comunità specifiche, quella latino-bizantina e quella musulmana, convissero ma separate, ognuna con le proprie leggi e le proprie usanze, pur vivendo la stessa vita, gli stessi problemi quotidiani – e qui pensiamo alla maggior parte della popolazione, cristiana, ebrea, musulmana, che dopo ogni scontro doveva riaffrontare situazioni e modi di vita comuni. La massa popolare si adattò come sempre sfruttando le possibilità del momento e cogliendo le opportunità che si presentavano di volta in volta: i miglioramenti nell’agricoltura e l’aumentato volume di commercio crearono le basi per una convivenza più o mena pacifica e per una collaborazione sul piano sociale e amministrativo. I primi contatti con la cultura araba avvennero in Sicilia nel IX secolo e si mantennero fino al periodo normanno, anche se si trattò del tipico scambio che si verifica nell’entente più o meno cordiale tra due popolazioni e due culture costrette a convivere sullo stesso territorio. Sempre a partire dal IX secolo ebbero inizio gli insediamenti saraceni più o meno stabili nell’Italia meridionale e gli scambi commerciali tra arabi dell’Ifriqiyyah e/o saraceni siciliani e le repubbliche marinare.

Le due civiltà, l’araba e la bizantina, pur conflittuali in tutto anche se unite da un comune monoteismo religioso, dopo un arroventato scontro iniziale,

Libri/ Taranto la grande industrializzazione (1957–1970)

Laboratorio Urbano THE FACTORY
organizza

 Secondo appuntamento con l’autore
PINUCCIO STEA
per presentare il suo ultimo libro:

Taranto da Leone a Lorusso
– ovvero la grande industrializzazione (1957 – 1970)

 
Scorpione Editrice

THE FACTORY – book
– I libri raccontano storie che non finiscono con loro…

Venerdì 1 aprile 2011
ore 18:30 a Palagiano
via Oronzo Massa, 25
(struttura intitolata ad Orazio Maria Santoro)

Rocco De Vitis, medico dalla scorza dura

              

di Paolo Vincenti

“Secolare albero d’ulivo, d’erbe nocive abbarbicato, il vasto tronco intorno respirante e nitido ti rendo. Par che m’avvolgan plaudenti i rami tuoi e giulive le fronde sussurrino “grazie” al mio senil sudore”.

Certi vecchi sono come gli alberi d’ulivo delle nostre campagne salentine, soprattutto certi grandi vecchi dalla scorza dura, attaccati alla vita con tutto sé stessi, animati da una grande forza  e da una straordinaria caparbietà, temprati dalla dura vita contadina: giorni e giorni a contatto con la natura e  le sue avversità, ingaggiano con essa una sfida per vedere chi si piegherà, chi, per primo, si farà vincere ed addomesticare.

Questi vecchi, per dirla con Nazim Hikmet, sono talmente cocciuti che, “sul punto di morire, sono capaci di piantare  un ulivo, convinti ancora di vederlo fiorire”.

Così era  Rosario Rocco De Vitis, Don Rocco, come lo chiamavano tutti.

Era nato nel 1911 a Supersano. Aveva frequentato il Liceo Pietro Colonna di Galatina e poi Medicina a Bologna, dove si era laureato, a pieni voti, nel 1937. Tornato a Supersano, aveva iniziato la sua carriera di medico

Libri/ Ho provato a non somigliarti

Giovedì 31 marzo alle ore 18 nell’Aula Magna del Liceo Capece a Maglie ci sarà la

presentazione dell’antologia poetica di Pierluigi Mele

Ho provato a non somigliarti

(Lupo Editore).

 

Interventi:

Slogare? Non sa nè di carne nè di pesce. Meglio spinulàre!

di Armando Polito

Ho avuto più volte occasione di sottolineare come molto spesso una voce dialettale abbia connotati di maggiore precisione, una gamma più ampia di riferimenti semantici e riveli una creatività oserei dire poetica (anche se il più delle volte trae origini concrete da elementi naturali o dal mondo del lavoro che in passato era esclusivamente contadino), superiore alla corrispondente usata nel linguaggio comune o alla tecnico-specialistica di quello scientifico.

Così slogàre significa provocare una distorsione o anche una lussazione di un’articolazione. Se consideriamo la sua etimologia la troviamo di una semplicità e, soprattutto, genericità disarmante: da ex privativa+locàre=porre fuori (locàre è da locus=luogo). Non sono da meno i due nomi dei due tipi di slogatura: distorsione è dal latino tardo distorsiòne(m), composto da dis=qua e là + torsio=torsione, dal classico torquère=torcere; lussazione è dal latino tardo luxatiòne(m), dal classico luxus=spostato.

Il dialetto neretino per esprimere gli stessi concetti usa spinulàre, dal latino tardo spìnula, diminutivo del classico spina=spina, soprattutto con riferimento al dito della mano o del piede (m’àggiu spinulàtu lu tìscitu). L’articolazione protagonista dell’incidente viene paragonata ad una piccola spina, ma il dettaglio botanico di partenza probabilmente si era già arricchito di significati traslati se per esempio, spinièddhu a Nardò è lo zipolo della botte e spìngula è sinonimo di spilla1; se a Tricase spìnula (tal quale la voce latina prima citata) era2 il perno di legno che univa la stiva al dentale dell’aratro di legno e a Castro la stessa voce è (con prevalenza dell’idea della spina su quella della spiga) sinonimo di spigola3.

Tutto chiaro? Nemmeno per sogno! E chi ci assicura, infatti, che spinulàre non derivi da s– estrattiva+pinolo (anche se quest’ultimo nel dialetto neretino è pignòlu, per cui mi sarei aspettato spignulàre) ? Cos’è, infatti, il pinolo se non una sorta di articolazione delle scaglie della pigna? Tuttavia, dopo questo triplice interrogativo una cosa è certa: l’assunto iniziale (la maggiore creatività del dialetto, etc. etc.) risulta, comunque, confermato.

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1 Spilla è dal citato latino tardo spìnula(m) attraverso la trafila: spìnula(m)>spinla(m) (sincope di –u-)>spilla (assimilazione –nl>-ll-). La voce neretina comporta, invece, un latino *spìngula, incrocio fra spìnula> e il basso latino spìcula (diminutivo di spica=spiga), come è avvenuto pure nel francese épingle.

2  Ho usato l’imperfetto anche perché le poche botti residue ormai sono dotate di rubinetto. Ma se la voce dialettale spinièddhu è destinato a scomparire insieme con l’oggetto, in ottima salute, invece, rimangono il fratello italiano spinello e la comune madre spina nei suoi vari significati tra cui anche quello che assume, simile a spinièddhu, nel nesso birra alla spina.

3 La spigola (da spiga, per le spine a raggio nelle pinne dorsali) in Calabria è spìnula, in Campania, Abruzzo e Toscana è spìnola.

Laggiù, sul mare, ancora senza vele e senza sogni, si è accesa una lampara…

ph Vincenzo Gaballo

 

a cura di Sonia Colopi
 

Questa sera, Signore, voglio pregarti ad alta voce.

Tanto, all’infuori di te, non mi sente nessuno.

E qui, in questo crepuscolo domenicale, non siamo rimasti che io e te, o Signore.

Domani, Signore, avrò la forza di pregarti per il mare, per questo mare di piombo che mette paura, per questo simbolo opaco del futuro che mi attende. Stasera, invece, voglio pregarti per ciò che mi lascio dietro, per questa città, per questa terraferma tenace, dove fluttuano ancora le mie vele e miei sogni. Non ti annoierò con le mie richieste, Signore. Ti chiedo solo tre cose per adesso..

Dai a questi miei amici e fratelli la forza di osare di più.

La capacità di inventarsi, la gioia di prendere il largo, il fremito di speranze nuove. Il bisogno di sicurezze li ha inchiodati a un mondo vecchio, che si dissolve, così come ha inchiodato me, stasera, col fardello pesante di tanti ricordi. Dai ad essi, Signore, la volontà decisa di rompere gli ormeggi. Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove. La libertà è sempre una lacerazione! Stimola in tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca, una fantasia più liberante e la gioia turbinosa dell’iniziativa che li ponga al riparo da ogni prostituzione.

Una seconda cosa ti chiedo, Signore.

Fa provare a questa gente che lascio l’ebbrezza di camminare insieme. Falle sentire che per crescere insieme non basta tirar dall’armadio del passato i ricordi splendidi di un tempo, ma occorre spalancare la finestra del futuro progettando insieme, osando insieme, sacrificando insieme.

Da soli non si cammina più.

Concedile il bisogno di alimentare questa sua coscienza di popolo con l’ascolto della tua parola. Concedi, perciò, a questo popolo che lascio, la letizia della domenica, il senso della festa, la gioia dell’incontro. Liberalo dalla noia del rito, dall’usura del cerimoniale, dalla stanchezza delle ripetizioni. Fa che le sue Messe siano una danza di giovinezza e concerti di campane, una liberazione di speranze prigioniere e canti di chiesa.

Un’ultima implorazione, Signore, è per i poveri, per i malati, i vecchi, gli esclusi. Per chi ha fame e non ha pane, per chi si vede sorpassare da tutti. Per chi è solo, per chi è stanco, per chi ha ammainato le vele. Per chi nasconde sotto il coperchio di un sorriso cisterne di dolore. Libera i credenti, o Signore, dal pensare che basti un gesto di carità a sanare tante sofferenze. Ma libera anche chi non condivide le speranze cristiane dal credere che sia inutile spartire il pane e la tenda, e che basterà cambiare le strutture perché i poveri non ci siano più. Essi li avremo sempre con noi.

Sono il segno della nostra povertà di viandanti. Sono il simbolo delle nostre delusioni. Li avremo sempre con noi, anzi, dentro di noi.

Concedi, o Signore, a questo popolo che cammina l’onore di scorgere chi si è fermato lungo la strada e di essere pronto a dargli una mano per rimetterlo in viaggio.

Adesso basta, o Signore: non ti voglio stancare, è gia scesa la notte. Ma laggiù, sul mare, ancora senza vele e senza sogni, si è accesa una lampara.

don Tonino Bello

Pricàre: una parola senza etimologia “definitiva” come lei, anche se una di quelle avanzate, nello stesso tempo, fa e non fa una piega…

di Armando Polito

Questa volta mi occuperò di un verbo che non suscita allegria, ma che sicuramente ognuno di noi ha avuto occasione di coniugare all’attivo e che, quando giungerà l’ora (tocchiamoci, tocchiamoci!…), coniugherà al passivo, anche se nemmeno in questo la morte è totalmente livellatrice, dal momento che non tutti i defunti hanno avuto e avranno sepoltura e non solo, per quanto si dirà alla fine.

Si tratta di pricàre, usato nel dialetto neretino col significato di seppellire, sotterrare (uomini, animali, vegetali o cose), ben distinto da priàre1 corrispondente all’italiano pregare, che è dal latino precàri.

Pricàre, invece, potrebbe corrispondere secondo il Rohlfs (mi permetto di sviluppare quanto leggo scarnamente al lemma variante precàre) all’italiano piegare che è  dal latino plicàre2=piegare, avvolgere, a sua volta dal greco pleko con lo stesso significato. Senza scomodare le bende delle mummie egizie o i lenzuoli funebri basterà ricordare che nel latino medioevale plica (da cui gli italiani  piega e plico)  è sinonimo di avvolgimento, e plicatùra, derivato dal precedente plicàre, di involucro. Tuttavia, lo stesso studioso, sulla scorta di altre varianti, non esclude la derivazione da un latino *(co)pricàre, forma intensiva del classico cooperìre=coprire.

Involucro o coperchio che sia l’idea di base, rimane il fatto che l’uno o l’altro per qualcuno è costituito da un pesante e sontuoso sarcofago3, per un altro da una bara di legno pregiato che per un altro si riduce a quattro assi inchiodate, per un altro ancora da una semplice fossa che realizza (non simboleggia come nei casi precedenti…) il suo biblico4 ritorno alla terra e, per chi ha scelto (o per colui per il quale è stata scelta) la cremazione, una teca di forma, materiale e costo diversi.   Già, la tomba, in senso lato,  come strumento di conservazione della memoria, prima ancora della sua celebrazione da parte dei poeti. Così pensava il Foscolo in un’epoca in cui c’era forse ancora qualcuno e qualche sue nobile gesto da ricordare.

Ma, siamo sicuri che oggi, come ieri, la polvere contenuta in un sarcofago dorato sia più degna (al di là del rispetto che, comunque, si deve avere della morte) di quella fusasi col terreno circostante5 sul quale, magari, una mano pietosa non ha potuto nemmeno graffire su una pietra grezza ESPOSITO GENNARO NETTURBINO6 o, magari, piantare il simbolo di Cristo fatto con due rami secchi reperiti in loco?

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1 Presenta, in tutta l’area salentina, affievolimento, aspirazione e poi scomparsa dell’originario –c– latino (analogamente a quanto successo nel francese prier) ma tuttò ciò sarà dovuto ad esigenze di differenziazione semantica rispetto proprio a pricàre, dal momento che, se tutto fosse rimasto come all’origine, i latini pricàri (pregare) e plicàre (avvolgere) avrebbero avuto il comune esito pricàre, dal momento che il passaggio –l->-r– è assolutamente normale.

2 La sua radice è molto prolifica: da plicàre sono nati, oltre a piegare, applicare, centuplicare (e simili, come duplicare, quadruplicare, etc. etc), complicare, esplicare, impiegare, implicare, moltiplicare, replicare, spiegare, supplicare. Inoltre dall’aggettivo verbale (plectòs) del citato greco pleko è derivato in latino il verbo plèctere dal cui participio passato plexu(m) è nato l’italiano plesso con i suoi composti amplesso, complesso, perplesso.  Non è finita, perché molto probabilmente (vista la stessa qualità della consonante iniziale e l’assoluta congruenza semantica) dalla stessa radice deriva il latino flèctere, da cui in italiano flettere e derivati (flesso, deflettore, flessibile, flessibilità, flessione, flessuoso, flessuosità). Si può dire che la radice appena analizzata scandisca la vita dell’uomo nei suoi momenti più significativi, dalla nascita (duplicare) al lavoro (applicare, impiegare, flessibilità), dalla cultura (spiegare, esplicare, replicare e perplesso) alla burocrazia (complicare), dalle implicazioni musicali e psicologiche (complesso) al sesso (amplesso) e, coi dialettali fietta (treccia, da *flecta), ‘nghittàre (pettinare, da *inflectàre) e pricàre, dalla cura del corpo alla morte.

3 Attualmente il modello più costoso (e non si sa nemmeno se funzionerà e per quanto…) è quello che a suo tempo celebrò le esequie della centrale di Chernobyl ma, probabilmente, Fukyshima le strapperà quest’infame record.

4 Genesi, 3, 19.

5 La nostra espressione “ddivintàre terra pi ccìciri” (divenire terra buona per coltivare i ceci, cioè morire) rappresenta secondo me una sintesi sublime di filosofia, religione, poesia e senso pratico (stavo per dire economico, visto che è quello che nella nostra epoca detta legge…).

6 Totò, A livella, v. 30. I versi finali, invece, della stessa celebre poesia dell’immenso genio napoletano costituiscono la prima battuta della vignetta.

Voci di strada

di Gianni Ferraris

“Voci di strada” è il quadrimestrale della rivista della comunità Emmanuel. Parla di storia, teologia immigrazione. Il numero appena uscito contiene quattro ponderosi saggi su tematiche relative a popoli, popolazioni e senso della storia.

Padre Domenico Marafioti, nel saggio: L’uomo alla ricerca del senso tra storia e teologia, si interroga sulla storia delle persone e dei popoli. Mentre la prima è più definita, per la seconda la complessità aumenta, “è difficile stabilire quando è nato un popolo e si indica a volte in modo approssimativo la sua fine…”. Ancora più arduo se si parla di storia dell’umanità.  Per questo viaggio, l’autore passa attraverso l’approfondimento di filosofi moderni ed antichi,  ponendosi gli interrogativi e asserendo che, tutto sommato, la storia si snoda attorno alla figura di Cristo. Prima di lui per incontrarlo, dopo di lui per un altro incontro più “elevato” nell’eternità. Un excursus della storia tramandata, quella degli storici, fino alle domande sul senso dell’esistenza e sulla proposta cristiana. Esistenza intesa come “pellegrinaggio verso l’incontro con Cristo”.

La dott. Mariafrancesca D’Agostino in “ Oltre il mito: l’identità diasporica dei tibetani in India” analizza, attraverso testimonianze dirette, la diaspora tibetana. Il presupposto di partenza è il sostanziale “fallimento delle

Passa la nube ma non la paura!

 

di  Claudio Santi

La nube radioattiva partita dalla centrale di Fukushima è diretta verso l’Europa, e con molta probabilità passerà domani anche sopra l’Italia. Al momento è difficile prevederne la reale pericolosità e la tendenza è quella a rassicurare anche se nessuno vuole sbilanciarsi più di tanto. Giancarlo Torri, responsabile del Servizio misure radiometriche del Dipartimento nucleare dell’Ispra, ha parlato di possibilità di contaminazione minima, senza rischi per la salute dichiarando tuttavia che le Arpa regionali sono state allertate allo scopo di monitorare in tempo reale il passaggio della nube sul nostro territorio.

Prevedere la reale entità della contaminazione è sicuramente difficile. Dipende in primo luogo dalla diluizione che la nube originale ha subito durante lo spostamento e dipende anche dal tipo di radioisotopi presenti. E’ ragionevole ipotizzare che lo iodio 131, con un tempo di decadimento piuttosto rapido, possa essere considerato non più un pericolo per la salute pubblica. Diversamente altri radioisotopi come Cesio 137 potrebbero sicuramente presentare un rischio maggiore a medio e lungo termine, legato soprattutto ai tempi di dimezzamento più lunghi ed alla possibilità di bioaccumulo e di contaminazione della catena alimentare.

Questo non è il momento degli allarmismi e, per quanto mi riguarda, ripongo totale fiducia nelle autorità deputate al monitoraggio dell’ambiente ed al mantenimento della nostra salute. Non possiamo tuttavia esimerci da una riflessione che assume un carattere assolutamente generale, una riflessione legata alla globalità delle conseguenze di un disastro nucleare. Conseguenze che non risparmiano nemmeno popolazioni a diecimila chilometri di distanza, sottoponendole ad un rischio che, ammesso venga confermato

All’Atrium Kircherianum di Soleto la cucina del mare di Puglia

Non c’è probabilmente in tutto il Mediterraneo una tradizione gastronomica che, al pari di quella pugliese, sia riuscita a coniugare le risorse dell’entroterra con quelle del mare.

Protesa nell’Adriatico e nello Ionio con i suoi approdi e la sua marineria, la nostra regione ha robuste spalle agricole e zootecniche che ne emergono con tutto il loro portato di cereali, legumi e formaggi.

Interprete e profondo conoscitore di questo complesso binomio di terre e di acque è lo chef e scrittore Massimo Vaglio che venerdì 1 aprile prossimo, presso la suggestiva sede dell’Associazione Culturale Atrium Kircherianum di Soleto, presenterà al pubblico il suo libro “La cucina del mare di Puglia”: un’opera al contempo gradevolissima alla lettura e solidissima nel suo impianto professionale e scientifico in cui
l’autore racconta, con decine e decine di gustose ricette veracemente pugliesi, la storia di questo irresistibile contrappunto di odori e sapori. Freschi e guizzanti di rete, i gentili ospiti potranno cenare con pesci,
molluschi e crostacei che la flottiglia di casa Maruccia,
antica dinastia ittiologica di Castrignano de’ Greci, porterà a riva poche ore

Povero lampasciòne!

di Armando Polito

Sull’etimologia di lampasciòne credo di aver ampiamente e, spero, in modo convincente discusso nella prima puntata della recente serie Il lampascione in quattro puntate. Sento, però, il bisogno di tornare sull’argomento (lo prometto, è l’ultima volta, forse…) prima che qualche lettore più curioso e interessato mi rimproveri di aver tirato prima le orecchie al Calonghi col suo (inesistente) lampàdo/lampadònis e di aver sviluppato l’etimo lampàdio/lampadiònis lapidariamente riportato dal Rohlfs, trascurando l’opinione del Garrisi, il cui vocabolario chiunque può reperire in rete all’indirizzo http://www.antoniogarrisiopere.it/

Non è che io ce l’abbia con quest’ultimo autore, al quale, tuttavia, muovo il rimprovero di ricorrere quasi in ogni lemma ad incroci che già in più di una occasione ho definito quanto meno pericolosi.

Non si sottrae a questo vezzo neppure il nostro lampascione, per il quale leggo per la variante leccese pampasciòne: “dal latino bambax-acis, bulbo, incrociato con lampadio-onis, cipollina”.

Faccio presente che bambax/bambàcis è voce del latino medioevale presente nel Glossario del Du Cange, pag. 542, dove, insieme con bambàsium, si rinvia a bombax definito come “gossipium, lana vel lanugo xyli”=gossipio1, lana o lanugine dello xilo); bombax, a sua volta è connesso col classico bombyx/bombìcis che significa baco da seta, veste di seta, peluria (di piante). Lo stesso glossario registra anche la voce derivata bambàsium=tela di cotone e da questa (dal plurale bambàsia è derivato l’italiano bambagia) rinvia a bombax.

È evidente che il Garrisi mette in campo bambax per spiegare il pamp– di pampasciòne; è, però, altrettanto evidente che, di regola, quando si verifica un incrocio tra due termini, in prima posizione resta quello di partenza che ha in sé tutta la carica semantica e, comunque, nei casi in cui questa regola non viene rispettata, il primo componente ha sempre in sé un collegamento semantico con la voce principale che ha subito l’incrocio. Nonostante la mia fantasia non riesco a cogliere nessun rapporto, sia pur vago, tra il nostro bulbo e il baco da seta o la bambagia.

L’incrocio, se c’è stato, va, perciò, cercato in altra direzione, cioè in vampa (attraverso i passaggi, tutti foneticamente ineccepibili, vampasciòne>bampasciòne>pampasciòne), come a suo tempo ebbi a dire nel post all’inizio citato, la cui rilettura non rincrescerà al lettore curioso e interessato.

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1 Plinio, Naturalis historia, XIX, 2: Superior pars Aegyptii in Arabiam vergens gignit fruticem, quel aliqui gossipion vocant, plures xylon et ideo lina inde facta xylina. Parvus est, similemquae barbatae nucis defert fructum, cuius ex interiore bombyce lanugo cuius ex interiore bombyce lanugo netur. Nec ulla sunte is candore mollitiave praeferenda. Vestes inde sacerdotibus Aegypti gratissimae.

(La parte settentrionale dell’Egitto confinante con l’Arabia produce un arbusto che alcuni chiamano gossipio, parecchi xilo e perciò xiline le tele che se ne ricavano. È piccolo e produce un frutto simile alla nocciola la cui peluria interna viene filata. Non c’è materia da preferire a questa per il colore bianco o per la morbidezza. È ricercata per le vesti dei sacerdoti egizi)

Non a caso la prima parte del nome scientifico delle varie specie di cotone è Gossipium (nella vignetta, insieme col lampasciòne, il Gossipium barbadense L.)

Libri/ Quell’“amara” Unità d’Italia, di Dora Liguori

 

di Rocco Biondi
 
Le storie che si leggono nel libro di Dora Liguori sono le stesse che abbiamo letto sui libri di storia a scuola, ma il punto di osservazione è totalmente diverso. Talvolta vengono usati ironia e sarcasmo.
Vengono presentati gli avvenimenti, storici e sociali, accaduti in Italia nei primi settantanni del diciannovesimo secolo, con particolare riguardo al decennio (1860-1870). Sono gli anni del cosiddetto (a posteriori) “Risorgimento”, quando si fece l’amara unità d’Italia. Unità che si è rivelata per il meridione come la più immane delle tragedie.
Sui fatti accaduti in quel periodo continua ancora a permanere il segreto di Stato. Una massa di documenti, circa centocinquantamila, dopo centocinquanta anni da quella Unità, sono ancora segretati. La verità continua ad essere occultata.
Per glorificare quella che fu spacciata come una liberazione, i vincitori Savoia assoldarono scrittori dell’epoca che fecero diventare inoppugnabile verità storica quello che era frutto di una spregiudicata fantasia. Nella realtà si trattò di una nuda e cruda conquista territoriale del Regno delle Due Sicilie.
Alla falsificazione storica un contributo determinante lo ha dato negli anni successivi il filosofo meridionale Benedetto Croce. La sua lettura addomesticata della storia è passata poi in tutti i libri scolastici. Chiunque volesse intraprendere la carriera universitaria era costretto ad adeguarsi. Il Sud ancora oggi sta pagando per quella falsa interpretazione della storia. E’ solo una bella favola quello che è stato raccontato circa il processo idealistico che portò all’Unità d’Italia. La conquista del Sud invece fu

La Caremma salentina

foto Mino Presicce (tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione)

 

di Paolo Vincenti

La Caremma è un personaggio della tradizione popolare che ci porta ad un passato, neanche remoto, fatto di usi e costumi, odori e colori che rischiano di scomparire. Essa stava per uscire definitivamente dall’immaginario collettivo, ma, da qualche anno, riappare sui balconi di alcune case durante il periodo della Quaresima. La Caremma è la madre del Carnevale e, con la sua bruttezza, rappresenta la Quaresima, il periodo cioè dell’astinenza e del digiuno canonico. E’ raffigurata da un fantoccio a forma di donna, vestita di nero e in posizione seduta: in una mano ha un fuso con un filo di lana e nell’altra una arancia trafitta da sette penne di gallina.

foto Mino Presicce (tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione)

Questo  strumento rappresentava, nella società contadina di qualche anno fa, un improvvisato calendario quaresimale che, settimana dopo settimana,

La zavirna? è lu lacciu criestu, murlu, muruddhu…

 

Smyrnium olusatrum – Foto di Attilio Marzorati

La Zavirna

di Massimo Vaglio

La Zavirna (Smyrnium olusatrum L), è una pianta selvatica della famiglia delle ombrellifere, dalle molteplici denominazioni: Smirnio, Corinoli comune, Olusatro… nel Salento è nota come Lacciu criestu, Murlu, Muruddhru, ‘Nzirna

Pianta robusta e di buona vigoria presenta una vegetazione liscia, di una bella colorazione verde tenero. Alla base possiede foglie lungamente spicciolate, con lamine  costituite da segmenti di forma rombo-ovale con margine seghettato. Con l’avvio della primavera, questa pianta emette dei lunghi gambi su cui sono inserite delle foglie ternate, ossia costituite da tre segmenti portati su brevi piccioli allargati. In cima, compaiono delle ombrelle con pochi raggi, portate da lunghi peduncoli e recanti dei piccoli fiori giallo-verdognoli. Non è una pianta molto comune e di conseguenza non è molto conosciuta, il suo uso, nel Salento, è limitato a pochi paesi nei quali, però è molto ricercata ed apprezzata. La si può trovare nelle zone umide ed ombrose, in particolare nelle adiacenze di antichi casali e masserie fortificate abbandonate e a ridosso di vecchi muri a secco posti a delimitare antichi e folti oliveti come pure sotto le siepi di fico d’India e ai margini di

Giuggianello, “no” del difensore civico al parco eolico

di Mauro Bortone

Il difensore civico provinciale scrive alle istituzioni nazionali, regionali e locali, per chiedere la tutela del sito archeologico della Collina dei fanciulli e delle ninfee: “Evitare lo scempio”

L’enigma di un dipinto nel santuario della Madonna della luce ad Ugento

 

di Luciano Antonazzo

Dei trentotto affreschi che ornavano il santuario della Madonna della luce di Ugento ad oggi ne sono sopravvissuti (esclusa l’icona della Madonna sull’altare) solo diciannove, e fra questi quello della raffigurazione di un vescovo. Si trova sulla facciata di una colonna sul lato destro della navata e presenta dei particolare ai quali finora nessuno ha fatto caso.

Il personaggio dipintovi, forse per il suo abito bianco, da qualcuno è stato ritenuto rappresentasse S. Bonaventura, ma ciò non poteva essere dato che non vi è raffigurata l’aureola che è presente in tutti gli altri affreschi con l’immagine di sante e santi.

A suo tempo ci permise di risalire all’identità del vescovo effigiato lo stemma dei Mercedari che egli porta sul petto tra i cordoni con le nappe del cappello vescovile fatto scivolare dietro le spalle; si tratta di un segno distintivo di Mons. Ludovico Ximenz, il solo tra i vescovi che hanno retto nei secoli la nostra diocesi ad appartenere a quell’Ordine.[1]

Di lui ci è dato sapere dalle fonti che era di origine spagnola ma non il luogo preciso della sua provenienza.

Fu nominato vescovo di Ugento il 30 agosto del 1627 e prese possesso della diocesi il primo dicembre successivo rimanendone alla guida fino al 1636, anno della sua morte; secondo alcuni venne sepolto nella nostra cattedrale ma di ciò non abbiamo rinvenuto alcuna prova documentale.

Di lui sono disponibili (in copia) presso l’Archivio Diocesano di Ugento le relazioni delle visite ad limina del 1630 e del 1633 dalle quali è desumibile lo zelo e l’impegno che mise nel risollevare le condizioni della popolazione e della stessa cattedrale.

In quelle tra l’altro relazionò che (in ossequio ai dettami del Concilio di Trento), poco dopo esser giunto in sede visitò la diocesi e celebrò il sinodo nel giorno di S. Caterina Vergine e Martire, il 25 novembre; che si adoperò per riparare il campanile che aveva trovato semidistrutto da un fulmine e

Quandu lu tafanàru no bbasta…

di Armando Polito

Nella traduzione letterale del titolo non mi lascerò condizionare da ipocriti calcoli eufemistici e perciò per rendere la parola principale (tafanàru) non ricorrerò a sinonimi; sicché l’intero titolo tradotto risulterà Quando il culo non basta…

Sono tanti i casi della vita in cui la fortuna è indispensabile per il conseguimento di un certo risutato, ma in etimologia essa non basta per il conseguimento di un risultato certo.

Per restare strettamente in tema dirò che il corrispondente italiano di tafanàru (tafanàriu a Oria, tafanàrie a Massafra) è tafanario che, da voce popolare, ha trovato la sua consacrazione letteraria ne Il padrone sono me! (1922) di Alfredo Panzini: L’era una piccolina, biondina, di mezza età, ma con un tafanario che mai più).

Tafanario è forma aggettivale sostantivata da tafàno, a sua volta dal latino tabànu(m), per l’abitudine che ha questo molestissimo insetto di pungere il posteriore dei quadrupedi.

Non è per mescolare il sacro col profano, ma è solo per sottolineare come la vita non è fatta di compartimenti stagni e per fornire un ulteriore esempio di come la lingua si adegui a questo principio, che dirò che estro (inteso come inventiva, capriccio, nome di un genere di insetti, periodo di calore negli animali) è dal latino oestru(m) che significa, guarda il caso, tafano e che è , a sua volta, dal greco òistros che ha lo stesso significato; e che assillo è dal latino asìlu(m) che, guarda ancora il caso!, significa tafano.

Per evitare l’accusa di essermi perso in un volo pindarico mi avvio rapidamente alla conclusione che spiegherà il titolo e le prime righe di questo post.

Tafanàru per il Garrisi è “da un incrocio tra latino tabanus e leccese farnaru”. Non è la prima volta che stigmatizzo il vezzo del Garrisi di disseminare le sue etimologie di strani incroci. Questa volta è toccato al farnàru (setaccio) che, forma a sezione di cilindro a parte, non evoca certo il sedere. Anche qui credo che l’incrocio sia stato messo in campo per spiegare –aru finale, che è la cosa più semplice che si possa immaginare, cioè un comunissimo suffisso aggettivale; sicché, come picuràru (in italiano pecoraro o pecoraio) è colui che ha a che fare con le pecore, tafanàru è quella parte del corpo che ha a che fare con i tafani.

E lo dico per esperienza personale…

* Non ti azzardare più a dire che mi sono incrociato con farnàru, anche se adesso ti sto facendo a farnaru il tafanario.

** Ragazzi, almeno oggi pascolo tranquilla…

 

Appello per la necropoli messapica di Mesagne (Br)

a cura del Gruppo Archeologico di Terra d’Otranto

Cari amici, dopo Arnesano, chiediamo ancora il vostro aiuto.

Ci interessiamo questa volta della necropoli messapica di via Castello a Mesagne (Br).

Si tratta di un’area sepolcrale di grande importanza per la presenza di tombe monumentali, di cui la più nota è senz’altro la tomba 6 che presenta tra le decorazioni un ingresso con porta in pietra girante su cardini raffigurante l’entrata all’oltretomba.

La necropoli monumentale di Mesagne è di fondamentale importanza, per i cicli pittorici che possiedono le tombe, per lo studio dell’arte sepolcrale messapica in età ellenistica. Attualmente, sebbene l’area sia stata indagata, scavata e ristrutturata con fondi pubblici, essa non può essere visitata dagli abitanti e turisti semplicemente per piccoli dettagli che l’Amministrazione Comunale non ha volontà di adottare.

Nel frattempo, l’abbandono e l’incuria stanno di fatto rendendo vani i lavori effettuati, con buona pace dei finanziamenti spesi. Il Gruppo Archeologico chiede, pertanto, assieme al comitato civico “Terre di Mesagne” che l’Amministrazione Comunale faccia quanto di sua competenza ed obbligo affinchè sia resa ai legittimi proprietari, ovvero la popolazione locale, la necropoli monumentale.

Chiediamo a tutti voi, cari amici di collaborare con noi per la tutela dell’area monumentale condividendo la nota ed inviando le vostre osservazioni ed inviti all’apertura direttamente all’indirizzo mail del comune di Mesagne: urp@comune.mesagne.br.it

Il lampasciòne in quattro puntate (4/4)

di Armando Polito

Il lampascione nelle feste popolari

Nello sconfinato calendario delle sagre dedicate ai prodotti tipici, vegetali e animali, del Salento, sagre che hanno trovato nella necessità di mantenere tradizioni secolari, dunque in un  appiglio  culturale, un  alibi  non  sempre  correttamente  giocato  per  promuovere il turismo e il consumismo (ora, per fortuna, meno sfrenato), il lampascione trova uno spazio da protagonista unico nel primo venerdì di marzo ad Acaya, frazione di Vernole in provincia di Lecce, in occasione della ricorrenza della Madonna Addolorata più comunemente nota come Matonna de li pampascioni. Un’antica leggenda popolare narra che un 1° venerdì di marzo di più di un secolo fa una barca carica di gente naufragò di fronte alle Cesine; molti dei naufraghi, dopo aver pregato la Madonna Addolorata, riuscirono a mettere piede a terra  e nel primo villaggio che incontrarono, Acaya appunto, organizzarono festeggiamenti in suo onore con canti, balli, e lampascioni34, di cui la zona è ricchissima.

Il bulbo, invece, diventa coprotagonista in occasione delle Tavole di San Giuseppe,  festa celebrata il 19 marzo in quasi tutti i centri del Salento ma che ad Uggiano la Chiesa (Le) ha conservato tutti i dettagli dell’antico rituale. Vengono allestite nella stanza più grande di parecchie case tavolate allestite con piatti tradizionali per un numero di commensali detti “santi” che può variare da tre a ventuno. Secondo la tradizione i commensali rappresentano la Sacra Famiglia (san Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino) e i vari santi: sant’Anna, san Gioacchino, sant’Elisabetta, ecc.). Essi svolgeranno, sotto gli occhi dei devoti, il sacro rito della cena. Dopo essere state benedette dal parroco il pomeriggio della vigilia, le tavolate vengono aperte al pubblico e ad ognuno dei visitatori vengono offerti purciddhùzzi35, lampascioni,  piccoli pani, pucce36 e cartidddhate37. I cibi che si possono ammirare su questo splendido banchetto sono tutti tradizionalmente poveri, infatti troviamo: pasta con il miele e mollica di pane, pesce fritto e arrosto, lampascioni, fritti con il miele, vermicelli con ceci, stoccafisso in umido, rape bollite, cavolfiori fritti, olio, vino e miele. Secondo  la tradizione, chi riceve la puccia ringrazia con la tipica frase:” San Giuseppe te l’aggia ‘nsettu38” (San Giuseppe te ne renda grazie, o secondo la tua intenzione). Sempre nel periodo che precede la festa, le devote preparano in grande quantità anche la massa39. Si tratta di una pasta che

Giulio Cesare Vanini e Francesco Paolo Raimondi, filosofi taurisanesi (I)

di Maurizio Nocera

Il 9 febbraio 2011, a Taurisano, nell’appena inaugurata Casa natale del filosofo taurisanese, è stato presentato il libro “Giulio Cesare Vanini”, curato dall’altro filosofo, pur’egli di Taurisano, Francesco Paolo Raimondi con la collaborazione di Mario Carparelli, alla presenza del dott. Sergi in rappresentanza del Prefetto di Lecce, del vicepresidente della Provincia, del Sindaco Luigi Guidano, che ha introdotto i lavori, e del prof. Domenico Fazio, dell’Università del Salento, che ha coordinato il dibattito. La relazione che segue è stata presentata come introduzione al convegno.

 

GIULIO CESARE VANINI E FRANCESCO PAOLO RAIMONDI

FILOSOFI TAURISANESI

 

Roma, Ettore Ferrari, Giulio Cesare Vanini (1889), Foto Giovanni Dall’Orto

So che vi può sorprendere il titolo di questa presentazione del libro “Giulio Cesare Vanini. Tutte le opere”, a cura di Francesco Paolo Raimondi e Mario Carparelli, edito dalla Casa editrice Bompiani per la collana “Il pensiero occidentale” (diretta da Giovanni Reale), Milano 2010. Libro per me monumentale, con le opere del Vanini con testo latino a fronte, il primo

Galatina. I lavori di restauro della chiesa dell’Addolorata

di Massimo Negro

 

Se la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria è uno scrigno d’arte e la cappella di San Paolo il fulcro delle tradizioni e delle credenze sul tarantismo, la chiesa dell’Addolorata rappresenta il luogo più significativo di Galatina, dove arte e sentimento religioso popolare si fondono in un connubio tutt’ora vivo e di particolare interesse.

La chiesa dell’Addolorata è il luogo da cui la sera del Venerdì Santo la statua della Madonna Addolorata, accompagnata dall’Arciconfraternita, percorre il breve tragitto verso la chiesa Madre per prendere tra le braccia suo Figlio morto.
Dalla chiesa dell’Addolorata si dispiega la suggestiva processione della mattina del Sabato Santo, che percorre le strade del paese alle prime luci dell’alba in un silenzio intriso di profonda devozione. E qui vi fa ritorno al suo termine.
Andando più indietro nel tempo, ma non troppo,  sempre durante la Settimana Santa al suo ingresso veniva posta la statua di “Patipaticchia”. Una statua in cartapesta che personificava uno degli aguzzini del Cristo, il suo flagellatore, e che veniva percossa dai fedeli all’ingresso in Chiesa.

La sua costruzione risale al 1710 per opera di alcuni volenterosi cittadini galatinesi i quali si riunirono in confraternita, la Confraternita dei Sette Dolori, dopo la fine di un’antica congrega che portava il nome di S. Caterina da Siena.

La costituzione del sodalizio religioso avvenne il 10 agosto del 1711 con Bolla del Generale dell’Ordine dei Servi di Maria. Il luogo riportato nella Bolla è Parma, città dove aveva sede l’Ordine. Ma si dovette attendere il 1776 affinché Ferdinando IV concedesse il suo regio assenso con decreto.

All’interno spicca il maestoso altare che si erge sin quasi a toccare il cielo appeso e che riempie immediatamente la vista di chi entra nell’edificio. Come una gemma incastonata in un prezioso, al centro dell’altare è posta la bellissima statua della Madonna Addolorata in legno policromo della metà del ‘700, circondata da statue di santi e da visi di angeli dalle espressioni varie, di gioia o di dolore. A destra le statue di San Filippo Beninzi, Sant’Antonio, San Pietro e Santa Caterina da Siena. A sinistra Santa Giuliana, San Pasquale, San Paolo e Santa Chiara.

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Verso la fine del ‘700 vennero realizzate le sei tele delle Via Matris che, tre per lato, impreziosiscono la navata.  

A partire dal 2009 la Confraternita, pur con molti sacrifici e grazie anche al contributo e alle donazioni dei fedeli, sta provvedendo al loro restauro. Le prime due tele, quelle più prossime all’altare sono state restaurate e riposizionate all’interno: l’incontro con Gesù nel viaggio al Calvario e il ritrovamento di Gesù tra i dottori del Tempio. Per altre due l’intervento è in corso.

Da alcuni mesi la Chiesa, pur continuando ad essere aperta al pubblico, è oggetto di interventi di restauro che stanno interessando principalmente il suo altare. Alcuni saggi effettuati nei mesi precedenti l’avvio dei lavori  avevano lasciato intravedere alcune “piacevoli sorprese”. Ora gli interventi stanno progressivamente  portando alla luce l’antica ed originaria colorazione delle figure dei santi e delle decorazioni, che la “maledizione della calce”, che colpì nell’800 le nostre chiese come rimedio e prevenzione dalle epidemie, aveva pesantemente nascosto.

Ma la fortuna ha voluto che, quasi in modo casuale, venisse alla luce anche l’antica decorazione pittorica della parete dove è posto l’antico organo a canne della Chiesa. Si stava effettuando un saggio per verificare il colore originario dato alla parete quando, ad un tratto, un pezzo di intonaco si è staccato e sono venuti alla luce ghirigori e motivi floreali.
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Anche sulla  parete su cui è addossato l’altare è stato possibile rinvenire l’originaria decorazione, con dei motivi romboidali che richiamano il disegno del cielo appeso.

Qualche settimana fa, un venerdì pomeriggio mentre ero in auto, in autostrada di ritorno da Forlì, ricevo una telefonata da Donato Buccella. “Massimo, se hai un po’ di tempo a disposizione, domani passa in chiesa che ci sono delle sorprese”.1

Conosco Donato. Se mi aveva telefonato i motivi per andare a trovarlo dovevano essere più che validi.

Portandomi dietro la macchina fotografica, accompagnato da Donato sono salito con cautela sull’impalcatura, con lui a farmi da guida, raccontandomi lo stato dei lavori e quanto via via stava venendo alla luce.
I colori di Sant’Antonio, il rosso delle vesti di San Paolo, le guance rosate degli angeli e lo scuro delle loro pupille, le decorazione in foglia d’argento e dorate. Antichi ex voto di chi aveva contribuito alla realizzazione dell’altare.
Su in cima sino a trovarmi dinanzi al busto dell’Eterno Padre. Una grande emozione!3

Gli interventi sono stati effettuati in modo tale da rendere comparabile lo stato in cui attualmente si trovano le decorazione e le statue dei santi rispetto alla loro originaria colorazione, per capire come procedere con il placet della Sovrintendenza.

La chiesa dell’Addolorata è un cantiere. Un cantiere aperto verso la riscoperta della storia e delle tradizioni di Galatina. La valorizzazione del suo patrimonio è un’occasione importante per la comunità galatinese, un’occasione da non lasciarci sfuggire.

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Bilancio del carnevale gallipolino 2011

LA NUOVA MASCHERA  DEL CARNEVALE GALLIPOLINO

 

di Gino Schirosi

 

Tra le maschere italiane della commedia dell’arte, accanto alle due note figure di popolani cialtroni e inaffidabili, come il napoletano Pulcinella (scaltro e volubile) e il veneziano Arlecchino (ambiguo servitore di due padroni), hanno pure un loro ruolo Colombina, Balanzone, Pantalone, Stenterello, Gianduia e Brighella, altrettanto famosi per altre categorie di vizi o virtù. Inoltre, a margine di tanti illustri sconosciuti, esistono nella nostra regione Farinella (Putignano), Ze Peppe (Manfredonia), Paulinu (Grecìa salentina) e Titoru, voce volgarizzata da Teodoro (“dono di Dio”), singolare maschera storica della tradizione popolare carnascialesca di Gallipoli. Ognuno di questi tipi o caratteri ha una sua storia particolare con una metafora da raccontare. Il carnevale gallipolino, in particolare, ha ruotato da sempre attorno alla figura del Titoru, sebbene figlio di una storiella del tutto fantasiosa, ancorché paradossale, apparentemente avulsa nell’atmosfera gioiosa di popolo.

La nostra manifestazione, senza peccare di campanilismo, è la più nota nel Salento, quest’anno nella sua 70^ edizione (per avversità climatiche dirottata a sabato 12 e domenica 13 marzo). Come nel 2010 hanno fatto da corona carri allegorico-grotteschi di singolare valore artistico, gruppi mascherati e personaggi di varie caratterizzazioni socio-etno-antropologiche, con figurazioni storiche e attuali, sfarzose e popolane. Coinvolgendo alla pari uomini e donne, adulti e non, è stato un carnevale dignitoso che ha continuato la sua tradizione imponendosi tra tanta concorrenza ogni anno sempre più ferrata nell’ambito della provincia, miseramente falliti i tentativi di consorziare similari avvenimenti dell’hinterland.

A conferma del suo successo il nostro carnevale, ribadendo il suo solito volto col medesimo programma collaudato, è stato ulteriormente rivalutato

Fatta l’Italia, come fare gli Italiani?

 di Alessio Palumbo

17 marzo 1861, nasce l’Italia unita. In realtà mancano ancora alcune regioni (per arrivare ad un assetto simile all’attuale bisognerà attendere la fine della Grande Guerra), ma soprattutto manca un fattore fondamentale: gli italiani.

Il nuovo Regno d’Italia è un coacervo di genti, lingue, storie, culture, sistemi metrici, monetari, economici. Realtà spesso agli antipodi sono ora ricondotte sotto un’unica corona, un unico governo. Fatta l’Italia,dunque, bisogna fare gli italiani: una frase mai pronunciata da Massimo D’Azeglio, ma quanto mai efficace.

Ed allora, in questi giorni di giusti festeggiamenti e doverose celebrazioni, è lecito chiedersi: quando sono stati “fatti” gli italiani? Quando il senso di appartenenza ad una nazione ha smesso di essere patrimonio di pochi eletti, per divenire coscienza comune? Ed infine, considerando il carattere principalmente locale degli argomenti affrontati in queste pagine: quando gli uomini e le donne della provincia di Lecce hanno cominciato a sentirsi veramente italiani?

In realtà non esiste una risposta univoca. Il concetto di nazione, il sentimento di appartenenza ad essa, sono realtà estremamente effimere, labili, difficili da studiare e da definire. Certamente sin dai giorni successivi alla proclamazione del Regno d’Italia la diffusione di un nuovo assetto amministrativo e politico ha dato il segno di un cambiamento, che tuttavia ha inciso in maniera estremamente limitata su masse popolari di fatto escluse da ogni tipo di partecipazione politica, culturale, sociale. Ad esempio, solo nelle elezioni politiche del 1913 si giungerà ad un suffragio (quasi) universale maschile, ma, nonostante ciò, la politica resterà ancora per lungo tempo estranea alle masse, soprattutto nel meridione. Il politico continuerà ad essere il rappresentante di interessi personalistici, clientelari, locali e, negli anni a venire, partitici: quasi mai si avrà coscienza, tra gli elettori, di prospettive nazionali.

L’istruzione rappresenta un altro fattore di primaria importanza nella formazione degli italiani, ma, nelle province meridionali, le statistiche sui tassi d’alfabetizzazione e scolarizzazione, fino almeno alla prima metà del secolo scorso, palesano la scarsa rilevanza di questo fattore formativo.

Bisognerà attendere il primo conflitto mondiale, come sottolineato da numerosi storici, per individuare i primi chiari segni di una nazionalizzazione massiva: nelle trincee del Trentino e del Carso si

Taranto e l’Unità d’Italia. Nicolò Cataldo Mignogna

 
 

 

ph Daniela Lucaselli

 

 

di Daniela Lucaselli

Un grande uomo, esempio di virtù civili, di acceso patriottismo, di amore per la libertà, di avversione accesa alla tirannide. Nacque il 28 dicembre 1808 nel Borgo antico di Taranto e visse i primi anni in questa città, teatro di lotte fra reazionari e giacobini, nelle mani dell’avventuriero Boccheciampe che voleva saccheggiarla per punirla dei suoi ideali liberali.

Il padre del nostro eroe, con l’aiuto di alcuni marinai, respinse i predoni e liberò la città dalla violenza delle bande sanfediste.

E’ proprio in questi momenti che si plasma lo spirito del nostro patriota, che mai si scoraggiò di fronte a delusioni, amarezze e tradimenti.  Studiò presso il seminario della città natale, ma il suo profitto fu scarso, dovuto al fatto che questi studi troppo retorici ostacolavano la sua libertà di pensiero e la sua creatività. Proseguì quindi come autodidatta. Lo studio dei classici, quali Dante e Foscolo, Machiavelli e Cuoco, della Storia Romana e dei Comuni medioevali, formarono il suo spirito di giustizia e libertà e alimentarono  l’entusiasmo e la condivisione per la Repubblica.

A Napoli si laureò in Giurisprudenza. Questi studi lo forgiarono  ulteriormente,  strinse contatti ed amicizia con giovani patrioti e frequentò circoli clandestini alimentati da ideali mazziniani.

Si iscrisse ai “Figlioli della Giovane Italia” di Benedetto Musolino,  si prodigò alla lotta politica e a divulgare le idee repubblicane in Abruzzo, Puglia, Calabria, a discapito della sua professione di avvocato. Controllato dalla polizia borbonica fu arrestato e rinchiuso per due anni nelle Carceri di S. Maria Apparente. Fu rilasciato per mancanza di prove. Il Commissario di

Cinque valenti pugliesi nel Pantheon dell’Unità d’Italia

 

di Giuseppe Massari

Io non so se i 150 anni dall’Unità d’Italia siano sufficienti per tracciare un sereno bilancio storico. Forse, è necessario ripercorrere le tappe della nostra storia italiana per capire i fermenti, le ansie che l’evento, non compiuto, per certi aspetti, portò con se.

Gli anni post unitari sono stati segnati da due guerre, da una dittatura, da una guerra civile, spaccato di rottura dell’unità che sembrava essere stata conseguita. Finalmente, le luci, gli albori di una democrazia nata sotto le insegne del riscatto, della rinascita con tutte le conseguenze che ne sono derivate;  con tutte le anomalie e le ambiguità connesse e tipiche di una nuova e giovane creatura.

In tutto questo lasso di tempo, la Puglia, credo, abbia avuto la sua parte decisiva per le sorti dell’intera nazione. Cinque fra i suoi migliori uomini hanno segnato, con la loro presenza e la loro attività politico sindacale, gli anni cruciali, anche se fra ombre e luci, della storia italiana ponendo la Puglia ai primi posti sulla strada di quello che doveva essere l’inarrestabile sviluppo.

Antonio Salandra in un dipinto conservato a Troia (ripr. vietata)

Da Antonio Salandra,  foggiano di Troia, capo del governo nazionale  dal 21 marzo 1914 al 18 giugno 1916, dopo essere stato ministro

Un’ipotesi blasfema: utilizzare l’oro salutare del Salento, l’olio d’oliva, come biomassa da termo-valorizzare a fini energetici

 

Gli ambientalisti del Salento leccese scrivono al Governo per impedire che l’olio di oliva lampante venga bruciato

di Antonio Bruno

Lettera aperta – appello urgente indirizzata al Governo

– al Ministro delle Politiche Agricole ed Alimentari, Giancarlo Galan;
– al Ministro per lo Sviluppo Economico, Paolo Romani;
– per conoscenza al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Gentili Ministri,

Vogliono bruciare il nostro “sacro” olio d’oliva per alimentare le centrali a biomasse della speculazione della Green Economy Industriale, la stessa che sta devastando impunemente il nostro Paese con pannelli e pale eoliche nelle campagne!

Vi scriviamo con la massima urgenza dal Salento, confidando nella vostra già ampiamente dimostrata sensibilità, nonché sulla vostra lungimiranza ed intelligenza. Il gap che separa Roma e le stanze del Ministero dalla realtà rurale, paesaggistica ed economica pugliese, ci costringe ad essere diretti con voi nell’esposizione della grave problematica, al fine di superare le cortine di mala informazione che mielano e stemperano la realtà, spesso, come in questo caso, a puro fine speculativo per gli interessi di alcune lobby, in pieno contrasto con il vero bene comune dei cittadini e persino con principi costituzionali.

La lobby della Green Economy Industriale ora vuole pure bruciare tutto l’olio d’oliva del Grande Salento, del sud della Puglia, la cosiddetta anche Terra d’Otranto, comprendente grossomodo le province di Lecce, Brindisi e Taranto, l’antica Messapia, per fare costruire lucrose speculative e nocive centrali a biomasse oleose! La stessa lobby politico-imprenditoriale trasversale che ha devastato la campagna di Puglia con mega torri eoliche falcidia uccelli e stupra paesaggio, e con morti deserti sconfinati di pannelli fotovoltaici.

Non un solo albero è stato piantato contro il “climate change” in Salento, contro la desertificazione, ma i suoli sono stati strappati all’agricoltura e alla vita, e desertificati artificialmente al fotovoltaico.

Non credete a quanti parlano, oggi, strumentalmente, di posti di lavoro in meno a seguito del recente intervento del Governo nella materia dei FER (impianti da Fonti d’Energia Rinnovabili, sole, vento e biomasse), figuratevi che numerosi esposti di extracomunitari in Provincia di Lecce, ed inchieste in quella di Brindisi, denunciano lo sfruttamento inumano e al nero di forze lavorative sottopagate di emigranti nell’installazione degli impianti di fotovoltaico.

E’ quello della Green Economy Industriale un mercato drogato da iperincentivazioni pubblica e di rapina!

Chiedetevi quanti posti di lavoro di abitanti della Puglia si perderanno per la cancellazione del paesaggio e quindi del turismo e del settore agro-silvo-pastorale!

Chiedetevi il costo di beni come il suolo, l’orizzonte, l’identità storica, la qualità di vista, lo stato di salubrità di un’intera regione che vengono cancellati! Ed il caso Puglia è null’altro che il caso Italia!

Chiediamo il vostro aiuto, perché sia posto fine a tutto questo scempio falso-green, a favore dei rimboschimenti seri e massicci del Salento. A partire dalla costituzione della Banca Mondiale a Washington (accordi di Bretton Wood), uno dei primi obiettivi fissati e fu quello di riportare ricchezza nel Salento a beneficio dei salentini, attraverso proprio l’ampio progetto di riforestazione del Salento, mediante la piantumazione massiccia di piante autoctone, ma non fu mai portato a termine! Il paradosso è che se ogni giorno sul Financial Times o sul The Guardian si parla di riforestazione inglese per combattere il “climate change”, non si riesce a capire come sia possibile che Governo, Regione e province ignorino del tutto questa necessità per il Salento, terra d’Italia con il minor numero di boschi, a causa di artificiali disboscamenti selvaggi. Mentre un tempo non lontano era tra le più verdi e pittoresche regioni d’Italia, ed era anche più ricca d’acqua in superficie, proprio grazie alla presenza del fitto manto boschivo!

Vi chiediamo di imporre una MORATORIA urgente di tutte le decine e decine di impianti autorizzati o ancora in iter autorizzativo di mega-eolico e fotovoltaico a terra, rivolti alla vendita prioritaria dell’energia prodotta, e non per autoconsumo, che se realizzati cancelleranno completamente tutto ciò che vuol dire oggi Puglia e Salento nella coscienza mondiale! Una catastrofe che solo voi potete evitare, ed annunciata già dai direttori di ARPA PUGLIA, Agenzia Regionale per la Prevenzione e l’Ambiente, e dalla Soprintendenza ai Beni Culturali della Puglia. Vi è tutta una Puglia rurale e naturale da ricostruire, da restaurare, da far tornare viva e fertile, da bonificare da pale e pannelli, a partire da tutti quegli impianti di ettari ed ettari e da tutte quelle torri d’acciaio che si stanno sequestrando, giorno dopo giorno, via via che procedono i controlli delle forze di polizia, per gravissime irregolarità e abusivismi, che arrivano fin anche al diffuso smaltimento illecito di rifiuti speciali e tossici, e si teme anche radioattivi, sotto i basamenti delle torri e sotto gli specchi delle presunte energie pulite! Quale migliore nascondiglio di quello!!

Vi chiediamo di porre fine ad ogni autorizzazione o incentivazione per impianti da fonti rinnovabili (eolico, biomasse e fotovoltaico) destinati alla vendita dell’energia prodotta e ubicati nelle aree rurali e naturali senza distinzione alcuna tra queste; si cerca d esempio strumentalmente di distinguere tra aree “degradate “e non, ma le aree degradate dovrebbero essere solo bonificate e rinaturalizzate, non danneggiate ulteriormente.

Vi chiediamo di favorire al grado massimo, con incentivi, e finanziamenti a fondo perduto, solo gli impianti per autoproduzione di fotovoltaico, con pannelli posti sui tetti di edifici recenti preesistenti, superfici queste biologicamente morte estesissime ed inutilizzate del paese. Per una microgenerazione dell’energia solare diffusa ad impatto veramente zero sull’ambiente e con vantaggi economici veri per l’economia di famiglie e aziende, e per tutto l’indotto virtuoso conseguenze, fatto di gruppi d’acquisto e piccole aziende.

Non prestate ascolto a quanti oggi, contro i tagli alla falsa “Green” e molto “Economy”, si stracciano le vesti contro questo decreto, sono solo coloro che fino ad ora hanno realizzato guadagni spropositati grazie agli incentivi, sostenuti impudentemente da alcune associazioni falso ambientaliste italiane. Fermo restando l’invito a favorire i piccoli impianti per autoconsumo a servizio e di proprietà di famiglie e aziende utenti di quell’energia.

Sono poche associazioni, quella che appoggiano questa speculazione nei loro direttivi, associazione nello statuto di ispirazione ecologista, (un tempo almeno erano tali), che oggi sono fortemente dilaniate da contrasti al loro interno, per le derive industrialiste e speculative, per il tradimento degli ideali ecologisti fondanti da parte dei loro direttivi.
Vi è un mondo invece di neo forze di puro ecologismo, di naturalismo, un mondo di tante associazioni non corrotte da questa foga economica degenerante, sviluppatasi purtroppo a partire dal Protocollo di Kyoto, trasformato ingiustamente in cavallo di Troia della frode; vi è un mondo di miriadi di comitati e neomovimenti sorti in Puglia, nel sud Italia ed in tutta la Nazione, come risposta immunitaria alla devastazione della Green Economy Industriale, di cui noi firmatari siam solo una goccia in un mare di genuino attivismo, un mare che vi chiede, quanto noi qui vi stiamo chiedendo; un mare cui si aggiungono quanti, quei tanti, tantissimi, che pur in contrasto con i loro direttivi, vi chiedono, pur in quelle stesse associazioni oggi alla deriva, di proteggere la natura ed il pesaggio davvero. E se le onde di questo mare non fanno quel fragore che potrebbe dare loro quella maggiore rilevanza, che meritano, è solo perché il mondo dell’informazione vive una situazione di incertezza e confusione, confusione che nasce dalla dicotomia tra quanti, consolidati nelle loro posizioni acquisite da tempo sotto il velo dell’ecologismo attivo, promuovono la devastazione falso-green del paese, e quanti invece, emersi dal nulla come globuli bianchi a migliaia, ma fisiologicamente divisi fra loro, hanno difficoltà ad esprimere e gridare tutto il loro dissenso, che è quello di tutti i cittadini che scoprono di esser stati ingannati con la scusa di un’ecologia strumentalizzata e vilipesa tristemente al contempo!

Falsi ambientalisti corrotti, che tacciano in maniera menzognera di volere il ritorno al nucleare, quanti stanno dicendo basta in tutt’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, alla rapina industrialista delle energie verdi! E valga per tutti il nostro esempio, anche noi diciamo un “No” fermo alla scelta del ritorno al nucleare portata avanti al Governo Italiano:.

Il flagello della Mala della Green Economy Industriale da una parte, la intrinseca insostenibilità tecnologica della fissione nucleare dall’altra, ribadita in ultimo dalla recente catastrofe nucleare in Giappone a seguito del terremoto-tsunami, (e l’ Italia non è certo terra asismica, Salento incluso, nonostante i falsi luoghi comuni pseudo-scientifici. Il Salento fu ad esempio devastato da un terribile terremoto con enorme maremoto conseguente, che si abbattè, sulla costa del Canale d’Otranto, il 20 febbraio del 1743, solo a conferma della taciuta forte pericolosità sismica del Salento per l’ubicazione di depositi di scorie nucleare o centrali atomiche), tracciano la strada virtuosa obbligata per il Governo italiano in termini di strategie energetiche, che vi chiediamo di percorrere per il bene vero della Nazione: la solarizzazione dei tetti delle famiglie per la microgenerazione diffusa dell’energia e la ricerca scientifica!

Vi chiediamo, infine, l’impegno per la massimizzazione della qualità dell’agricoltura salentina a fini alimentari, verso le filosofie del biologico, del massima recupero delle colture più tradizionali in termini di cultivar vegetali e varietà domestiche animali, ripotenziando tutto il settore silvo-agro-pastorale!

A tal fine si collegano la richiesta urgente al Governo:
-) di esprimere un netto divieto, anche per quanto sotto esposto, a qualsiasi ipotesi blasfema di utilizzo dell’ oro salutare del Salento, l’olio d’oliva, come biomassa da termo-valorizzare a fini energetici;

-) di non consentire all’uso delle ramaglie e degli scarti delle colture agricole e produzione zootecniche a fini energetici, se non dopo aver calcolato e avere tolto da essi, quella percentuale necessaria, da sminuzzare e distribuire nei campi, per farne quel compost naturale, atto a sostituire completamente il ricorso ai surrogati dei fertilizzanti di sintesi;

-) di affermare un netto divieto anche all’uso di eventuali ramaglie come biomassa da termovalorizzare proveniente da lavori forestali effettuati in boschi e macchie, dove è bene destinare, anche lì, la ramaglia al compost in loco.;

-) Devono essere fatti salvi gli usi delle ramaglie, e scarti di potatura a fini domestici, per i “sacri” fuochi dei camini nelle abitazioni!

E’ una setticemia di corrotti falso-green, quella che subiamo, che per frodare Stato e cittadini al contempo, corrompono tutto il nostro tessuto socio-politico-economico, strumentalizzando e calpestando al contempo l'”ecologia”!

Chiediamo e Ringraziamo infine

-) il Ministro Romani per il suo impegno contro questa frode falso verde e lo invitiamo a perseverare sulla strada intrapresa che va nella direzione della tutela del mondo agricolo, del paesaggio della nazione protetto dall’articolo 9 della Costituzione Italiana nei principi fondamentali, e della vera “ecologia”, protezione della biodiversità ed della qualità di vita. Chiediamo solo più impegno per l’autogenerazione diffusa in microimpianti dell’energia da fonte solare, e un’azione ancora più dura, forte, decisa e pesante, contro ogni produzione di FER a fini di vendita dell’energia prodotta, e lucro sugli incentivi pubblici e ai danni delle tasche dei cittadini.

-) il Ministro Giancarlo Galan per aver incluso proprio il paesaggio degli ulivi salentino, (il cui pregiato olio oggi si tenta di offendere e degradare), tra i paesaggi rurali censiti come degni della massima protezione paesaggistica della Nazione, del nostro Bel Paese.

La ringraziamo per il suo intervento a tutela del paesaggio rurale delle “Serre Salentine”, legato proprio all’ecosistema agricolo-naturale degli uliveti, molti anche plurisecolari, e sulla carta protetti dalla Regione Puglia con Legge Regionale n. 14 del 04-06-2007, “Tutela e valorizzazione del paesaggio degli ulivi monumentali della Puglia”.

La ringraziamo per il suo intervento contro l’ubicazione di impianti lager di pannelli fotovoltaici e di mega torri eoliche d’acciaio sulle “Serre”, le colline del Salento. Nei censimenti ministeriali attuali il censimento delle Serre della Provincia di Lecce, delle Serre ha evidenziato quelle cosiddette occidentali, legate al complesso di Parabita-Matino-Neviano-Ruffano ecc., ma difetta delle Serre orientali, quelle di Giuggianello-Palmariggi-Minervino di Lecce-Poggiardo-Cannole. Le chiediamo di far intervenire urgentemente il suo ministero ad inclusione urgente, dell’ecosistema rurale delle Serre orientali nel “paesaggio rurale delle Serre Salentine” tutelato dal suo Ministero! Le Serre Orientali si connotano per le medesime peculiarità rurali, geologiche, naturali e per o stesso alto valore storico-archeologico, che caratterizza quelle occidentali del basso Salento.

In merito alle serre orientali, chiediamo la sua intercessione urgente presso la Regione Puglia e presso il Ministero dei Beni Culturali, già allertato con un’interrogazione parlamentare cui ancora non ha avuto modo di rispondere,
Interrogazione a risposta scritta 4-06744 presentata da Elisabetta Zamparutti, deputata membra della commissione Ambiente della Camera, giovedì 8 aprile 2010, seduta n.304

Link:
http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=23789&stile=6&highLight=1&paroleContenute=
al fine di fare sospendere le autorizzazioni, tra mille irregolarità concesse dalla Regione Puglia, per due impianti di circa complessive 20 mega torri eoliche d’acciaio di 145m, su una collina che non supera i 115 m slm; la “Collina dei Fanciulli e delle Ninfe”. Due impianti adiacenti nei feudi di Palmariggi e Giuggianello, (un terzo sempre adiacente e nel feudo di Minervino di Lecce, è ancora rischiosamente in iter autorizzativo), in provincia di Lecce, in un’area di altissima importanza culturale e mitologica, considerata la Stonehenge megalitica d’Italia per i suoi monumenti megalitici e ciclopiche rocce sacre; l’acropoli della antica civiltà messapico-salentina locale, di cui cantarono già il poeta latino Ovidio e l’antico scrittore greco Nicandro (II sec. a. C. ), le leggende che descrivevano i locali alberi d’ulivo degli uliveti del sito delle “Rocce Sacre”, di quella mitica serra, come fanciulli, pastorelli delle genti messapiche, trasformati in olivastri dalle ninfe, per aver osato gareggiare con loro nella danza, avendole scambiate per coetanee fanciulle mortali. Uliveti mitologici, dai cui tronchi dalle forme antropomorfiche, si diceva sentir venir fuori gemiti dei fanciulli intrappolati, uliveti oggi a rischio di taglio come il loro paesaggio tutto. Il filosofo greco Aristotele lego invece alla lotta di Ercole contro i giganti quelle enormi rocce sacre, oggi ammantate di leggende di streghe, orchi e fate. Il sito interessato da numerose voragini carsiche, dunque a notevole rischio idrogeologico, per le sue immense mastodontiche “rocce sacre”, a forma di giganteschi funghi, è censito tra i più importanti geositi d’Italia, siti di interesse geologico, e, solo però nelle carte, protetto paesaggisticamente dalla stessa Regione Puglia con la recente Legge Regionale 33/2009 “Tutela e valorizzazione del patrimonio geologico e speleologico”. Si aggiunga che tali impianti di mega eolico con tutte le mille infrastrutture annesse, se realizzati, devasteranno anche lo skyline della vicina città di Otranto, da pochi mesi elevata a patrimonio UNESCO dell’ umanità, e del cono visuale di Torre Sant’Emiliano, (storica torre suggestiva lungo la costa otrantina), protetto da gennaio dalle nuove Linee Guida, sugli stessi impianti da fonti rinnovabili, della stessa Regione Puglia (R.R. n.24 del 30 dicembre 2010)! Un paradosso, gli impianti non sono stati realizzati, la Regione ha protetto i coni visuali, ma la stessa Regione non vuole muoversi, come in suo potere, per far applicare retroattivamente la protezione, vanificando così ogni tutela sancita del bene paesaggio, che ha un valore in sé riconosciuto, che deve essere pertanto tutelato ora, anche se questo significa far valere retroattivamente i divieti stabiliti nelle Linee guida regionali e sospendere le autorizzazioni concesse, tra mille anomalie ed irregolarità a dittucole di sviluppatori dal capitale sociale di circa 10.000 euro, per realizzare impianti di diversi milioni di euro! Un mercimonio delle autorizzazioni dunque! Vi è poi un riconoscimento UNESCO, oggi, che obbliga il Governo ad intervenire, di fronte alle inerzie e lassismi della Regione nei confronti dei suoi doveri di tutela; uno scandalo ormai agli occhi del mondo e non più della sola nostra Nazione!

REGOLAMENTO REGIONALE 30 dicembre 2010, n. 24 “Linee Guida per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili”,
Link: http://www.regione.puglia.it/index.php?page=burp&anno=xli&opz=lsezdoc&sez=140&burp=2657

Chieda per quei due impianti alla Regione di sospendere le autorizzazioni concesse tra mille irregolarità, o intervenga in deroga lo stesso Governo! Tutt’Italia ve lo chiede da mesi e mesi di apprensione per quel sito magnifico!

All’attenzione del Governo tutto: osserviamo in conclusione che il 14 marzo 2008, fu stabilito dalla Provincia di Lecce, all’unanimità, nel PTCP, (Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale), il “Salento come Parco naturale e culturale”. Sebbene tutte le forze politiche, anche le stesse di centro-sinistra, che all’epoca governavano la nostra provincia, sembrano averne svanita memoria, noi tutti, i cittadini, non ce ne siamo dimenticati, e oggi chiediamo, davvero, il massimo impegno a partire dal Governo, per il SALENTO COME “PARCO NATURALE E CULTURALE”, secondo gli indirizzi di quel virtuoso piano di intenti, PTCP, che non può restare solo sulla carta, e dei cui virtuosi principi ispiratori, oggi più che mai, abbiamo tutti tanto bisogno!

APPROFONDIMENTO SULLA QUESTIONE BIOMASSE DA OLIO D’OLIVA E RAMAGLIE NEL SALENTO

La presunta valorizzazione energetica dell’olio d’oliva, lanciata anche da alcune associazioni di categoria, è stata accolta con una forte opposizione e sollevazione del mondo agricolo e culturale salentino, nonché da numerose altre associazioni di categoria dello stesso settore, che ne hanno denunciato tutta l’oscenità della proposta, e in sé, e per le conseguenze che comporterebbe, e che hanno preso le distanze da quei parlamentari locali sparuti, che hanno sostenuto, senza il minimo onore, la blasfema proposta, per ragioni, la cui logica sottesa ci rifiutiamo di approfondire.
Utilizzare l’olio d’oliva per produrre energia:
– svalorizzerebbe tutto il comparto olivicolo salentino;
– impoverirebbe ed inquinerebbe il Salento sotto mille punti di vista, dall’aria, ai suoli, alle acque, alle falde idriche, per il venire meno di ogni protocollo di trattamento chimico per finalità alimentari, (la maggior parte dell’acqua potabile del Salento carsico, erogata dall’ Acquedotto Pugliese, proviene dal sottosuolo permeabile!), e per la stessa combustione degli oli;
– distruggerebbe l’immagine del prodotto, fondato sulla identità rurale salentina e sulla ricchezza organolettica dell’olio d’oliva come prodotto alimentare d’eccellenza, richiestissimo, per altro, in tutto il mercato mondiale, come forse nessun altro prodotto;
– rischia di danneggiare, con “un effetto risucchio”, tutta la produzione dell’olio salentino, facendo deviare, per motivi di redditività strumentalmente drogata, tutta la produzione d’olio da alimentare a lampante-biomassa oleosa;
– offenderebbe tutta una terra, fiaccandone ogni intervento volto al miglioramento e alla valorizzazione dell’olio d’oliva salentino, poiché, anche, interromperebbe bruscamente il virtuoso processo verso il biologico, verso la produzione di olio d’oliva, a fini alimentari e sanitari, di massima qualità e salubrità, motore trainante del miglioramento dell’intero paesaggio, ecosistema e stato dell’ambiente salentino.

“E’ poi l’olio d’oliva un prodotto sacro della terra salentina”, che in certi periodi, di sottomissione economico-culturale della nostra terra, è stato piegato, per necessità storiche, a mero “olio lampante”, per combustione dunque, ma che oggi abbiamo il dovere storico e culturale di continuare a trasformare sempre più nell’ “oro alimentare della terra pugliese”, baricentro della dieta mediterranea, definita patrimonio UNESCO dell’umanità, da alcuni mesi! Non serve aggiungere altro per capire l’abominio di una tale proposta, bruciare l’olio d’oliva per produrre energia, che degraderebbe, da virtuoso ad immoralmente iper-industriale, tutto il futuro sviluppo del settore olivicolo salentino e dell’intera terra ed economia pugliese, aumentando il livello di sottomissione alle multinazionali, del mondo degli agricoltori, ed il carattere neo-coloniale del processo, che ne verrebbe innescato, e che già si sta osservando con il fotovoltaico e l’eolico industriali, le cui ditte, ultime proprietarie degli impianti, son estere, europee e extra-europee, giapponesi, cinesi, russe, degli Stati Uniti, danesi, spagnole, tedesche, austriache, ecc., con sedi finali, attraverso meccanismi di scatole cinesi, in paradisi fiscali (ditte off-shore), come Panama, Cipro e le Isole Cayman, con conseguente afflusso degli incentivi italiani, (e pagati dagli italiani stessi con le loro bollette elettriche, tra le più alte del mondo), all’estero, e con incontrollabili fenomeni mafiosi di riciclaggio internazionale di denaro sporco, come anche denunciato già dall’ Europol, l’Agenzia di Polizia Europea, e dalla magistratura italiana, e non ultimo dalla Commissione Bicamerale Antimafia, nel dicembre 2010, per il caso del fotovoltaico e dell’eolico proprio nel Salento. Motivo per cui il settore, Green Economy Industriale è sotto attenzione da parte di tutte le forze dell’ordine. E quotidiani sono ormai gli arresti, gli avvisi di garanzia, le denunce ed i sequestri in corso, in un settore industriale che pare profondamente minato alle sue radici, e che spesso si è retto ed alimentato di tentativi regionali di legiferazione, è il caso della Puglia, censurati e bollati poi come incostituzionali dalla Suprema Corte Costituzionale, che hanno deregolamentato il sistema aumentando il caos e favorendo il buio in quella “zona grigia”, come l’ha definita Beppe Pisano, senatore ed ex ministro degli interni, oggi alla presidenza della Commissione Bicamerale Antimafia; una “zona grigia” in cui ha detto opera una salentina “mafia borghese” collusa con malavita e con quella parte più corrotta e deviata della politica, delle banche e dell’imprenditoria. Chi inneggia alle crisi di settore, e alle congiunture economiche internazionali, per favorire questa “corruzione” dell’olio d’oliva, ad olio meramente “lampante”, da comburre e termo-valorizzare, lo fa per motivi strumentali, legati alla legge regionale sulla “filiera corta”, che ha tagliato le gambe alle lobby politico-imprenditoriali trasversali locali che volevano realizzare speculative grosse centrali a biomasse oleose in territorio salentino, e che ora, solo con la trovata dell’uso del nostro olio d’oliva come combustibile, non potendo più importare d’altrove oli vegetali, potrebbero sperare di vedere autorizzate e costruire!

Ci auguriamo, e siamo certi, che si riuscirà presto, dall’interno del settore agronomico territoriale, a capire fino in fondo la degradazione morale che sta agendo, sempre dall’interno, dal cuore corrotto del sistema, da cui sta irradiando, per tutto il sud della Puglia, questa setticemia, da curare al più presto, attraverso i globuli bianchi, quelle personalità competenti, intelligenti e coraggiose, che il sistema ha già al suo interno; un’infezione che sta portando a spingere per il compimento di quell’atto sacrilego, immorale appunto, che sarebbe acconsentire oggi all’uso del nostro olio salentino come biomassa!

Dall’esterno del sistema agronomico territoriale, questo messaggio valga come un tentativo di medicina somministrata dal mondo ambientalista salentino, che resterà inefficace se non sarà l’intero settore a reagire, ad enucleare le sue cellule malate e ad espellerle per potersi nuovamente rifortificare, al fine di continuare a far crescere in qualità, salubrità e ricchezza naturale il nostro Grande Salento!

Un’acceso dibattito, inevitabilmente carico di indignazione della gente che ama il sud della Puglia, che si sta sviluppando in tutto il territorio, sul tema del degrado del nostro settore olivicolo a seguito dell’ipotesi strumentale dell’impiego come biomassa del nostro olio d’oliva salentino, al fine della creazione di grosse nocive e speculative centrali a biomasse oleose!

E’ la longa manus della mala lobby politico-imprenditoriale della Green Economy Industriale, che dopo aver tentato di danneggiare il nostro paesaggio, con deserti artificiali di pannelli fotovoltaici e mega pale eoliche, a fini di frode statale e di speculazione ai danni delle tasche dei cittadini, ora vuole fiaccare anche quanto di più prezioso abbiamo dalla nostra terra, l’olio d’oliva.

Una trovata “mefistofelica”, che giunge dopo quella che ha visto la proposta, presentata sempre come “panacea di ogni male”, di far biomassa legnosa dalle ramaglie, dagli scarti di potatura, nascondendo la necessità invece di impiegarne una parte almeno, di quei prodotti naturali, per fare compost in luogo, triturando in loco sui terreni, foglie, rami e frutti di scarto, al fine di evitare il ricorso massiccio a fertilizzanti di sintesi, necessario se tutta la biomassa di apparente scarto, viene asportata dai terreni!

Così, costringendo all’uso, comunque innaturale, dei fertilizzanti di sintesi, spezzando i cicli rigenerativi della stessa campagna, a ben vedere nei bilanci globali della CO2 fossile che vengono presentati vi è una voce che manca! Quanto costa in termini di CO2 fossile immessa in atmosfera la produzione dei fertilizzanti chimici, il loro trasporto nei campi, la loro diffusione in essi, ecc.?

Tutto fa vedere quanto sia menzognera e strumentale la favola dei benefici per il clima posta a fondamento mistificatorio della follia pugliese delle energie verdi in forme industriali sempre e comunque di grave impatto ambientale!

Ma al di là di questo, perché ricorrere a fertilizzanti chimici quando sono le stesse colture che con gli scarti si autoproducono compost fertile per i loro apparati radicolari!? Non lo si riesce a comprendere osservando tutto ciò in una prospettiva di “buona fede”!

Ora, con la scusa dei fuochi accesi stupidamente nei campi dai contadini per smaltire le ramaglie, si son giustificati inceneritori di biomasse-ramaglie, ed in realtà anche rifiuti, a fini termoelettrici, di potenze fino ad 1MW, realizzabili attraverso la incostituzionale L.R. 31/2008 della Puglia, con una semplice DIA Dichiarazione di Inizio Attività presentata al comune interessato! Un intero nocivo e pericoloso opificio industriale realizzato con una DIA! Tutto questo quando invece bastava un’ordinanza dei sindaci per vietare quei fuochi inutili fumosi ed indiscriminati nei campi, ed invitare i contadini a triturare le ramaglie e altri scarti in loco, al fine di farne compost. Non a caso nel mercato vi sono biotrituratori che triturano e spargono sminuzzati scarti vegetali e organici in generale sui suoli, che in piccolissime pezzature vanno incontro a rapidissimi processi di compostaggio naturale al suolo.

Ordinanze che ora occorre chiedere, anche con leggi nazionali e decreti governativi, in sostituzione di quelle che obbligano al conferimento delle ramaglie nelle centrali a biomasse! Spezzando, così, l’alimentazione di queste nocive centrali industriali, cioè volte alla vendita dell’energia prodotta e non all’autoproduzione ed autoconsumo dell’energia elettrica, ridimensionando esponenzialmente il ricorso all’uso di fertilizzanti chimici di dubbia salubrità, e garantendo sempre e comunque la filiera del legno da potatura per i camini domestici, sacri fuochi familiari, e per la produzione del pellet!

Serviva alimentare queste centrali a biomasse solide con scarti locali, secondo la filiera corta, quale allora migliore trovata delle ramaglie e degli scarti di potatura dei prossimi uliveti e vigneti per giustificarne l’autorizzazione, spiegando che si sarebbe eliminato il problema dei fuochi nei campi! Problema risolto portando tutta la biomassa in uno stesso luogo, magari alle porte di una città, e accendendo lì nelle fornaci di quell’industria elettrica un fuoco perenne, 24 ore su 24! Questa l’hanno chiamata soluzione ecocompatibile! Ma allora non era meglio lasciar accendere quei fuochi sparsi nei campi, con un effetto di diluizione dei fumi anziché concentrarli tutti a danno di una comunità?!

Così, in questa macchina mefistofelica di strumentalizzazioni e mistificazioni, oggi, se notate, l’olio d’oliva salentino si vuole impiegare per grosse centrali di potenza superiore al MegaWatt!

Perché? Perché la legge della “filiera corta” intervenuta da alcuni mesi, vieta di bruciare biomasse a fini energetici che non siano prodotte nel raggio di 70 km. Questo ha tagliato le gambe agli imprenditori, legati trasversalmente con diversi partiti politici e con lobby di potere poco chiare, che avevano progetti per grosse centrali a biomasse oleose in cui bruciare oli di importazione. La trovata dell’uso dell’unico olio in abbondanza prodotto già nel raggio di 70 km nel Grande Salento, l’olio d’oliva, permetterebbe di dimostrare subito che esiste già una filiera locale di approvvigionamento di queste centrali, e favorirebbe oggi l’ottenimento delle autorizzazioni!

Insomma, la problematica non è complessa, le trame non sono invisibili, sono solo artatamente nascoste, ma una volta comprese … in una sorta di voltastomaco sociale il problema si è comunque già risolto, e la razionalità, la chiarezza e la moralità ispirata dal bene comune inscindibile dal bene per l’ambiente, per la natura e la vita, fa tornare a trionfare la verità ed la giustizia!

Gentili Ministri, Gentile Presidente del Consiglio,
siamo certi che queste parole, quest’appello scaturito dall’emergenza, che si leva dal Salento, ma cui fanno eco tutti i cittadini coscienziosi di tutte le regioni d’Italia, non resterà inascoltato.

Fate che sia un seme adagiato nell’unico terreno, quello della Capitale, dove possono davvero germogliare, ma solo in presenza di amorevoli e saggi amministratori, i virgulti che produrranno i migliori frutti per il bene della nostra Italia. In questo 150° anniversario della ritrovata Unità del Paese.

Data: 14/03/2011.   Fonte Notizia: Coordinamento Civico per la Tutela del Territorio, della Salute e dei Diritti del Cittadino

Un'ipotesi blasfema: utilizzare l’oro salutare del Salento, l’olio d’oliva, come biomassa da termo-valorizzare a fini energetici

 

Gli ambientalisti del Salento leccese scrivono al Governo per impedire che l’olio di oliva lampante venga bruciato
 

di Antonio Bruno

 

Lettera aperta – appello urgente indirizzata al Governo
 
– al Ministro delle Politiche Agricole ed Alimentari, Giancarlo Galan;
– al Ministro per lo Sviluppo Economico, Paolo Romani;
– per conoscenza al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
 
Gentili Ministri,
 
Vogliono bruciare il nostro “sacro” olio d’oliva per alimentare le centrali a biomasse della speculazione della Green Economy Industriale, la stessa che sta devastando impunemente il nostro Paese con pannelli e pale eoliche nelle campagne!
 
Vi scriviamo con la massima urgenza dal Salento, confidando nella vostra già ampiamente dimostrata sensibilità, nonché sulla vostra lungimiranza ed intelligenza. Il gap che separa Roma e le stanze del Ministero dalla realtà rurale, paesaggistica ed economica pugliese, ci costringe ad essere diretti con voi nell’esposizione della grave problematica, al fine di superare le cortine di mala informazione che mielano e stemperano la realtà, spesso, come in questo caso, a puro fine speculativo per gli interessi di alcune lobby, in pieno contrasto con il vero bene comune dei cittadini e persino con principi costituzionali.
 
La lobby della Green Economy Industriale ora vuole pure bruciare tutto l’olio d’oliva del Grande Salento, del sud della Puglia, la cosiddetta anche Terra d’Otranto, comprendente grossomodo le province di Lecce, Brindisi e Taranto, l’antica Messapia, per fare costruire lucrose speculative e nocive centrali a biomasse oleose! La stessa lobby politico-imprenditoriale trasversale che ha devastato la campagna di Puglia con mega torri eoliche falcidia uccelli e stupra paesaggio, e con morti deserti sconfinati di pannelli fotovoltaici.
 
Non un solo albero è stato piantato contro il “climate change” in Salento, contro la desertificazione, ma i suoli sono stati strappati all’agricoltura e alla vita, e desertificati artificialmente al fotovoltaico.
 
Non credete a quanti parlano, oggi, strumentalmente, di posti di lavoro in meno a seguito del recente intervento del Governo nella materia dei FER (impianti da Fonti d’Energia Rinnovabili, sole, vento e biomasse), figuratevi che numerosi esposti di extracomunitari in Provincia di Lecce, ed inchieste in quella di Brindisi, denunciano lo sfruttamento inumano e al nero di forze lavorative sottopagate di emigranti nell’installazione degli impianti di fotovoltaico.
 
E’ quello della Green Economy Industriale un mercato drogato da iperincentivazioni pubblica e di rapina!
 
Chiedetevi quanti posti di lavoro di abitanti della Puglia si perderanno per la cancellazione del paesaggio e quindi del turismo e del settore agro-silvo-pastorale!
 
Chiedetevi il costo di beni come il suolo, l’orizzonte, l’identità storica, la qualità di vista, lo stato di salubrità di un’intera regione che vengono cancellati! Ed il caso Puglia è null’altro che il caso Italia!
 
Chiediamo il vostro aiuto, perché sia posto fine a tutto questo scempio falso-green, a favore dei rimboschimenti seri e massicci del Salento. A partire

Taranto e l’Unità d’Italia. Vincenzo Carbonelli

 

 

di Daniela Lucaselli

Insigne patriota, compì i primi studi presso il seminario predilendo i grandi della letteratura latina ed italiana, quali Livio, Tacito, Dante, Machiavelli, Alfieri e Foscolo. Sono i grandi che predilesse, le cui “ossa sembrano ancor fremere amor di patria”. Andò a Napoli a studiare medicina e si iscrisse alla “Giovane Italia”.

Il suo “vivace” carattere ne fece un “capo” fra i giovani che lo conoscevano e lo seguivano.  Lo sdegno contro la tirannide, l’odio contro chi usurpava la sua terra con il proprio dominio, venne alimentato dall’esito negativo della spedizione dei fratelli Bandiera, ragion per cui si impegnò in prima linea per indurre il governo borbonico a concedere un sistema politico meno oppressivo e più libero.

Le riforma di Pio IX, di Carlo Alberto e del Granduca di Toscana alimentarono di speranza gli ideali patriottici, anche se Fernando II perseverava nel suo vetusto sistema poliziesco.

L’insurrezione di Palermo e la proclamazione della Repubblica in Francia diedero l’avvio ai moti rivoluzionari nel Mezzogiorno. Il 12 febbraio 1848 il nostro concittadino, alla testa di accesi liberali, diede vita ad una significativa rivolta. Percorrendo le vie di Napoli gridava”Abbasso il fedifrago Bozzelli”, che da liberale era diventato reazionario. Passò davanti al palazzo dell’Ambasciatore d’Austria, si appropriò dello stemma che raffigurava l’aquila bicipide, la ruppe e distribuì i pezzi a coloro che erano con lui. Era palese lo sdegno verso la nazione che aveva sostenuto i borboni

Taranto e l’Unità d’Italia. Cataldo Nitti

ph Daniela Lucaselli

di Daniela Lucaselli

Esponente di rilievo in Puglia, animato da nobili ed alti ideali patriottici, nacque a Taranto il 13 maggio 1808. La sua formazione la ricevette  nel Seminario tarantino e a Napoli si laureò in Giurisprudenza. Dedito alla letteratura classica compose rime e prose.

A Napoli frequentò la casa del’ex Arcivescovo Giuseppe Capecelatro e strinse amicizia con noti liberali, tra cui il concittadino Nicola Mignogna.

Tornato nella sua città natale si dedicò con zelo alla sua professione, rivolgendo uno sguardo particolare al mondo degli umili.

In una sua monografia, stampata a Napoli nel 1857, lo scrittore parla della crescente povertà del proletariato tarantino, dovuta, a suo parere,  alla decadenza dell’industria cotoniera, di cui Taranto vantava un impareggiabile primario nella Regione, dovuta al diffondersi delle macchine e dei prodotti tessili meno costosi. Sollecitava la gente del posto a dedicarsi, con spirito di sacrificio, zelo ed amore, all’agricoltura, che poteva diventare una rigogliosa risorsa, grazie alla ricchezza del suolo. Ma questi suggerimenti non furono ascoltati.

Francesco II nominò Ministro dell’Interno e della polizia un suo amico, Liborio Romano, che si prodigò per il buon esito del moto nazionale e della spedizione dei Mille, appena iniziata in Sicilia.

In Basilicata, terra strategica nella marcia dei Mille, erano presenti vivaci contrasti fra i reazionari e i liberali; le plebi erano insoddisfatte e costante era il presidio delle truppe borboniche. Bisognava affidare l’incarico ad un uomo di fiducia e il Romano pensò al nostro patriota. Il Nitti, che si era allontanato dalla politica militante, partì subito per Napoli per incontrarsi con l’amico e abbracciò la causa unitaria, fiducioso della monarchia di Vittorio Emanuele II. Il 14 agosto era a Potenza dove pubblicò un proclama, nel quale, sviscerando il suo odio contro la tirannide, chiedeva

Il brigante Pizzichicchio e la sua residenza rurale

a cura di Mino Chetta

Storico “pagghiaro” appartenuto a Cosimo Mazzeo (detto Brigante Pizzichicchio), situato in zona “Principe” a San Marzano (Ta).

E’ una struttura imponente tipo fortezza, costruita in roccia calcarea posizionata a secco. Edificata su diversi piani, al piano superiore è incassata una nicchia di tipo altana che fungeva da luogo di avvistamento.

In questa zona sono presenti moltissimi “pagghiari Sammarzanesi” (vallata dei pagghiari Sammarzanesi), i quali facevano da sentinella a quello principale del Pizzichicchio.

Si può notare che la struttura è costeggiata da una fitta vegetazione mediterranea, alberi di ulivo secolari che avevano la funzione di occultare il rifugio del Brigante Mazzeo (nato il 13 gennaio 1837 a San Marzano, fucilato in Basilicata il 28 novembre 1864, alla giovanissima età di 27 anni). Era figlio di Maria Friolo e Pasquale Mazzeo.

Esiste in paese una leggenda legata al tesoro del Pizzichicchio: Lui prima di

Due recensioni per Paolo Vincenti

di Gianni Ferraris

Il tempo  scorre, incombe. È la prima sensazione che ho avuto guardando le copertine di Paolo Vincenti. “L’orologio a Cucù (good times)” lo porta nel titolo e in copertina, in un collage di immagini che erano il mito di un adolescente degli anni 70/80, quando Fonzie e l’uomo ragno si mischiavano con De Gregori e Vasco Rossi, e dove svetta la foto di un campanile con orologio. La seconda opera “Danze moderne (i tempi cambiano)” ha come immagine di copertina un grande orologio da parete. “Di tanto tempo (questi sono i giorni)” è l’ultima fatica di Paolo. In questa copertina c’è una vera e propria orgia di orologi. Addirittura cinque, tutti a  segnare ore diverse. Ed è un vero e proprio viaggio attraverso il tempo (o i tempi?) “Il filo che tesse la sua scrittura produce riverberi misurabili con qualche cronometro da vecchio ferroviere, col metronomo di un vecchio insegnante di pianoforte…” come dice bene nell’introduzione Vito D’armento. Non è un libro di poesia, non è prosa, non è un saggio, non è un romanzo. Nulla di catalogabile con i cliché classici. In realtà si sta leggendo poesia, un romanzo, un saggio, una prova di prosa. Sono acquerelli, prove d’autore o, forse meglio, impressioni. Il viaggio nel tempo, nella fantasia,

Lecce. Le offese al monumento a Sigismondo Castromediano. Bisogna porre rimedio!

ph Giovanna Falco

di Giovanna Falco

 

Kia + Gigi 12/10/10 Gigi ti amo by la tua Kia.

Kia conosci la storia del marmo su cui hai immortalato la tua dichiarazione d’amore? Lo sai che Sigismondo Castromediano, quell’omone in bronzo che porge un libro, non è solo il nome del Museo visitato durante qualche gita scolastica? Lo sai che hai impresso la tua firma a fianco a un elenco di nomi di persone che nel 1848 hanno sacrificato la loro libertà per perseguire un ideale?

ph Giovanna Falco

E che dire dei tanti altri “geroglifici” che imbrattano il monumento a Sigismondo Castromediano, posto al centro della piazzetta omonima sita a metà strada tra Palazzo Carafa e Palazzo dei Celestini? Per non parlare della macabra ridipintura delle unghie della statua della Libertà!

 
 
 

 

le unghie “smaltate” dal solito buontempone con cattivo gusto (ph Giovanna Falco)

 

 

Cari amministratori, perché in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia non ponete rimedio a questi atti di tracotanza giovanile, ripulendo il monumento dedicato agli avvenimenti che in Terra d’Otranto ne hanno permessa l’attuazione? Giacché, potreste correggere gli strafalcioni compiuti da chi in seguito ha messo mano al monumento, trasferendo ai posteri un’errata memoria: per cui Maurizio Casaburi e Francesco Erario, operai di Manduria condannati a nove anni di ferri, passano ai posteri come M. Casapuri e F. Isario, e il leccese don Giovanni De Michele, condannato a tre anni di carcere, è eternato come O. De Michele.

Ci si chiede, inoltre, perché sulla base del monumento è riportata la data MDCCCXII: non si riferisce ad alcun episodio della vita di Castromediano, nato il 20 gennaio 1811 e morto il 20 agosto 1895!

Eppure, nell’accorato discorso inaugurale del monumento a Sigismondo Castromediano, il 4 giugno 1905, Giuseppe Pellegrino declamava: «Noi

Taranto e l’Unità d’Italia. Giuseppe Massari

 

di Daniela Lucaselli

Elevatezza di pensiero, nobiltà di carattere, fiero patriottismo, così lo si può definire il nostro concittadino. Fu uno dei pubblicisti di spicco nel periodo risorgimentale; la sua innata passione di scrittore si ispirava a sani principi di morale e di patriottismo. La forte personalità, il suo temperamento passionale, la tendenza dialettica emersero nel giornalismo, uno strumento nelle sue mani atto alla divulgazione del proprio pensiero, pronto a risvegliare coscienze assopite dalla schiavitù, a illuminare menti asservite dall’ignoranza e a diffondere gli ideali di libertà e di indipendenza che infuocavano il suo animo.

Nacque a Taranto l’11 agosto 1821. Dotato di spirito vivace e buon ingegno, si dedicò dapprima  a studi letterari e filosofici nel seminario di Avellino, poi, a soli quattordici anni, a studi di  matematica e medicina, per poi ritornare alla tanto amata letteratura e filosofia. Frequentò la casa dell’abate pugliese Teodoro Monticelli, convinto sostenitore delle idee liberali, entrò in contatto con diversi patrioti, che avevano partecipato ai moti del 1799 e del 1820, dai quali apprese lo spirito di libertà, supportato dalla lettura delle opere di Pasquale Galluppi, che divenne suo maestro.

Pare che frequentasse la setta della Giovine Italia, fondata dal connazionale calabrese Benedetto Musolino.

Il suo agire irruento richiamò l’attenzione della polizia borbonica ed il padre, temendo per il futuro del figlio, che aveva nel frattempo pubblicato in un’edizione clandestina le poesie di Berchet, lo fece credere un ribelle e gli impose di emigrare a Marsiglia, in Francia.

Aveva solo 17 anni. Nella capitale francese conobbe Terenzio Mamiani, il quale gli consigliò di leggere la “Teorica del Sovrannaturale” di Vincenzo Gioberti, esule a Bruxelles. Il nostro connazionale si invaghì delle sue teorie. Dal novembre del 1838 intrecciò con lo studioso una relazione epistolare  e in due articoli,  inviati nel 1841 al “Progresso” di Napoli  intorno all’”Introduzione allo studio della filosofia” del filosofo, gli espresse la sua ammirazione, ne condivise gli ideali e i sogni, auspicando di vedere l’Italia rifiorire  nel suo antico splendore.

Tra i due nacque una intensa comunione d’intenti, anche se ben presto, il giovane abbandonò gli studi della filosofia per darsi all’azione. Entrò in contatto con altri esuli italiani, come Guglielmo Pepe, Filippo Buonarroti, Giovanni Berchet, Nicolò Tommaseo, con i quali strinse una forte amicizia

Da porta Rudiae a piazza Sant’Oronzo

di Gianni Ferraris

Silenzio irreale nel corso stamattina. Poca gente, è presto. Non c’è ancora il pianista che suona ogni giorno e rende ovattata l’atmosfera. Non so se è un virtuoso, però mi piace.   Anche le persone parlano a bassa voce, a parte quella signora che vuol far sapere a tutti di essere proprio lì e lo urla nel suo cellulare. Quasi ci fosse bisogno di urlare per farsi sentire, d’altra parte il telefono è piccolo, vuoi mica che trasmetta come quelli grandi? È un’abitudine diffusa parlare ad altissima voce dentro quel marchingegno. Poi stacca e torna il silenzio. Dietro di me sento una cadenza che sembra quella di un metronomo, toc toc toc. E’ una signora che cammina ed i suoi tacchi accompagnano anche i miei passi, per tutto il corso, da porta Rudiae a Piazza Sant’Oronzo.

Ascoltavo un dibattito in TV di prima mattina. Una mediatrice culturale, italiana di  adozione e per diritto acquisito, parlava di immigrati,  esuli ed altro. Diceva una cosa importantissima, alla quale  spesso non si pensa. L’esule, l’immigrato, il povero, sono persone che non hanno banalmente bisogno di aiuto. Hanno il diritto di essere soccorse. E la società che accoglie non deve parlare di aiuti come se fosse una semplice carità, ma ha il dovere civile, etico e morale di soccorrere. E loro, gli immigrati, hanno il diritto di vivere. È la regola della democrazia, dell’umanità.

A volte si tenta di scardinare anche le secolari regole del mare. Quando il marinaio vede un’imbarcazione che necessita di soccorso deve fare tutto il possibile per garantirne l’integrità, per salvare le persone. Il solo parlare di respingimenti in mare è l’esatto opposto di questa legge. Prima si soccorre, si cura chi ne ha bisogno, poi, solo poi si parli di leggi e di norme sull’immigrazione.

Questo mi fa venire in mente l’utilizzo delle parole, l’importanza che hanno. “La manomissione delle parole”, il titolo del libro di Carofiglio. Che consiglio caldamente.

“Parole che un tempo avevano avuto un significato eretico venivano pur mantenute, talvolta, per via della convenienza, ma il significato sfavorevole era come purgato. Innumerevoli altre parole, come: Onore, giustizia, morale, internazionalismo, democrazia, scienza e religione avevano cessato

Nociglia. Chiesa di Santa Maria de Itri

Martedì 22 Marzo ore 17.30
presso la Sala Consiliare del  Palazzo Baronale di NOCIGLIA

presentazione del volume di Lupo Editore:

NOCIGLIA
Chiesa di Santa Maria De Itri
Un palinsesto pittorico sulle rotte Leucane

a cura di Sergio Ortese

 

I rischi della circolazione

di Armando Polito

Col fenomeno indicato nel titolo dobbiamo fare quotidianamente i conti sia da pedoni che da automobilisti e anche per i più disciplinati c’è sempre in agguato il cavallo di battaglia di tutti gli avvocati: il concorso di colpa. Qui ne intendo parlare metaforicamente con riferimento alla circolazione (perché pubblicate) di certe etimologie che sarebbe ipocritamente eufemistico e criminalmente generoso definire discutibili e che utilizzate passivamente per pigrizia o scarsa o nulla competenza specifica configurano il concorso di colpa che, al limite, può accontentare tutti, ma non rappresenta il trionfo della verità e della giustizia.

SPRINGÌRE Corrisponde all’italiano spingere ed ha la stessa etimologia, tant’è che il Rohlfs (che ad onor del vero registra, secondo me per errore di informazione, per Nardò, nonché, nel Leccese,  per Aradeo, Melendugno e nel Brindisino per San Pancrazio Salentino e San Pietro Vernotico sprìngere invece di springìre, registrato, insieme con il precedente, pure per Aradeo) nemmeno ne accenna. Il Garrisi, invece, registra sprìngere e sprengìre facendoli derivare da un “incrocio tra il latino expangere=frangere e l’italiano spingere”. Ora è più che certo che in latino expangere non esiste come lo è il fatto che l’italiano spingere deriva da un latino *expìngere composto dalle voci classiche ex=lontano da e pàngere=fissare. Il passaggio dalla a di pàngere alla i di *expìngere è un fenomeno assolutamente normale (basta pensare al verbo àgere ed al suo composto exìgere). Anche lo spostamento dell’accento da expìngere a spingìre è nel dialetto neretino un fatto assolutamente normale: basta pensare a liggìre che, come l’italiano lèggere è dal latino lègere, a critìre che, come l’italiano crèdere è dal latino crèdere, etc. etc.

E per la r iniziale in più di springìre rispetto a spìngere? Si tratta di una consonante epentetica espressiva, cioé aggiunta per enfatizzare fonicamente il concetto, così come è successo, per esempio, in scrufùlare, per il quale vedi il post Rischio di scrufulàre? Meglio stare fermi! del 9 marzo u. s.

TAFANÀRU Nel significato di deretano la voce è registrata dal Rohlfs per Lecce, Gallipoli, Otranto e Squinzano (nella variante tafanàriu a Oria e tafanàrie a Massafra). L’etimologia non è indicata, come al solito succede nell’opera del Rohlfs quando la voce è molto vicina alla corrispondente italiana, che in questo caso è tafanario, forma aggettivale da tafàno (per l’abitudine che ha questo insetto di pungere il posteriore dei quadrupedi), dal latino tabànu(m). Per il Garrisi, invece, la voce latina si è incrociata con il leccese farnàru (=setaccio). É evidente che farnàru viene messo in campo per spiegare la terminazione –àru di tafanàru; essa però costituisce da sé uno dei suffissi più frequenti (insieme con l’italiano –àro, –àio e –àrio per la formazione di voci derivate) e non c’è, quindi, la minima esigenza, nemmeno ipotetica, di invocare un incrocio, tanto più che il termine messo in campo (farnàru) si mostra poco congruente, anche se il Garrisi, riportando anche la definizione di “sedere piuttosto appiattito”, avrà pensato ad un rapporto di somiglianza col setaccio.

UTÀRE Corrisponde all’italiano voltare, con cui condivide l’etimologia: dal latino volutàre, a sua volta dal supino volùtum di vòlvere (come captum di càpere ha dato captàre, etc. etc.); solo che, mentre in italiano si è avuta la sincope solo di –u– atona,  in utàre è caduta l’intera sillaba e in più c’è stata la normalissima aferesi di v– (v– sopravvive, comunque,  in parecchie varianti salentine). Si tratta di fenomeni così semplici e lineari che il Rohlfs ritiene superfluo fornire l’etimo. E il Garrisi: “da un incrocio tra italiano voltare e rotare”.

La conclusione è che gli incroci sono, comunque, pericolosi: se esistono e non rallentiamo (in filologia leggi riflettiamo) rischiamo di procurare un incidente; se esistono solo nella nostra fantasia e rallentiamo, crogiolandoci in essa,  rischiamo di coinvolgere in un tamponamento chi, magari imprudentemente, ci segue. Ma possiamo sempre applicare il gioco dello scaricabarile che è poi, in modo appena più spinto, la versione volgare (solo a livello formale, purtroppo, perché la sostanza non cambia) del concorso di colpa.

* -Scrivi che io credevo che ci fosse un incrocio e ho frenato all’improvviso perché dovevo voltare. Ho sentito chi mi veniva dietro spingere il posteriore della mia macchina, che così si è trovata abbracciata a questo palo…-

Un bambino dai begli occhi chiari / Storie di biblioteca

di Alfredo Romano

È una storia di tanti anni fa, quando la biblioteca comunale si trovava al primo piano del Palazzo Andosilla, all’inizio di Via Roma (oggi Via SS. Giovanni e Marciano). Vi si accedeva da un cortile il cui ingresso era sbarrato da un enorme e sgangherato portone. Era, mi pare, un primo pomeriggio caldo di fine giugno, l’ora in cui i bambini che abitavano nei paraggi, approfittando del poco traffico e della pennichella dei genitori, davano sfogo ai loro liberi giochi sotto casa schiamazzando e rincorrendosi per le vie, azzuffandosi e, perché no, facendo un salto in biblioteca. Toccava vederli, dopo aver fatto le scale di corsa: mi si presentavano davanti con tanto di fiato, il viso e i capelli grondanti sudore.
Erano piccoli, al massimo sette-otto anni, e il loro scopo non era proprio quello di fare ricerche o di leggere, ma tuffarsi tra i loro libri, trovare il più bello e colorato e contenderselo al grido di l’ho visto prima io!, tirandoselo ognuno dalla propria parte. E sempre mi toccava intervenire per dirimere le questioni e assicurarli che di libri ce n’era per tutti. E si portavano via i libri in prestito, ma per loro era come aver vinto un giocattolo alla riffa, e scomparivano rotolando per le scale, se non addirittura scivolando dal parapetto in muratura con gran chiasso. Io, dalla finestra, più che i ragazzi, fissavo trepidante quei libri che brandivano in mano come trofei: chissà, speriamo bene, mi dicevo: che li leggano almeno!

Ma ci fu un primo pomeriggio, un primo pomeriggio assolato di fine giugno, che non dimenticherò mai, e il cui ricordo ancora mi strugge. Ero lì a ticchettare sulla vecchia macchina da scrivere, quando un vociare in cortile mi preannunciò il sopraggiungere della solita banda di ragazzini. Dalle scale mi arrivavano voci concitate. Sentivo un “Dài! sali! cammina! mo’ so’ cavoli tui!” Ancora: “Così te ‘mpari, mo’ je lo devi pagà ‘o libro, se no te dà un sacco de botte!”

Storie di bambini, pensavo, continuando nel mio ticchettio, e non m’ero accorto che la banda era già sopra, nel mio ufficio, e… “Eccolo! eccolo! nun voleva salì! Te l’avemo portato: fatte dì che ha combinato!”
Alzai la testa e la scena che mi apparve era a dir poco insolita: un bambino braccato tenuto a forza per le braccia da due più grandicelli; un terzo gli stava dietro per trattenergli ogni via di fuga.
“Fatte dì, fatte dì che ha combinato!” insistì quello che dava l’idea del capobanda indicandomi il piccolo malcapitato “Mo’ tocca che paga un sacco de sordi” finì per sentenziare.
Ma, sinceramente, non diedi molto ascolto a quelle accuse o minacce profferite; fui attratto, invece, da quel bambino, che, simile a Pinocchio, se ne stava come fra due carabinieri in erba. La faccia scura e spaurita faceva risaltare i due occhi chiari e luminosi che mi fissavano dal basso in alto come a chiedermi pietà. E mentre i compagni continuavano a sbraitare, lui se ne stava muto, come rassegnato a subire qualsiasi pena gli sarebbe stata inflitta.
“Lasciatelo stare!” ordinai. I ragazzi ubbidirono. Il bambino, stranamente, non approfittò per darsela a gambe, ma restò lì, in silenzio, a fissarmi con i suoi begli occhi chiari.
“Insomma volete dirmi che è successo?”
“Ha stracciato il libro della biblioteca e l’ha spiaccicato pe’ terra!” assicurarono all’unisono i piccoli carabinieri.
“È vero che hai stracciato il libro?” chiesi al bambino scrutandolo in quegli occhi smarriti e regalandogli un mezzo sorriso. Ma lui niente.
“Adesso voi uscite dalla stanza!” intimai agli altri “Me la sbrigo io con lui.”
“Guarda che se mi dici che hai stracciato il libro, non ti faccio niente, sai? Sono cose che possono capitare. La prossima volta magari cercherai di stare più attento, così il libro lo legge anche un altro bambino” lo rassicurai piegandomi all’altezza dei suoi occhi.
“Lo hai stracciato?” ripetei, e finalmente mi fece cenno di sì con la testa.
“Allora torna a casa, riportami il libro e così vediamo di ripararlo in qualche modo. Vai! Io ti aspetto qui.” Fu un attimo, si voltò e se la diede a gambe; dai vetri della finestra lo seguii mentre si precipitava per le scale e scappava lungo il cortile. Conoscevo quel bambino, era venuto altre volte, stava di casa a Via del Governo Vecchio.
Aspettai invano. In genere, quando un libro non torna, mi cruccio, per non dire altro. Quella volta, però, non so perché, non mi davo tanto pensiero: come se quel bambino, braccato a quel modo e con quella faccia così spaurita, avesse pagato il suo prezzo.
Trascorsero tre lunghi giorni assolati, poi, improvvisamente, un tam tam, una notizia ferale che sconvolse la città: due bambini avevano perso la vita scivolando in una marrana, mentre giocavano dalle parti di Fontana Quaiola. Uno di loro era proprio il bambino di Via del Governo Vecchio.
Oh potesse tornare un giorno quel visetto scuro dai begli occhi chiari: lo colmerei dei libri più belli e colorati, sia pure col permesso di stracciarli o gettarli per terra o macchiarli…

Pubblicato su:
– L’Immaginazione, periodico Manni Editore. Lecce, 2004.
– AIB notizie, notiziario dell’Associazione italiana biblioteche. Roma, 2004.
– Gazzetta Falisca, Civita Castellana, 2004.

Il lampasciòne in quattro puntate (3/4)

di Armando Polito

 

Il lampascione nell’arte contemporanea: musica, teatro, cinema e poesia

 

di Armando Polito

L’umile bulbo entra nella canzone popolare, sia pure nella variante pampasciòne e nel significato traslato di testicolo già ricordato: succede in Li mistieri, canto tradizionale che gli Aramirè14 hanno inserito nel loro album Mazzate pesanti uscito nel  2004. Riporto di seguito per intero il testo con  la mia versione italiana perché  sia compreso anche da chi salentino non è:

Mo’ te cuntu te li mestieri;/ li scarpari su li primi:/ se la inchene la panza/cu nu piattu te lupini./ Mo’ te cuntu li falignami:/tuttu lu giurnu liscia liscia/alla fine te la sciurnata/ se la fottene la pignata/Ca mo’ riane li trainieri:/fannu na vita te cavalieri quando rivane alla ‘nchianata/ la castimane l’Immacolata./ Mo’ te cuntu te li ferrari:/ tuttu lu giurnu batti batti;/ quando spicciane li crauni/ se li rattane li pampasciuni./ Mo’ te cuntu tte li ’mpiegati:/ fannu na vita te Patreternu;/ quando riva lu ventisette/ te lu squajane lu governu./E li poveri contadini/fannu figura te pezzenti:/quando spicciane la stagione/nu hannu ccotu propriu nienti.

(Adesso ti parlo dei mestieri;/ i calzolai sono i primi:/se la riempiono la pancia/con un piatto di lupi. Adesso ti parlo dei falegnami:/ tutto il giorno liscia liscia;/alla fine della giornata/se la fottono la pignatta./E’ la volta dei carrettieri:/fanno una vita da cavalieri;/quando giungono alla salita/la bestemmiano, l’Immacolata./Adesso ti parlo dei fabbri:/tutto il giorno batti batti;/quando finiscono i carboni/se li grattano i coglioni/). Adesso ti parlo degli impiegati:/fanno una vita da Padreterno;/quando arriva il ventisette/te lo squagliano il governo./E i poveri contadini/fanno la figura di pezzenti:/quando chiudono la stagione/non hanno raccolto proprio niente).

Analoga apparizione  nel  brano  Vinne de  Roma, che  fa  parte  dell’album  Allu tiempu de li lupini realizzato da I cantori dei Menamenamò15 e uscito nel 2000:

Vinne de Roma…/ Lu tammurreddhru meu vinne de Roma/ ca me l’ha’ nnuttu na Napulitana./E cu lu sonu…/ Me disse cu lu cantu e cu lu sonu/ ca quannu vene iddhra lu pacamu./ La tarantella…/A ddhru te pizzicau la tarantella?/Sutta lu giru giru de la gonnella./De le tarante…/E Santu Paulu meu de le tarante/ pizzica le caruse ‘mmenzu l’anche./De li scurpiuni…/E Santu Paulu meu de li scurpiuni/pizzica li carusi ‘lli pampasciuni….

(Venne da Roma…/ Il tamburello mio venne da Roma/e me l’ha portato una napoletana/E per suonarlo…/Mi disse di cantarlo e di suonarlo/che quando viene lei lo paghiamo/La piccola taranta…/Dove ti morse la piccola taranta?/Sotto il giro della gonnella./Delle tarante…/E san Paolo mio delle tarante/morde le giovani in mezzo alle gambe./ Degli scorpioni…/E san Paolo mio degli scorpioni/morde i giovanotti ai coglioni…).

Al bulbo si sono ispirati nella scelta del  loro  nome   i  Lampasciounazz,

Tutto sulla fragola. Parola di agronomo

La fragola del Salento leccese

(Fragaria vescadi)

 

di Antonio Bruno
Le fragole di bosco (Fragaria vesca) sono le uniche fragole selvatiche europee, a differenza di quelle a grossi frutti derivate da varietà di origine americana e arrivate in Europa verso la fine del XVIII secolo.
Queste fragoline crescono spontaneamente nella maggior parte delle nostre regioni, ma sono anche molto facili da coltivare in terra piena ogni pianta produce in media grammi 100/150 di frutti.

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