Dalle murge salentine alla cordigliera cilena. Maurizio Nocera e Sergio Vuskovic Rojo (III ed ultima parte)

a cura di Paolo Vincenti

Maurizio Nocera ripercorre le tappe della sua pluriennale collaborazione con Rojo in un altro articolo dal titolo Sergio Vuskovic Rojo e l’Italia, apparso su “Anxa News”, Anno VII, N.11/12, (novembre-dicembre 2009), del quale qui mette conto riportare.
 
“Sergio Vuskovic Rojo è stato in Italia durante gli anni 1976-1983 e 1985-1989.  Complessivamente undici anni di esilio. Nel 1989, ritornò nel suo amato Cile.  Professore di Filosofia all’Università di Bologna, non si limitò a conoscere  solo la città delle due torri, ma volle vedere e conoscere anche il resto del  «bel paese». La curiosità del filosofo e del politico lo spinsero a Capri, dove  sapeva esserci stato il suo amico Pablo Neruda, anch’egli esiliato negli anni ’50. Vuskovic volle visitare poi Torino, che sapeva essere stata la città dove  si era formato e aveva lottato Antonio Gramsci, l’autore di un libro che il  filosofo cileno ama molto e che tuttora continua a studiare, i “Quaderni del  carcere”; […]. Sergio Vuskovic Rojo ebbe occasione di venire anche nell’estremo tacco della  penisola, il Salento di Puglia, dove ci conoscemmo e facemmo amicizia. Quando  giunse nella mia terra, era già abbastanza conosciuto nel resto del paese,  perché aveva partecipato a numerose iniziative promosse per il ritorno della  libertà e della democrazia in Cile. Assieme al suo amico Nicos Bletas Ducaris  (autore del poema “Canto Particolare del Cile”, Bologna 1977), il poeta greco  esiliato nel 1967 nella stessa Bologna dalla dittatura dei colonnelli greci,  aveva partecipato a diverse manifestazioni di poesia e di varia umanità, sempre  spinti dall’anelito di progresso sociale e civile per tutti i popoli della  Terra. Vuskovic ebbe modo di viaggiare con Nicos anche in Grecia, in particolare ad  Atene e Corinto, dove nel 1977 tenne, ad un pubblico attento e numeroso, il  discorso “La donna nella filosofia”, nella Camera di Commercio

della città. Nel  1980, quando Sergio pubblicò la prima edizione del suo libro “Dawson. Cileni in  campo di concentramento nell’isola australe” (Grafiche Step Editrice, Parma  1980) fu Nicos che l’introdusse. E fu sempre Nicos che nel 1985, in quanto direttore della Collana rosa della Santerno edizioni, ne ripropose la ristampa. “Dawson” è stato recentemente pubblicato anche dalle Edizioni “Raggio Verde” (Lecce, 2008) con nuove immagini e ulteriori aggiunte dello stesso autore. Poi Nicos Bletas Ducaris (1924-1995) morì e Vuskovic non lo dimenticò. Nel  1998, su volontà della Facoltà umanistica dell’Università di Playa Ancha, il  filosofo cileno pubblicò finalmente il suo libro “Breviario di Platone”, nel  cui capitolo “La motivazione personale” ricorda affettuosamente l’amico poeta  greco scomparso. Il 10 agosto 1986, per la prima volta, Sergio Vuskovic Rojo arrivò a Lecce e a  Martignano, una cittadina, i cui amministratori, Pantaleo Cetra (sindaco) e  Luigino Sergio (vicesindaco), l’avevano invitato per celebrare il 40°  anniversario della Repubblica Italiana. La scelta del relatore ufficiale cileno  era stata motivata perché non si voleva ricordare «soltanto 40 anni della  nostra riconquistata libertà dal nazifascismo, ma […] anche il dramma di un  popolo amico» che allora stava «lottando per la sua libertà e per la sua  democrazia». Dall’esperienza salentina vide la luce il libro  “La via del Cile”  (Martignano 1988), titolo dello stesso discorso che il filosofo tenne al  numeroso pubblico accorso per l’occasione. In quel libro venne incluso anche un  altro saggio di Vuskovic, “Un viaggio del tutto particolare”, opera di  carattere scientifico psicologico che in Italia ottenne diversi riconoscimenti.  E fu pure in quell’occasione che l’Amministrazione Comunale di Martignano lo  nominò Cittadino Onorario, facendolo così divenire a tutti gli effetti anche  cittadino italiano. Il ritorno in Cile nel 1989 rallentò per un decennio le pubblicazioni (salvo  alcuni suoi splendidi saggi apparsi sulla rivista «Segni & Comprensione»,  diretta dal filosofo Giovanni Invitto) in Italia di Sergio Vuskovic Rojo, non  le relazioni sociali e culturali però che, anzi, si rafforzarono e  approfondirono. Vuskovic venne molte volte in Italia e alcuni suoi amici  italiani andarono a trovarlo nella sua Valparaiso. Nel 2001, ci fu una sua nuova pubblicazione italiana: “Neruda: sono un poeta  di pubblica utilità” (Gino Bleve editore, Tricase 2001), nel quale il filosofo  ricorda l’amico poeta pubblicandogli alcuni testi inediti di grande attualità  quali: “Sono un poeta di pubblica utilità” e “La costruzione della città”. Nel  libro, oltre ai suoi saggi (“Un ricordo chiamato Neruda”; “Costituzione del  Comitato di difesa della città di Valparaiso”; “Gli inglesi e Valparaiso”;  “Neruda candidato alla Presidenza della Repubblica”; “I volti poliedrici della  sua unica faccia”), Vuskovic incluse anche i saggi di  Francisco (Pancho)  Velasco, “Neruda, il grande amico”; di Sara Vial, “La Sebastiana, una spada di  pietra nel cuore alato di Valparaiso”; di Oreste Macrì, “Inediti Nerudiani”; di  Maurizio Nocera, “Come giunsero in Salento i primi inediti nerudiani”; di  Virginia Vidal, “Matilde Urrutia”.

Il libro, con opportune varianti e aggiunte,  venne riproposto nel 2004 anche in Cile, in occasione del Primo centenario  della nascita dell’amico Neruda, su iniziativa dell’Editorial Puntángeles e  dell’Università di Playa Ancha. Anche in Italia, nello stesso anno, fu  pubblicato “Neruda 100 anni”, a firma di chi qui scrive, ed in esso vennero  pubblicati nuovi saggi nerudiani di Vuskovic, come “L’amico, il macologo”; “L’ ebbrezza cosmica”; “Neruda, l’invenzione di Valparaso”. Nel 2007, grazie all’idea geniale e all’entusiasmo di un suo amico poeta  italiano, il triestino Paolo Ghiotto Marin, traduttore e curatore del libro,  vide la luce il “Breviario di Platone” (Edizioni del Leone, Venezia 2007) con la novità, rispetto all’edizione cilena del 1998, di una nota finale di  “Ringraziamenti” dello stesso filosofo cileno. Questo “Breviario di Platone”, opera filosofica fondamentale di Vuskovic, ha  una storia del tutto particolare. Ricordo che a metà degli anni ’80,  precisamente il 1986, il filosofo mi consegnò un fascio di suoi fogli  manoscritti, rivelandomi di averli pensati e cominciati a stendere  materialmente al tempo in cui egli si trovava recluso nel presidio militare  impostogli dalla dittatura cilena, Conchi, la cittadina situata nella  cordigliera delle Ande al confine col nord. Il titolo che campeggia sul  manoscritto è “Platone in Conchi. Analisi di tutti i dialoghi di Platone”. Come  sappiamo, nel 1998 il libro fu pubblicato col titolo “Breviario di Platone”,  forse perché il filosofo cileno lo sente come più appropriato in quanto testo  filosofico riferito agli antichi “breviari” composti da capitoli ben  compendiati, che spiegano meglio l’opera dialogica del filosofo ateniese. Ne “La motivazione personale”, Vuskovic spiega i motivi che lo indussero a  scrivere il “Breviario di Platone”, soprattutto i dialoghi, il cui «insieme –  scrive – mi provocò un’inquietudine, l’oscura questione del perché queste  pagine […] continuassero ad ammaliarmi come se l’autore fosse un nostro  contemporaneo. La risposta non la si può trovare soltanto nell’attrazione  poetica che stimola, o nell’alto livello della sua creazione artistica, ma  soprattutto perché propone problematiche urgenti agli uomini moderni, anzi,  sembra sollecitarci soluzioni con la medesima premura proposta 2500 anni fa ai  cittadini della “polis” di Atene, primi fra tutti gli allievi dell’Accademia.  Alla fine ebbi la possibilità di rileggere tutti i suoi dialoghi a Conchi» (p.  15 dell’edizione italiana).

Nella parte finale del libro, Vuskovic Rojo aggiunge alcune considerazioni  sulla forma della scrittura di Platone, la dialogica e l’altra – unica in tutta  l’opera platoniana – in forma di monologo, usata nella “Apologia di Socrate”.  Interessante e denso di illuminanti significati è il capitolo “Ad ogni  generazione il proprio Platone”, nel quale egli ci vuole dire che il filosofo  ateniese non è pietrificato nel tempo e nello spazio, al contrario, è vivo e  continua a far parlare di sé in ogni epoca e in ogni situazione e per ciascuno di noi.”

Anche l’opera Breviario di Platone viene recensita da Maurizio Nocera, su “Anxa News”, n.5/6, maggio-giugno 2007. Ecco quanto scrive in Tutta una vita a studiare filosofia “Breviario di Platone” ultima opera di Sergio Vuskovic Rojo:
“Oggi, finalmente, grazie ad un giovane scrittore e poeta triestino, Paolo  Ghiotto Marin, amico personale del filosofo cileno, che bene ha tradotto e  curato il testo, l’opera “Breviario di Platone” è stata finalmente pubblicata  (aprile 2007) anche in Italia dalle Edizioni del Leone di Spinea – Venezia. Si  tratta di un libro stampato su della buona carta, con un buon formato (in-8°) e  per complessive 288 pagine.  Nel “Prologo”, Agustin Squella, nel 1996 [anno di pubblicazione in Cile del  libro di Vuskovic] rettore dell’Università di Valparaiso, afferma di aver  conosciuto l’autore quando era sindaco di Valparaiso. Egli, all’epoca, lavorava  negli studi della televisione cilena, e in quegli stessi studi si recava Vuskovic per rilasciare interviste. Squella fu colpito da quest’uomo «per la  bontà del carattere, per certe battute piene d’umorismo e l’assenza di  qualsiasi stonatura, in un impiego che, a quel tempo, inorgogliva tutti coloro  che lo gestivano: l’impegno nei confronti dei più poveri. Il colpo di stato del  settembre 1973 strappò lui dalla municipalità e  me, subito dopo, dalla  scrivania del canale televisivo» (pp. 5-5). Ne “La motivazione personale”, Vuskovic spiega poi i motivi che lo hanno  indotto a scrivere “Breviario di Platone”, «perché propone problematiche  urgenti agli uomini moderni, anzi, sembra sollecitarci soluzioni con la  medesima premura proposta 2500 anni fa ai cittadini della polis di Atene, primi  fra tutti gli allievi dell’Accademia» (p. 15).  Dopo l’introduzione, Vuskovic Rojo entra nel corpo vivo del libro introducendo  le proprie riflessioni sui dialoghi platoniani con una prima panoramica  pertinente la filosofia greca presocratica; alla luce della contemporaneità  analizza la Scuola di Mileto e i suoi primi filosofi naturalisti Talete,  Anassimandro, Anassimene; affronta i testi poetici e mitici di Senofane di  Colofone, e la Scuola eraclitea della contrapposizione degli elementi  complementari quale motore del movimento universale; la Scuola di Empedocle di  Agrigento con i suoi quattro elementi primari della natura (terra, acqua, aria  e fuoco); la Scuola di Anassagora, precursore del dualismo; la Scuola  atomistica di Democrito, la Pitagorica, per ritornare ad analizzare nuovamente  i massimi sofisti quali Protagora e Gorgia; e solo dopo ciò comincia l’analisi  dei dialoghi, il primo dei quali – scelta questa non casuale – il “Critone” e a  seguire “Eutifrone”, “Lachete”, “Ione”, “Protagora”, “Carmide”, “Liside”, “La  Repubblica”, “Gorgia”, “Menone”, “Eutidemo”, “Ippia Minore”, “Ippia Maggiore”,  “Cratilo”, “Menesseno”, “Il Simposio”, “Fedone”, “Fedro”, “Parmenide”,  “Teeteto”, “Il Sofista”, “Il Politico”, “Filebo”, “Timeo”, “Crizia”, “Le Leggi,  analisi dello Stato di Fatto”, “Settima Lettera”, “Apologia di Socrate”.  Da questa summa di capitoli si vede quanto ampio sia stato lo studio dedicato  dal filosofo cileno all’opera dell’Ateniese. Dell’intero corpus dell’opera  platoniana, notoriamente conosciuta come composta da 35 titoli, le opere di  Platone che da Vuskovic Rojo non hanno avuto uno specifico capitolo sono:  “Alcibiade”, “Alcibiade secondo”, “Ipparco”, “Gli Amanti”, “Teagete”,  “Clitofonte”, “Minos”. E’ pure vero però che leggendo “Breviario di Platone”  tutte le tematiche delle sette opere non direttamente considerate, l’autore le  ha ampiamente affrontate e analizzate, completando il suo bel libro con altri  capitoli, fra la stupenda “Prefazione/ Lettera al Greco” (pp. 10-13) del grande  poeta e scrittore cretese Nikos Kazantzakis che, in un canto di neo omerismo,  ritrae la sua amata Grecia, l’Attica, l’Acropoli, il Partenone. Infine, chiudendo questa nota sul “Breviario di Platone”, non posso dimenticare l’amore culturale di Sergio Vuskovic Rojo, quello per la poesia che  qui, in questo suo libro, apre e chiude i testi. A p. 9, egli – come “Invito” –  cita tre versi di Kostantin Kavafis: «Quando partirai nel viaggio verso Itaca/  spera che il viaggio sia lungo/ ricco d’avventure, colmo di conoscenza». A p. 282, altri tre versi – questa volta come “Congedo” – del Premio Nobel 1979  Odisseas Elytis: «Me ne vado con uno sguardo/ ampio sguardo dove il mondo torna  a essere/ bello fin dall’inizio nella dimensione del cuore»”.

Arriviamo ora ad un’iniziativa recentissima che vede ancora una volta uniti Nocera e Rojo. Infatti, l’8 e il 9 settembre 2010, a Santiago del Cile e ad Alpignano (Torino), sono stati organizzati due eventi per rendere omaggio al grande poeta Pablo Neruda, con la riedizione di Ode alla Tipografia, per i tipi della stamperia Tallone. Un libro di gran pregio, che ha visto la luce a cura di Giuseppe Bellini, che fu il  traduttore e il primo a divulgare in Italia l’ode nerudiana nel 1983. Oggi,  abbiamo quindi la seconda edizione di questa importante opera del poeta cileno, con un  colophon che così recita: «Questo volume,/ composto a mano con i tipi/ Garamond  corpo 10 fusi da/ Deberny & Peignot e con i/ tipi talloniani/ corpo 12 fusi/ da  Radiguer, è stato tirato/ in 220 esemplari dei quali:/ 9 su carta Japan Gampi,  11/ su Whatman al tino, 20 su/ Fabriano Roma crème e 180/ su carta di Sicilia  prodotta/ per questa edizione, finita di/ stampare in Alpignano/ nel mese di  luglio 2010».  In indice leggiamo l’Ode in spagnolo con la traduzione in italiano di Giuseppe  Bellini; “Adios a Tallone” e l’inedito “Homenaje al libro y a Alberto Tallone”,  entrambi testi di Pablo Neruda; “Lettera da Santiago” di Felix Brunatto; “Il  perché di Ode alla Tipografia” di Enrico Tallone; e “Il quando di Ode alla  Tipografia” di Maurizio Nocera, il cui testo, con  una leggera variazione, è stato anche pubblicato su “Il Paese Nuovo” di Lecce,  dell’8 settembre 2010 e qui si ripropone:
“«La “Oda a la Tipografia” se escribiò en Isla Negra en el año 1955 y se  imprimió  en los Talleres de la Editorial Nascimento en septiembre de 1956.  Esta primiera edición consta de 4 ejemplares en papel Wathmann, 150 ejemplares  en papel Fabriano firmados por el autor y numerados de 1 a 150 y 1.000 ejemplares en papel Alfa Loeber numerados de 151 a 1.150». Si tratta del colophon della prima edizione del libro “Oda a la Tipografia”,  notizia da me tratta dal saggio di “Navegaciones en torno a Neruda”, di Eddie  Morales Piña, editora della «Nueva Revista del Pacifico» (n. 49, año 2004, pp.  147-162), nonché docente dell’Universidad di Playa Ancha a Valparaiso; rivista  che mi fu donata dalla stessa autrice quella volta che fui in Cile.  Era il 2004, l’anno in cui fui invitato il 14 luglio a tenere, nella Cámara  Aduanera di Valparaiso, una conferenza su “Neruda e l’Italia”. Si celebrava il  Centenario della nascita di Ricardo Eliecer Neftalì Reyes Basoalto (vero nome  di nascita del Poeta a Parral, nel sud del Cile, il 12 luglio 1904), a tutti  noto con lo pseudonimo di Pablo Neruda, che Ricardo, nel 1920, quand’aveva  ancora 16 anni ed era alle prime esperienze poetiche studentesche, aveva  assunto, riprendendolo dal nome (vero) dello scrittore cecoslovacco Jan Neruda.  Era stata l’altra grande poeta cilena, Gabriela Mistral (Nobel 1945), sua  maestra che, a Temuco, gli aveva consigliato e imprestato i libri dello  scrittore europeo.
Quell’anno 2004, in tutto il paese andino, lungo oltre cinquemila chilometri,  si tennero più di millecinquecento eventi, mentre nel resto del mondo seicento  furono le manifestazioni per l’occasione. Le celebrazioni nella città porteña  furono organizzate, tra l’altro, anche dall’Università di Playa Ancha e videro,  fra i tanti interpreti culturali degli eventi, il filosofo Sergio Vuskovic  Rojo, amico del Poeta e autore, in quello stesso anno, del libro “Neruda e l’ invenzione di Valparaiso” (Editorial Puntángeles – Universidad De Playa Ancha,  Valparaiso).  A quella manifestazione parteciparono il dr. Alberto Madrid, direttore  editoriale dell’Università; il prof. Oscar Quiroz, rettore della stessa; il  giornalista e scrittore Luis Alberto Mansilla, autore di una interessante  biografia del Poeta; la cantante Marta Contreras; molti altri. Tutte persone,  comunque, che avevano conosciuto Neruda e che avevano scritto e commentato la sua opera poetica.

Fra costoro, espressione felice aveva il volto di Pancho  Velasco, medico personale di don Pablo, e di sua moglie María Martner, la nota  artista dei mosaici di Valparaiso e famosa perché per il Poeta era stata la  María ispiratrice de “Las piedras de Chile” (Editorial Losada, Buenos Aires,  1961). Quello stesso giorno il poeta cileno Arturo Morales spargeva i suoi  versi al vento della Cordigliera, facendoci dono dell’anello della poesia.Per l’occasione, non pochi presenti alle celebrazioni avevano portato con sé i libri nerudiani stampati in Italia. Fra di essi si distinguevano chiaramente quelli di Alberto Tallone che, con lavoro paziente, fatto spesso di rinunce e sacrifici, era riuscito a ridare dignità alla tipografia pura che, in Italia,  nel Cinquecento, aveva visto interprete il veneziano Aldo Manuzio e, a cavallo  tra Settecento e Ottocento, a Parma, Giambattista Bodoni. Quella volta, nelle mani degli amici cileni, vidi alcuni esemplari dei libri  confezionati con i classici astucci talloniani: “Sumario – Libro donde nace la  Iluvia” (Alpignano, 1963), e la versione italiana “Sommario – Libro dove nasce  la pioggia”, anch’essa 1963, entrambe prime edizioni. Vidi l’edizione inglese  “Summary. The book where the rain was born”. (Alpignano, 1990). Nelle mani di  qualcuno vidi la seconda edizione italiana (Alpigiano, 1996) di questa opera.  Altri possedevano la prima edizione de “La Copa de sangre” (Alpignano, 1969)  con al suo interno il bellissimo testo “Adiòs a Tallone”; mentre qualcun altro possedeva anche la seconda edizione, quella del 1997. Non mi sfuggì di vedere l’ edizione mondiale del talloniano “Discurso de Stockholm” (Alpignano, 1972), letto dal Poeta in occasione della consegna del suo Nobel per la letteratura (1971); quindi l’edizione italiana del 1999. E vidi pure l’opera per la quale Neruda è ancora oggi molto conosciuto nel mondo, soprattutto tra i giovani, “Venti Poesie d’Amore e una Canzone disperata” (Alpigiano, 2000). Infine, vidi nelle mani di un signore della Fondazione Neruda anche l’ultimo libro stampato in quello stesso anno dalla Stamperia d’Alpignano, il poema “2000”, fino a quel
momento inedito in l’Italia. Ma, tra tutti questi libri talloniani, l’attrazione maggiore fu per “Oda a la Tipografia”, poema di cui non conoscevo l’esistenza. D’altronde come sarebbe stato possibile conoscerla. Di essa, in Italia, prima del 1983, anno della prima edizione talloniana (a cura di Giuseppe Bellini), nulla si sapeva. Lo stesso Bellini, che aveva conosciuto Neruda nel 1960, cioè lo stesso anno della pubblicazione della sua prima Antologia poetica del Poeta, per le Edizioni Nuova Accademia di Milano, non l’aveva inserita in quell’indice. E “Ode alla Tipografia” non era stata inserita neanche nell’indice dell’altra grossa Antologia della poesia nerudiana di Dario Puccini, edita nel 1962 dalle edizioni Sansoni di Firenze e che pure conteneva tutte le odi: “Odas elementales” [Odi elementari] (Nascimento, Santiago, 1954); “Nuevas Odas  elementales” [Nuove Odi elementari] (Editorial Losada, Buenos Aires, 1956);  “Tercer libro de las Odas” [Terzo libro delle Odi] (Buenos Aires, Editorial  Losada, 1958); “Navegaciones y regressos” [Quarto libro delle Odi] (Editorial Losada, Buenos Aires, 1959).  Dopo la prima edizione italiana (Tallone 1983), “Ode alla Tipografia” è stata  pubblicata nel 2003 anche dalla Passigli editori in un libro dal titolo “Ode al libro e altre odi elementari”, a cura di Giovanni Battista De Cesare, il quale  scrive che «i versi [dell’Ode] sono un magico gioco, allegro e scherzoso, un  delizioso cesello costruito sulla scomposizione degli elementi minuti della  strumentazione tipografica elevati ad architetture e simboli. Dai tipi e dai caratteri rivisitati in versi ‘elementari’ promana ricca fantasia di forme, di  somiglianze e di associazioni. Le lettere dell’alfabeto, con i loro effetti  denotativi, si ergono a segni e metafore di valori semantici della comunicazione. Ma oltre il gioco, l’ode nerudiana esalta ovviamente la funzione della stampa in quanto mezzo che, accelerando grandemente la trasmissione e la  diffusione del sapere, è fondamentale alto strumento del progresso umano» (p. 9). De Cesare nulla ci dice a riguardo della prima edizione Tallone, quasi che non  ne conosca l’esistenza. Eppure la data di nascita di un testo come la data  della sua prima pubblicazione è fattore importante.

Pablo Neruda segnava sempre  le date delle sue raccolte e, nell’autobiografia, “Confesso che ho vissuto” (Sugarco edizioni, Milano 1974), sia pure a volte in modo sommario, fa sempre  la storia attraverso cui la sua poesia arriva a vedere la luce. Egli era un
uomo solare, aperto alla vita, socievole e attento al più piccolo movimento da  fare, particolari questi che non sono sfuggiti al suo più importante traduttore italiano, Giuseppe Bellini, che aveva compreso intimamente l’animo del Poeta, e  che ce lo descrive come «uomo semplice, senza esigenze di lusso, il suo gusto era in qualche modo “popolare”, ma sapeva trasformare la semplicità in bellezza» (cfr. “Il fuoco dell’amicizia”, Arte tipografica editrice, Napoli 2005, p. 77). Un riferimento a “Ode alla Tipografia” è stato fatto pure da Teresa Cirillo nel libro “Il fuoco dell’amicizia. Pablo Neruda nel ricordo degli amici italiani”, nel cui colophon leggiamo: «In occasione del Centenario della  nascita di/ Pablo Neruda/ questo volume/ offerto dall’ “Arte Tipografica”/ che  raccoglie i ricordi di amici italiani del Poeta/ viene pubblicato sotto gli auspici/ dell’Ambasciata del Cile in Italia/ a cura di José Coñi/ Patricia Rivadeneira/ Teresa Cirillo// Stampato con caratteri Garamond/ su carta Pordenone vergata/ delle Cartiere Cordenons/ da Angelo, Ruggero e Riccardo Rossi/ nello Stabilimento “Arte Tipografica” di Napoli/ Tiratura di 1500 esemplari// Marzo MMV». Il testo della Cirillo è un’elegia al Poeta cileno, definito «appassionato bibliofilo e bibliomane […] che aveva potuto ammirare le stupende edizioni curate da Alberto Tallone nella vetrina della libreria Garzanti, a Milano, il 4 febbraio 1962» (cfr. Op. cit., p. 151).

È questo l’anno giusto del primo incontro del Poeta con lo Stampatore d’Alpignano. Lo conferma la stessa Cirillo, che aveva letto il libro delle dediche di Casa Tallone, sul quale Neruda ha lasciato scritto: «La gran alegría de conocer al poeta de la tipografía, el maestro Tallone. 5 de febrero de 1962». Nel saggio citato in incipit, “Navegaciones en torno a Neruda”, Eddie Morales Piña ci fa sapere che la “Oda a la Tipografia” è «un libro de formato 18 x 26 cms, en cuya portada se lee el titolo, identificación del autor y año. La palabra ‘oda’ en color azul cuyas vocales mayúsculas están encerradas en cuadrados; seguidamente, ‘a la’, en letras minuscúlas de color negro, y il sostantivo ‘tipografia’ en color rojo y escritas en sentido ascendente, discendente, ascendente. Inmediatamente, en letras que imitan la escritura arabesca, la autoria del texto: ‘Por Pablo Neruda’. En el nivel inferior de la portada y nuevamente en letras azules come enmarcando el discurso el año  del edición: 1956. En las primeras páginas hay una dedicatoria del poeta: “A los que desde mi infancia entraron conmigo a las imprentas” (y vien la mención de los nombres). Se cierra este paratexto con la sentencia: “A los impresores y obreros de mi pais y amigos que es en tiempos peligrosos publicaron mis obras”, clara referencia a la publicación clandestina de ‘Canto General’.// El texto  tiene una obertura: “… Enmarañado/ Gutenberg:/ la/ casa/ con arañas,/ en tinieblas./ De pronto/ entra/ por la ventana/ una letra de oro./ … Asi/ nació la impronta…”.// La oda está focalizada en la actividad tipográfica de las antiguas imprentas e imprenteros que iban dando forma a los textos con la configuración de las palabras y las frases mediante las “letras cabales,/ finas/ como lebreles”, al decir del hablante, que iban, a su vez, configurando la página; letras en cursivas, por ejemplo, que llegaron con “los descubridores oceánicos” y que “agachó/ para sempre el perfil de la escritura”. […] Avanzado  el texto, el hablante nerudiano, focaliza su atención en la figura del linotipista, es decir, en aquel “que las ordina/ y las levanta”, pues es el noble oficio del linotipista el que “con su lámpara/ come un piloto/ sobre las olas del lenguaje/ ordinando/ los vientos y la espuma, la sombra y las estrellas/ en el libro”.// La oda termina con una invocación a las letras y una declaración de amor del hablante a las mismas que,metonímicamente, encuentra en la M final del último verso una plena identificación con su amada Matilde» (pp. 153-154).

Altri dati bibliografici sul piccolo (51 pagine) libro nerudiano li traggo dal  bel libro di Cesar Soto Gomez, “El Libro de los Libros de Pablo Neruda”, dove sono riportate le immagini di tutte le copertine delle prime edizioni nerudiane, libro pubblicato dalla Editorial America del Sur nel 2004 in 2.200 esemplari, formato mezzo foglio, nel quale, alla nota 97, leggo: «“Oda a la Tipografia”. Santiago del Cile, Editorial Nascimento, 1956. Edición original. Tirada 1.000 ejemplares. Ejemplar N° 875. Con dedicatoria autografa del autor: “Felix 1957/ para mis dos amigos/ que ahora son 3/ Arturo, Lucy y Rodrigo/ su viejo amigo/ Pablo/ Isla Negra”. Rústica» (p. 150).Segue la nota 98: «“Oda a la Tipografia”. Tallone, Editor-Impresor. 1983. Colofon: “Este poema compuesto a mano con los caracteres manuscritos por William Caslon fue impreso en ciento cincuenta y seis ejemplares. Se acabó de imprimir en el tallerde Alpignano el día 9 de julio de 1983”. Edición bilingüe, que incluye el texto en prosa “Adios a Tallone”. Ejemplar 68» (p. 150). Sappiamo ora quali sono gli ultimi versi di “Ode alla Tipografia”, quelli tradotti magistralmente da Giuseppe Bellini. Questi che ora leggiamo: «Lettere,/ continuate a cadere/ come pioggia necessaria/ sulla mia strada./ Lettere di tutto/ ciò che vive/ e che muore,/ lettere di luce, di luna,/ di silenzio,/ d’acqua,/ vi amo,/ e in voi/ raccolgo/ non solo il pensiero/ e il combattimento,/  ma i vostri vestiti,/ i sensi/ e i suoni:/ A/ di gloriosa avena,/ T/ di trigo e di torre/ e/ M/ come il tuo nome/ di mela». Nella lettera M, come scrive Eddie Morales Piña in “Navegaciones en torno a  Neruda”, è facile individuare la prima lettera maiuscola di Matilde ma, per quanto riguarda la lettera A e la lettera T, che lo stesso Bellini, nella sua “Postfazione” a questa edizione, identifica con le iniziali di Alberto Tallone, sorge una domanda: come è possibile che Neruda abbia potuto scrivere quei versi  e le lettere A e T riferendosi ad Alberto Tallone se l’Ode l’ha scritta nel 1955 e pubblicata dall’EditriceNascimento nel 1956, quando ancora l’incontro tra i due artisti non c’era stato?
Nel libro “Il fuoco dell’amicizia”, Giuseppe Bellini descrive quell’incontro  che, dal libro delle dediche di Casa Tallone sappiamo essere avvenuto il 5 febbraio 1962 e non nel 1960, data questa che lo stesso Bellini aveva riportato nella “Postfazione” alla prima edizione d’Alpignano del 1983, in cui scrive:
«Una larga estación de amistad y colaboración se abriría entre los dos artistas, a partir de 1960, asta la improvvisa desaparición del amigo» (p. 54). Invece è esatto quanto scrive lo stesso Giuseppe Bellini nel libro “Il fuoco dell’amicizia” citato: «Con la coppia Neruda compimmo un giorno un singolare viaggio ad Alpignano, in provincia di Torino. Nel piccolo borgo stava la casa-stamperia di Alberto Tallone, il noto stampatore-editore che da Parigi si era trasferito in quel paese e continuava la sua arte raffinata. […] Il primo incontro di Neruda e Matilde con la coppia Tallone fu entusiasmante. L’indirizzo che avevamo dello stampatore era approssimativo e con la macchina procedevamo circospetti, studiando le strade, fino a che giungemmo in vista di una muraglia che recingeva un giardino, dal quale si elevava una colonna nera di fumo. Doveva essere la residenza di Tallone, ma Pablo sosteneva, a causa del fumo, che non potevamo che trovarci alla stazione ferroviaria. Ci mettemmo comunque per il cancello e quale non fu la nostra sorpresa quando vedemmo una grossa locomotiva fumante, situata davanti alla casa di Alberto e Bianca, sua moglie, che ci attendevano festanti. Lo stampatore soleva ricevere gli ospiti
di riguardo con il fumo intenso della sua locomotiva, ottenuto da stracci inumiditi e imbevuti di benzina cui dava fuoco./ Pablo era entusiasta; non si erano mai visti né conosciuti, ma furono abbracci affettuosi e subito Neruda salì sulla locomotiva al posto di guida, dove si fece ritrarre solo e poi con
Matilde, seduto sui respingenti anteriori dell’imponente macchina. Sembrava un bambino, tanta era la gioia, lui, figlio di un ferroviere e innamorato dei treni» (cfr. Op. cit., p. 79). 

Come e quando avvenne il primo incontro tra Neruda e Alberto Tallone è  indicato e confermato ancora da Bellini anche nella “Postfazione” a questo  libro quando, precisando un incerto riferimento del Poeta, scrive: «Nel testo
nerudiano che introduce la presente edizione dell’ “Ode alla tipografia”, il  poeta richiama l’accennato ed entusiastico incontro con Tallone. La distanza  temporale ha, però, confuso nella sua memoria i particolari. Neruda non arrivò  in treno, con Matilde, ad Alpignano, ma ve lo condussi io in macchina e, poiché  mai prima ero stato nella residenza dello stampatore, vagammo incerti per  Alpignano, finché trovammo la via e il numero della dimora». Infine, a conferma della data del primo incontro tra Pablo Neruda e Alberto  Tallone c’è oggi la prima lettera del Poeta, tuttora conservata nell’archivio  della Stamperia d’Alpignano. Questa: «14 Giugno 1962 – Arezzo/ Caro Maestro,  amico e fratello, vi invio soltanto due parole di gioia per la grande felicità per avere conosciuto te, la vostra compagna, Bianca!, la vostra casa, la vostra tipografia leggendaria, il vino (ho dimenticato presso di voi una bottiglia), la vecchia casa col salone rossoaranciogranata, il magnifico bar e non ultimo,  sottolineandolo, la locomotiva, la cui cordiale fumata è ancora nei nostri cuori./ A proposito della locomotiva, ho inviato per voi qualche cosa (“Sommario”) a Bellini. È totalmente inedito, perfino in spagnolo. Ho anche scritto a Bellini dei progetti su un “Bestiario” e un “Erbario” con 20 poesie d’amore. Di tutto ciò scegliete quello che vi piace e il resto gettatelo alla  locomotiva, perché questa fumata renderà giustizia./ Noi saremo a Roma, via Nazario 49, int. 4, fino al 1° luglio e ritorneremo per prendere un traghetto prima del 30 Agosto. L’anno prossimo, nei mesi di Aprile-Maggio, desidererei  fare un’esposizione Tallone nel mio paese. Di ciò ne parleremo dopo. Sarò aiutato da un buon libraio italiano di Santiago e dall’Università, Facoltà di arti grafiche./ Questa lettera è molto lunga, tenevo a dirvi grazie e a ripetere a voi e alla signora Bianca che noi vi amiamo di un’amicizia militante./ Pablo Neruda e Matilde».Accertato dunque che l’incontro tra il Poeta e lo Stampatore avvenne  effettivamente il 5 febbraio 1962, cioè sei anni dopo la pubblicazione a Santiago del Cile della prima edizione di “Ode alla Tipografia”, resta da credere che Neruda abbia indicato con le lettere A e T proprio Alberto Tallone sulla base di una conoscenza e ammirazione che aveva dei libri da lui stampati  a Parigi e ad Alpignano. Non dimentichiamo che egli era un bibliofilo (Teresa Cirillo dice anche bibliomane) e sicuramente non gli sfuggirono i libri prodotti dalla tipografia pura di Alberto Tallone e dai suoi eredi, la moglie Bianca, e i figli Aldo ed Enrico. D’altronde, è lo stesso Neruda a darci
conferma che così sarebbero andate le cose, quando nel suo testo inedito, presente in questa edizione, scrive: «Tallone per molti è solo un nome; per me ha il significato di moltissimi ricordi. Ho ammirato fin da prima di conoscerlo i suoi bei libri, la sua immacolata tipografia creata da lui stesso, come i
Gutenberg crearono i propri caratteri di stampa».
In “Ode alla Tipografia”, oltre alle lettere dell’alfabeto identificate come A  = Alberto; T = Tallone; M = Matilde; ve ne sono altre, che Neruda, direttamente nel poema, e Bellini, nella sua “Postfazione”, identificano come R = «di re e di rugiada»; U = Urrutia, cognome di Matilde; Q = Quevedo. Poi c’è la lettera alfabetica O, che dallo stesso Poeta sappiamo equivalere al tondo dell’ampolla; la Y = Vaso da fiori; V = Vittoria; E = scalinata; Z = fulmine;  S = silouette del corpo femminile. Ci sono però ancora altre lettere non ancora identificate come, ad esempio, N, che potrebbe stare per lo stesso Neruda; la cifra numerica 8 riferita chiaramente al suo doppio, cioè 88; la lettera J, che potrebbe stare per Jan, il nome dello scrittore ceco; e la lettera P, che potrebbe stare per Pablo.  Pablo Neruda ha scritto il poema “Ode alla Tipografia” come inno all’antica arte della stampa e come omaggio a quanti nell’officina dei caratteri e dei torchi hanno dedicato e dedicano la loro vita ad uno dei prodotti umani più utili e più belli, il libro. Dei tanti operatori tipografici alcuni sono stati citati dal Poeta, quando esplicitamente quando sotto forma di metafora: non il creatore di caratteri, non l’incisore, non il compositore, non il correttore di bozze, non lo stenditore dei fogli, non il proto, non il legatore. E Alberto Tallone, principe dell’arte della stampa del Novecento italiano, immortalato con le sue iniziali nel poema di Neruda, fu la summa di tutti i mestieri della tipografia.”

Mercoledi 8 settembre, dunque, a Santiago del Cile, nella casa di Neruda “La Chascona”, la Fundacion Neruda e Tallone Editore hanno presentato questo libro prestigiosissimo, stampato in 220 esemplari numerati. E Maurizio Nocera è stato lì  presente, insieme a Sergio Vuskovic Rojo, a Fernando Saez, direttore della Fondazioen Neruda, e ai Tallone. Contemporaneamente ad Alpignano,nel giardino della Casa Tallone, quello della famosa locomotiva, si è svolto “Intervista a Neruda”, rappresentazione a cura di Assemblea Teatro , “intervista impossibile” con il grande poeta. Quella del viaggio in Cile dunque è stata l’ultima esperienza, in ordine di tempo, di Maurizio Nocera in quel paese e la più recente frequentazione del grande amico Vuskovic Rojo. Dell’esperienza cilena Nocera ha fatto anche un dettagliato reportage, pubblicato a puntate su “Il Paese Nuovo” dal 12 al 18 settembre 2010. Una foto ritrae a Valparaiso, Sergio Vuskovic Rojo, nella sua casa, insieme a Maurizio Nocera, Maria Martner, Ada Donno e Elena Villanueva, accomunati dalla passione per il grande Neruda: è questo il “fuoco dell’amicizia”, come recita il titolo della pubblicazione, ampiamente citata, edita dall’Arte Tipografica di Napoli, sul ricordo di Neruda degli amici italiani, e sono tanti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo durante il suo lungo soggiorno nel nostro paese .

E “Il fuoco dell’amicizia” mi sembra anche la definizione più bella per suggellare un lungo sodalizio, la storia di una grande e duratura amicizia, quella fra Nocera e Vuskovic, che in questo mio saggio ho voluto umilmente raccontare.

 

La I parte si può leggere in:

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/02/17/dalle-murge-salentine-alla-cordigliera-cilena-maurizio-nocera-e-sergio-vuskovic-rojo/

 

La II parte si può leggere in:

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/02/19/dalle-murge-salentine-alla-cordigliera-cilena-maurizio-nocera-e-sergio-vuskovic-rojo-ii-parte/

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