Dalle murge salentine alla cordigliera cilena. Maurizio Nocera e Sergio Vuskovic Rojo (II parte)

DALLE MURGE SALENTINE ALLE ANDE CILENE: IL SODALIZIO MAURIZIO NOCERA-SERGIO VUSKOVIC ROJO NEL SEGNO DI PABLO NERUDA

 

di Paolo Vincenti

Neruda/… sono un poeta di pubblica utilità (Tricase 2001), dunque, è stato il primo libro, curato da Maurizio Nocera, pubblicato in Italia da Sergio Vuskovic Rojo.  Voglio riportare un estratto dell’intervento di Giovanni Invitto alla Presentazione del libro, tenuta  appunto a Martignano nel 2002. Scrive Invitto: «Chi è Sergio per noi, occidentali, salentini, uomini di cultura. Qual è la [sua] filosofia? […] Se io dovessi definire Sergio, direi che egli è un filosofo continentale, non nazionale: è  un filosofo di pubblica utilità, se è vero che Neruda disse di sé: sono un poeta di pubblica utilità [… La sua è] una filosofia, quindi, aperta al mondo, alle idee degli altri: “Il sangue che scorreva dalle nostre ferite era rosso, era semplicemente e uniformemente colorato di rosso. Il sangue era rosso per tutti: nessuno aveva sangue azzurro o di altro colore. Il cattolico e il comunista, il protestante e il massone, il radicale e il socialista, il socialdemocratico e il cristiano di sinistra, il discendente di un arabo o di un ebreo, tutti vedevamo – e lo soffrivamo nella nostra carne – che eravamo parte inscindibile del martirizzato e calpestato popolo del Cile” (cfr. “La via del Cile”, Martignano 1987, p. 17). Potremmo benissimo definirlo un messaggio cristiano: non quello dei colonizzatori cristiani dell’America Latina, ma quello della fraternità, di Francesco che precede le crociate, di madre Teresa, di mons. Helder Camara. Però, ogni attributo (marxista, cristiano) è riduttivo: ogni uomo è una storia a sé. Si tratta di far incontrare le storie, quante più storie è possibile: cosa a cui i cileni Pablo e Sergio hanno dedicato l’esistenza».

Ma il sodalizio Nocera-Rojo ci porta anche ad un altro nome importante nell’ambito della cultura mondiale e specificamente della bibliofilia: quello dei Tallone. Tornando al libro di Maurizio Nocera  Neruda Cento anni, infatti, in questo libro compare uno scritto: “Il nerudiano 2000 dell’editore Tallone”. Questo breve  saggio è illuminante perché svela la nascita del rapporto fra Nocera e l’editore Enrico Tallone di Alpignano (Torino), sempre nel segno del grande Pablo Neruda. Ed è molto interessante notare come il cammino di  conoscenza e di frequentazione amicale e professionale fra Nocera e Enrico Tallone rispecchi  un analogo cammino compiuto molti anni prima  dal grande scrittore cileno Neuda  con  il grande editore, maestro dell’arte tipografica, Alberto Tallone, padre di Enrico. Il pretesto che è alla base di questo rapporto è la pubblicazione in Italia nel 2004 di un inedito di Neruda, “2000”, appunto, a cura di Tallone. In occasione dei festeggiamenti in tutto il mondo per il centenario della nascita di Neruda, Nocera che si trovava in Cile a presentare il  libro, a sua cura, di Sergio Vuskovic Rojo, Neruda/ L’invenzione di Valparaiso, nella traduzione castigliana, apprese proprio dal grande filosofo cileno Rojo dell’uscita in Italia di un inedito nerudiano, dal titolo “2000”. Nella sala della dogana di Valparaiso, dove si teneva la conferenza di presentazione del libro, insieme a Nocera e alla consorte Ada Donno, erano presenti molti intellettuali cileni in vario modo collegati a Neruda, come Francisco “Pancho” Velasco, fraterno amico di Neruda, con la moglie Maria Martner, la poetessa Sara Vial,  Oskar Quiroz Mejia, Rettore dell’Università di Playa Ancha, Alberto Luis Mansilla, fraterno amico e biografo di Neruda ( e del quale nel libro di Nocera compare il saggio “ Neruda e Vuskovic e il loro legame con Valparaiso”) e, naturalmente, Sergio Vuskovic Rojo ( autore, nel suddetto libro, degli interventi “L’amico, il malacologo” , “L’ebbrezza cosmica” e “Neruda e l’invenzione di Valparaiso”, di cui si è già detto). Comunque l’attenzione di Nocera fu catturata da questo nuovo libro inedito di Neruda di cui aveva sentito parlare. E al suo ritorno in Italia egli subito si mise a cercare questo libro ma con poco successo, trattandosi di un’opera rarissima, da collezionisti. Cercò allora di contattare l’editore Tallone di cui egli fino ad allora non aveva sentito parlare. Fu così che Nocera venne a contatto con un mondo meraviglioso di libri ed edizioni rare, preziose, di cui artefici erano i Tallone di Alpignano, una mitica famiglia di artisti stampatori  di fama mondiale. Nocera fa una descrizione della casa editrice e passa in rassegna le principali realizzazioni artistiche di questa casa tipografica editoriale conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo.

Torniamo ora al libro di Sergio Vuskovic, Neruda/ La invencion de Valparaiso , del 2004. In occasione della Conferenza di presentazione del libro di Sergio Vuskovic Rojo, tenuta il 14 luglio 2004 nella Sala di rappresentanza della Dogana di Valparaiso, come riportato sopra, Alberto Luis Mansilla, che  è stato amico personale di Pablo Neruda e, in occasione del Centenario della nascita, il 12 luglio 2004, ha pubblicato a Santiago del Cile, un nuova biografia del poeta con molti inediti e nuove immagini, lesse una bella Relazione introduttiva che è la seguente: “Cari amici, senza dubbio il professor Sergio Vuskovic è un uomo di Valparaiso. Ritiene di vivere in uno dei mondi più affascinanti della terra e non concepisce la propria esistenza altrove. Ricordo che, durante il suo esilio, nella vecchia e bella città di Bologna, si affacciava al balcone della sua casa, su una strada con molto traffico, e si chiedeva: «quando tornerò a Valparaiso?». Eppure viveva tra i grandi monumenti della cultura occidentale; aveva vicini i luoghi in cui hanno operato e creato i geni più importanti per la nostra civiltà: Dante, Michelangelo, Leonardo. Il professor Vuskovic era rispettato in una delle università più antiche ed illustri d’Europa, era ascoltato con rispetto, diventando uno degli uomini più apprezzati come simbolo dell’esilio cileno, gli italiani apprezzavano molto i suoi titoli accademici e la sua condizione rappresentativa di chi lotta per la democrazia, di chi riconquista l’anima di un paese la cui storia e spirito non ammettevano una dittatura che lo aveva obbligato ad emigrare dopo aver trascorso un periodo tra i ghiacci dell’isola Dawson. Attorniato dallo splendore dell’Italia, Vuskovic era come vedovo di Valparaiso. Fra la rappresentazione vivente dei suoi colli, delle sue scalinate, dei suoi ascensori, del vento del mare e del porto, che lo accompagnavano dappertutto. Di lui si poteva dire la stessa cosa che aveva affermato Pablo Neruda quando era anch’egli un esiliato: «Il mio cuore ha in Valparaiso una finestra rotta».Quando vi fece ritorno, fu come se non fosse partito mai. C’era ancora la dittatura, ma egli non aveva peli sulla lingua nel dire ciò che allora era imprudente. Fu di nuovo carcerato e tale esperienza fu terribile, per lui, ma disse che non c’era più niente che lo potesse allontanare da Valparaiso e solo la brutalità lo obbligò ad un altro breve ritorno [in Italia]. D’altronde il suo amore per l’Italia faceva di Bologna un posto per lui sicuro. Lì conobbe e affascinò il professore Maurizio Nocera e successivamente lo invitò alla magica Valparaiso. Questi riscoprì il porto come una vera valle del paradiso. Vuskovic si impegnò nel seguire i passi di Neruda, il quale si era sentito cittadino di Valparaiso ed aveva vissuto anch’egli in Italia alcuni tra i più bei giorni della sua vita. A Capri aveva sentito l’ebbrezza cosmica espressa nei suoi cento sonetti d’amore. Neruda unì questa passione all’amore per Valparaiso, per la sua casa denominata La Sebastiana, sul colle Miraflores e per i suoi amici. Quindi, tanto Vuskovic quanto Neruda erano uniti nella stessa passione per l’Italia e per Valparaiso, per Bologna e per Capri, per quella meraviglia oceanica, per la gente semplice che vi abita, per il miracolo di una bellezza intatta nonostante il tempo distruttore. Certamente Bologna e Capri non si somigliano, i loro rispettivi scenari si trovano su differenti latitudini, ma entrambe sono penetrate profondamente nelle sensazioni e nello spirito dei nostri due personaggi. Entrambi, Vuskovic e Neruda, hanno in comune un forte legame con Valparaíso che, a detta del poeta, è «una città segreta, sinuosa, fatta di “gomitate”», e poi aggiunge: «sono nato al centro del Cile, sono cresciuto alla frontiera, ho iniziato da Santiago, ma poi mi va conquistando Valparaiso». Questo libro, Neruda/ La invención de Valparaíso, è stato scritto su proposta del professor Nocera e potremmo affermare -non è uno scherzo- che in esso, come nel baule di un sarto, si trova di tutto. È stato tradotto e pubblicato in Italia grazie alla cura fraterna del professor Nocera.  E, nell’affermare che è come il baule di un sarto, penso ai nobili elementi che può avere un professionista del settore. Vi sono testi inediti di Neruda, documenti del poeta sconosciuti e mai pubblicati, che lo vincolano in maniera indimenticabile a Valparaíso.  Vi si può anche trovare, nei dettagli, il momento in cui fu nominato, nell’ottobre del 1970, “Figlio illustre di Valparaíso”. In tale occasione il poeta si era dichiarato uno scarso oratore prima di improvvisare un discorso chiaro e meraviglioso in cui disse: «Ho voluto essere un poeta per tutta la gente, per tutti i ranghi. Ho voluto essere poeta della vecchia storia del mondo, della selvaggia informalità di ciò che è sconosciuto, della selva e dell’oceano. Ma ho voluto anche essere il poeta delle cose più elementari, più piccole, più abituali, più rustiche, più disprezzate. Ho voluto essere il poeta essenziale nel suo compito di esprimere i sentimenti nazionali. Forse per me è questo lo stimolo profondo delle mie opere, perché una nazione è costruita non solo dalle istituzioni fondamentali, non solo da coloro che vi lavorano intellettualmente e manualmente, ma è costruita anche e soprattutto da uno spirito unitario, da un sentimento di Nazione, sentimento che non è fatto solo di orgoglio, ma dalla profonda umiltà che ci permette di riconoscere un fratello in ciascuno di nostri compatrioti e di essere disposti a condividere con questo fratello, ovunque egli sia, il destino comune di una patria che cerchiamo di rendere ogni giorno più grande, più giusta, più luminosa». In tale occasione il poeta aveva dichiarato di essere un poeta di pubblica utilità, che aveva scritto i suoi versi senza altre pretese che quella di un artigiano, di un falegname o di un vasaio. Aggiunse che Valparaíso è stata per i poeti della sua generazione «una nave con tutte le sue vele spiegate, un movimento vitale, una comunità palpitante di sussurri, pervasa dall’odore del mare, dal canto antico dei mari, una comunità in cui risuonavano imponderabili le nostre voci, le antiche voci degli equipaggi che sono passati di là, le voci della gente che vi è passata per un minuto ma che ha lasciato sospesi nell’aria di Valparaíso una strana parola, un suono straniero, una canzone misteriosa che apriva il suo mistero solo per noi, assetati di sogni e di ombre». Questo libro raccoglie, nelle sue preziose pagine, la cronaca del Comitato di Difesa e Sviluppo di Valparaíso, di cui aveva fatto parte il poeta, e che era stata una feconda iniziativa del sindaco Sergio Vuskovic, integrata da tutte le forze vitali della città. Molti progetti di quel comitato sono stati portati a termine ed hanno contribuito a riscattare vari luoghi di Valparaíso, palazzi e cose storiche come quella di Lord Cocrane. Il miglioramento dell’Avenida Altamirano, o il museo del mare ed altre realizzazioni, per esempio, sono state portate felicemente a termine, alcune immediatamente, altre con il passare del tempo. Neruda ha fatto parte, con grande entusiasmo, di questo comitato, i cui grandi progetti sono stati frustrati dal golpe contro il Presidente Allende e dall’instaurazione di una dittatura militare, una delle cui tristi gesta è stata l’aver distrutto la casa del poeta a Santiago, proprio nei giorni in cui egli stava agonizzando in una clinica vicina. Penso che il sostanzioso materiale di questo libro possa apportare delle conoscenze che nemmeno i più scrupolosi storiografi e studiosi di Neruda e di Valparaiso hanno registrato. Particolarmente nuovi sono il bellissimo Canto per Neruda, di Maurizio Nocera, le pagine di Neruda su La costruzione della città, la cronaca di Sara Vial su La Sebastiana, da lei definita come «una spada di pietra nel cuore alato di Valparaiso», i ricordi del dottor Francisco Velasco sul suo amico, con il quale ha condiviso la casa decorata ed arricchita dai bellissimi mosaici di pietre marine di Maria Martner, il ritratto di Matilde Urrutia, fatto da Virginia Vidal, le peripezie della campagna di candidatura del poeta alla presidenza della Repubblica, il cui successo di popolo lo aveva portato a chiedere a Sergio, che era il capo del suo commando porteño: «Cosa può succedere se vengo eletto Presidente?». Il libro comprende anche una graditissima stampa sugli inglesi a Valparaiso e su alcuni inediti nerudiani. Riteniamo che Neruda/ La invención de Valparaíso costituisca un buon apporto alla celebrazione del centenario del poeta. Questo centenario è diventato un avvenimento mondiale, perché ha riunito milioni di persone intorno alla poesia di un poeta che è nato nell’estremo sud del mondo. È prodigioso che gli omaggi alla poesia nerudiana riscuotano lo stesso successo anche negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, in Inghilterra, in Spagna, in Argentina, in Ecuador, in Messico. È evidente che Neruda parla la lingua di tutti i popoli e che, essendo un poeta assolutamente nazionale, lo è anche di tutto l’universo.
Qual è la magia di questa poesia che è stata tradotta persino in russo, in cinese, in giapponese ed in esperanto? Neruda è il poeta della gioia di vivere, dell’amore umano. Neruda ha abbattuto tutte le torri d’avorio e ha sfatato tutte le tematiche che sembravano tabù nella poesia. Ha trasformato tutti gli esseri umani nei protagonisti delle sue poesie. Per lui la terra si chiama Juan, e questo Juan non è un ente astratto né simbolico, bensì il lavoratore che rende possibile la nostra esistenza, gli operai dei cantieri, i minatori, i lavoratori del mare, i panettieri, i ferrovieri, i salariati di tutti i mestieri. E questi uomini non sono un popolo ornamentale, ma coloro i quali, secondo il Vangelo, hanno fame e sete di giustizia. Per questo il poeta ha percorso nella vita una via politica affinché la giustizia sulla terra non fosse una parola vuota. Certamente milioni di persone possono non essere d’accordo con gli ideali politici che il poeta ha trasformato in uno dei motori della sua attività da cittadino. Ma ciò non ha troppa importanza, in quanto ogni uomo umanista concorda sulla necessità che utopie si trasformino in azione e diventino politica concreta. La politica è anch’essa un argomento di poesia, fatto più che dimostrato da Dante e, molto prima di lui, dai Greci, dai Romani e dagli Arabi. Neruda ha scoperto la bellezza di tutte le cose, di tutti i frutti della terra, delle materie di cui ci nutriamo e senza le quali non potremmo mantenere vivi i nostri corpi. Neruda ha cantato la maestà della Cordigliera, dei vulcani, dei fiumi, del mare; ma egli è stato, soprattutto, poeta dell’amore umano, dell’attrazione fisica e spirituale, dell’incanto del gioco, a volte crudele, dell’amore che rende bello persino l’essere più insignificante. È stato inoltre un lucido testimone dei suoi tempi. Nella sua poesia ci sono tutti i grandi avvenimenti del XX secolo, e gli avvenimenti di cui egli è stato protagonista e davanti ai quali non è mai rimasto neutrale o indifferente. Tutto ciò spiega perché è il più universale dei cileni e perché, anche se si riconosce come un uomo del Cile, paese in cui sarebbe tornato a nascere e a morire altre mille volte, il suo linguaggio è compreso da tutto il pianeta. Una volta disse: «Io non posso senza la vita vivere, senza l’uomo essere uomo». Proprio qui risiede la chiave del suo messaggio essenziale. Quando rifletteva sulla morte diceva: « Io non morirò, ma ho vissuto la mia vita».
Ed è stato proprio così. Nei giorni più neri della nostra storia, quando era soltanto un uomo sepolto in una nicchia del cimitero pubblico, Neruda è sempre stato una bandiera, un uomo caro a molti, anche a quelli che non avevano mai letto le sue poesie. Così si è avverato il suo desiderio di essere un poeta di pubblica utilità. È passato un secolo dalla sua nascita a Parral, ma egli non è un vecchio assente dai nostri cuori. Il suo nome e la sua poesia sono vivi e per noi egli sarà sempre un insigne ed attivo movimento della nostra cultura e dei nostri aneliti d’amore per rendere migliore e più giusta la vita sulla terra.”

Leggiamo ora quello che scrive lo stesso Maurizio Nocera sull’amico Sergio Vuskovic Rojo.

“Sergio Vuskovic conobbe Pablo Neruda nel 1952 e gli rimase amico fino alla morte (21 settembre 1973). Nel 1969, Vuskovic venne proclamato senatore della Repubblica cilena e in quella occasione il suo amico Neruda recitò alcune poesie e lesse un testo, in cui, tra l’altro, c’è scritto: «Questo giovane e saggio mio amico, per la cui proclamazione siamo qui convenuti, è un uomo politico di polso e un lucido filosofo; voi a Valparaiso avete nella persona di questo giovane professore un intellettuale di prim’ordine […] Giacché non sono molti gli scrittori del nostro paese che abbiano avuto l’ardire d’irrompere nel bellicoso mare della filosofia e del pensiero, così come ha fatto Vuskovic, con un fondamento di studi e ricerche, che rivela un pensatore vigoroso, fervido e prospero nell’arduo terreno delle idee. I suoi due o tre libri sulle origini e svolgimento del pensiero costituiscono la migliore prova dell’aver noi in Vuskovic un letterato di alto livello. Un intellettuale che non teme di esplorare le regioni più segrete dell’astrazione. Tanto sicuro si sente del prezioso bagaglio di scoperte raccolte in tali esplorazioni, che non mostra timore alcuno del dialogo con coloro che sostengono un pensiero diverso dal suo; anzi, egli cerca il dialogo, lo sollecita, lo pratica con straordinaria costanza. Ah, ma questo che ho detto non significa in assoluto che Sergio Vuskovic sia di quegli intellettuali che, per il fatto di lavorare sovente sul terreno delle astrazioni, hanno paura di contagiarsi se si affacciano sul campo della realtà immediata. No. [Egli] sa che la teoria zoppica se non si appoggia definitivamente alla prassi, e che questa, se manca della spina dorsale di quella, non supera lo stadio di un empirismo più o meno sterile. […] Noi scrittori, compagni di Sergio Vuskovic, lo vediamo anche come un alto valore delle lettere nazionali e come un giovane lottatore che incarna la maggiore purezza, onestà e alta cultura di questa Valparaiso che tanto amiamo» (cfr. Neruda … sono un poeta di pubblica utilità, op. cit., pp. 157-158). E ancora più recentemente un amico comune di Vuskovic e Neruda, Alberto Luis Mansilla, noto scrittore cileno e biografo del Poeta, ha scritto: «Senza dubbio il professor Sergio Vuskovic è un uomo [che] ritiene di vivere in uno dei mondi più affascinanti della terra [Valparaiso – Cile] e non concepisce la propria esistenza altrove. Ricordo che, durante il suo esilio, nella vecchia e bella città di Bologna, si affacciava al balcone della sua casa, su una strada con molto traffico, e si chiedeva: quando tornerò a Valparaiso?. Eppure viveva tra i grandi monumenti della cultura occidentale; aveva vicini i luoghi in cui hanno operato e creato i geni più importanti per la nostra civiltà: Dante, Michelangelo, Leonardo. Il professor Vuskovic era rispettato in una delle università più antiche ed illustri d’Europa, era ascoltato con rispetto, diventando uno degli uomini più apprezzati come simbolo dell’esilio cileno, gli italiani apprezzavano molto i suoi titoli accademici […] Attorniato dallo splendore dell’Italia, Vuskovic era come vedovo di Valparaiso. […] D’altronde il suo amore per l’Italia faceva di Bologna un posto per lui sicuro» (cfr. A. L. Mansilla, Pablo Neruda, poeta della gioia di vivere, in «Anxa news», anno II, n. 12, Gallipoli novembre 2004, p. 5). Ma Vuskovic ha conosciuto anche il Salento e qui ha soggiornato per diverso tempo, qualche volta tenendo delle lezioni all’Università salentina, altre volte tenendo dei seminari di studio extra-cattedra. Personalmente lo ricordo sempre impegnato a tenere alta l’attenzione sui fatti del mondo, non perdendo mai di vista la sofferenza dei popoli, per il sollevamento della quale egli agisce come democratico conseguente. D’altronde tutta la sua produzione filosofica-politico-letteraria lo dimostra, a partire dalle prime pubblicazioni degli anni’50. Ma non solo perché, ad esempio, qui da noi si è interessato di arte (ha presentato diversi pittori), di poesia (è stato presente a numerose manifestazioni poetiche), di sociale (spesso intervenendo a dibattiti sulla libertà, la democrazia, il futuro possibile), altro. Interessante è la sua concezione filosofica del mondo, che è possibile leggere nel suo ultimo saggio, La speranza cristiana e la funzione utopica, in cui afferma: «Qual è la forza che spinge gli esseri umani, nel corso della loro storia, a postulare un cambiamento per migliorare? Cos’è che li porta ad avere la speranza di ottenere maggiore libertà, che si accresce sempre più nella prospettiva del futuro?/ La speranza non solo sussiste in quanto risposta a ciò che già si è dato, a ciò che esiste e dalla soddisfazione immediata delle necessità o inquietudini o come stimolo al cambiamento, bensì è qualcosa che rimane via perché giammai si potrà raggiungere il suo compimento, dato che succede sempre che l’obiettivo raggiunto, il nuovo esistente, reclama ancora il bisogno di essere superato, e così fino all’infinito; è come l’effetto orizzonte: quanto più ci avviciniamo, più si allontana da noi, ma non per questo non smettiamo di avvicinarci ad esso.[…] L’energia elementare della speranza si basa, per ogni donna o uomo, sulla fame fisica o di idee nuove (la fame dotta), sulla coscienza di un vuoto rivelatore di qualcosa che manca. La speranza inizialmente è l’espressione di un mondo istintivo, legato alla necessità e alla richiesta di soddisfazione, ed è qui che si trova la possibilità di capire la storia umana in un modo nuovo, storia umana in quanto pathos della trasformazione del perenne sorgere del novum. Precisamente l’utopia concreta si contrappone all’angoscia e alla paura, agli orizzonti corti della società manipolata che trasforma tutto in merce, che ha come divinità il denaro, che si trincera nel totalitarismo. La funzione utopica oggi giorno non nasce in un vuoto storico, ma ha come fonte la persona che è persa nell’emergere della società di masse manipolate, o le involuzioni burocratiche o l’individuo preda del consumismo, il quale si ritira a vita privata, ma restando sempre prigioniero delle sue angosce solitarie che gli impediscono di aprirsi alla speranza e all’utopia, perché non capisce a che serve sperare un altro mondo da questo mondo. […] La funzione utopica colloca il suo centro d’attrazione nel cuore dell’eticità e delle passioni dell’uomo, la cui liberazione le rende esplosive. La soggettività, gli affetti, arrivano a giocare un ruolo ineluttabile, per quanto, sebbene sia alienato o manipolato, la sua struttura utopico-desiderante tende sempre, al di là di ricadute e regressi, verso l’esigenza del nuovo, verso la possibilità dell’altro, verso la presenza della diversità. Oggi giorno, quando va tanto di moda parlare del crollo delle utopie, è necessario indicare che il peregrinare della utopia continua in un processo di eterna aspettativa o nel viaggio senza punto d’arrivo. […] Il sogno di una cosa non è dato immediatamente sotto forme razionali. Le pulsazioni della sua esistenza si fanno presenti sotto forma di inquietudine, fermento, disincanto da ciò che esiste, mito o proiezione eliotropica, che si distingue nell’orizzonte della storia umana e che, penso nella configurazione del XXI secolo a venire, si realizzi nell’espansione esponenziale della democrazia che stiamo presenziando, democrazia che, senza dubbio, viene anch’essa gravida di futuro, di qualcosa che le manca, di una specie di vuoto che si può riempire solo con l’aspirazione all’uguaglianza di opportunità, all’uguaglianza di rispetto e all’uguaglianza di riconoscimento. Il rapporto tra funzione utopica e storia trova la sua ragion d’essere nel processo di rinnovamento della società, partendo dal presupposto che l’utopia non è solo sogno, ma necessità del nuovo, contenuto dal presente (il novum), ed è sentire ciò che ancora manca all’uomo per arrivare ad essere realmente umano». Ho citato questi passi di questo saggio, perché da essi è possibile capire quale sia l’orizzonte filosofale ed entro quale spazio vitale opera il pensiero di Sergio Vuskovic, che non a caso è considerato oggi punto di riferimento del pensiero latinoamericano. Punto di riferimento di un’esperienza umana e filosofica di Sergio Vuskovic Rojo che interessa anche noi, per come lo abbiamo conosciuto. È noto che egli, in quanto alcalde (sindaco) della sua città, Valparaiso, al tempo della presidenza di Salvador Allende (1970-1973), in seguito al colpo di stato, venne imprigionato 1’11 settembre 1973 sulla Nave-scuola «Esmeralda» e su di essa torturato fino a quando, dopo alcuni giorni, non venne deportato nei campi di concentramento di Dawson, di Puchuancavi e di Ritoque. Sul finire degli anni’70, su intervento del governo italiano e del Vaticano, ottenne la liberazione e l’espulsione dal suo paese. Scelse come esilio l’Italia e qui noi l’abbiamo conosciuto.
Della sua esperienza di tortura, Sergio ha scritto uno dei testi più importanti alle conoscenze scientifiche della sopportazione umana del dolore, dall’emblematico titolo di Un viaggio del tutto particolare, nel quale ha scritto: «Come ripercorrere il cammino che porta verso il centro della mente, quando essa è un paese senza limiti, un territorio senza confini? Il tragitto mentale è come un cono, un imbuto che, largo all’inizio dalla fronte, si immerge nello spazio mentale più interno. Da lì arriva una luce gialla-bianca, una dorata luce soave, uno splendore profondo, che trasformandosi in qualcosa di assolutamente cosciente, si manifesta, immediatamente, come lo stesso imbuto; però, rovesciato, inondando di luce tutto il cervello, col messaggio di una forza ciclonica: qui sto io, come Cristo, pagando peccati che non ho commesso. […] Come uno si rende conto dei suoi propri limiti, uno supera le suddette frontiere psicologiche: una immensa prateria senza fine si apre davanti al raggio di luce mentale – lì mai è nuvolo. Durante tutta l’esperienza, sono rimasto sempre consapevole, concentrato in me stesso, con un atteggiamento di chiaroveggenza e di cosciente interiorità; registrando, incidendo tutto quello che succedeva senza aggiungere né cancellare niente sulla vita personale e su quello che stava capitando nei miei paraggi; ad eccezione di un solo punto, un aspetto decisivo che richiedeva essenziale e puntuale vigilanza. Era come un complesso micro-bio-computer nel quale l’autoprogrammazione rimaneva oggettiva e priva di coinvolgimenti, però con una luce rossa, capace di arrestare qualsiasi flusso, in quella determinata direzione. Fino a quando durerà la sua azione? Cosa sarebbe subentrato se si fosse spenta? La sua azione avrebbe avuto efficacia solo all’interno di determinati limiti? La sicurezza dell’effetto della luce rossa mi permetteva di superare questa angustiante inquietudine e di trascendere la situazione. Chissà se esiste, in una situazione limite, insieme al più alto grado di coscienza un altro occulto sistema di controllo (non corticale?) dell’organismo, in grado di programmare pensieri, emozioni e azioni tese ad assicurare la sua conservazione come essere diverso, all’interno delle sue proprie frontiere, conservando le sue funzioni vitali e avendo cura di se stesso, se così è necessario. Forse potremo parlare di un inconscio produttivo che, quando agisce come tale, si produce e si riproduce per se stesso in ogni situazione limite o quando essa viene ri-evocata. Sentirsi parte della carne del mondo, del vivo organismo che formiamo noi tutti uomini, afferrare la essenziale viva unità di tutti gli esseri viventi passati, presenti e futuri. Questa essenziale unità è completa: mentre una delle sue parti soffre, l’altra è contenta; un’altra avanza, mentre un’altra rimane immobile; una nasce nello stesso tempo in cui una seconda muore; un frammento scende nella tomba e un altro comincia una nuova vita (il medesimo giorno in cui portavamo via dalla casa la salma della nostra nonna, andava sposa una delle ragazze della casa di fianco). La morte, in verità, non è tanto terribile se uno percepisce di essere una parte di questo corpo generale – la tranquillità e l’impassibilità lo permeano tutto. Corrisponde a questo corpo comune una mente altrettanto universale e della quale le nostre coscienze non sono più che granelli nel mare della coscienziabilità? […] L’accecante luce interiore mi consentiva di rendere trasparente la benda. Senza occhi vedevo la sua presenza. Delle volte, la scarica di corrente mi fa fare degli scatti involontari, coi quali io stesso mi faccio male nei polsi, a causa delle manette che mi legano, nudo, all’albero della nave. Debbo avere fiducia nel mio corpo, nel senso che esso continuerà da solo, come le altre tre volte, proseguendo le sue funzioni. Per ora ti tengo parcheggiato qui, a questo albero di nave. In qualunque emergenza ritornerò a te. Il corpo impara ad avere cura di se stesso quando lo si abbandona. Continuo a gridare perché l’altro continua con gli elettrodi sulla mia schiena. E come se ricevesse un ordine superiore, dal più profondo di me, di gridare più forte. Continua con la corrente sulla schiena. E dove gli fa male di più. Nel singolare punto di coscienza in cui mi sono trasformato, si accende, come in un semaforo, una luce gialla: “Hanno abboccato all’amo”, sento dire nel mio profondo, perché, in tutta verità, l’elettricità sulla schiena non mi procurava nessun dolore rilevante. Mi invade una grande tranquillità. Continuo a gridare perché debbo farlo. Tutte le antenne del mio corpo sono attente, sono un polipo di luce con tutti i suoi tentacoli pronti a ricevere stimoli: sono un’isola di coscienza, pronta ad afferrare informazioni, ad interpretarle rapidamente e ad agire in conseguenza. Continuo a gridare, però l’elettricità non mi fa male, nonostante l’altro continui a percorrere tutta la schiena con gli elettrodi. Mi godo intensamente la mia discreta vittoria. Improvvisamente, sono cosciente che è la quarta volta che ho fatto questa esperienza con l’Uccello Torturatore, in precedenza gli avevo lasciato per tre volte il mio corpo; in ognuna di queste circostanze sotto una minaccia di morte; tuttavia, sebbene una nebbiolina emanava dalla sua faccia pitturata o dalla sua tuta mimetica (verde, rossastro, marrone), questa nebbiolina avvolgeva il mio corpo; ma non la mia coscienza. C’era una netta separazione: egli disponeva del mio corpo ed io del mio mondo interiore. La solitudine prodotta dalla paura era vinta dai ricordi. Nei ricordi si ignora tutto del tempo […] E mentre quello somministra una scarica elettrica controllata, non mortale, nei miei genitali, intraprendo un viaggio molto interessante alla volta di un problema che mi angustia: sono sicuro di avere letto dei versi nell’opera di Baroja, però non ne ricordo il significato. Che cosa vogliono dire? Dovrò fare uno sforzo per cominciare a ricordare tutto il racconto, dal suo inizio. […] E ricomincia la sua fatica e io torno al mio viaggio solitario. Già sembra che io mi stia abituando. Partì un largo fascio di luce dalla superficie della mia fronte: […] Viviamo in un mondo saturo di libera informazione, nel senso che può non rivolgersi ad un destinatario immediato. Se un computer superiore la programma non c’è nel mondo informazione che si perda. O il computer superiore siamo noi stessi? Anche da noi parte un’informazione che agisce per suo conto. […] Pericolo: “Dove sta nascosto tuo figlio?”. “Come posso saperlo io, se sono stato sempre qui?”. “Ti migliorerò io la memoria”. I circoli concentrici. Porre la mente in bianco. Pensare ai circoli concentrici per non pensare a niente. […] Sembra che sia una tecnica per intraprendere questo viaggio. In definitiva l’ho provato nelle tre esperienze precedenti. Sì, torno ai circoli concentrici, sono bianchi. Allora, se sono bianchi, come li distinguo nello sfondo luminoso in cui si presentano? Però li distinguo: essi aprono il cammino alla volta del viaggio di liberazione; è un’altra forma di sogno, un’altra maniera di manifestarsi di questo grande consolatore. Il sogno, quando potrò dormire?».” (“Vuskovic Rojo visto da Maurizio Nocera”, testo pubblicato in: “www.Confusenet.it/Forum, 07/07/2005)

In questo racconto, citato da Maurizio Nocera quindi, Sergio Vuskovic Rojo descrive l’esperienza dei suoi stati modificati durante la tortura. In particolare Rojo rivela che mentre una parte di sè era impegnata in un viaggio di estraneamento dal dolore e si aggirava tra i ricordi di esperienze vissute, un’altra parte restava là, con il corpo sotto tortura, mantenendosi  ipervigile ad ogni sia pur minimo mutamento del lavoro del torturatore. Quando poi il decorso della tortura eccedeva una certa soglia, ecco allora che una lampadina rossa si accendeva per segnalare l’allarme” e le due parti sdoppiate si ricoordinavano in un nuovo equilibrio per reggere la prova. La certezza che questa lampadina rossa” si sarebbe accesa qualora la situazione si fosse fatta particolarmente allarmante, ci dice Rojo, consentiva una certa tranquillità al suo viaggio lenitivo nel mondo dei ricordi sensoriali.  Questa terribile esperienza  viene magistralmente rivissuta  da Rojo nel libro Dawson, edito da Il Raggio Verde, nel 2008, e curato da Maurizio Nocera. In copertina, un’opera pittorica dell’artista salentino Antonio Luceri che ha elaborato in pittura il tema della memoria e dell’identità facendone il leit motiv di tutta la sua ricerca artistica.  Dawson è la ricostruzione delle atrocità subite, delle sofferenze inflitte ai cileni democratici che, nonostante tutto, nell’isola di Dawson furono più che mai uniti e solidali; sebbene torturati non persero mai la fede nei propri ideali e in se stessi così come scrive lo stesso Vuskovic in uno dei capitoli più toccanti: “Quando noi, prigionieri di guerra, dirigenti del Governo della Unidad Popular, detenuti politici, eravamo torturati ed il sangue sgorgava dai nostri corpi, come linfa da un albero tagliato, ed il dolore si faceva grido straziante ed incontenibile, mai per la nostra testa passò l’idea malsana che fossimo diversi gli uni dagli altri, che potessimo spezzare la catena indistruttibile dell’umanità. Ci sentivamo veri fratelli, figli dello stesso padre e della stessa madre. Il sangue di tutti era dello stesso rosso”.

(continua)

La I parte può leggersi in:

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/02/17/dalle-murge-salentine-alla-cordigliera-cilena-maurizio-nocera-e-sergio-vuskovic-rojo/

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