Pìcciu e picciùsu: la poesia, con risvolti un po’ osé…, del dialetto

 

da http://www.chiaranocentini.it/

 

di Armando Polito

Ormai non mi viene più da ridere, ma mi incazzo come so fare solo di fronte alle idiozie della burocrazia (non scomodo il trito paragone con gli animali per loro rispetto, anche se fra poco e alla fine sarò costretto a metterli in campo…) quando perfino in discussioni di un certo livello sento qualcuno che ancora manifesta in modo più o meno palese pregiudizi nei confronti del dialetto. Sulla infondatezza scientifica, oltre che antistoricità, di questo atteggiamento non mi soffermo neppure perché ho troppa stima dei lettori di Spigolature salentine e lo ritengo superfluo.

Passo perciò alle due voci dialettali del titolo, designanti, la prima, il piagnisteo, il frignare del bambino, la seconda il bambino stesso che in questo modo manifesta il suo disagio, in passato per lo più ascrivibile a motivi di salute, oggi, credo prevalentemente, a motivazioni di carattere psicologico, come la voglia di attirarre l’attenzione, fino all’espressione di un vero e proprio capriccio, la cui pronta soddisfazione da parte dei genitori ha il pronto effetto di propiziarne altri a breve scadenza…

Sorprendentemente il Rohlfs non avanza alcuna proposta etimologica, limitandosi solo all’invito ad un confronto “con il calabrese pìcciu e il napoletano pìccio=piagnisteo”; dico sorprendentemente perché per un simile maestro sarebbe stata una passeggiata fare lo stesso cammino che ho fatto io e che qui ripercorro.

E si tratta di un cammino all’inverso. Son partito, cioè, dal nesso –cci– del quale mi sono recentemente occupato a proposito di sàcciu nel post L’inglorioso esito di un nobilissimo nesso del 16 u. s.

Per farla breve, mi son detto: se sàcciu deriva dal latino sàpio e se tanto mi dà tanto, pìcciu dovrebbe derivare da pìpio (o qualcosa di molto simile). E infatti, basta prendere in mano un qualsiasi vocabolario di latino e agevolmente vi si trova il verbo della prima coniugazione pìpio/pìpias/pipiàre col significato in Catullo di pigolare e in Tertulliano di vagire ma anche per indicare il cadere della pioggia1; c’è pure, sempre della prima, pipo/pipas/pipàre usato da Varrone per designare il pigolare della gallina; esiste anche una forma della terza: pìpio, pipis, pipìre usato col significato di pigolare da Columella; né vanno trascurati i sostantivi pipio/pipiònis (proprio quello che ci serviva!) che in Servio indica il piccione3 o la tortora e pìpulum (o pìpulus)2/pìpuli usato da Plauto nel senso di schiamazzo e da Frontone in quello di piagnisteo. Non è necessario essere Einstein per intuire prima e concludere poi che tutte le voci riportate sono di origine onomatopeica e che la fantasia popolare (o la civiltà contadina) ha inventato la metafora del piagnisteo infantile inteso come rumore più o meno fastidioso analogo al pigolio o al tubare.

Qualcuno potrebbe obiettare che i nomi italiani si formano di regola dal caso accusativo dell’originaria voce latina4 e che, perciò, essendo pipiònem l’accusativo di pìpio avremmo dovuto avere piccione e non pìcciu. Rispondo agevolmente che non mancano le eccezioni; una per tutte: uomo è, secondo l’interpretazione unanimemente accettata, dal nominativo homo e non dall’accusativo hòmine(m); lo stesso sarebbe5 potuto succedere per il nostro pìcciu.

E chiudo con i miei amici, così come avevo iniziato.

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1 Ad Valentinianios, XV: Celestes Imbres pipiavit Achumot : Achumoth versò vagendo le piogge dal cielo (nel dialetto neretino chiuìre piu piu vuol dire piovere lentamente ma in modo continuo e per esprimere lo stesso concetto con una sola parola si usa piulisciàre; oltretutto il verbo pipiàre nel suo significato originario fa venire in mente, sempre per il neretino, anche la voce iterativa di richiamo per i pulcini pio pio, nonché pilèu=lamento capriccioso, voce non registrata dal Rohlfs che, però, per il Brindisino riporta con lo stesso significato piùlu facendolo derivare da un latino *piulàre=pigolare, dI cui il precedente neretino piulisciàre è forma iterativa.

2 Il suffisso fa pensare ad un diminutivo da pipus o pipum, non attestato, ma che evoca la voce pipo spesso usata eufemisticamente per indicare la scorreggia del bambino; però, secondo me, è più probabile che pipo sia forma accorciata di pìpitu che è deformazione del napoletano pìreto (a San Cesario di Lecce è attestato pìretu), dal latino pèditum=scorreggia o, più semplicemente una formazione onomatopeica indipendente.

3 La voce italiana è da pipiòne(m) proprio col passaggio –pio->-ccio-. La voce dialettale, invece, sembrerebbe derivare dal nominativo pìpio; la regola vuole che il nome italiano si formi dall’accusativo e solo eccezionalmente dal nominativo, come è successo, secondo l’interpretazione corrente ed unanimemente accettata, per uomo dal nominativo homo; nulla vieta di pensare che lo stesso sia successo per la nostra voce. Non connessi con il pigolio ma con l’apparato pilifero, poi, sono i dialettali piccione e piu usati nel senso di conno; lo stesso è successo in italiano per passera e passerina; quest’utima indica anche un’erba infestante (Thymelaea passerina o Thymelaea arvensis) ma anche in questo caso la protesta delle femministe, se ci fosse, sarebbe antistorica, dal momento che il significato traslato segue sempre quello letterale) mentre all’uomo (e forse se lo meritava…) è riservato il generico, anonimo  uccello (stesso destino per pesce…).

4 La spia è quella m finale tra parentesi tonde che compare nelle parole latine di tanti scritti miei…forse troppi, e per giunta, per qualcuno pure politicizzati (!): vedi su Facebook nello spazio del nostro sito il commento di Luisa Eluisa al post mIo e di Marcello Gaballo  L’amore passato e presente…del 14 u. s.

5 Uso il condizionale perché quella che per uomo ho definito interpretazione unanimemente accettata per me è discutibile perché credo che uomo potrebbe anche aver seguito la seguente regolare trafila (le voci senza asterisco sono tutte attestate): hòmine(m)>*òmine>*omne (sincope di –i-)>*omme (assimilazione –mn->-mm– di cui è traccia nel francese homme)>ommo (regolarizzazione della desinenza;)>omo (scempiamento –mm->-m-)>uomo. Lo stesso può essere successo, in modo meno indolore, per pìcciu: pipiòne(m) non avrebbe subito il terremoto di homine(m) ma avrebbe perso la sillaba finale solo perché confusa quasi con un suffisso accrescitivo.

5 Commenti a Pìcciu e picciùsu: la poesia, con risvolti un po’ osé…, del dialetto

  1. CARO ARMANDO, MEI MIEI RICORDI GIOVANILI “LU PICCIONE” ERA SPESSO NOMINATO…. MA ESISTEVA E CREDO ESISTA ANCORA UN TERMINE CHE AVEVA LO STESSO SIGNIFICATO COME D’ALTRONDE CITATO DAL ROHLFS… MA TU COME ESPERTO DI ETIMOLOGIE, SAPRESTI SUGGERIRCI QUALCOSA?
    GRAZIE E A PRESTO.

  2. Credo, pur non essendo esperto di etimologie, che tu ti riferisca alla voce “cùrciu” per la quale il Rohlfs invita solo ad un confronto con la stessa voce calabrese che significa basso, corto, senza coda (superfluo sviluppare il concetto…). Stranamente, poi, non aggiunge l’etimologia che era già bell’e confezionata: dal latino cùrtius=più corto, comparativo neutro dell’aggettivo curtus/a/um. Ho detto all’inizio che non mi ritengo esperto di etimologie; per il resto, nella fattispecie, c’è, a parte, per alcuni, la card, un personaggio notissimo…e per te che risiedi a Roma dovrebbe essere uno scherzo nel caso dovessi avere bisogno di chiarimenti non filologici ma ficologici. Poi, però,non fosse altro che per gratitudine, passameli…

  3. e a proposito di “pipias” in Sardegna, almeno in provincia di Nuoro, ho sentito indicare le bambine con “sa pipias”. Il termine mi incuriosiva troppo e mi fu data la traduzione che calza perfettamente con quanto hai scritto

  4. e poi, caro Armando, ci sfugge quel dolcissimo richiamo delle nostre che richiamavano galline e pulcini all’ora della pappa: “na, na, pipì… na, na, pipì… “. Sicuramente gli sfuggiva che stavano parlando la lingua di Catullo e di Columella!

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