Un verbo che la nostra presunzione di umani ha elevato ad elemento distintivo della nostra specie

L’inglorioso esito di un nobilissimo nesso

 

di Armando Polito

Ho avuto già modo di dire che le parole sono come noi, partecipi del nostro destino di uomini: non solo nascono, si trasformano nei loro tratti fonetici e semantici, muoiono, ma hanno la ventura di vivere gli stessi nostri incidenti di percorso. Succede, così, per fare solo due esempi, che alcune sono vittime della scarsa considerazione del merito e del loro intrinseco talento, sicché debbono inchinarsi di fronte all’uso che decreta il successo di una forma scorretta; altre si vedono scippata la loro prestigiosa eredità addirittura da parte di un parente con un imbroglio che non sempre è agevole individuare.

A questa seconda categoria, quasi di nobili decaduti, è dedicata oggi la mia attenzione, e per farlo metterò in campo un verbo che la nostra presunzione di umani ha elevato ad elemento distintivo della nostra specie rispetto alle bestie: sapere.

Già il latino sàpere=aver sapore, essere assennato (di cui la voce italiana nei due significati è evoluzione diretta) presenta nel suo paradigma, sapio/sapis/sapii o (rari) sapìvi o sapui/sàpere, un carattere difficile che lo colloca, al di fuori delle quattro coniugazioni regolari, nella categoria dei verbi in –io, cioè verbi che nel presente e nei tempi derivati seguono la quarta coniugazione, nell’infinito e nei tempi da questo derivati la terza.

Il verbo in questione se non fosse appartenuto ai verbi in –io avrebbe avuto per infinito non sàpere, ma sapìre1; inoltre esso non ha il supino (che nel paradigma è registrato in quarta posizione).

D’altra parte questo suo carattere difficile non poteva non essere ereditato dalle forme italiane, a cominciare dal presente per il quale, da un infinito sapère, ci saremmo aspettati una coniugazione io sapo, tu sapi, egli sape, noi sapiàmo, voi sapète, essi sàpono (solo la seconda persona plurale non ha tradito le attese). Sappiamo com’è andata a finire (e dopo diremo perché), ma la legittimità delle nostre attese è dimostrata dal fatto che le forme appena elencate ebbero il loro momento effettivo di gloria a partire dal XIII° secolo efino al XV°: Bacciarone da Pisa: Tutto ‘l contrar, se eo ben dir lo sapo; Meo Abbracciavacca: Delli viziosi mali ove li sapo; Tommaso Buzzuola: Soggiorno a sua stagione prender sape; Rinaldo d’Aquino: Se si sape avanzare; Dante, Purgatorio, XVIII, 55: Delle prime notizie, uomo non sape; Paradiso, XXIII, 45: E che si fesse rimembrar non sape; XXVIII, 72: Al cerchio che più ama e che più sape; Guittone d’Arezzo: Che di cosa piacente/sapemo, ed è vertà, ch’è nato amore; Dante, Inferno, X, 105: Nulla sapem di vostro stato umano; Baldassare Castiglione, Il cortegiano, I: Non sapiam di cui.

Le forme         odierne sono l’evoluzione di quelle appena riportate, col passaggio –p->-b– (di cui è traccia nello spagnolo sabes, sabe, sabemos) e –b->-v– (di cui è traccia nel francese savons, savez ma anche in italiano, a parte l’aggettivo savio: Francesco da Barberino, Reggimento e costume delle donne: E ben si save che quale è difeso; Voi savete che la Margarita; Guittone d’Arezzo: Ben credo savete; Già savemo; Brunetto Latini, Tesoretto: Siccome saven noi). Poi la caduta di –v2 fece il resto.

L’esame (limitato, per motivi di spazio e di tempo al presente indicativo) delle voci dialettali neretine consente di fare ulteriori riflessioni sull’argomento: iò sàcciu, tu sai, iddhu sape, nui sapìmu, ui sapìti, iddhi sàpinu.

Dopo aver fatto notare come sape, sapìmu e sàpinu siano in linea (a parte dettagli fonetici irrilevanti) con le corrispondenti persone elencate nella prima serie, soffermeremo ora la nostra attenzione sulla prima singolare sàcciu. Essa è il normale sviluppo dell’originario latino sapio con il consueto passaggio di –pi– in –cc– (come in Lecce da Lupiae); ma anche qui le testimonianze letterarie antiche dimostrano che questo esito non era poi tanto volgare: Francesco da Barberino, op. cit. : Mostrano le donne che ancor non sacciono lo fatto. A ulteriore riprova della diffusione del fenomeno ci vengono incontro i poeti della Scuola siciliana (Giacomo da Lentini, I, 31: e non saccio ch’eo dica; Tomaso di Sasso di Messina: ch’io non saccio altro fare;  Cielo d’Alcamo (XIII° secolo) , Rosa fresca aulentissima, v. 132: Bene lo saccio, càrama: altro non pozzo fare (Lo so bene, mia cara: altro non posso fare), dello Stilnovo (Guido Orlandi, Rime, III, V. 1: Amico, i’ saccio ben che sa’ limare (Amico, io so bene che sai rifinire); Guido Guinizelli, I:  saccio certo ben ragion vedere;  II:  E saccio ch’ogni saggio e’ porto fino; Guido Cavalcanti, I: Ch’eo non saccio contare), della Scuola toscana (Guittone d’Arezzo, XI: Scuro saccio che par lo mio detto; XII: Ma solamente lei saccio devisa; XXIII: Poich’io non  saccio como da per me faccio di ciò pensare; XLVII: Onor, prode e piacer saccio ch’amate; XXV: Ben saccio de vertà che ‘l meo trovare val poco; LXXXVI: Perché saccio di te dir villania. Bonaggiunta Orbicciani: I: Non saccio com’eo vivo sì gravoso;  Dante da Maiano, IV: Sì c’oramai non saccio la partenza) e gli stessi Dante (Rime, III: sì che di quanti saccio  nessun par l’à), Petrarca (Petrarca, Rime disperse e attribuite, 182, 3: Ora ti veggio, e non saccio  il perché) e Boccaccio (Lettere, A Francesco de’ Bardi (1339): …non saccio se te s’aricordae non saccio quanta delli mIeglio mIeglio di Napulinon saccio pecchené se lo fa chesso…; Ninfale fiesolano, 279, 6:  disse: – Oh me tapina, ch´i´ non saccio; Decameron, X, 7: temo morire, e già non saccio  l’ora).

Per completare il discorso e avviarci alla conclusione passiamo ora rapidamente in rassegna le voci italiane imparentate con sapère.

Sapiente e il suo contrario insipiente, rispettivamente dal latino sapiènte(m), participio presente del citato sàpere e, con aggiunta di in– privativo, da insipiènte(m)=insulso.

Sapienza, dal latino sapièntia neutro plurale del participio sostantivato di sàpere=aver sapore, sapere; da notare la comunanza concettuale che mette insieme bontà del cibo e della mente. Come son cambiate le cose se le nuove generazioni hanno le papille gustative sensibili solo ai prodotti McDonald’ e i neuroni alle emozioni sublimi suscitate dal Grande fratello!

Saggezza, da saggio, a sua volta dal francese sage che è dal latino sàpidus (che in italiano si è conservato quasi tal quale in sàpido, vedi più avanti, con connotazioni, però, prevalentemente se non esclusivamente alimentari), sempre da sàpere.

Sapore, dal latino sapòre(m)=sapore, spirito, deverbale dal citato sàpere.3

Sàpido e il suo contrario insìpido, rispettivamente dal latino sàpidu(m),=saporito, virtuoso e insìpidu(m)=insipido.

Sciàpo, forma accorciata di sciàpido, da un latino *exsàpidu(m) (dal precedente con aggiunta di ex estrattivo); così pure sciapìto, variante di scipìto.

Saccenterìa, da saccente, a sua volta da sapiènte (m), accusativo singolare maschile del participio presente del precedente sàpere; ed è proprio quest’ultima voce a sancire la tesi iniziale: il vecchio nesso –cc– ha conferito una connotazione negativa alla voce che, pure, all’origine era sinonimo di sapiente4: Brunetto Latini, op. cit.: Ma io non son saccente se non di quel che vuole mostrarmi…; Francesco da Barberino, op. cit. alla voce industriaUmana è più quant’ella più sacciente.

Alla fine di questa fatica è legittimo porsi la domanda: ora ne sappiamo di più?

Probabilmente hanno ragione i miei migliori amici…

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1 Voce probabilmente conosciuta dal latino parlato se essa è presente nella letteratura delle origini: Inghilfredi (poeta della Scuola siciliana (XIII° secolo)  canzone I, 26: E faccia a lei sapire; e sapìre è nel dialetto neritino il corrispondente italiano di sapere.

2 Peraltro molto antica, come attesta il Placito capuano che è del 960: Sao ko kelle terre

3 Oggi il nesso saperi e sapori è usato come fosse un gioco di parole, non so con quanta consapevolezza della strettissima parentela delle due voci e con la pretesa (è il caso di dire) di riempirsi, con piglio intellettualistico, la bocca nell’improbabile difesa dall’avanzare inesorabile, da una parte, dell’insulsaggine eretta a modello da seguire e, dall’altra, di McDonald’s…

4 Lo stesso destino ha subito sapùto (da cui poi il diminutivo saputèllo): Dante, Purgatorio, XVI, 8: la scorta mia saputa e fida|mi s’accostò e l’omero m’offerse.

4 Commenti a Un verbo che la nostra presunzione di umani ha elevato ad elemento distintivo della nostra specie

  1. anche il sedano, lat. apium, ha visto trasformarsi la “p” in doppia “c”, come giustamente ci fai notare, diventando “làcciu”. Non mi vengono in mente altri esempi, che certamanete ci sono. Bella lezione, caro Armando!

  2. Le irregolarità del bizzarro “sapio”-sacciu e la sua coniugazione, che limiti al dialetto di Nardò, non sono forse comuni a tutto il Salento? Credo che solo la terza plurale “sàpinu” in alcuni comuni è resa con “sannu”

  3. Di làcciu ho già avuto occasione di parlare nel post Il sedano selvatico del 28 dicembre u.s. e dello stesso esito -pi->-cci- si parlerà, con riferimento alla voce pìcciu, nel prossimo. Per quanto riguarda la coniugazione di sapìre mi sono limitato a riportare le forme di Nardò che sono quelle che presumo di conoscere meglio; per le altre è gradita la collaborazione di chiunque…

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