L’opulenza tentatrice della macchia d’Arneo

SALENTO FINE OTTOCENTO

 L’OPULENZA TENTATRICE DELLA MACCHIA D’ARNEO

e l’ammirevole industriosità degli uomini salentini

 

L’OSSE SARTARIEDDHRE

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Inoltrandosi nella macchia d’Arneo, i contadini correvano il rischio di soggiacere a una contaminazione di libertà preistoriche, poiché nel sollecito allettante di quella natura primordiale, irruente nella sua proliferazione e così opulenta nella spontaneità dell’offerta, ognuno si sentiva novello Adamo in un lembo di Eden e quasi per un processo logico di immedesimazione era spinto ad affermare un suo diritto non soltanto sul mondo vegetale ma anche sulle presenze animali che lo circondavano. Mettere nel sacco insieme ai pampasciùni (vampagioli) anche l’inerme leprotto scoperto nella tana era un impulso irresistibile, anche perché in quel momento si scaricava tutto un complesso di privazioni e negazioni quotidiane, facendo sì che l’appropriazione, in sé stessa occasionale, assurgesse a referente convenzionale di una ribellione dalle assonanze ataviche. Di fronte a tutto quel ben di Dio che sembrava ribadire il concetto di una provvidenza destinata a tutti indiscriminatamente, più netto balzava il contrasto della sofferta miseria, e l’avidità che ne scaturiva la si doveva tanto all’inventario dei bisogni privati quanto alla mortificazione di una coscienza collettiva.

Come potevano i contadini, che mangiavano la carne solo nelle feste comandate – peraltro riducibili a Natale, Pasqua, Carnevale, San Martino e la ricorrenza del Santo patrono -, rimanere indifferenti di fronte allo sbucare ti nna milògna (di un tasso), la cui carne aveva sapore di porcellino lattante? La conflittualità fra lecito e proibito veniva naturalmente a cadere, assorbita da quel momento di fortuna che, se pure prefigurato nel desiderio, nasceva ugualmente inaspettato e quindi assumeva i contorni superstiziosi di una predestinazione. Né suonava improprio o esagerato pensarla in tali termini, giacché tornare a casa con una lepre, un coniglio selvatico, un tasso, un istrice, o sia pure semplicemente un riccio, equivaleva non soltanto a celebrare una festa fuori calendario, ma anche ad assicurarsi un provento extra: al di là dello scialo familiare, permesso e costituito dalla carne, di ogni preda, per povera che fosse, l’industriosità contadina ricavava un qualche profitto, sia in termini prettamente commerciali, sia come elementi idonei a costituire un regalo, intendendo questo come calcolata propiziazione della benevolenza padronale.

La pelle della lepre o del coniglio, se si aveva l’accortezza subito dopo la scuoiatura di spalmarla all’interno con rosso d’uovo sbattuto per impedirne l’indurimento, poteva essere venduta al pellaio o, formula più consueta, permutata con un pezzetto di acchétta (cuoio rustico di vacca) da utilizzare a suo tempo, cioè quando ci si rivolgeva al calzolaio per la confezione di un paio di scarpe. In pari tempo l’osse sartariéddhre della lepre, corrispondenti ai femori, se si riusciva a spolparle a crudo e liberarle dal midollo senza provocare incrinature, una volta completamente disseccate e lucidate erano degli eleganti bocchini o cannelli da pipa. Un regalo molto apprezzato dai signori non cacciatori, fra i quali c’era sempre chi, altrettanto industrioso, per meglio adattare questi originali cannelli ai forellini delle altrettanto originali pipe di creta nostrane, ossia per poterli sistemare  in curvatura, metteva in atto un’antichissima ricetta che – tratta da un  libretto manoscritto [1] – riportiamo nella sua originaria versione.

Per ciò che concerneva il tasso, si poteva parlare di vero colpo di fortuna se la cattura avveniva in pieno autunno, cioè alla vigilia dell’annuale sotterramento. In previsione del prossimo letargo la bestia si era supernutrita, sviluppando al massimo lo strato di grasso sottocutaneo che la caratterizzava e sul quale si appuntava l’interesse dei contadini. Essendo ricercato dagli speziali, che lo adoperavano come ingrediente base negli unguenti antireumatici, era a questi che lo consegnavano, ricavandone un comodo accredito per eventuale acquisto di medicine o se questo era stato già perpetrato, un altrettanto utile scompito nel debito. (…)

[1]

“RACCOLTA DI VARI BELLISSIMI SEGRETI”, per uso di Giuseppe Carlo Verdesca*, Libretto scritto a mano su carta filigranata con copertina rigida rivestita in carta pecora  (7×13, pagg. 40).

*

Da ricerche anagrafiche effettuate presso la Chiesa Collegiata di Copertino  si è avuto il seguente certificato di morte:

Vol 7 pag 47 – Die 3 Julii 1811

Rev. D. Joseph Carolus Verdesca Zain huius insignis Collegiatae ac Regalis Canonicus

Regius etatis suae ann. 44: in Comm. S. M. E. ex hac mortali vita decessit, Deoque animam suam hora undecima reddidit, receptis tantum sacramentum paenitentae ed Eucaristiae,

                    Sacrum Extrae unctionis:………    ……….

 

expiravit, cuius corpus sepultus fuit in supradicta Ecclesia, in sepoltura praesbiterorum; et ad fidem

                                                                          R. Policarpus Politano Reg. Archip.

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Questo brano è stato pubblicato sul quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” martedì 25 novembre 1997

2 Commenti a L’opulenza tentatrice della macchia d’Arneo

  1. Al di là della scontata, perché nota, acribia dell’antropologa mi preme sottolineare la preziosità del testo manoscritto citato e in parte riprodotto, che fa parte di un filone che tra i secoli XVI e XVIII ebbe grande fortuna, anche editoriale, come dimostra il titolo, uno dei tantissimi tra i coevi del nostro, che riporto: Gallipidio Tallieri, Nuovo plico d’ogni sorta di tinture, arricchito di rari e bellissimi segreti per colorire animali, vegetali e minerali, Venezia, 1791. Gli inventari librari, poi, dei monasteri grondano, com’era naturale attendersi, di titoli siffatti. In generale, sui libri di segreti è utile la lettura del saggio di W. Eamon, Science and the Secrets of Nature. Books of Secrets in Medieval and Early Moern Culture, U. P., Princeton, 1994. Sarebbe bello se questo patrimonio (anche di conoscenze) venisse riportato alla luce e rivalutato, anche perché, tra l’altro, potrebbe fungere da degno contraltare al proliferare (grazie alla disperazione dello sfortunato di turno, ma anche all’inerzia del legislatore e di chi dovrebbe controllare e applicare la legge) di maghi e fattucchiere.

  2. I SEGRETI ERANO LA SALVAZIONE DEI POVERI, CHE QUANDO SI AMMALAVANO POTEVANO ANCHE MORIRE NON AVENDO DI CHE COMPENSARE IL MEDICO, ESOSO O NO CHE FOSSE, PER IL SUO LAVORO; NE ESIOSTONO CENTINAIA MA DI QUESTO NON SAPEVO… GRAZIE A NINO PENSABENE E ALLA GIULIETTA CHE CE LO PROPONGONO.

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