Le calcare, fucine di lavoro e produttività

LE CALCARE?

FORNACI ARDENTI PER CALCE VIVA

di Giuseppe Massari

Fucine di lavoro e produttività. Luoghi idonei in cui veniva cucinata la calce da utilizzare per abbellire, imbiancare e pulire mura e pareti di palazzi, di case, di lamie. Numerose e tante, in un contesto abitativo molto piccolo, hanno assolto ad una funzione, ad un ruolo economico ed occupazionale di mano d’opera, oltreché  di salvaguardia, di pulizia, di tutela e di rispetto dell’ambiente. Oggi, sono dismesse, abbandonate al loro infame destino. Trascurate e dimenticate, come ogni cosa di cui disfarsi, secondo quella regola di progresso che impone solo il futuro incerto, senza garantire prospettive di identità.

Gravina aveva questa ricchezza insieme alle cave di tufo, di pietre, di mazzaro, alle cave e alle fornaci in cui si estraeva e cucinava l’argilla trasformata in coppi per coprire i solai o in brocche e tanti arnesi da cucina tra cui piatti e recipienti idonei al consumo del desco familiare. Era avanzata sotto il piano dell’edilizia. Non era seconda a nessuno. Anzi, fiorente in questo commercio, era all’avanguardia nell’esportare i suoi prodotti migliori, quelli trasformati dalla materia prima di cui madre natura l’aveva dotata.

Non c’è più traccia di questi siti, se non nella memoria di coloro che hanno adoperato braccia e il sudore della loro fronte. Un tentativo di recupero, se non alla loro funzionalità, ma almeno testimoniale, sembra impossibile o destinato a non essere recepito da un punto di vista storico e culturale dai proprietari. Sembra non esserci nessuna sensibilità neanche da parte degli enti pubblici, preposti, tra l’altro, a disperdere una certa memoria, una certa visibilità culturale.

Il declino della storia è destinato a soccombere, senza nessuna possibilità di rialzarsi con quella necessaria e dovuta punta d’orgoglio, nonostante sollecitazioni, strumenti e mezzi che potrebbero essere utilizzati, se solo si pensa alla possibilità di attingere a finanziamenti europei. Queste celle diroccate, questi tufi, ormai, ammassati, sotto cumuli di immondizia, di erbacce possono continuare a languire, a far perdere le loro tracce. Hanno fatto il loro tempo.

Nonostante ciò, però, c’è qualcuno che non dispera. Tanto è vero che è stato realizzato un calendario con immagini e storia di questi antichi opifici. A curarlo è stata l’Associazione Amici della Fondazione Ettore Pomarici Santomasi, un sodalizio impegnato da anni a recuperare, ma soprattutto a non far disperdere l’immenso patrimonio storico, culturale, abitativo di una città che ha avuto in dono molto e poco ha dato al bene gratuitamente ricevuto.

La professoressa Marisa D’Agostino, presidente dell’Associazione, ha censito, grazie all’ausilio di alcuni proprietari, tutto l’intero patrimonio, che, attualmente, ammonta  ad un numero di 13 fornaci, forse, anche recuperabili da un certo punto di vista. Ma niente di più per quello che poteva essere un simbolo di creatività, di operosità.

Il destino di queste ricchezze naturali è tutto da inventare, se non si vuole continuare ad affidare al tarlo del tempo quello che ha rappresentato ricchezza e benessere per l’intera comunità.

Un immenso ed inestimabile tesoro naturale da poter vantare come gioielli, come ricchezza, diventato fastidioso ingombro, forse, di cui disfarsi, perché ormai, l’incuria del tempo e degli uomini ha saputo sciupare e dilaniare senza rispetto per nulla e per nessuno, e per cui, ogni intervento di recupero sarebbe o potrebbe risultare inutile. Di questa cultura, purtroppo, è impregnato il nostro tempo, il nostro correre affannati verso il nulla, verso l’assurdo e l’ignoto.

La città avrebbe dovuto mostrare tutta la sua sensibilità per conoscere, apprezzare, valorizzare, sensibilizzare, ricostruire. Invece, è il degrado il nuovo padrone a cui, volontariamente o involontariamente, sappiamo dire di si, con incoscienza, con leggerezza e faciloneria, il tutto accompagnato da quella dose di ignoranza che fa da sfondo, da cornice e da scena al teatro mesto di un corteo funebre che sopravanza in maniera inesorabile, spietata, crudele ed irreversibile e anche inarrestabile e inafferrabile.

Foscolo, in una delle sue poesie: A Zacinto, presagiva “a noi il fato prescrisse illacrimata sepoltura”. E’ quello che potrebbe toccare, se non lo ha già toccato, il destino delle cose belle, delle cose sacre, della storia recente di quegli uomini, pur non fatti per vivere come bruti, secondo il sommo poeta Dante, ma per seguir virtude e conoscenza, e, invece, si sono mostrati e si mostrano, ogni giorno di più, dissacratori, distruttori, assassini, negativi e cattivi maestri.

Veri iconoclasti della memoria, delle tradizioni, della cultura, dei saperi e dei sapori. Di quei cimeli resta ben poco, se non il nulla o il niente. Non c’è più nessuno che sappia o saprà farli amare.

Resta, però un fatto, una considerazione amara. Quanto resisterà la nostra sudditanza psicologica al progresso? Quanto resisterà la nostra inesistenza? Quanto durerà la nostra supponenza? Quanto durerà la nostra vita insipida, vuota e scialba?

Sono domande da cucinare in quelle stesse fornaci che abbiamo distrutto, e, quindi, non avranno risposta, se non appicchiamo il fuoco amico dell’orgoglio cittadino, dell’appartenenza e della identità.

 

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