Un passato rivoluzionario

per gentile concessione di Franco Cavallo

di Alessio Palumbo

In questi giorni, le notizie e le immagini sulle rivolte nel nord Africa rimbalzano da una testata all’altra, da un’emittente all’altra. Si tratta di proteste, manifestazioni e scontri legati spesso alla miseria, al bisogno di pane e diritti. Storie lontane, di paesi lontani? Non proprio.

Anche il Salento, insieme ad altre zone del paese, ha vissuto infatti periodi di ribellione spontanea, legata alla fame, al bisogno di terra, pane e lavoro.

Siamo nella seconda metà degli anni ’40. In un paese da poco emancipatosi dalla dittatura fascista, devastato dalla guerra e ridotto alla fame, tra le masse contadine si diffonde un forte sentimento di rivalsa. La Terra d’Otranto vive a pieno questi fermenti.

Contadini e tabacchine scioperano contro la povertà, l’assenza di lavoro, il caro viveri. Invocano l’applicazione delle leggi Gullo e delle leggi stralcio per la concessione delle terre incolte ai proletari. L’opposizione degli agrari, spesso appoggiati dalle autorità democristiane e  dalle forze dell’ordine, le lungaggini burocratiche, l’operato delle commissioni filo-padronali frustrano queste richieste. I braccianti sono costretti a rivendicare i propri diritti con la forza, occupando le campagne.

Già nel 1945 numerose manifestazioni, per il rispetto dei patti colonici e la revisione dei rapporti agrari, si svolgono in vari paesi della provincia di Lecce. La tensione nelle campagne salentine cresce, soprattutto con il ritorno dei reduci. Le donne non sono da meno, anzi! Spesso sono le tabacchine ad inscenare le manifestazioni più vigorose.

Dal 1947 gli scioperi si fanno più duri e frequenti; di conseguenza non mancano le prime vittime. A Campi Salentina la polizia spara sui manifestanti; a Lizzanello, nel corso di un comizio comunista, viene lanciata una bomba tra la folla.

Nel 1949, infine, spinti dall’esempio di analoghe proteste nazionali e dall’insostenibilità della situazione locale, i contadini si lanciano in una prova di forza. Occupano l’Arneo: un grosso bubbone di terre, spesso abbandonate, all’incrocio delle tre province che formavano il Salento. Le autorità trattano, ma, a fine gennaio ’49, sui 42.000 ettari che compongono l’Arneo (28.000 dei quali di proprietà dell’allora senatore Tamborino) solo 300 sono concessi ai contadini. Il 10% di quelli promessi.

I contadini non si arrendono e tornano a rivendicare i propri diritti sulle terre incolte nel dicembre 1950: comincia la fase più drammatica dell’occupazione. Circa 1.200 agricoltori, guidati dai dirigenti sindacali, occupano simbolicamente le terre incolte, accampandosi e accendendo falò per riscaldarsi dal freddo di quei giorni. A capodanno la polizia attacca con i lacrimogeni: il momento è tragico. Paese Sera titola “E’ scoppiata la guerra in Provincia di Lecce”.

Nell’ottimo libro di Grazia Prontera, Una memoria interrotta. Lotte contadine e nascita della democrazia, (Lecce, Aramirè, 2004), si possono leggere alcune toccanti testimonianze, come ad esempio quella di Vituccia Guida: «Quando arrivammo facemmo un cerchio grande con gli altri, e stavamo tutti girati di spalle così quando venivano i carabinieri non sapevano da dove potevano entrare per prenderci […] poi arrivò la Legge, c’erano molti carabinieri, e gli altri di noi stavano lontano, e allora ci mettiamo a chiamare gli altri, fischiando. Vennero tutti quelli di Copertino, di Leverano e…. quando videro tutta questa gente i carabinieri decisero di andarsene perché non c’era niente da fare. Io mi tenni la bandiera perché…. Perché i carabinieri ci avevano tolto la bandiera e la teneva uno di loro, però io giravo, giravo sempre intorno e quando eravamo molti di noi, io all’improvviso strappai la bandiera al carabiniere e lui disse: “signora dammi la bandiera!”. E io gli risposi “se hai  coraggio vieni a prenderla!” La misi nel petto e adesso sta in sezione »(p. 72).

La polizia accerchia i manifestanti, utilizza un aereo caccia per l’avvistamento, attacca, brucia attrezzi da lavoro e bandiere, sequestra e distrugge viveri e biciclette. Racconta Giuseppe Leone: « Una volta hanno usato i lacrimogeni, c’era quel Bonetti e mio cognato, erano ragazzi che avevano sei anni meno di me, quando hanno visto, hanno creduto che loro diventano ciechi…loro credevano quello! Io che avevo già fatto il militare ho detto: “non è niente non è niente. Pigliamo l’erba bagnata” […] “bagnatevi gli occhi che non è nulla!”. Così civili non sono stati ad usare anche i gas […] Le bici ce le avevano messe a fuoco. Cioè quando partirono alla carica loro, noi non facemmo in tempo a prendere la bicicletta e loro raccolsero le biciclette e le bruciarono a dispetto» (p. 86).

La durezza delle forze dell’ordine spinge le Camere del Lavoro salentine a proclamare lo sciopero generale, ma è tutto vano. I contadini sono costretti ad arrendersi.

Nei processi che seguono, molti braccianti vengono assolti, grazie soprattutto alla difesa di insigni avvocati (come gli onorevoli Basso, Gullo, Assennato). La riforma agraria resta tuttavia parziale e discriminante. Per molti contadini sopravvivere diviene sinonimo di emigrare.

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