Libri/ Ricordando la guerra

 BIAGIO CHETTA E LA GUERRA

 

di Paolo Vincenti

La memorialistica è un genere letterario (alcuni lo hanno a torto definito “sottogenere”) molto importante a tutti i livelli, perché,  attraverso i ricordi di vita vissuta, aiuta a ricostruire, quanto e più dei documenti ufficiali,  un determinato periodo storico.

Anzi, ancor più dei libri di testo (che sono però imprescindibili), questi resoconti di guerra ci restituiscono la viva e accorata coscienza di un dramma storico di abnorme portata, come la Guerra Mondiale.

Questo dramma  non vive soltanto nella pagine di enorme bellezza poetica dei versi di  Giuseppe Ungaretti o della prosa di Beppe Fenoglio, per citare soltanto due esponenti della letteratura italiana che si sono occupati, ciascuno con la propria sensibilità ed i propri mezzi espressivi, di questo triste fenomeno,  il primo, nelle liriche concise e vertiginosamente sintetiche de “Il porto sepolto”,  e  il secondo, nella narrazione lucida e spietatamente realistica del “Partigiano Johnny” .

Le vicende belliche possono essere ripercorse anche attraverso le pagine di quei tanti sconosciuti memorialisti che hanno vissuto la guerra sulla propria pelle e che hanno raccolto le loro lettere dal fronte o i diari  e li hanno pubblicati. In fondo, come dice De Gregori, “la storia siamo noi che scriviamo le lettere” ; quindi,  non solo i geni come Ungaretti e Fenoglio, ma anche quella enorme e indistinta turba che non passerà mai alla storia ma che è la “gente”; ancora con De Gregori,  “quelli che hanno letto un milione di libri insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare”. 

In questo solco, si pone il lavoro di Biagio Chetta, per tutti il maestro Chetta o “Bibi” per gli amici, come dice Aldo D’Antico nella Presentazione del libro. Ritornato in patria nel 1945, Chetta ha trascorso quattro anni e due mesi in guerra, come ricorda nella sua commossa Premessa. Dopo più di sessanta anni, Chetta, ormai anziano e in pensione, ha deciso di mettere mano a quei suoi diari, per fare di tutte quelle “scartoffie”, come l’autore stesso le definisce, un libro vero e proprio, fermando, nero su bianco, pensieri, emozioni di una esperienza vissuta, di cui altrimenti non sarebbe rimasta nessuna traccia.

La narrazione parte dal giugno 1941, quando Chetta, giovanissimo maestro elementare a Parabita, viene chiamato alle armi, nonostante l’esenzione dal servizio militare di cui lui e molti altri ragazzi della sua generazione godevano. Quindi, la partenza per la Grecia, nel marzo del 1942 e nel 1943, da Atene, attraverso la Bulgaria, la Romania, l’Ungheria e l’Austria, ad Erfurt, in Germania. E qui, viene rievocata la terribile esperienza del lager.

Il lager IX C di Erfurt era un campo di concentramento che i Tedeschi avevano costruito non solo per rinchiudere prigionieri di guerra, ma anche civili deportati in Germania per lavorare. Pochi ettari, circondati da grossi fili di ferro spinato e, all’interno, sistemati tutti su un lato, letti a castello, mentre sull’altro, grandi e lunghi tavoli con sgabelli a sedere. Ogni baracca era fornita di acqua, latrine, docce e lavabi e poteva contenere un centinaio di persone.

La lunghissima permanenza nel lager, sia pure con mansioni diverse, dura dall’ottobre 1943 all’agosto 1945. Chetta unisce alla narrazione alcune cartoline, il suo libretto di lavoro e una cartina dell’Europa Nord Occidentale per meglio capire il tracciato dei suoi spostamenti in quell’Europa devastata dalla guerra.

Non si può rimanere impassibili di fronte agli scoppi di gioia di Chetta e dei suoi compagni al momento della liberazione dell’Italia e della resa incondizionata della Germania agli Alleati e, soprattutto, alla notizia del loro imminente ritorno a casa; i balli, i canti, gli scherzi, le battute di spirito e poi, finalmente, l’arrivo a casa, alla stazione di Parabita, dove Chetta riabbraccia la sua fidanzata, Tina, ed insieme, alla volta di Taviano, suo paese d’origine, dove riabbraccia anche i famigliari.

Completa il libro l’elenco dei riconoscimenti militari che Chetta sembra ostentare, ma con legittimo e più che comprensibile orgoglio. L’orgoglio di essere italiano salentino e di avere onorato la propria patria svolgendo una dura missione con fierezza, dignità e coraggio.

Quanti ne conosciamo di questi italiani salentini che non sbagliamo a definire “patrioti”? Ne abbiamo, ancora, almeno uno in ogni famiglia. Ma quel che conta è starli ad  ascoltare, è che non vada perduta la memoria di quell’eroico sacrificio anche quando i nostri nonni, zii o altri parenti anziani non ci saranno più, per convincerci, ancora una volta, che la guerra non può che portare morte, devastazioni, orrore, segnare nel profondo, e che, soprattutto, non ci sono guerre giuste o sbagliate; la guerra non è di destra o di sinistra e non è più o meno inevitabile o più o meno differibile, ma, in ogni tempo e in ogni parte del mondo, la guerra è sempre e solo la guerra.

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