Quanti soli rotti ci sono in giro per il mondo…

di Gianni Ferraris

Esco alle otto, perché c’è l’eclissi di sole. Parziale, peccato. Una totale la ricordo, ero piccolo, forse alle elementari. La vidi con la maschera da saldatore di mio padre. Eravamo in piazza, al paese. Inquietante il cielo che si oscura. Immagino nel passato remoto, quando nessuno le annunciava ed arrivavano implacabili ed inattese. Immagino le preghiere agli dei per quel monito di sciagura che stavano inviando. Il sole che si spegne. E ricordo un altro sole, “il sole rotto”, così l’ho battezzato, così  mi si è impresso nella memoria. Ero in auto con Mattia, mio figlio, aveva forse due o tre anni. Stavamo andando verso il paese, era una giornata tersa e leggermente ventosa,  si vedevano in lontananza le Alpi che si stagliavano, era l’ora del tramonto, il sole, prima di ficcarsi dietro le montagne, diventava una enorme palla rossa come il fuoco all’orizzonte, stupendo ed emozionante sempre.

Un tempo, con una piccola Kodak, andavamo a fotografarlo. Le foto erano sempre identiche, però ogni volta che eravamo lì ci si scordava dello stesso tramonto di alcuni giorni prima e ci si emozionava come se fosse stata la prima volta. Quasi come un rito, forse propiziatorio, forse scaramantico.

Però ora so che un tramonto non è mai uguale ad un altro. Perché la vita prosegue. Chissà se è la saggezza dell’età, o piuttosto la sciagura del sentirsi impotenti di fronte a quel che accade.  Eravamo giovani allora, forse anche belli. Anzi, senza forse, i giovani sanno essere stupendi a prescindere da tutto, quando sognano, quando hanno il mondo fra le dita, quando si innamorano, quando dicono di sapere le cose della vita. I giovani sperano e sanno di poter cambiare il mondo intero. E sanno commuoversi di fronte alla morte o a un tramonto, a volte di fronte a un’alba, però questo è più arduo, perché la mattina si dorme.  E di fronte a quel sole grande come il mondo intero stavamo a parlare finchè non se ne andava e lasciava in cielo i colori del tramonto, quelli che nessun pittore sa riproporre. Perché la natura conosce segreti che non può svelare. Anche le foto, sviluppate, avevano un sapore diverso, più freddo, più lontano, decisamente meno coinvolgente.

E ricordo mia nonna, viveva con noi, una volta il municipio, di fronte a casa nostra, si accese di un rosso inusuale, un altro tramonto, dai colori forti, , decisi. Lei guardava fuori e disse “è segno di guerra in arrivo quel rosso vivo”. Lo disse in dialetto. Non chiesi perché, non andò oltre. Chissà quale guerra o quale sciagura ricordava. Quella sera, in auto, Mattia stava sul suo seggiolino, nel sedile dietro, il cielo era sereno, solo una nube a forma di sigaro, lunga e stretta, si andò a piazzare proprio nel mezzo della palla rossa ed enorme. Quasi a dividerlo un due. Mattia mi disse “papà, il sole si è rotto…” Aveva ragione, accidenti. Poi dicono che i bimbi non sanno le cose della vita.

Ci ho messo anni ad altri anni per capire che i soli si rompono uno ad uno. Che si piomba spesso, troppo spesso, nell’incapacità di capire come mai la luce si sta spegnendo. Ci ho messo un sacco di tempo a  non stupirmi per un’eclissi, anche parziale, come per una cosa scontata.

Invece è un evento straordinario. Dovremmo chiedercelo, accidenti, perchè gli dei ce l’hanno con noi. Non siamo più in grado di farlo.    Così è perché così deve essere. E chi l’ha detto? Dove sta scritto? Quale cabala, quale astrologo della TV lo impone?

L’altra sera ero a Minervino, stupendo presepe vivente. Soprattutto meraviglioso luogo. Stava dentro ad un frantoio ipogeo di 700 metri quadri. Immenso, passava sotto la strada provinciale e si snodava  in locali grandissimi. Completamente scavato nella roccia. “È privato, non si può visitare di solito, lo concedono solo in alcune occasioni” mi dice la ragazza che me lo racconta.

Oggi, di fronte ad un sole che si oscura parzialmente, pensavo alla fatica di chi scavava la roccia, pensavo che 700 metri quadri sono tanti, troppi. E pensavo alla macine che giravano ed alla vita là sotto. Dove non arrivava il sole, neppure quello rotto. E pensavo alle speranze dei giovani di allora. Se ne avevano, di speranze. Certo, non conoscevano il mondo oltre i confini del loro Comune, forse poco più. Però stavano facendo la storia anche loro, con i loro muli che giravano continuamente, con le loro macine, con quell’olio che sarebbe stato portato a Gallipoli o chissà in quale porto e poi sarebbe andato a illuminare qualche lampada di chissà chi, magari di un poeta lontano mille chilometri ed altri mille. O di una regina. O forse, più banalmente, sarebbe rimasto in terra d’Otranto a illuminare, chissà, le notti del barone che era proprietario di quello stesso frantoio.

Quanti soli si sono rotti anche per loro? Frantumati, spezzati, spaccati, infranti, spezzettati. Come molte speranze, come lo sguardo di mia nonna su quel rosso vivo contro il municipio. “Quando non provi più emozioni è la fine” mi diceva qualcuno. È vero, però mica è facile non mediare fra le emozioni e la razionalità. Quasi come se la realtà che viviamo e vediamo ogni giorno fosse  l’unica possibile. L’olio che veniva prodotto dallo sciagurato che stava mesi sotto terra non era lo stesso che avrebbe illuminato lo scrittoio di un poeta? Era lo stesso, certo, era la mano di uno che si intrecciava a quella dell’altro. Forse è questo il passaggio che manca per incollare due pezzi di un sole rotto.  Solo che il poeta non ci pensava e non ci pensa. Solo che la persona che lavorava le olive nel frantoio di 700 metri quadri forse non sapeva neppure leggere.

Quanti soli rotti ci sono in giro per il mondo. Ieri ho avuto la fortuna ed il privilegio di ascoltare un intervento. Lui è un giovane costituzionalista di cui non ricordo il nome. Diceva che il problema grande, forse il principale delle attuali sciagure civili, etiche e politiche che viviamo, sta nella mancanza di aggettivazione. “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” aveva detto un ottantottenne nel suo intervento. Lui replicò che no, non dice così la Costituzione, “L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro…” togliamo l’aggettivo e cambia tutto. Oggi ci sono i partiti delle Libertà, dell’Ecologia e della Libertà, Democratici, Del Futuro e Libertà. Ma chi si dichiara non democratico? Chi è contro la libertà? Chi è antiecologista? Sembra che ci si possa riconoscere in ognuno di questi partiti, quanto meno nel loro enunciato, nel logo. Mancano, banalmente, gli aggettivi. Quale democrazia? Quale libertà? Quale ecologia? Quale Repubblica? Ci hanno scippato anche gli aggettivi, quasi a costringere tutti quanti all’omologazione. “Noi siamo il popolo della libertà”. Trovatemi un solo popolo che sia “delle schiavitù” se ne siete capaci.  Soli rotti anche questi. In fondo non aveva torto Mattia, il sole si sta rompendo. In fondo non avevano torto gli antichi che si prostravano al cospetto dei loro dei che mandavano maledizione sotto forma di notte improvvisa.

Aspettiamo con pazienza che arrivi primavera, aspettiamo, in fondo, che il tempo passi. Però ci saranno fioriture allora, e i campi rinasceranno, è vero, saremo un po’ più vecchi, però vuoi mettere la fortuna di poter sentire i profumi e vedere i verdi della campagna? Vuoi mettere andare a passeggiare vicino al mare e sentire in faccia l’aria che ti porta profumi di Grecia o di Albania?

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