Libri/ Il labirinto metrico e altri scritti di bibliofilia

INCANTATO DAI LIBRI

 

di Paolo Vincenti

Ci occupiamo di un libro molto importante quanto sconosciuto nell’ambiente culturale salentino. Una perla rara, quindi, della quale mette conto parlare non solo per la stima che unanimemente il mondo salentino, accademico ed extra accademico, riconosce al suo autore, quanto per la preziosità dell’oggetto stesso che qui viene recensito. Una perla rara, appunto, dato il numero limitatissimo di copie e dato anche l’argomento di cui questo libro tratta. Un libro sui libri, praticamente, un manuale per bibliofili e studiosi,  i quali avranno grande piacere di avere tra le mani questo manufatto artistico che viene da Milano. Milano, che non è solo la città della moda e degli affari, come la vulgata vuole, ma anche una città di grande, straordinaria cultura, che le viene anche dalla sua storia antica di millenni. Il volume di cui si riporta è IL LABIRINTO METRICO E ALTRI SCRITTI DI BIBLIOFILIA di Maurizio Nocera, pubblicato dalle Edizioni Rovello, Milano, 2008.

Scorrendo il Sommario ci si rende conto che non ci troviamo di fronte ad un libro qualsiasi, ma ad un atto d’amore, quello del suo autore, lo studioso salentino Nocera, poeta, scrittore e insegnante, ora anche docente di Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi di Lecce, e quello del suo editore, lo stampatore e filosofo milanese Mario Scognamiglio, i quali hanno abbracciato la cultura come una vocazione e con laico apostolato la propalano nel loro quotidiano operare.

Il libro si avvale di una Presentazione di Oliviero Diliberto, che noi siamo abituati a conoscere come politico, già segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani, piuttosto che come docente e studioso, appassionato di libri.

Il primo scritto che compare nel libro è “Il Labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì”, da cui prende spunto il titolo del libro stesso. Si tratta di un libro, uscito qualche anno fa, a cura dello studioso magliese Cosimo Giannuzzi e che Nocera ha recensito su “L’Esopo”, n.111-112 (Milano, settembre-dicembre 2007). E qui veniamo a questa prestigiosa rivista, “L’Esopo”, la cui storia si intreccia con quella delle Edizioni Rovello, che pubblicano anche il libro di Nocera, in un gioco di incastri che ben sottolinea Oliviero Diliberto nella sua Presentazione. Diciamo che questo libro del professor Nocera suggella un sodalizio culturale, quello fra il suo autore e Carlo Scognamiglio, la cui genesi viene descritta da Nocera alla fine di queste pagine, nell’unico pezzo inedito del libro, in un percorso a rebours, che stimola tante riflessioni nell’avido lettore, curioso come ogni buon bibliofilo di vedere dove l’autore voglia andare a parare, dove portino cioè i

Tosse? Fichi secchi e carrube

di Rocco Boccadamo

E’ la stagione, sindrome influenzale con fastidioso corollario di attacchi di
tosse – del genere e rumore di abbaiare di cane all’interno di un anfratto con
eco –  intervallati di appena 1 – 2 minuti.
Un medico, il quale, con candore e sincerità, ammette di non aver da
prescrivere alcunché di veramente idoneo a far passare il malessere: occorre solo armarsi di santa pazienza.

In seno all’indisposizione, anche una notte completamente in bianco, l’intero corpo ammaccato a furia delle incessanti sequenze compulsive che muovono dalle vie respiratorie se non da più dentro, lo sfogo, vano, di un paio d’ore in poltrona a leggere, con scarsissima concentrazione per via di un sussulto dietro l’altro.

Dal delirio della veglia forzata, l’idea di una lastra Rx toracica, risultata,
meno male, negativa.
Alla mente, la tosse degli anni delle elementari, la difficoltà, pure allora,
di prendere sonno. In quei tempi, tuttavia, soccorreva l’amorevole intervento materno, sottoforma di  una pozione di tisana da “papagna” (papavero), grazie alla quale gli occhi si chiudevano sino al mattino, anche se i sintomi e le manifestazioni della tosse  non sparivano.

tale ricordo e di fronte alla “impotenza” della scienza medica
moderna,  che fare, dunque, nel 2011? Un po’ di fichi secchi e di carrube lasciati bollire sino all’ottenimento di un decotto, di gusto piacevole, giusto come si era soliti regolarsi quando l’esistenza ruotava essenzialmente intorno alla semplicità e alla natura. Vale la pena di provare.

Abbraccio col mare e non solo, in un grigio venerdì

 

Castro vista da Marittima

28 gennaio 2011

 di Rocco Boccadamo

A ogni novello calendario, ecco, per chi scrive, porsi immancabile, particolarmente atteso e sentito forse perché tra i primi, l’appuntamento affascinante delle “Secche di gennaio”, spunto d’autentica rinascita di memorie antiche, gocce di lucentezza di commozione agli occhi, scansioni d’immagini scolpite e indelebili nella mente e oltre.

Cieli tersi, distese di turchino intenso, ferme, quasi ritrattesi sotto la muta, insolita e prolungata esposizione ai raggi tiepidi, costoni e bagnasciuga fattisi, per prodigio, secchi, granchi che passeggiano straniti, patelle carnose che s’ affacciano a portata di mano o, al massimo, di temperino.

Come Natale, Pasqua, la Quaresima e l’Avvento, mai “tradiscono” le Secche, la loro, in fondo, è una premessa, se non promessa, al ritorno di rinnovati giorni e notti da assaporare e godere fra onde e stelle, un’immersione dietro l’altra in acque d’incanto.

Così, in assoluto, le secche del mese d’esordio, per il consumato viandante d’almanacchi; di qualche settimana fa, l’ultimo appuntamento di contatto diretto e visivo.

Vi porto talmente dentro, mi siete talmente compagne, al punto da esercitare suggestioni forti nel mio subconscio, finanche oggi, giornata da lupi, tetra, umida, proprio agli antipodi rispetto ai colori abituali di questo cielo e questo mare verso Finibus Terrae.

Tempo climaticamente infausto a parte, sono scappato da casa dopo la costrizione da tosse e accessori, fiondandomi alle origini familiari e amate.

E’ il mezzo del mattino, già il primo impatto è un bel dire: coppola in testa, va procedendo verso casa sua, Nino, il pescatore di saraghi, in mano un secchio pieno di legna per il fuoco. Chissà quale e quanto rimpianto per il suo piccolo gozzo, il suo “conzo”!

Scivolo accanto alla cooperativa “Adriatica”, semi buia, nessuno dentro, socchiuso pure l’uscio del tabaccaio attiguo, qualche voce dall’interno della “Chianca”, Donato della pescheria è lì insieme con altri due o tre avventori (il caffè è bell’ e offerto),  chiedo se lo scirocco sia montato da poco, D. annuisce, precisando che la “paranza” ha appena fatto in tempo ad uscire, ma, in breve volgere, ha poi dovuto far rientro nel porto, scaricando soltanto un po’ di frittura.

Intanto, poco giù, i marosi s’inarcano e s’infrangono con eccezionale fragore, gravidi di potenza e di forza spazzante, sembrano portarsi appresso integri i profumi originari di  mirto di Corfù e di Itaca  sull’altra sponda dello Ionio, si sbattono irrefrenabilmente addosso a qualsivoglia tratto di scogliera, con preferenza ovvia per Pizzo Mucurune. Per lo meno, ogni traccia d’impurità, opera di mani colpevoli, è schiantata, sospinta lontano.

Sul primo tratto di litoranea in direzione Tricase, nessun’ombra di vita, un isolato gattino nero fa capolino da un cortiletto e poi si ritrae rapido. Il motore dell’auto è sovrastato da un ben più profondo rombo d’intorno, d’ogni dove, è un susseguirsi di valanghe e d’immense distese di bianca schiuma, le sferzate sul nero delle alte rocce si alternano a profondi, quasi ritmati rigurgiti a rientrare.

Seguita la marcia in direzione Marina di Andrano, pochi attimi e mi ritrovo davanti al fondicello di I.: che bello, nelle 26 piccole fogge recentemente scavate con lo zappune,  per una  buona metà sommerse di pioggia, le piantine di rape sembrano aver attecchito e chissà che non diano qualche  minestra gustosa e gradita.

Quindi, abituale volata nella cooperativa di consumo per piccoli acquisti al banco della salumeria, l’incontro e il saluto gentile, ivi, con M.A. Subito dopo, proseguimento per Marittima, seguendo la via vecchia, lungo la quale, tutte le volte, sembrano materializzarsi le vestigia dell’antico e scomparso casale di Ciddrini.

All’altezza dell’Arciana, la Opel blu di mio cugino V. si sta dirigendo verso la Piazza per il rito del caffè e la provvista  di sigarette, la blocco con il clacson, mi pianto a fianco, il guidatore si chiede e mi chiede come mai io sia uscito dalla quarantena, gli rispondo “per disperazione”, porgendogli una copia del “Paese Nuovo” con in prima pagina il mio ultimo articolo “Brrr, che freddo!”.

L’amico V. è introvabile: a casa, da nonno L., ai Pizzeddri, sarà andato fuori, lo incontrerò la prossima volta, Assente, anche, maestro N. barcaiolo, fa niente.

Ora, però mi resta un’altra visita, la più importante. Davanti al portone dischiuso ai filari di cipresso, non si nota essere vivente, del resto le anime stanno tutte all’interno; accedo alla “casa “ dei miei genitori, le gocce di umidità la fanno da padrone anche lì, le piante di felci trasudano, la stessa tovaglietta di lino sul piccolo altare è più bagnata che umida.

Loro due, però, sembrano proprio non curarsi che ci sia brutto tempo, si danno tepore vicendevolmente, come sempre mi porgono l’idea di essere contenti della mia visita, accompagnandomi con gli occhi in un accenno di sorriso.

E’ da poco suonato mezzogiorno, è, dunque, trascorso uno scampolo di giornata fra Castro, il mare, il fondicello di I. e un saluto ai miei.

Piccole cose, piccoli gesti, piccole azioni, eppure, in barba al malutiempu, sento che mi hanno fatto bene.

Cinque poesie dedicate a Gallipoli dal magliese Oronzo Pasquale Macrì. Un’occasione per rispolverare dìstici, esàmetri e pentàmetri

IL VALORE EVOCATIVO DEL TESTO E I NOSTRI TEMPI

 

di Armando Polito

Gallipoli (1642) Meissner, Sciographia Curiosa. Graziosa veduta con inserita la pianta della città, animata da personaggi e navi, finemente incisa su rame. Dimensioni del foglio cm 19×15 [collez. priv. Giorgio De Donno
La rivoluzione culturale in atto sembra trovare, direi esclusivamente, nell’immagine la sua bandiera e non c’è da stupirsi se il decadimento della scrittura, coinvolgente sia il momento creativo che quello fruitivo, coincida con la superficialità, la frettolosità, a tratti la saccente sufficienza dell’imperante tutto, subito e senza faticae con il devastante risultato, proficuamente supportato dal mezzo televisivo, del trionfo dell’ignoranza, della vanità, della vacuità, dell’immediato ma effimero.

Non c’è da stupirsi neppure se in tempi di vacche magre la mannaia del boia di turno si abbatte su una cultura che già da tempo non godeva di particolari attenzioni e che come un nobile decaduto aveva dovuto rinunciare all’iniziale maiuscola con cui il nome in altri tempi si scriveva.

La scuola, dal canto suo, recita remissivamente la sua parte continuando a ideare progetti ambiziosi in un demenziale quadro didattico di contenuti e metodi che pretendono di far compiere voli pindarici a ragazzi che non sono in possesso nemmeno dei più rudimentali requisiti culturali necessari per decollare, con l’alibi di slogan che tirano in ballo locuzioni come identità culturale, apertura al territorio e simili.

E, in assenza di quei requisiti, non conoscendo i fondamentali (uso il gergo calcistico per essere capito da tutti…), una squadra di brocchi, che non per colpa loro si ritengono e sono ritenuti campioni, gioca una partita in cui è difficile distinguere i ruoli che ciascuno ricopre, gli schemi, le strategie.

Mi accorgo ora che, anziché entrare nell’argomento del titolo, me ne sto allontanando, proprio come succede quando uno attacca col famigerato debbo fare una premessa

Rompo perciò gli indugi e dico subito che quanto seguirà potrà essere gustato e condiviso pienamente solo da coloro che hanno (e da tempo…) superato gli …anta, ma, siccome sono un presuntuoso incosciente, la mia velleità è quella di rendere partecipi di questa goduria pure i più giovani, anche se dovrò rinunciare con loro al valore evocativo del testo anticipato nel titolo e riuscirò, forse, solo a suscitare non dico rimpianto per ciò che probabilmente si sono perso ma, almeno, un pò di curiosità.

Per accelerare la rottura degli indugi e rallentare quella di altro, entro brutalmente in argomento presentando cinque poesie1 dedicate a Gallipoli e scritte in latino, la prima sicuramente il 5 giugno del 1809 (data indicata in coda), la seconda molto probabilmente qualche giorno dopo la prima, la terza il 22 giugno 1809 (anche qui la data è indicata in calce), senza data le ultime due, da Oronzo Pasquale Macrì, un insegnante di matematica e letterato nativo di Maglie2:

I

Filia pulcra vocor, Siculi genuere parentes,

deque suo dicunt nomine Callipolin.

Non habui Idomenea patrem at me Gallus honorat:

de pulcro pulcher stemmate Gallus Erit

Graia lingua mihi multos servata per annos,

deque meo semper nomine Graia vocor.

Ruderibus constructa his iam tollor in altum

Aletine: mihi mors tua vita fuit.

 

 

II

Salve Callipolis, radiis circumdata solis

insula ; tu semper filia solis eris.

LitoraTrinacrio profugi venere Sicani,

hospitioque patres excipis ipsa tuos.

Sicelidum celebrata mihi pulcherrima proles,

magnus ab aetherea sospitet arce Deus.

 

 

                                      III

Anxur eram, sic me veteres dixere coloni

Anxa vocor, Graio nomine Kallipolis.

 

                                      IV

Iam mea me genuit gaudens Trinacria mater

quid mihi cum nostris partubus Oebaliae?

V

ANXUR aquae Fontisque vetat de nomine dici;

Anxur enim Veteres aspera saxa vocant.

Non ignem voluere Patres signare vetusti,

asperitas montis nomina sola dedit.

Expositum Phoebi radiis candentibus Anxur

sic dixere Patres, qui coluere Iovem.

Insula CALLIPOLIS merito sonat Anxur et Anxa,

namque Salentino tollitur alta salo.

Gallipoli (ph Francesca Fontò)

I cinque componimenti sono in distici elegiaci, locuzione che susciterà nei più anziani un brivido fatto di ricordi in prevalenza spiacevoli3, anche se nel prosieguo l’eco e la nostalgia della giovinezza li faranno sprofondare nel gorgo (!) di un masochistico piacere; ai più giovani, invece, ho il dovere di dire, semplificando le cose e tentando pure di dare a questa semplificazione un’immagine o una rappresentazione grafica, che distico elegiaco è una strofa di due versi, il primo più lungo (esametro), il secondo più breve (pentametro). La prima poesia consta perciò di quattro distici elegiaci, cioè, in tutto, di otto versi nell’alternanza esametro/pentametro (per notare nel testo la differenza di lunghezza tra i due tipi di verso basta un rapido sguardo); la seconda di tre (sei versi), la terza e la quarta di uno (due versi) e l’ultima, come la prima,  di quattro (otto versi)4.  Nella costruzione, poi, di un esametro e di un pentametro bisognava rispettare certe regole (codificate nella cosiddetta prosodia), così come qualsiasi verso di una poesia fino agli inizi del secolo scorso era obbligata a fare: per esempio, un endecasillabo da sé prevede non solo un certo numero di sillabe, ma anche determinate posizioni degli accenti principali; poi l’affare si complica quando deve combinarsi con altri endecasillabi o versi di altro tipo a formare le strofe e, a rendere ancor più complicato il tutto, interviene il gioco delle rime5.

Queste ultime in latino non erano contemplate, ma bisognava costruire i versi di cui stiamo ragionando facendo attenzione alla quantità (grosso modo durata dell’articolazione) di ogni singola sillaba, che, in astratto, poteva essere breve (˘) o lunga (-) ma che nel corpo di una parola ne assumeva una precisa (o lunga o breve), raramente una ambigua (lunga e breve nello stesso tempo); poi bisognava costruire il verso facendo in modo che la quantità delle sillabe formassero sei sequenze ben precise dette piedi: due sillabe lunghe consecutive (–) davano origine allo spondeo, una lunga e due brevi (-˘˘) al dattilo, una lunga e una breve al trocheo (-˘). I primi cinque piedi potevano essere solo dattili o spondei, l’ultimo spondeo o trocheo. Infine bisognava concedere alla lettura una piccola pausa ed a questo assolveva la cesura (indicata con ||, mentre | indica lo stacco dei singoli piedi) che non doveva mai spezzare una parola. Tutto questo per il primo verso di ogni distico, cioè per l’esametro che, perciò, poteva avere questa struttura:

— (o -˘˘)|– (o -˘˘)| — (o -˘˘)| — (o -˘˘)|-˘˘ (o, più raramente –)|-˘

Il secondo aveva una struttura più semplice:

— (o -˘˘)|– (o -˘˘)|-|-˘˘|-˘˘|-(o ˘)

Per i poeti latini comporre in distici elegiaci non era tecnicamente complicato perché la consapevolezza della quantità delle sillabe era, per così dire, nativa6. Un pò più complicato, ma non tanto, doveva essere per un uomo dell’Ottocento, anche se fine conoscitore del latino e di altre lingue più antiche7.

Il non tanto precedente cerco di spiegarlo con l’applicazione concreta alla prima poesia (poi passerò alle altre) degli schemi prima riportati; l’operazione, detta scansione, è ben familiare a chi può vantare studi classici nel suo passato scolastico8.

Fīlĭă|pūlcră vŏ|cōr,||Sĭcŭ|lī gěnŭ|ērě pă|rēntēs,

dēquě sŭ|ō dī|cūnt |nōmĭně| Cāllĭpŏ|lĭn.

Nōn hăbŭi |Īdŏmě|neā|||trem āt mē|Gāllŭs hŏ|nōrăt:

dē pūl|crō pūl|chēr||stēmmătě| Gāllŭs ě|rĭt.

Grāĭă| lĪngŭa mĭ|||mūl|tōs sēr|vātă pěr|ānnōs,

dēquě mě|ō sēm|pēr||nōmĭně|Graīă |cŏr.

Rūděrĭ|būs cōn|strūcta||hīs|iām tōl|lōr īn|āltŭm.

Ālē|tīně, mĭ|||mōrs tŭă|vītă fŭ|ĭt.

Eppure, a voler essere pignoli, nel penultimo verso il penultimo piede che dovrebbe, così come io ho scandito, essere lōr īn in realtà nel latino classico, considerando la corretta quantità delle sillabe,  sarebbe stato lŏr ĭn, combinazione (˘˘) non prevista nella formazione di nessun piede.

La composizione, appena analizzata dal punto di vista metrico, ha il fine di sintetizzare poeticamente il contenuto della Prima diatriba (vedi nota 1), il cui punto focale è la presenza del gallo nello stemma di Gallipoli dalla tradizione popolare collegato col gallo che avrebbe ornato lo scudo del fondatore Idomeneo (per cui lo stesso toponimo significherebbe città del gallo) Gallipoli , ipotesi respinta e sostituita con l’altra che vuole Gallipoli porto della messapica Alezio, sconfitta poi dai Greci di Sicilia.

Ecco, infatti, come suona la traduzione:

Sono chiamata figlia bella, (mi) dettero la vita genitori siciliani

e dal loro nome (la) chiamano Gallipoli.

Non ebbi Idomeneo come padre ma un gallo mi onora:

il bel gallo sarà da un grazioso stemma.

La lingua greca fu da me conservata per molti anni

e sempre sono chiamata di nome Greca.

Costruita su questi ruderi ormai mi levo in alto.

Abitante di Alezio, la tua morte fu per me la vita.

 

 
 
 
 
 
 
 

 

Gallipoli (ph Francesca Fontò)

 

 

Passo ora alla seconda poesia e ne riporto la scansione:

Sālvē|Cāllĭpŏ|lis,|| rădĭ|īs cīr|cūmdătă|sōlĭs

īnsŭlă;|tū sēm|pēr||fīlĭă|sōlĭs ě|rĭs.

Lītŏrě|Trīnăcrĭ|ō||prŏfŭ|gī vē|nērě Sĭ|cānī,

hōspĭtĭ|ōquě pă|trēs||ēxcĭpĭs|īpsă tŭ|ōs.

Sīcělĭ|dūm cělě|brātă mĭ|hī pūl|chērrĭmă|prōlēs,

māgnŭs ăb|aēthěrě|ā||sōspĭtět|ārcě Dě|ŭs.

Qui l’autore sintetizza in versi, questa volta perfetti, la teoria, integrazione della precedente,  sviluppata nella Seconda diatriba, insomma una variazione sul tema:

Salve Gallipoli, dai raggi del sole circondata

isola: tu sarai sempre figlia del sole.

Fuggiaschi dal lido trinacrio vennero i Sicani,

e tu accogli in ospitalità i tuoi padri.

La bellissima discendenza dei Siciliani (è) da me celebrata,

il grande Dio (la) protegga dalla (sua) alta rocca.

E siamo alla terza, costituita da un solo distico:

Ānxŭr ĕ|rām, sīc|||vĕtĕ|rēs dī|xērĕ cŏ|lōnī;

Ānxă vŏ|cōr, Graī|ō||nōmĭnĕ|Kāllĭpŏ|lĭs.

In due versi, anche questi ineccepibili ma musicalmente più scorrevoli, il Macrì condensa la questione del doppio nome (il messapico Anxur poi latinizzato in Anxa e il greco Kallipolis) affrontata nella Terza diatriba e questa volta fa parlare direttamente la città:

Ero Anxur, così mi chiamarono i vecchi coloni;

(ora) mi chiamo Anxa, Gallipoli con nome greco.

Passo alla quarta:

Iām měă|mē gěnŭ|īt||gaū|dēns Trī|nācrĭă|mātěr.

quīd mĭhĭ|cūm nō|strīs| pārtŭbŭs| Oēbălĭ|aē?

Ancora un unico distico a condensare la confutazione, appena svolta nella Prima appendice, della tesi del Galateo (il quale sosteneva l’origine spartana di Gallipoli), col ribadire la sua, già espressa nella Prima diatriba (origine siciliana).

Da tempo mi generò la gioiosa madre Trinacria.

Che cosa ho io in comune con la discendenza di Ebalo?

 

(Gallipoli (1590 ca., prov. Colonia) incisione in rame, dipinta a mano G. Braun – F. Hogenberg [collez. priv. Giorgio De Donno]). Si ringrazia Roberto Panarese per aver fornito le due antiche vedute di Gallipoli.

Chiudo con la quinta:

ĀNXŬR ă|quaē Fōn|tīsquě|||tāt dē|nōmĭně|dīcī;

Ānxŭr ě|nīm Větě|rēs|| āspěră|sāxă vŏ|cānt.

Nōn ī|gnēm||vŏlŭ|ērě Pă|trēs|||gnārě vě|tūstī,

āspěrĭ|tās mō|ntīs||nōmĭnă|sōlă dě|dĭt.

Ēxpŏsĭ|tūm Phoē|||rădĭ|īs cān|dēntĭbŭs|Ānxŭr

sīc dī|xērě Pă|trēs,||quī cŏlŭ|ērě Iŏ|věm.

Īnsŭlă|CĀLLĬPŎ|LĪS měrĭ|tō sŏnăt| Ānxŭr ět|Ānxă;

nāmquě Să|lēntī|||tōllĭtŭr|āltă să|lō.

Secondo il consueto schema qui l’autore confuta le tesi esaminate nella Seconda appendice:

ANXUR non può dirsi dal nome dell’acqua e della sorgente;

infatti gli antichi chiamano Anxur le rocce scoscese.

I vecchi padri non vollero significare il fuoco,

solo l’asperità del monte determinò i nomi.

Esposto agli abbaglianti raggi del sole così

chiamarono Anxur gli antichi che adorarono Giove.

A ragione l’isola di Gallipoli si chiama Anxur e Anxa;    

e infatti si eleva alta sul mare salentino.

Sarà una casualità ma non posso far a meno di far notare come quest’ultimo componimento è formalmente legato al primo non solo dal numero dei distici, quattro, ma anche dalla presenza di un errore: la a di Salentini non è, come pure ho segnato nella scansione, breve, bensì lunga; e un piede ˉ˘ˉ non è assolutamente previsto.

Quanto ai contenuti, non è questo il luogo per esaminare, confermare o confutare le ipotesi avanzate dallo studioso magliese. Ho approfittato solo del testo per suscitare un pizzico di nostalgia o un accenno di curiosità, tentando di dare, sia pure frettolosamente, un senso e contenuti concreti a identità culturale, apertura al territorio e simili; ma soprattutto per invitare a riflettere sul modo forse troppo sbrigativo con cui certi elementi portanti della didattica del passato e degli stessi contenuti sono stati messi da parte (penso, solo per fare un esempio, all’esercizio mnemonico, che andava opportunamente motivato e caratterizzato ma non, tout court, bandito). E poi, indipendentemente dal fatto che lo studio, checché ne pensino pedagogisti che per lo più non hanno in vita loro mai messo piede in una classe, non può essere sempre e tutto gioco, qualche risultato positivo la scuola del passato, nonostante i suoi innegabili difetti, lo ha pur dato. Sarei felice se quella di oggi, così protesa alla simbiosi col territorio e al raccordo con la vita (due altri slogan), fosse in grado di farlo nella misura della metà.

E chiudo, sono fatto così, con una nota autopromozionale9 che questa volta riporta, parzialmente, solo me indietro nel tempo. Erano gli anni ‘80 e finalmente anch’io entrai in possesso del primo computer della mia vita, un MSX Philips NMS 8280, una macchina che sta a quelle di oggi come un grattacielo ad una palafitta (non è detto, comunque, che la prima sia meno solida…); eppure, senza hard disk e con appena 128 kb di RAM (ma con doppio drive per i dischetti…), con quel pc ho fatto i miei primi montaggi video e pure scritto in BASIC qualche programma (…funzionante, funzionante), tra cui uno che aveva l’ambizione di fornire la scansione computerizzata del distico elegiaco. In pratica doveva essere sufficiente digitare il testo corretto, per esempio, del primo verso della poesia che appena ho finito di esaminare per avere in tempo reale (o quasi…) il risultato che abbiamo visto. L’impresa riuscì a metà nel senso che il programma riusciva a fare i controlli previsti dalle istruzioni ma si bloccava inesorabilmente di fronte al loro numero esorbitante (con 128 kb è stato un miracolo che il computer non mi sputasse addosso più di un chip. Eppure l’idea era buona, perché le singole sezioni, con un limitato numero di routine, funzionavano a dovere, ma c’era il fallimento quando facevo girare il programma a sezioni assemblate. Con i pc successivi, compreso l’ultimo, i montaggi video non sempre hanno esito felice (cosa che non è mi mai successa con l’MSX) e, quello che più mi dispiace, ho finito di scrivere programmi, perché, si sa, già negli anni ’80 il BASIC era una cosa, il linguaggio macchina un’altra e i pc di oggi non vanno certo avanti a BASIC e lo stesso linguaggio macchina non trova in me sufficiente altezza perché possa essere usato. Arrivo al dunque: di quel vecchio programma scritto in BASIC conservo l’algoritmo, di una semplicità disarmante, che si può articolare in queste fasi fondamentali: 1) digitazione del verso da scandire 2) riconoscimento da parte del programma delle parole digitate e delle sillabe che lo compongono; 3) determinazione della quantità delle sillabe 4) compilazione dello schema metrico, sua presentazione a video e (oggi, grazie alla sintesi vocalica) lettura. Lancio il messaggio, che è rivolto ad una pluralità di soggetti. Intanto,  per un professionista della programmazione dovrebbe essere uno scherzo tradurre quell’algoritmo in istruzioni per il pc. Già, ma un programma simile che successo di mercato potrà mai avere se da tempo è estinto quello dei famiferati (per i docenti di un tempo) traduttori? Se in una classe non verrà neppure abbozzato nemmeno una volta l’esperimento fatto oggi, che senso ha produrre uno strumento di lavoro che non verrà mai usato? È vero, ma c’è il mondo dei ricercatori e, comunque, delle persone curiose che costituiranno, magari, un mercato di nicchia, ma sempre mercato è. Altri soggetti ancora potrebbero essere coinvolti nella fase di sponsorizzazione: penso alle case editrici (uso il plurale per evitare pubblicità, ma in realtà in questo campo non c’è concorrenza) che già da tempo hanno affiancato alla versione cartacea del vocabolario di latino anche quella elettronica, che consente ricerche altrimenti impensabili. Se fosse consentito, naturalmente non a titolo gratuito, di incorporare l’intero vocabolario nel programma di scansione e quest’ultimo fosse in grado di “leggerlo” e di sfruttarne le informazioni, il processo sarebbe ancora più rapido e si potrebbe addirittura giungere ad una scansione programmata di un numero enorme di versi in formato testo (letti, dunque, direttamente dal computer) saltando la fase, sempre esposta ad errori, della digitazione. Insomma, aggiungendo qualche altra routine, il programma sarebbe in grado di anatomizzare i singoli versi e di dare pure risultati di carattere statistico. A quel punto qualsiasi istituto universitario di lettere antiche sarebbe obbligato a corredarsi di almeno una copia di questo strumento e chissà se in qualche liceo ad indirizzo letterario non si avvertirebbe lo stesso bisogno.

Credo che morirò nel modo più bello, cioè sognando…

a Somaro che non sei altro! Dentro questa porcheria di quattro versi che hai scritto in latino ci sono trenta errori! E poi critichi gli altri…

b Ho sbagliato nello scrivere l’algoritmo o i versi, ma sempre somaro sono…

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1 Sono inserite alla fine dei tre capitoli (Diatriba sopra Gallipoli, Diatriba sull’epoca di Gallipoli e Diatriba sopra Gallipoli binomia) e delle due appendici (Appendice prima: si esamina l’opinione del Galateo e Appendice seconda: si esamina l’opinione del P. Bardetti e di Ciro Minervino) che costituiscono il saggio Gallipoli illustrata (Tipografia Del Vecchio, Lecce, 1849) di Oronzo Pasquale Macrì;  non ho attinto dalla pubblicazione a stampa (pare che esista un solo esemplare nella Biblioteca Provinciale Nicola Bernardini di Lecce) ma da un manoscritto rinvenuto nel 2004 nel corso di un’operazione di recupero da parte dei Carabinieri di beni librari sottratti alla biblioteca Antonio Sanfelice della diocesi di Nardò-Gallipoli, nel cui riconoscimento e rivendicazione l’amico Marcello Gaballo ha avuto un ruolo determinante (vedi il suo contributo La biblioteca “Antonio Sanfelice”  della diocesi di Nardò-Gallipoli. La restitutio ad integrum di una pregevole raccolta trafugata, in Studia humanitatis, Barbieri Selvaggi editori, Manduria, 2010, pagg. 167-208).

2 Vedi sul sito il post di Cosimo Giannuzzi Il labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì del 10 marzo 2010.

3 Sarei un ipocrita mentitore se dicessi che per me ragazzo lo studio del latino (ma anche delle altre discipline) era una gioia e non un incubo. Il sentimento è vecchio quanto il mondo e nessuno ha trovato il sistema per rendere graticante da subito ciò che per me (e non solo per me, forse…) il tempo e la vita hanno fatto diventare tale.

4 La progressione numerica nel numero dei versi che costituiscono i primi tre pezzi per me costituisce una delle tante prove dell’unità della cultura, che nella fattispecie trova nel Macrì la sua espressione nel felice incontro tra matematica (riduzione dei distici, 4>3>1) e letteratura (sintesi, anche questa progressiva, fino a condensare una tesi in tre soli elementi toponomastici; tre (come i componimenti che singolarmente chiudono la prima parte dell’opera), ma il secondo, Anxa è figlio del primo,  Anxur (direi quasi riduzione storica a due) e Gallipoli è il più recente (direi riduzione storica a uno), per cui il componimento, figlio di una progressione, ne cela al suo interno una seconda. Tutto casuale?

5 La poesia moderna prima e contemporanea poi si è giustamente liberata delle regole, che erano per l’ispirazione e la creatività come le manette per un innocente. Naturalmente questo non è bastato a fare di ognuno un poeta autentico, perché qualsiasi manifestazione artistica per essere tale deve obbedire ad un codice interno totalmente libero ma che, comunque, non può violarne un altro, di livello superiore, più complesso e misterioso che sancisce l’appartenenza del creato artistico a un sentire, pur nelle sue sfaccettature e varianti interpretative, universalmente condiviso.

6 Altra cosa era, poi, riuscire a comporre rispettando le regole. Sui muri di Pompei compaiono graffiti parecchi esametri “imperfetti” a dimostrazione che già in rapporto alla sola tecnica non sempre le velleità poetiche trovavano adeguata espressione.

7 Come dimostra nei riguardi del messapico con il suo De marmore Basterbino, opera inedita, in cui tenta l’interpretazione di un’iscrizione messapica rinvenuta a Vaste, studio che, così ci informa in Gallipoli illustrata, inviò ad Alessandro Maria Kalefati, vescovo di Oria, storico, archeologo e linguista. Dal momento che, come s’è detto, Gallipoli illustrata è del 1809 e che il vescovo morì, quando ancora ricopriva ad Oria tale carica,  nel 1794, il De marmore Basterbino è sicuramente anteriore a tale data. Ma, senza scomodare il messapico, poteva incontrare difficoltà a scrivere in distici elegiaci l’autore de Il labirinto metrico? (vedi il post indicato in nota 2).

8 Oggi nello studio del latino non si perde più tempo con queste stupidaggini, perché si passa direttamente a tradurre (?) e a interpretare (!) … senza conoscere la grammatica.

9 Quest’aggettivo, usato da uno che ha le sue idee un pò particolari e certamente controcorrente sul cosiddetto diritto d’autore, è da interpretarsi come scevro dal benché minimo fine di profitto, almeno personale…

10 Re di Sparta.

Tonnellate di foglie di vite dal Salento in Arabia

I Consorzi di Bonifica per favorire il commercio di foglie d’uva con l’Arabia Saudita

di Antonio Bruno

“A voi che dall’albero della vita cogliete le foglie e trascurate i frutti”

 (Silvano Agosti) la frase con cui Fabio Volo apre il suo libro “E’ una vita che ti aspetto”.

Il Direttore dell’ Istituto per il Commercio Estero di Bari Dott. Giuseppe Lamacchia ha convocato un gruppo di lavoro per organizzare un importante esportazione di foglie d’uva a Riyad in Arabia Saudita. Grandi assenti proprio i produttori d’uva da tavola.
In questa nota una proposta al Dott. Lamacchia per ottenere una partecipazione di questa importante categoria.
Il 70% dell’uva da tavola prodotta in Italia è pugliese.

La lana e le pelli della pecora moscia leccese

gregge di Franco Cazzella (ph G. De Filippi)


di Franco Cazzella

Vediamo in che modo si possono utilizzare le lane della pecora moscia leccese: nel settore dell’edilizia si potrebbe utilizzare come isolante termico ed acustico e le abitazioni potrebbero essere considerate ecologiche. Un altro modo potrebbero essere i progetti socio-solidali, ad esempio in collaborazione con Istituti Penitenziari femminili per fare prodotti come quelli di una volta tipo tappeti, borse, ecc.
Ho un’idea invece per le sue pelli unica ed esclusiva. Pensiamo al momento magico che sta attraversando il nostro Salento con il movimento culturale della Notte della Taranta: un attrezzo molto importante per la sua musica il tamburello salentino fatto in modo esclusivo di pelle di agnello di “Pecora Leccese” con impresso, oltre il marchio della Tarantola, anche quello della Pecora o del Consorzio di Tutela; un oggetto fatto in varie misure che diventa esclusivo e ottimo gadget pubblicitario rappresentativo del territorio.

In passato e per molti secoli la pelle venne utilizzata per produrre pergamena, conosciuta come cartapecora. Insostituibile supporto per tramandare ai posteri opere che altrimenti sarebbero destinate a svanire nel nulla. Obiettivo è quello di riproporla con stampe e oggetti proponendoli in esclusiva produzione Salentina.

Oltre l’Allevatore quante altre figure professionali coprirebbero il ciclo produttivo del suo allevamento?
Mettiamoci tutti insieme al lavoro uniti in un unico obiettivo, il suo recupero.
Tutti dobbiamo avere una sola passione: COSTRUIRE. Si costruisce prima con il pensiero, ma poi si deve andare oltre la filosofia. C’è un tempo per pensare e un tempo per costruire.

(estratto da BIODIVERSITA’ A RISCHIO DI ESTINZIONE. LA PECORA MOSCIA LECCESE. Futuro- Presente- Passato, Mario Adda Editore 2008)


vietata la riproduzione, tutti i diritti riservati all’Autore.
 

 

 

Libri/ L’antica Parrocchiale di Ruffano

di Paolo Vincenti

Lo studioso ruffanese Vincenzo Vetruccio, già apprezzato per il suo precedente lavoro, “La Chiesa di San Sebastiano in Ruffano” (2002-Congedo Editore), ha dato alle stampe questa nuova opera “L’antica Parrocchiale di Ruffano”, anch’essa edita da Congedo, per la prestigiosissima  collana “Biblioteca di Cultura Pugliese”, fondata da Michele Paone e diretta da  Mario Congedo.

Un lavoro articolato ed affascinante, che si addentra nei meandri della vecchia chiesa parrocchiale di Ruffano, dimenticata dai più, riscoprendo particolari artistici dell’antico tempio, ma offrendo anche uno spaccato sociale della comunità ruffanese del tempo.

Nel passaggio dal rito greco al rito latino, si avvertì l’esigenza di sostituire la vecchia parrocchiale, ormai troppo piccola ed indecorosa, con una nuova chiesa.

I lavori di ricostruzione vennero affidati ai fratelli Margoleo di Martano, dalla famiglia Grassi di Ruffano, e, nel 1706, si diede inizio ai lavori, grazie alle offerte dei cittadini e degli ecclesiastici. Nonostante gli immancabili

Unveiling Apulia!

UNVEILING APULIA! SCOPRIAMO LA PUGLIA

Un viaggio alla scoperta della storia sconosciuta del Salento

 

di Marco Cavalera

La Guida fotografica bilingue (inglese ed italiano) Unveiling Apulia! Scopriamo la Puglia, edita nel 2009 dal Movimento culturale VarieMani, è dedicata alla memoria di Norman Mommens e Patience Gray, “che tanto hanno amato la terra salentina”.

Si tratta di appunti di viaggio nella “Terra di Nessuno”, con l’obiettivo di raccontare la storia sconosciuta dell’incantevolmente contaminata Contrada Burgesi e far conoscere i tesori nascosti di una terra finora abbandonata ai Signori della spazzatura.

Il tour, proposto da VarieMani, vuol mettere in guardia turisti e residenti su problematiche che sono spesso sottovalutate dai locali amministratori, a volte complici, più frequentemente protagonisti di scempi ambientali di dimensioni apocalittiche. Ad essi si aggiungono l’incuria e l’inciviltà della popolazione indigena, che ha reso il paesaggio delle pietre un “museo vivente, dove fanno bella mostra di sé gli scarti della società usa e getta”.

L’itinerario del “Museo diffuso” si snoda dal “Parco a tema Contrada Burgesi di Ugento”, dove si possono ammirare diverse attrattive turistiche: la vecchia discarica comunale, con i suoi reperti archeologici risalenti all’età del Consumismo avanzato; la grande voragine, ossia una dolina utilizzata come luogo di smaltimento “naturale” di scarti industriali, tra cui

Libri/ Storia e cultura in Terra di Bari

STORIA E CULTURA IN TERRA DI BARI studi e ricerche -V

 

Venerdì 28 gennaio alle ore 18,00 presso la Sala Convegni del II

Piano del Castello Acquaviva d’Aragona la dott.ssa Clara Gelao ed il prof. Pietro Sisto presenteranno il volume, a cura di Vito L’Abbate.

 

 

Sommario del volume

Antonella Caprio:

Il megalitismo in area italica: le mura antiche di Conversano e Castiglione.

Vito L’Abbate:

Tra Antico e Medioevo. L’insediamento di masseria Ricci nell’interland di Egnazia.

Fabrizio Vona:

Le decorazioni parietali policrome della chiesa di San Benedetto in

In segno di gratitudine; Senza volto

di Paolo Vincenti

 

ebrei a S. Maria al Bagno (per gentile concessione di Paolo Pisacane)

Una drammatica testimonianza di vita vissuta. In due toccanti memoriali,  In segno di gratitudine e Senza Volto , i coniugi Gertrude e Samuel  Goetz ricostruiscono la propria straordinaria esperienza di sopravvissuti alla Shoah. I Goetz, reduci da una delle pagine più dolorose e terrificanti della storia del Novecento, sono stati protagonisti, l’anno scorso, di una serata,  organizzata dall’Associazione  “Emergenze sud-Presidio del libro di Parabita”, in collaborazione con la Pro Loco di Ruffano e l’Associazione “Soap” di Ruffano, presso il Teatro di Via Paisiello a Ruffano.

Samuel e Gertrude Goetz,  intellettuali  ebrei di origine polacca e austriaca, che oggi vivono negli Stati Uniti, hanno intrecciato il proprio destino con quello  della guerra e della segregazione razziale  e la fuga dall’abominio e dalla repressione di un  regime spietato e violento li ha portati  in Italia dove, durante gli anni della seconda guerra mondiale, si rifugiarono  per scampare alla persecuzione nazista.

Fu proprio il campo rifugiati di Santa Maria al Bagno, Nardò, ad accoglierli.  Qui, i due perseguitati si conobbero e qui nacque il loro amore, prima di essere  separati dalle vicende belliche e ritrovarsi poi nuovamente in America dove abitano tuttora,  a Los Angeles, California, alla soglia degli ottant’anni, dopo una vita lunga  e intensa ma piena di soddisfazioni.

Samuel e Gertrude Goetz sono tornati in Italia l’anno scorso per un ciclo di conferenze organizzate dall’Associazione Presidi del Libro e da Besa Editore.  E  Ruffano ha avuto l’onore di ospitarli la sera del 23 aprile 2010, quando i due autori sono stati intervistati da Sonia Cataldo, responsabile del  Presidio del Libro Parabita,  Paolo Vincenti, Presidente Pro Loco Ruffano e Elena Pistone dell’Associazione Soap Ruffano,  per un’iniziativa  promossa dalla Regione Puglia e dall’Associazione Presidi del Libro e  patrocinata dal Comune di Ruffano.

Il primo memoriale è quello di Gertrude Goetz,  “In segno di gratitudine” (Besa Editore), nel quale l’autrice ripercorre la propria dolorosa esperienza di profuga ebrea negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Dall’Austria, il paese di origine, che la aveva vista bambina felice e adolescente spensierata, all’Italia dove, insieme alla propria famiglia, compie un viaggio che dal Brennero la porta in Salento, nel campo profughi di Santa Maria al Bagno- Nardò dove, scrive l’autrice nella Prefazione “ all’età di dodici anni, compresi per la prima volta il significato di libertà, sicurezza e di conforto amichevole. Fu lì che io e i miei genitori ci rendemmo conto di non essere più in pericolo, di essere sopravvissuti e di aver riconquistato il diritto di vivere… In piedi su un’altura, vidi un paesaggio paradisiaco, una distesa di acqua di mare calma, di colore blu intenso e, sulla riva, un paesino pittoresco, Santa Maria. Fui letteralmente sopraffatta da un senso di rinnovata gioia di vivere e di speranza in un futuro migliore.” Qui, Gertrude conosce anche Samuel,  l’amore della sua vita, prima di partire per gli Stati Uniti, ossia per il viaggio definitivo,  in un paese dove, però, ritrova il suo amato compagno dal quale non si separerà più per tutta la vita. “Santa Maria rappresenta anche il periodo della ripresa degli studi. Iscritta al Liceo di Nardò, vi fui accolta con calore”, scrive ancora Gertrude. “Eravamo sopravvissuti, avevamo un tetto, eravamo provvisti di tutto il necessario e avevamo trovato la calda ospitalità della piccola comunità di Santa Maria. Sulla sua spiaggia conobbi molti italiani e feci amicizia con un giovane più grande di me di tre anni che ancora oggi, a distanza di cinquantacinque anni, è il mio compagno di vita. Ho serbato per me il ricordo dei giorni trascorsi a Santa Maria e l’ho condiviso con i figli e con i miei numerosi nipoti che non vedono l’ora di visitare Santa Maria e ammirare con i loro occhi quel che hanno ascoltato dalle mie parole”.

Il libro reca una Prefazione di Fabrizio Lelli e una Postfazione di Paolo Pisacane, presidente Associazione Pro Murales Ebraici Santa Maria al Bagno. E proprio la madre e la zia di Pisacane compaiono, insieme a Gertrude, nella bella foto in bianco e nero che campeggia sulla copertina del libro; una foto che ritrae tre belle ragazze sedute sugli scogli di Santa Maria al Bagno con, alle spalle, il nostro inconfondibile Mare Ionio salentino. Nel 1949, Gertrude venne ammessa negli  Stati Uniti d’America e si stabilì a Los Angeles- California,  dove ha conseguito diverse lauree e ha lavorato come bibliotecaria e insegnante in un liceo. Ora è in pensione ma ancora molto attiva sul fronte della promozione culturale e  della memoria storica, come il suo soggiorno dell’anno scorso  in Salento conferma.

 

 

ebrei a S. Maria al Bagno (per gentile concessione di Paolo Pisacane)

 

“Senza volto “ (Besa Editore) è invece il titolo del libro di Samuel Goetz, ebreo di origine polacca che a differenza della moglie ha vissuto in prima persona l’esperienza di internato in un campo di concentramento nazista, ad

Dai giri a “patrunu” nelle “puteche”, al binge drinking o bevuta compulsiva

di Rocco Boccadamo

Non c’è che dire, a cavallo di più generazioni, è sempre esistita una certa dose d’imprevedibilità nel corso delle cose e, in particolare, nell’evoluzione delle abitudini e dei costumi. E però, giammai, il fenomeno ha evidenziato sviluppi, implicazioni, rischi, conseguenze, del livello di accentuazione presente e lampante oggigiorno.

Fino alla metà del secolo scorso, nei piccoli centri del Salento, il bar o caffè non si conosceva per niente, era dato di scorgerne qualche insegna solo nelle località più grandi.

Tuttavia, nel solco e secondo i canoni della sana civiltà contadina, all’epoca predominante, la gente, pressoché indistintamente, soleva collocare in seno all’alimentazione, spartana e nello stesso tempo equilibrata e efficace, anche il consumo del vino: fa buon sangue, tonifica i muscoli di braccia, gambe e spalla, difende dal raffreddore e dalla tosse, si credeva e sosteneva.

Se non aveva a disposizione propri “cippuni” per produrre direttamente la quantità di bevanda necessaria da un’annata all’altra, ogni famiglia acquistava tini di uva dal Brindisino o dalla zona dei Paduli, verso il Capo di Leuca, vinificando poi i grappoli, attraverso la “stompatura” con i piedi, nel palmento pubblico del paese.

In ultima analisi, si riforniva, presso proprietari di vasti vigneti e/o pseudo grossisti enologici, di alcuni ettolitri del prodotto. Quel paio di bicchieri, fra i sorsi assunti a canna dalla bottiglia portata appresso per la giornata di lavoro nei campi e il calice a tavola, la sera, rappresentava un rito, una sacralità per anziani, adulti e giovani.

Alle anzidette bevute quotidiane campagnole e domestiche, per i compaesani capo famiglia, si aggiungeva, la domenica pomeriggio e in occasione delle feste, l’accesso e la sosta fra amici all’interno dell’esercizio di mescita, o “puteca”; dal bancone dell’oste, o “puticaru”, scivolavano di tanto in tanto sui tavolini di legno quadrati, di norma per quattro avventori, contenitori in vetro da un litro o due, insieme con la guantiera di bicchieri: preferibilmente, rosso e, talvolta, bianco.

Fra scambi di notizie inerenti al comparto agricolo, intorno al clima, circa il menage delle famiglie, si riempivano e svuotavano calici con la sana e genuina bevanda.

L’unica “esagerazione” consisteva in saltuari giri di “patrunu”, con la designazione, di volta in volta, di un dominus, giustappunto un padrone, il quale teneva davanti a sé il servizio del “puticaru” e assegnava il consumo agli occupanti del tavolo, a sua assoluta e esclusiva discrezione.

In tal modo, poteva succedere che, a rotazione, qualcuno finisse col bere in eccesso, avveniva qualche sbronza, intera o mezza, ubriacatura di compagnia, con la conseguenza, per il preferito, del rientro a casa a passi lenti, se non proprio traballanti, in ogni caso accolto sulla soglia, con naturale e amorevole premura e comprensione, dalla moglie.

La ciucca maturava e passava con discrezione fra le mura domestiche, con l’ausilio di un pesante sonno, fino all’indomani, allorquando il protagonista, beneficiato particolarmente durante la sera precedente alla “puteca”, doveva aver ripreso in pieno le forze e riprendere le fatiche nei campi.

Queste le umane vicende, nel’almanacco 1950, diffuse intorno al prodotto vino. Nessun’altra bevanda alcolica, una bottiglia di “spirito” allo stato puro si acquistava nelle ricorrenze (matrimoni, battesimi), allo scopo di preparare, in casa, artigianali liquori con l’aggiunta di acqua, zucchero e piccole dosi di essenze aromatiche in flaconcini reperiti nel negozio d’alimentari.

Anche oggi il vino è presente, svolgendovi una parte di rilievo, in seno alla collettività, nell’ambito dell’alimentazione e dei consumi in genere.

Ma, è un altro volto, una dimensione agli antipodi, l’assunzione  cadenzata, la moderazione, l’eccesso saltuario e comunque ragionato, hanno ceduto il posto alla moda dell’impulso, ad una sorta di bramosia e avidità concettuale e mentale, ad una sfrenata corsa verso la generalità delle bevande alcoliche,  non del vino soltanto.

Realtà maggiormente visibile e stravolgente, appare completamente invertita la platea degli attori, il ruolo di protagonisti più vivi e vivaci nel consumo è compiuto dai giovanissimi e anche dai ragazzi e ragazzini. A qualunque ora del giorno.

Secondo le statistiche, le nuove leve iniziano a bere ad appena 11 anni, tre adolescenti su quattro, d’età compresa fra i 14 e i 16, arrivano tranquillamente ad ubriacarsi.

Infatti, si leggono e si sentono, frequentemente, casi d’incoscienti, di entrambi i sessi, i quali finiscono conciati male, costretti a ricorrere a cure d’emergenza per evitare drammi devastanti.

Essere testimoni o spettatori è, senza dubbio, un esercizio più semplice rispetto a un altro impegno che dovrebbe mirare ad appurare le ragioni, i perché degli scivolamenti, delle tendenze modaiole, prevalenti e pericolose.

Sarà forse stato l’allentamento delle briglie in funzione di guida, la rarefazione della vicinanza e delle prediche da parte dell’elemento adulti? Ovvero, la smisurata crescita d’importanza della fraintesa scuola di vita fra pianticelle in crescita e, perciò, ancora fragili?

Dalla fase dell’idolatria all’indirizzo dei capi d’abbigliamento griffati (si ha memoria dei cosiddetti paninari?), al culto irrinunciabile dell’universo di cellulari e dintorni, al consumo all’impazzata di vino e di altri pericolosi miscugli alcolici: tutt’altro che un progressivo sentiero di sana formazione e maturazione, di crescita equilibrata, per la maggior parte di figli e nipoti dell’oggi, per tanti che saranno, domani, al nostro posto.

Prigioniero numero 50860

Prigioniero numero 50860

di Gianni Ferraris

Dopo l’8 settembre, i militari italiani che non aderirono alla Repubblica di Salò, subirono un’offensiva di dimensioni enormi da parte dei nazisti. Ricordiamo, su tutti, i massacri dei prigionieri di Cefalonia, dell’Egeo, di Corfù, dell’Albania. Oltre che di molti altri episodi in Italia e fuori. E sono stati oltre 600.000  i soldati italiani deportati ed internati nei campi di concentramento e di lavoro in Germania. A Hitler mancava mano d’opera per costruire armamenti per “l’offensiva finale”  . Già erano utilizzati molti russi, e prigionieri civili e militari di altre nazionalità, ma ancora non era sufficiente. Non è un caso se Goebbels definì l’armistizio dell’Italia “un grande affare per la Germania”.

Per facilitare il tutto, venne scavalcata anche la convenzione di Ginevra con un semplice cambio di denominazione. I militari italiani si trasformarono da “prigionieri di guerra” in IMI (Internati Militari Italiani). Questo consentì di utilizzarli come forza lavoro, ma soprattutto di non riconoscere il governo Badoglio per il quale i militari internati combattevano la loro guerra contro i nazisti. E provocò anche una vera e propria carneficina. Non avendo lo scudo della convenzione, la Croce Rossa Internazionale non potè intervenire in alcun modo. Non a caso la mortalità per stenti, fame, freddo, fu superiore di molto a quella dei “normali” militari internati. Si parla addirittura di quattro volte rispetto a quella dei prigionieri francesi nella stessa situazione, ma protetti dalla convenzione, per fare un

Libri/ Raccolta di termini dialettali a Parabita

FRIZZULI, EVVIVA LA SCUOLA!

 

di Paolo Vincenti

Bambineddu mia”, “E’ rrivatu Natale”, “Li carniali”, sono alcuni dei proverbi, titterri e filastrocche, che fanno parte di  Frìzzuli, raccolta di termini dialettali a Parabita, che è stato recentemente pubblicato dal Laboratorio di Aldo D’Antico.

Questo libro fa parte della collana  “Percorsi – Scuola formazione società”, che è stata inaugurata da Io la scuola e la vita,  a cura dell’Istituto Comprensivo di Parabita e continua con questa raccolta, sempre curata dall’Istituto Comprensivo Scuola Elementare “G.Oberdan”, di Parabita.

I ragazzi delle classi 1°, 2° e 3° Elementare,  con la supervisione delle loro insegnanti, hanno raccolto una serie di filastrocche, poesie, racconti riguardanti le tradizioni popolari della loro comunità che rischiano oggi di scomparire. L’iniziativa delle insegnanti di lavorare sulla realtà culturale, geografica e storica di Parabita è stata subito appoggiata dal dirigente scolastico, Dr. Fernando Napoli, che cura una piccola Presentazione iniziale.

Le insegnanti, coadiuvate dalla Prof.ssa Elena Tamborrino, ricercatrice in Dialettologia Italiana e Geografia Linguistica, che cura l’Introduzione del libro, hanno saputo coinvolgere le famiglie e motivare gli alunni nello

L’erba che ricorda le unghie del diavolo

NOMI DI ESSENZE VEGETALI TRA SACRO E PROFANO (7)

 

Li ònghie ti tiàulu

 

di Armando Polito 

 

Il dialetto è capace anche di questo, di utilizzare il plurale per indicare un esemplare, sempre unico, di un oggetto appartenente ad una categoria diversa da quella indicata dal singolare. È il caso dell’essenza presa in esame nella puntata precedente (ònghia ti tiàulu) e di quella della quale si parlerà oggi. La foto dà ampiamente ragione di questa scelta che trova la sua ragion d’essere sostanzialmente nei cinque rostri del frutto che evocano le cinque

S. Maria della Pietà dei frati Minori Osservanti di Ugento

Riproponiamo il saggio di Luciano Antonazzo sulla chiesa e convento di S. Maria della Pietà dei frati Minori Osservanti di Ugento. La scorsa notte, tra il 15 e 16 febbraio 2011, sconosciuti hanno appiccato un incendio nella sagrestia della chiesa, distruggendo molti dei sacri paramenti e una antica statua di Cristo morto in cartapesta. Sembra che le fiamme non abbiano arrecato danni al prezioso coro ligneo dei Fratelli Candido di Lecce.

Sull’entità del danno e sull’identificazione degli autori stanno indagando i Carabinieri e le Autorità competenti.

Spigolature Salentine si associa allo sgomento e al dolore della popolazione di Ugento per così grave e inqualificabile gesto.

 

 

Intorno alla fondazione del convento  e della chiesa di S. Maria della Pietà dei frati Minori Osservanti di Ugento[1]  

 

di Luciano Antonazzo

SS. Cosma e Damiano, affresco del convento di Ugento (ph Stefano Cortese)

Molto poco si conosce della storia degli edifici civili e sacri di Ugento  e quel poco è sovente frutto di affermazioni non supportate da alcuna indagine storica o critica.

Paradigma di tale modo di procedere e che ha assunto dignità di verità acquisita è la data di fondazione del convento, con annessa chiesa, dei Francescani Minori Osservanti.

La loro erezione dagli scrittori locali si fa risalire al 1400, ma questa datazione è la conseguenza di una errata lettura del De Origine Seraphicae Religionis del 1587 di Francesco Gonzaga. Questi aveva testualmente scritto che nel 1430  l’“Illustrissima, atque Franciscanae Observanti familiae addictissima Bauciorum prosapia[2] aveva fondato entro la cerchia muraria della città il convento “sub invocatione B. Mariae de Pietate”, senza indicare il nome di chi lo volle.

Padre Bonaventura da Fasano nelle sue Memorabilia[3] riferì invece, seguito in ciò dal Wadding,[4] che ad erigerlo era stato Raimondello Orsini del Balzo.[5]

Gli scrittori posteriori presero per buona l’indicazione di quel nome, ma avvedutisi dell’anacronismo per cui Raimondello non poteva essere il fondatore del convento in quanto egli era deceduto nel 1406 ritennero di superare tale discrasia anticipandone l’erezione al 1400.

Raimondello nel 1391, al ritorno di una campagna in oriente per combattere i turchi, avendo sperimentato la bontà ed assistenza caritatevole offerta dai francescani, aveva voluto loro testimoniare la sua gratitudine facendo costruire in Galatina la superba Basilica di Santa Caterina d’Alessandria,

Ecco i prodotti ottenuti con il latte della pecora moscia leccese

di Franco Cazzella

La tipicità del cacio ricotta vanta un’origine più che centenaria.
Il periodo più adatto è quello che va da giugno a settembre quando le pecore, brucano le stoppie, restuccia, restucciu, contenente sali di potassio e, in ogni caso, prima che rimangano gravide.

Il Gorgoni afferma che è una varietà di cacio “ che si fa nell’estate allorchè le pecore, per essere gravide fanno poco latte. E’ un cacio tenero e molto gustoso, perchè fatto dal cagliato senza che sia separata la ricotta.”

Il latte depurato si versa nell’apposito recipiente adatto alla cottura sul fuoco; un tempo assolveva a questa funzione una caldaia cilindrica, caccavo (nelle varianti di càccavu, càccalu, càccamu), di rame stagnata internamente, mettendola sulla furneddhra, fornello alimentato dal fuoco.

L’accortezza richiesta è di mescolare spesso il latte per circa un’ora e mezza; tuttora si usa un bastone in legno “ruotolo” di fico o di ulivo, con la base simile ad una testa rotondeggiante.
Tolto dal fuoco il latte che abbia raggiunto i novanta gradi, si lascia raffreddare un po’ ad almeno 35 – 37 gradi e si aggiunge il presame cioè il caglio (quagghiu, quaju, quagliu, cagliu), elemento importantissimo senza il quale non si può ottenere il formaggio e che serve a condensare il latte, nonchè ad accelerare la separazione della materia caciosa dal siero. Nel dialetto cagliare il latte si dice quagghiare, quagliare; il cagliato, quagghiatu, quagliatu e casieddhru.
Il quaglio o caglio, scientificamente abomaso è un ventricolo che si trova nello stomaco degli agnelli lattanti; la mucosa possiede un enzima, la renina, dalla miracolosa proprietà coagulante. Molte massaie usano preparare il caglio da sè: puliscono il ventricolo, una sorta di sacchettino contenente pallottoline di latte coagulato, riempiendolo di latte di pecora fresco e di sale, lo legano e lo pongono in un piatto coprendolo con abbondante sale per che si dissecchi. Si usa la quantità desiderata.
Un tempo chi non aveva a disposizione il caglio animale ricorreva a sostanze ugualmente capaci di provocare l’effetto coagulante come il cardo selvatico, il fiore del cartamo e anche con il lattice di un ramo di fico o il picciolo del frutto, dotati di un umore viscoso simile al latte.


Dopo aver sciolto in acqua tiepida un pezzetto di caglio ed averlo colato, lo si aggiunge al latte contenuto nella caldaia, rimestando opportunamente col

Punta Palascia non è un luogo qualunque, è “IL” luogo

da http://www.badisco.it/album/

 

di Gianni Ferraris

“…Alloggi per il personale militare, un garage per automezzi, due torri di 11 metri di altezza in supporto alle antenne radar….  E il comitato “giù le mani da Punta Palascia” ha impugnato davanti al TAR tutti gli atti di formazione ed approvazione del progetto. Nei prossimi giorni si terrà l’udienza. Il delicato equilibrio della scogliera di Punta Palascia – inclusa a pieno titolo nel Parco Regionale Otranto S.M. di Leuca – va difeso ad oltranza non solo per la sua indiscussa bellezza ma anche per il suo valore simbolico: il dialogo, lo scambio e l’incontro dei popoli e delle culture del Mediterraneo…”

Questo scrive l’amico Mauro Marino su Paese Nuovo di mercoledi 19 gennaio. Punta Palascia non è un luogo qualunque, è “IL” luogo. E proprio lì, a sovrastare la meravigliosa costa che profuma di mare e di sole, i “proprietari” di quei terreni vogliono compiere, senza badare a vincoli di sorta, passando come bulldozer sulle sensibilità delle persone, calpestando la maggior industria del Salento, il turismo, uno degli scempi più ignobili del territorio. Perché le “ragioni della difesa” valgono più di ogni piano regolatore, di ogni normativa.

Ci sono ripassato qualche tempo addietro,   ed è sempre un’emozione. Quel giorno si vedeva la costa dell’Albania e la neve sulle alture. E so di amici che la notte di capodanno, dopo i brindisi e le feste, vanno lassù per vedere la prima alba, perché “porta fortuna”, perché è bella.

Permettere, in nome della “difesa”, un progetto che ha l’amarissimo sapore di speculazione edilizia, piuttosto che di protezione delle sacre coste da nemici invasori, senza opporsi con ogni mezzo lecito, è uno schiaffo non solo al Salento. La guerra fredda è finita da lunghissimo tempo,  ed abbiamo antenne e ripetitori in ogni luogo possibile e plausibile. Ci sono satelliti e strumenti a noi sconosciuti che ci mandano addosso ogni tipo di onde, neppure fossimo prigionieri di forni a microonde, ora ci vogliono scippare anche quel poco di natura che altri speculatori hanno, al momento, lasciato

Presicce, una vera e propria “città sotterranea”.

il centro storico di Presicce

La flotta dei 23 frantoi ipogei di Presicce

di Antonio Bruno

Presicce è un comune di 5.617 abitanti che è situato nel basso Salento, nel territorio delle Serre Salentine, dista 56 km dal capoluogo e 10 km dal mare Ionio. « Presicce, riposa tra due giocaie sub appennine che stanno l’una a levante l’altra a ponente, nel piano di una vallata così aprica che, guardati i pini caratteristici a grande ombrello, qualche punta dattilifera, le creste dei monti coronate di sempre verde ulivo, il tappeto sfioccato e variopinto dei grossi campi che lo circondano, vi dà a primo acchitto l’aria di un luogo orientale. »
(Giacomo Arditi, storico locale)

una stradina del centro storico di Presicce

Solo per ricordare, di Aldo de Bernart

di Paolo Vincenti

Solo per ricordare, di Aldo de Bernart (Tipografia Inguscio e De Vitis, Ruffano), è una piccola plaquette che raccoglie una serie di contributi sparsi, scritti con la acribia e la grande preparazione alle quali ci ha da una vita abituato questo ottuagenario studioso, esperto di storia patria e cultura salentine.

Questa plaquette, stampata fuori commercio in un numero limitato di copie (149), fa parte della collana “Memorabilia” nella quale, da qualche anno a questa parte, il professor de Bernart raccoglie una serie di piacevoli e sempre interessanti chicche, spigolature su avvenimenti di storia locale o su personaggi minori se non minimi e dimenticati del nostro Salento, tranche de vie che sanno sempre catturare la nostra attenzione.

Lavoro pregevole, questo, svolto disinteressatamente, con la sola passione della ricerca e dell’approfondimento, che il de Bernart mette a disposizione di tutti coloro che amano il nostro Salento o sono interessati a scoprire aspetti inediti della storia di Terra d’Otranto.

Il primo contributo è “Nel settantesimo anniversario della morte di Antonio Bortone. 1938-2008”, che riprende un analogo scritto apparso qualche

C’è anche l’erba delle fate!

NOMI DI ESSENZE VEGETALI TRA SACRO E PROFANO (5)

                                                                    Capìddhi ti fate

 

di Armando Polito

Con questa quinta puntata abbandoniamo il mondo del sacro e ci immergiamo nel profano, anche se il magico, che qui sarà per un attimo evocato, nella cultura di ogni tempo ha avuto pur sempre un carattere sacrale, magari in contrapposizione alla religione dominante o ufficiale.

Nomi italiani: capelli delle fate, lino delle fate

nome scientifico: Stipa capensis Thunb.

nome della famiglia: Poaceae

L’etimologia dei nomi italiani non pone alcun problema: basta guardare la foto e mettere in moto, non più di tanto, la fantasia.

Per mantenerla viva per un pò sono costretto, però, a tralasciare per il momento Stipa (si capirà alla fine…) e a passare a capensis, che è formazione latina moderna dal classico caput=capo, con riferimento, in botanica, ad uno dei sette regni e, nella fattispecie, a quello che si estende all’estremità sud-occidentale dell’Africa (Penisola del Capo) e che, pur essendo il meno esteso, è il più ricco di endemismi; Poaceae è forma aggettivale latina moderna dal greco poa=erba.

Riprendo quanto avevo lasciato in sospeso. Stipa è voce del latino medioevale1, in cui assume il significato di vegetale adoperato per ricoprire i tetti e questa voce ci consente di fare un viaggio per certi aspetti inatteso nel tempo e tra le parole. Stipa è stata intesa come forma primitiva del

Il prezzario della rinomata casa del piacere

Venerdì 21 gennaio alle ore 19.00
presso il Convento degli Agostiniani a Melpignano

presentazione del volume

PREZZARIO
della rinomata casa del piacere
a cura di Stefano Donno e Anna Chiriatti

 

Intervengono
Cecilia Mangini (documentarista); Antonio Errico (scrittore); Luigi Chiriatti (direttore editoriale).

L’unità, il tricolore e l’inno di Mameli patrimonio nazionale

da http://www.ilbrigante.it/

 

di Gino Schirosi

Ci mancava pure questo nel nostro Bel Paese! Dopo un secolo e mezzo di monarchia e di repubblica, c’è chi si è accorto all’improvviso che dei vari modelli istituzionali prospettati e discussi nell’800 tra il monarchico Cavour, il repubblicano Mazzini, il neoguelfo Gioberti e il federalista Cattaneo, proprio il federalismo (fiscale, demaniale, municipale, regionale, ecc.) avrebbe comunque potuto calzare a pennello alla variegata e poliedrica realtà italiana. Capita inoltre di ascoltare da tanti sputasentenze giudizi strani e paradossali, come quello secondo cui l’Italia sarebbe ancor più unita se fosse uno Stato federale.
Ciò premesso, non è tuttavia facile comprendere le vere ragioni che da un bel po’ inducono faziosi o fanatici della Lega Nord a bofonchiare in ogni occasione, e sino alla noia, unicamente per denigrare, insieme col tricolore, l’Unità d’Italia al suo 150° anniversario. Non solo! Persino l’Inno nazionale è oggi oggetto di puntigliosa critica pretestuosa, animata dalla pretesa di volerlo sostituire col coro “Va’, pensiero” del Nabucco verdiano (datato 1842).
È pur vero che ai tempi di Giuseppe Verdi l’antico dramma degli Ebrei esiliati in Babilonia fu interpretato come chiara allusione alla triste condizione del Lombardo-Veneto sotto dominazione asburgica. Se poté sembrare allora una valida giustificazione, di certo dettata da sentimentalismo patriottico del tempo, ciò non toglie che non contiene alcun riscontro logico con l’Italia, il suo popolo, la sua storia di ieri e di oggi. Il coro in questione, intonato dagli Ebrei deportati in terra straniera, è solo il canto di un popolo storicamente estraneo alla nostra cultura e alla nostra civiltà, un popolo sconfitto 2600 anni fa dal re babilonese Nabuccodonosor e trattenuto in cattività lontano dalla terra promessa.
Non si sa di cosa possano lamentarsi le popolazioni dell’Italia settentrionale dopo tanti anni di unificazione nazionale, ideologicamente vissuta peraltro in una pacifica identità etnica, politica e sociale, non già sotto tirannide o in esilio. Dall’Unità, tacitamente sponsorizzata dal Piemonte (grazie alla strategia diplomatica di Cavour), condivisa dalla Lombardia (per mero opportunismo economico) e favorita dal Veneto (per calcoli politici relativi alle terre irredente sul confine slavo), il Nord non è mai stato succube di nessuno né tanto meno del Sud.
Per la verità storica è stato proprio il Sud a subire la storia, la politica e l’economia, accettando persino la bandiera tricolore nata a Reggio Emilia quale emblema della Repubblica Cisalpina (1797), così come l’inno nazionale concepito nel 1847 da due genovesi: l’autore del testo, Goffredo Mameli, eroe mazziniano caduto combattendo a 22 anni per le sue idee risorgimentali a difesa della giovane Repubblica romana, e il compositore dello spartito musicale, Michele Novaro.
C’è chi critica le parole troppo retoriche e ampollose usate da Mameli. Ma

Straniera non sei qui a Calimera

di Gianni Ferraris

C’è una donna che semina il grano

volta la carta si vede il villano

il villano che zappa la terra

volta la carta viene la guerra

per la guerra non c’è più soldati

a piedi scalzi son tutti scappati

Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu

carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più

carabiniere l’ha innamorata volta la carta e lui non c’è più.

Quando Martina mi ha detto il nome da cercare, la memoria se ne è andata da sola, impudica, autonoma, irriverente, ai versi di De Andrè.  Strani scherzi fanno i ricordi, strani i guizzi dell’età avanzata. Anche l’età è una variabile autonoma, irriverente ed impudica.

“Vieni domani? C’è l’inaugurazione della mia libreria”. Non è stato possibile per me arrivare fino a Calimera, stavo salendo nel gelo del nord. Gelo fisico e metafisico, di quelli che, quando sei a cena con amici che non vedi da mesi, chiedi come mai si ride così poco. “Siamo in Piemonte, c’è poco da ridere, c’è la crisi dei quattrini, e soprattutto quella delle speranze. Una volta almeno squarciavamo le nebbie con il volo e il sogno, oggi neppure quello”. Accidenti, ancora discorsi da vecchi rottami del secolo scorso. Però, a ben pensare, quel buon nuovo anno sibilato a labbra socchiuse pareva più una minaccia che un voto augurale. E poi, diciamolo, lassù non c’era neppure un mandorlo in fiore.

Così ho rimandato la visita alla nuova libreria di Martina. E ci sono arrivato passando da Cavallino, così, in omaggio a  Castromediano, perché siamo nel 150° dell’unità d’Italia. Poi Castrì di Lecce, paese che non conosco ancora. Per arrivare, infine e finalmente, nel paese che dice “Straniera non sei qui a Calimera”. Si respira un’aria da indigeno al solo pensarci. Per uno che è appena stato lassù dove il verde dei camiciotti ti guarda con un sorriso sprezzante poi, l’impatto è ancora più salvifico, promettente, gratificante, rassicurante.

Via Atene, a Calimera, è lunga e dritta. Ed ha una caratteristica tipicamente salentina. Di quelle che quando le vedi sai esattamente dove ti trovi. E’ a senso unico! Niente di strano?   Il fatto è che a metà via devi svoltare perché diventa senso unico in direzione opposta. Così, giusto per confondere le idee al passante che passa, al viaggiatore che viaggia, allo straniero che sa di non essere straniero lì a Calimera. Quindi parcheggi con tranquillità, salvo poi scoprire che sei stato tutta la sera in divieto di sosta, ma questa è distrazione e per fortuna il vigile era già passato ed aveva multato le auto davanti a te. Poi “forse era stanco, forse troppo occupato” (sempre De Andrè) e non è ripassato.

Di fianco all’ufficio postale l’insegna: “Volta la carta”. Entrando ti trovi in un’ enorme libreria, con volte a stella, come Salento impone, bella, tutta in ordine. Due grandi tavoli – espositori in centro, scaffali con le uscite ultime. E la musica in sottofondo, le vetrinette con oggetti raffinati di cartoleria, nulla di banale, tutto curato nel dettaglio, l’odore dei libri che ti prende, si insinua, diventa padrone del luogo. Ti fa sentire a casa. C’è Salento, c’è il reparto bimbi e ragazzi. E poi essere accolto dall’ultimo Camilleri, quello che leggo con soddisfazione sempre, che mi aiuta a rilassarmi, a pensare. Quello che mi piace anche rileggere perché è leggero e scritto bene. Mica poco. E il tavolo con gli editori locali che svettano, spiccano, chiamano.

Da antico bottegaio posso dire che ci vuole coraggio a infilarsi in un’avventura come quella di aprire un negozio di questi tempi. Però non ho mai considerato la libreria “un negozio” e basta. C’è di più, ci sta cultura, ci sta informazione. È il luogo di cui ci si sente parte. Non a caso quando sono ad Alessandria, finisco il pomeriggio dal Gepi, il mio libraio da qualche decennio. Mica per comprare come in una salumeria, macchè, perché lì dentro ci passa l’amico, poi il professore in pensione che ha settemila cosa da raccontare, poi quello che critica il governo, poi l’altro che ti dice come si cucina la bagna cauda, salvo  prendersela, subito dopo,  con il sindaco perché ha rifatto Corso Roma  in modo indecente. E quell’altro, reduce da tre matrimoni falliti, alle prese con il quarto. Certa gente non impara proprio mai. O forse spera sempre, chissà.  No, non è proprio una “bottega”, è un luogo, in molti casi è IL luogo.

Vabbè, queste parole non sono bieca pubblicità, piuttosto un augurio a Martina. Noi proseguiamo, da vecchi che vivono di ricordi, a cercare ricordi nelle parole scritte su un libro, a voltare la carta.

Volta la Carta – Via Atene, 39 – Calimera (di fianco all’ufficio postale)

libreriavoltalacarta@gmail.com

La cripta di Sant’Antonio Abate a Nardò

Nello scrigno di Sant’Antonio Abate a Nardò

di Massimo Negro

Era da tempo che meditavo di andarci, ma non c’era mai stata occasione e non ne conoscevo l’ubicazione. Mi era capitato di leggere qualcosa a riguardo, gironzolando tra i miei libri di storia ed arte sulla nostra terra, ma soprattutto ero rimasto affascinato dalla foto di un affresco di un maestoso santo-cavaliere.

Devo dire grazie all’amico Nestore, che informandomi che da li a pochi giorni in quel luogo si sarebbe tenuta la tradizionale focara di S. Antonio Abate, se alla fine mi sono messo in macchina, ci sono arrivato e ho avuto modo di visitare uno dei più bei patrimoni storico-artistici purtroppo non valorizzati del nostro Salento.

La chiesa-cripta di S. Antonio Abate nelle campagne di Nardò, detta anche S. Antonio “di fuori”, per distinguerla dal convento di S. Antonio presente all’interno della città.

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Ci si arriva agevolmente, se si conosce l’ubicazione visto che non vi sono indicazioni, seguendo una strada di campagna in terra battuta, dopo aver lasciato la strada che da Nardò conduce verso la zona industriale e la statale per Lecce. Percorrendo il breve tratto di strada campestre sulla sinistra si trova l’antica masseria Castelli-Arene, con la sua bella e turrita torre colombaia.
Dopo poco in una campagna completamente spoglia di alberi si intravede su un pianoro una croce ben piantata in terra.
Nessun altro segno della presenza della cripta. Solo avvicinandosi al luogo, ad un certo punto compare un ampio scavo. E’ l’ingresso della cripta, nelle antiche fonti denominata ‘Santus Antonius de la Gructa’.

La chiesa è scavata nel blocco tufaceo e si accede senza alcun impedimento. Gli antichi monaci hanno infatti scavato dei gradoni che portano verso l’ingresso della cripta, quasi a formare una sorta di vestibolo a cielo aperto che scende per per oltre due metri, al di sotto del piano di campagna.
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Entrare nella cripta è come entrare in grande scrigno che nasconde un tesoro. Si rimane estasiati dalle bellezza del ciclo pittorico presente su tutte le pareti della cripta. Il tempo e l’incuria hanno posato la loro pesante mano ma la sensazione di incredulità dinanzi a quello che è possibile ammirare, anche ai nostri giorni, è reale e intensa.
Soprattutto è forte il contrasto tra la bellezza della cripta e la brulla campagna che la circonda.
Nei pressi sorge ora una casa, ma immaginiamo come potesse essere lo stato dei luoghi secoli addietro. Silenzio e solo silenzio attorno. E la mano di un monaco che creava il capolavoro.

Il pavimento è regolare ed è in terra battuta. La cripta ha un impianto rettangolare senza alcuna significativa irregolarità nello scavo. Anche il soffitto è tendenzialmente piano, anche se basso.
L’asse liturgico del sito è orientato in direzione Est-Ovest, con altare addossato alla parete orientale. Un gradino-sedile, in parte interrato, corre ai lati dell’altare, lungo la parete a sud e parte di quella opposta. L’ingresso è invece orientato a Nord.

All’interno, muovendosi da sinistra è possibile ammirare l’Annunciazione e ai suoi lati due Santi. Il primo, si ritiene San Francesco, il secondo Sant’Antonio Abate.

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La parete successiva è suddivisa in tre riquadri, due laterali e uno centrale posto sopra l’altare. Nel primo riquadro, la Vergine in trono con Bambino. L’affresco centrale è la Crocifissione, anche se ormai poco visibile. Il terzo riquadro è occupato dalla figura di un Cristo benedicente alla greca. Soffermatevi sulla bellezza del viso e dei lineamenti che l’autore ha dato alla figura.

La parete successiva, quella più lunga che si para dinanzi entrando nella cripta, è suddivisa in cinque riquadri. San Pietro, un trittico di Santi anonimi, un Arcangelo e, nuovamente un Santo anonimo. Purtroppo lo stato degli affreschi non consente di risalire all’identità dei Santi a cui gli affreschi sono dedicati. Nell’ultimo riquadro della parete è presente l’affresco di San Nicola.

Nella parete successiva il bellissimo affresco dedicato a due figure di santi a cavallo, San Giorgio e San Demetrio.DPP_0080

Nell’ultima parete, a ridosso dell’ingresso, si trova la figura di San Giovanni Battista.

Il ciclo pittorico si può far risalire al XIII inizio del XIV secolo. Alcuni elementi degli affreschi si ritiene siano stati aggiunti successivamente, quali ad esempio i motivi floreali. Considerando che le iscrizioni visibili sugli affreschi sono in latino, è lecito pensare che tale luogo fosse legata alla liturgia latina.

E’ molto probabilmente l’unica cripta del medio-basso Salento in cui sono completamente assenti iscrizioni in lingua greca. Ai benedettini, a cui fu donato nel 1080 l’antico monastero greco di santa Maria di Neretum, si deve molto probabilmente la costruzione della cripta come segno, ancora ai tempi embrionale, di questo progressivo passaggio dalla liturgia greca alla liturgia latina. Infatti, nella zona sono diversi i siti che si possono far risalire alla tradizione greca – basiliana. Tra questi san Giovanni di Colometo, S. Elia e la stessa prima citata Sancta Maria de Neretum e diversi altri siti di preghiera.

L’abbandono, l’incuria e il vandalismo hanno già causato nel corso dei secoli molti danni. Il rischio di perdere questo splendido gioiello artistico, testimonianza del nostro passato e della nostra stroria, rappresenta purtroppo una concreta realtà e un futuro, ahimè, imminente se le amministrazioni competenti e la proprietà del sito non provvederanno in tempi  brevi alla sua salvaguardia e valorizzazione.

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Per una visita virtuale al sito e ai suoi affreschi, nel video sono state montate le foto effettuate durante le mie visite alla cripta.

http://www.youtube.com/watch?v=DqJq5MDd1KY 

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Quiddhu te la crapa

di Alfredo Romano

 

Questo è un racconto di mia madre che registrai a sua insaputa. Quindi è quasi la trascrizione del suo raccontare. Nel testo troverete forme di espressione colloquiale con chi ascolta (io figlio in questo caso) come: fìju mìiiu!, no?, sai?, cce fice ‘llora?, nu’ ssai comu fannu li signuri?, addhai mo’ t’eri ttruàre!, le mmosse te lu tuttore no?, cc’hae fattu?, ecc.

 

QUIDDHU TE LA CRAPA

Nc’era una ca se chiamava Maria e ia pparturìre. Allora ne tisse lu maritu:
«Nu’ è bonu cu nne ccattàmu na crapa ca face latte pe’ quandu našce lu vagnone?»
«Mmm… e scia’ ccattàmune la crapa!» tisse la mujère.
E ccusì ccattàra la crapa. La crapa criscìu e rriàu lu latte: beddha, cu lli crapetti soi, no?
Nc’era nu mònicu picozzu ca passava sempre te casa te la Maria pe’ la limòsina, quandu ca vitte ddha sangu te crapa.
«Ah!» tisse tra de iddhu, «ddha capra è bbona propriu pe’ llu patre cuardianu.»
«Nu’ mme faci la limòsina?» ne tisse ‘ntàntu a lla Maria.
«Sine nà!» tisse la Maria. E nne tese do’ bbeddhe frise, frische ‘nfurnate, e ‘nnu pocu te pummitori.
Allora, quandu ca se fice notte, lu picozzu scìu e rrubbàu la crapa, sai?
Lu maritu, la matina, se nd’ia sciùtu prestu fore cu ffatìca, e nnu’ ssia ccortu ca nu’ nc’era cchiùi la crapa: ca va’ ssacci!
Bah… quandu è tturnatu!:
«Ah!» tisse la Maria, «maritu miu, n’hanu pijàtu la crapa!»
«Ci è ppassatu ieri te cquai?»
«Nna!, lu picozzu sulamente è ppassatu, e nn’àggiu fattu la limòsina.»
«Eh,» tisse lu maritu, «viddhu se l’hae pijàta.»
«Nòoone,» tisse iddha, «nu’ è pput’èssere.
«Sìiine, lu picozzu se l’ha ppijàta, tanne retta a mmie! Vo’ tte fazzu biti ca se l’hae pijàta» tisse «pe’ llu patre cuardianu? Ca quiddhu ete unu ca vole stae spurdacchiàtu? Mo’ te fazzu biti.»
Allora, a llu cramatìna, se mise ‘n viàggiu pe’ llu cumentu. Rriàu, pijàu te lu sciardinu te la manu te retu, no?, se nfacciàu te intru e bbitte la pelle te la crapa soa mpisa ‘llu sole cu ssicca… ca la pelle poi se l’ìanu buta bindìre puru!
«Àaah! be l’iti scurciàta e be l’iti mangiata ah? Àggiu ffare cu be saccia bbeddha sapurita! Bah, mo’ be ggiustu iu!»
Quistu era cristianu ca nde sapìa cchiù iddhu te lu tiàvulu. Cce fice ‘llora? Se vestìu te signurina e, quandu ca scurìu, scìu e sse presentàu a llu cumentu. Tuzzàu e nne aprìu nu monicu, ca, quandu vitte ddha signurina, rimase cu ttanta te uccaperta: ca quandu mai s’ia vista na fèmmana cu ttuzza te notte a llu cumentu?
«Sta begnu te luntanu, s’hae fatta notte e mm’àggiu persa intra ‘ste ripe,» tisse la signurina. «Tàtime nu jettu cu ppozzu turmire.»
Addhai ca rriàu patre cuardianu, e, bitèndu la signurina, fiju miu!, sùbitu ne ‘ssira l’occhi te fore, sai?
«Suntu lu patre cuardianu, quale ièntu te porta?» tisse tuttu presciàtu lu patre cuardianu quandu rriàu ‘nnanzi ‘lla signurina.
«Patre cuardianu miu, hae tuttu lu giurnu ca sta ccamìnu, m’hae pijàta notte e mm’àggiu persa. Vau stracca te morte. Vulìa nu jettu cu mme stendu, a ‘st’ora nu’ ssàcciu propriu a ddhu àggiu sbattire la capu. Fanne cu ttrasu, pe’ ll’anima te li morti toi.»
Li mònici però, senza mancu spéttanu la risposta te lu patre cuardianu, se fìcera ‘nnanzi e dìssera:
«None, signurina, nu’ ppoti propriu turmire intra ‘llu cumentu: nu’ ss’hae mai vista na fèmmana cu ddorma cquai.»
Ma lu patre cuardianu, furbu iddhu!, te pressa ne tisse a lli mònici:
«Ma cce imu ttenìre paura mo’ te na signurina? Cu ttante càmbere ca tenìmu, lampu! Cce nn’hanu ddire: ca cacciàmu li cristiani te lu cumentu quandu tènanu bisognu? Sia, facìmula pe’ ll’amore te lu Signore.»
Ti motu ca la signurina ippe na càmbera cu ppozza turmire.
Ma lu patre cuardianu tenìa malòte ‘n capu. Chiamàu li mònici e nne tisse:
«Frati mi’, iu stanotte àggiu šcire ba ttrou la signurina, ca m’hae tittu ca nu’ stae bona e ca tene bisognu te mie. Ma me raccumandu, na cosa be ticu: ci sentìti critàre, o ca sentìti fèra o ca sentìti rimòri, nu’ be vegna ‘mmente cu be nfacciàti. ‘Nsomma nu’ biti pproccupàre propriu, facìti finta te gnenzi.»
E llu patre cuardianu scìu ba ttroa la signurina. Tuzzàu, trasìu e sse ccumutàu intra ‘lla càmbera. E ccunta te cquai e ccunta te ddhai, alla fine lu patre cuardianu, ca nu’ resistìa cchiùi, a llu cchiù bellu cce fice? Nà! se ‘zzàu la tonaca e nne mmušciàu ‘lla signurina tutti li quarnamienti. Acquai te voju… Ca la signurina scìu sse caccia la barrucca!… Addhai mo’ t’eri ttruàre…Tiritìnghi e tiritànghe, tiritìnghi e tiritànghe. E tte lu struncunisciàu bonu bonu te mazzate, sai? Mazzate e mmazzate, fiju miu… ddhu poveru patre cuardianu te lu fice a ttre ore te notte. E cca se mi mise ccritare puru… ca sia ca sta ccitìanu lu porcu!
Li mònici sentìanu tuttu, ma àddhu nu’ nn’ia tittu lu patre cuardianu: cu sse stèscianu ‘llu postu loru.
‘Nsomma, lu maritu te la Maria, dopu ca te ncofinàu bonu bonu lu patre cuardianu, lu zziccàu te na rìcchia e nne tisse:
«T’hae saputa sapurita la crapa, ah?»
«Ma ci sinti, frate miu, ci sinti?»
«Ci suntu? Suntu quiddhu te la crapa!»
«Ùuuh, quiddhu te la crapa! quiddhu te la crapa!»
A llu vutare te la matina però, lu patre cuardianu tardava sse fazza bitìre. Li mònici ‘llora se rratunàra e dìssera:
«Quarche càulu hae bbutu rricapitare lu patre cuardianu: sciàmu te pressa bitìmu.»
E di fatti lu truàra tuttu struncunisciàtu te mazzate. E nne tìssera:
«Ma se po’ ccapire ci ete ca t’hae rritottu te quista manera?»
«Quiddhu te la cràaapa!» tisse lu patre cuardianu cu nna stizza te voce.
Lu patre cuardianu mo’ nu’ stia mai bonu, stia sempre curcatu. E lli mònici scìanu sempre ‘n cerca te nu tuttore.
Allora iddhu, lu maritu te la Maria, cce ffice? Se vestìu beddhu beddhu comu nu signuru, se pijàu nu bastone, nu cappieddhu ‘n capu, na beddha borsa te tuttore, e sse mise ppasseggiare nnanti llu cumentu facendu la mmossa cu llu bastone… nu’ ssai comu fannu li signuri?
Nu’ ppassàu mutu ca s’acchiàra šcindìre li mònici ‘n fretta ‘n furia. Allora li fermàu e nne tisse:
«Vehi, a ddhu sta šciàti? Cce b’hae rricapitatu ca sciati tantu te pressa?»
«Eh,» fìcera li mònici, «lu patre cuardianu stae mutu fiaccu e sta scia’ cchiamamu lu tuttore.»
«Vehi,» tisse, «e peccé… iu cce ssuntu? Nu’ ssuntu tuttore iu?»
«Uh! tuttore nòšciu,» te pressa li mònici, «ca ci te mandàu! Sciàmu sciàmu!»
Fuci iddhu, nchianàu te susu bàscia bìscia lu patre cuardianu mo’. E cquai se mise cu llu vìsita cu tutte le mmosse te lu tuttore, no? Poi aprìu la borsa e ppijàu le liźette.
«Eh,» tisse, «quistu hae bisognu te tante meticine. Ma quanti mònici siti?»
«Eh, tuttore, simu cinque a ‘stu cumentu.»
«Ma cu ttuttu lu patre cuardianu?»
«Sì, cu ttuttu lu patre cuardianu.»
Allora pijàu quattru liźette e sse mise ssegna meticine.
«Le meticine ca sta be òrdinu,» ne tisse ‘lli mònici, «nu’ stanu intra llu paese: iti šcire luntanu, cchiù lluntanu te zzimpògna.»
Iddhu, prima sse lluntànanu li mònici, cu llu patre cuardianu facìa ca lu vejàva, ca lu ncarizzava. Quandu se reculàu bonu bonu ca s’ìanu lluntanati, fìju mìiiu…, se mbicinàu ‘nnanzi ‘llu patre cuardianu e nne tisse cittu cittu:
«Ma sai ci suntu iu?»
«Ci sinti, cristianu miu?»
«Suntu quiddhu te la crapa!»
«Ùuuh, frate miu, nu’ ssacciu gnenti te la crapa toa,» tisse lu patre cuardianu cu ll’anima cchiù ffore ca intra.
«Moi m’ha’ ddire li sordi àddhu stanu, se no te cciu te mazzate!»
«Ùuuh, frate miu, a ddhai stanu li sordi, vane e ppijatèli.»
Ntorna:
«Moi m’hai ddire la tale cosa àddhu stae: ca àggiu šcire mme la piju!» Nsomma lu rrubàu bonu bonu, lu ddefriscàu puru bonu bonu te mazzate e sse nde scappàu.
Mo’, quandu s’acchiàra ccuìjre li mònici, lu patre cuardianu lu truara cchiù mmortu ca biu, no?
«Uh!, patre cuardianu, comu stai, patre cuardianu? Ci t’hae ccunzàtu a ttale motu?»
«Ah!, fìji mi’» tisse.
«Ma ci è statu?»
«Quiddhu te la cràaapa!» suspiràu cu ll’ànima te fore.
«Acquai tocca sse pruvvèta,» tìssera li mònici, «acquai lu patre cuardianu nu’ llu putìmu lassare cchiùi te sulu. Puru quandu sciàmu ‘lla cerca ne l’ìmu ppurtare cu nnui».
E di fatti, quandu a llu crai li mònici se ‘źara cu banu ‘lla cerca, cce ffìcera? Se caricàra an coddhu lu patre cuardianu tuttu struncunisciàtu e ppartìra.
Ma lu maritu te la Maria ‘ncora nu’ ss’ia filu binchiatu te tuttu quiddhu ca n’ia fattu a ‘llu patre cuardianu. Iddhu mo’ era unu ca sapìa cu sse cangia e cu sse scangia, e spettava sempre lu bonu mumentu cu nde cumbìna n’addha te le soe. E cusì ffoe.
Di fatti vinne cu ssàccia ca li mònici passàvanu te na carrara fore fore, cu patre cuardianu ‘n coddhu, sai? Cce ffice? Se mise ‘n addhu custume, se pittàu tuttu te facce, se fice addhe subracìje e sse vestìu te vecchiu. Ca nu’ sse canusca mancu ca era iddhu ‘nsomma, no? Poi se pijàu na zzappa e sse mise zzappare nnanzi ‘llu campu, a ‘ddhune ìanu ppassare li mònici.
Quandu li vitte cu ppatre cuardianu an coddhu, ne tisse:
«A ddhu ete ca sta šciàti cu ddhu cristianu an coddhu tuttu struncunisciàtu? nu’ bitìti ca sta be ccitìti te fatìa? Lassatimèlu cquai ci vulìti, ca a iddhu nci pensu iu: ca quandu be ccujti te la cerca, be lu pijàti ntorna.»
Furbu iddhu mo’, vestutu te vecchiu cu lla barba, facìa ca zzappa no? Ca quiddhi cce llu putìanu canušcìre a quiddhu motu ca scìa?
«Ca quale santu t’hae mandatu, cristianu nòšciu,» ne tìssera li mònici, «ca te lu lassamu cquai e venìmu nne llu pijàmu stasera, quandu n’acchiàmu tturnare.
Allora, fiju miu!, iddhu, quandu s’hanu lluntanati, cc’hae fattu? Hae fattu na

Libri/ Usi e costumi a Parabita dal 1930 al 1950

GAETANO LEOPIZZI RICORDA LA VECCHIA SOCIETA’
 

di Paolo Vincenti

Già autore di Arte e artigianato a Parabita, Gaetano Leopizzi pubblica questo La vecchia società – Usi e costumi a Parabita dal 1930 al 1950, per la collana “Tracce” ,del Laboratorio di  Aldo D’Antico. L’editore spiega nella Prefazione del libro che “il pregio di questo libro è quello di far comprendere che la storia non è solo quella scritta nei libri scolastici, ma anche quella vissuta giorno dopo giorno, secondo una linea del tempo all’interno della quale la cronaca giornaliera di ciascuno diventa la vicenda di tutti” .

Gaetano Leopizzi, imprenditore settantenne in pensione, vuole ripercorrere, in questa sua seconda fatica, un periodo molto importante della sua vita e di quella di tutti i parabitani come lui che hanno conosciuto la fame, la sete e tutte quelle privazioni che sembrano impensabili al giorno d’oggi. Con quegli stenti e privazioni si arrivò a costruire la società come la conosciamo oggi.

Anni caratterizzati dall’ “arte di arrangiarsi”, come la chiama l’autore, quando si facevano grossissimi sacrifici per mettere famiglia e tirare su i figli, quando gli alimenti, come pane, zucchero, pasta, olio, erano razionati; anni di stenti, in cui anche un bene primario come l’acqua spesso era carente, come spiega l’autore nel secondo capitolo, “Fresche, dolci acque…”. In questo capitolo, ricorda un personaggio parabitano, Arturo Felline, che vendeva l’acqua in paese a 10 centesimi di lire al barile da dieci litri e a 25 centesimi quello da venti. E, alle volte, l’acqua veniva anche comprata a credito per mancanza di soldi.

All’epoca, c’erano tre cisterne comunali: quella dei “Gronghi”, nella parte alta del paese, quella più grande, che si trovava in Piazza Umberto I, e quella denominata “U puzzu te i cucuddhrichi”, nell’attuale Piazzetta degli Uffici.

Le caratteristiche salienti della pecora moscia del Salento

pecore “sarde” al pascolo tra gli ulivi

 

di Franco Cazzella

La sua storia pone la “Leccese” come pecora a triplice fattori di utilizzo: per il suo latte, per la sua carne e per la sua lana. Da poco ho avuto la conferma che invece il controllo per essere riconosciuta ed iscritta, si misura solo con il quantitativo di latte prodotto.
Secondo me tutto ciò è troppo riduttivo, e vediamo il perchè: nella mia indagine sugli allevamenti ovini in Provincia di Lecce e di Brindisi al di fuori degli allevamenti dell’Associazione Allevatori esiste una popolazione che ha la possibilità di essere recuperata per essere iscritta.

Intanto molti addetti parlano della Moscia Leccese suddivisa in tre taglie, la piccola, la media e la gigante. E’ un grosso errore perchè l’ultimo standard di razza approvato dal Ministero il 22-04-1987 su richiesta dell’Associazione Nazionale della Pastorizia dice: adulti maschi altezza media al garrese 73 cm con coefficiente di variabilità 5,3 %; per le femmine 66 cm con coefficiente di variabilità dello 3,6 %. Pertanto non si deve suddividere per taglie.
Il paragrafo 6) Indirizzo di miglioramento recita:
L’indirizzo produttivo è teso ad esaltare, in soggetti di discreta mole, costituzionalmente robusti, corretti nella morfologia, precoci nello sviluppo e buoni utilizzatori dei pascoli murgiosi, l’attitudine alla produzione del latte e, subordinatamente, della carne.
Il miglioramento, pertanto, è impostato sulla selezione mediante l’accertamento delle capacità funzionali delle pecore nei confronti

Libri/ Ricordando la guerra

 BIAGIO CHETTA E LA GUERRA

 

di Paolo Vincenti

La memorialistica è un genere letterario (alcuni lo hanno a torto definito “sottogenere”) molto importante a tutti i livelli, perché,  attraverso i ricordi di vita vissuta, aiuta a ricostruire, quanto e più dei documenti ufficiali,  un determinato periodo storico.

Anzi, ancor più dei libri di testo (che sono però imprescindibili), questi resoconti di guerra ci restituiscono la viva e accorata coscienza di un dramma storico di abnorme portata, come la Guerra Mondiale.

Questo dramma  non vive soltanto nella pagine di enorme bellezza poetica dei versi di  Giuseppe Ungaretti o della prosa di Beppe Fenoglio, per citare soltanto due esponenti della letteratura italiana che si sono occupati, ciascuno con la propria sensibilità ed i propri mezzi espressivi, di questo triste fenomeno,  il primo, nelle liriche concise e vertiginosamente sintetiche de “Il porto sepolto”,  e  il secondo, nella narrazione lucida e spietatamente realistica del “Partigiano Johnny” .

Le vicende belliche possono essere ripercorse anche attraverso le pagine di quei tanti sconosciuti memorialisti che hanno vissuto la guerra sulla propria pelle e che hanno raccolto le loro lettere dal fronte o i diari  e li hanno pubblicati. In fondo, come dice De Gregori, “la storia siamo noi che scriviamo le lettere” ; quindi,  non solo i geni come Ungaretti e Fenoglio, ma anche quella enorme e indistinta turba che non passerà mai alla storia ma

I mandorli del Salento. Molti fiori, poco frutto. Ecco perchè


di Antonio Bruno

Inutile nasconderselo, a parte i fichi, le mandorle e le mele cotogne, gli alberi da frutto nel Salento leccese erano presenti soprattutto nei giardini delle case di campagna o in quegli spazi che erano dietro a tutte le case definiti “ortali”.
In questi spazi di terreno coltivato in prossimità della casa si potevano trovare alcune piante di  pomodori, i peperoni, melanzane, i fiori che poi venivano recisi per essere messi nei vasi della casa e le piante aromatiche che avrebbero riempito di fragranze le pietanze.
Altri spazi che erano utilizzati per queste coltivazioni erano le “corti”. Non sei del Salento leccese e quindi stai pensando a delle residenze dei Monarchi vero? Ma così non è la casa a corte del Salento leccese, nella sua forma più semplice ed antica, può definirsi come lo spazio unifamiliare, di forma regolare, caratterizzato sul lato più corto da un portale d’ingresso, da un cortile interno, da una costruzione ad ambiente unico e da un retrostante giardinetto, “ortale”, per i bisogni e le delizie della famiglia.
In questo “ortale” c’erano gli alberi da frutta, quelli di limone, arancio e mandarino, e poi i bellissimi pergolati di uva da tavola.

La frutta del Salento leccese alimentò mercati di esportazione solo nel caso dei fichi e mele cotogne. E il mandorlo?
I mandorleti del Salento leccese erano collocati soprattutto nella zona di Otranto. Negli scritti di Leggieri, De Giorgi e Costa si precisa che le caratteristiche del clima del Salento leccese le due varietà, sia quella a fiore bianco che quella a fiore rosso, anticipano la fioritura e di conseguenza dovrebbero dare una produzione precoce. La precocità è più spiccata nei mandorli a fiore bianco, e se tu che mi leggi quando nel mese di gennaio

Francesco Marzano da Parabita (1858-1924), un illustre economista salentino

di Paolo Vincenti

Nella sua collana “Estratti”, Il Laboratorio -Archivio Storico Parabitano  ripubblica l’opera dell’illustre concittadino parabitano Francesco Marzano: Guida allo studio di Economia Politica, edita dallo Stabilimento tipografico Pomarici di Potenza, nel 1887.

Francesco Marzano, nato a Parabita nel 1858, fu uno dei più insigni rappresentanti della scuola economica salentina. Giurista ed economista, pubblicò il primo trattato italiano di scienza delle finanze, anticipando di circa 37 anni l’opera del grande Antonio De Viti De Marco, economista di chiara fama nazionale e deputato radicale al Parlamento italiano agli inizi del Novecento. Molto meno conosciuto, invece, il Marzano, ha dei meriti innegabili nel campo degli studi economici italiani, di cui può ben considerarsi  un luminare.

La sua fondamentale opera “ Compendio di Scienza delle Finanze” venne pubblicata nel 1887 dall’Unione Tipografica Torinese e poi ristampata, in seguito, dalla Utet. L’Ottocento, a Parabita, come informa Aldo D’Antico, in  Parabita – Memorie  e sue antichità di Giuseppe Serino (Il Laboratorio 1998), è un secolo in cui si respira un grande fermento in tutti i settori. Nascono molti frantoi e molini, che utilizzano anche strumenti industriali, e si strutturano in una società cooperativa chiamata “I molini di Parabita”; viene fondata una Società di Mutuo Soccorso, una Farmacia del Popolo e  cresce moltissimo il livello dell’occupazione  e dell’istruzione.

Nel 1888, inoltre, viene fondata la Banca Popolare di Parabita, ad opera di otto cittadini parabitani: Giovanni Vinci, Giuseppe Ferrari, Luigi Muja, Francesco Marzano, Domenico Ferrari, Luigi Giannelli, Donato Pierri e Salvatore Laterza.  Marzano, quindi, fu fra i fondatori della Banca Popolare Cooperativa di Parabita, di cui fu il primo Direttore Generale.  Fu anche Segretario della Camera di Commercio di Lecce e fondò e diresse riviste, come “Il Monitore”, “Il Rolandino”, “La Gazzetta del Notariato” e “Le leggi finanziarie”.

Fra i suoi trattati, di materia fiscale ed economica, ricordiamo: “Questioni di diritto positivo finanziario”, “La Riforma delle Tasse sugli Affari – Legge sulle tasse di registro”, “Teoria generale delle imposte sulla spesa, comunemente chiamate imposte indirette”, “Il commercio del vino nei principali stati del mondo”, e “Guida allo studio dell’Economia Politica”, che viene ora ripubblicata.

Marzano morì a Parabita nel 1924, passando il testimone ad un altro grande giurista, esperto di diritto commerciale: Alfredo De Gregorio (1881-1979), studioso di fama nazionale, anch’egli figlio della eccellente Parabita.

Per una storia della pastorizia pugliese. La pecora moscia leccese

 

Ariete di proprietà dell’ allevamento F.Cazzella (ph Giovanni Tortorella)

di Franco Cazzella

 

Basta dare uno sguardo al passato per rendersi conto dell’attenzione che lungo i secoli decine di studiosi hanno dedicato alle pecore e all’allevamento ovino. Questa non è indubbiamente la sede per ulteriori approfondimenti, ma ci corre l’obbligo di citare almeno, fra i tanti autori, Lucio Giunio Moderato Columella, poiché le indicazioni di questo agronomo vissuto ai tempi di Seneca (4 – 65 d. C.) sono per taluni aspetti di un’attualità sorprendente.
Di ovini Columella parla a lungo all’interno del suo monumentale “De re rustica”, un’opera articolata in 12 volumi, che affronta l’attività agricola sotto ogni aspetto. Alla cura del bestiame l’autore spagnolo dedica per la verità numerosi tomi (VI, VII, VIII e IX libro), ma è principalmente nel VII che il pastore diventa protagonista indiscusso della narrazione.
Le pecore – scrive Columella – vengono subito dopo il bestiame grosso, ma se si guardasse all’utile che esse generano, dovrebbero essere al primo posto. Ci offrono protezione ai rigori del freddo e sono la fonte principale di indumenti. E che dire poi dell’abbondante latte e del formaggio, alimenti che saziano non solo la gente di campagna, ma anche le delicate mense dei ricchi.
I consigli dell’Autore continuano a lungo, suggerendo, ai futuri allevatori, di acquistare solo i soggetti più adatti all’ambiente in cui si trova l’azienda. In pianura vanno bene le pecore alte, mentre in una regione non troppo ricca e collinosa (le zone marginali di oggi) occorrono pecore quadrate. Se invece il

La mazza ti San Giseppu ovvero la malvarosa, il malvone, il rosone

NOMI DI ESSENZE VEGETALI TRA SACRO E PROFANO (3)

La mazza ti San Gisèppu o marvòne o marvaròsa

 

di Armando Polito

Dopo il prete della prima puntata e il monaco della seconda il gioco comincia a farsi pesante con un’essenza che coinvolge un santo particolarmente popolare1.

 

Ecco il resto della scheda:

nomi italiani: malvarosa, malvone, rosone

nome scientifico: Althaea cannabina  L.

nome della famiglia: Malvaceae

Etimologie: mazza ti San Gisèppu è legato al racconto dei vangeli apocrifi, secondo il quale i pretendenti della Vergine dovettero deporre sull’altare una verga e quella portata da Giuseppe, ricavata da un oleandro, germogliò appena deposta, facendo ricadere la scelta su di lui2; marvòne per la voce dialettale e malvone per quella italiana sono accrescitivi, rispettivamente, di marva e di malva; da marva e malva in composizione con rosa sono, rispettivamente, marvaròsa e malvaròsa; rosòne è accrescitivo di rosa; althaea è trascrizione latina del greco althàia, a sua volta dal verbo althàino=curare, con riferimento alle proprietà medicinali della pianta; cannabina significa di canapa, per la somiglianza delle sue foglie a quelle della canapa; malvaceae è forma aggettivale da malva=malva.

Così ne parla Plinio (I° secolo d. C.) nella trattazione dedicata alle varietà di malva: “Molto lodata è l’una e l’altra malva, la coltivata e la selvatica. Due sono le varietà e si riconoscono dalla grandezza delle foglie. La più grande i

Ahi Alessano, terra di Tonino Bello!

di Gianni Ferraris

Ahi Alessano, terra di Tonino Bello. Con tanto Salento, proprio lì dovevano sbarcare? Ahi Salento, con tanta Italia, proprio nella terra dell’accoglienza dovevano arrivare? Loro non vogliono essere “colonizzati” da nessuno. E mal sopportano i finanziamenti a pioggia. Loro sono dei “duri”. In senso lato e, più terra terra, virilmente parlando. E non le mandano a dire a nessuno. “I ripetitori sono i nuovi carri armati del colonialismo romano, per quelli veri basterebbero le armi anticarro e con 100 mila lire gliene buchi uno, ma contro quelli non basta non pagare il canone, vanno buttati giù, perché non devono più trasmettere a spese nostre”. Arringava al suo popolo il 9 agosto 1996,  il ministro Bossi Umberto. E se non sono parole chiare queste, perbacco. Ora che è ministro ha messo tutte le cose a posto. Va bene, la RAI continua a trasmettere a “spese nostre”, e lui, per par condicio, ha imposto una leggina per finanziare con 500.000 euro annui “Radio padania”. E, sempre per par condicio, ha deciso di colonizzare Alessano con le sue antenne. Perbacco, ora avremo Radio padania anche in Salento.  E che volete che importi se da quelle onde verdastre si sparino insulti a raffica contro immigrati e “terroni”? Che volete che importi se da lì parla anche un eurodeputato che ha detto che il terremoto in Abruzzo è un peso per il nord, salvo poi correggersi, dopo le critiche, e dire che non è vero, non è l’Abruzzo il problema, anzi, è tutto il meridione? Ma stiano sereni i camiciotti verdi (come la bile, come le cimici) nessuna persona di buon senso dirà che qui ci sono stipate armi anticarro o simili. Il Salento, quando sente le nefandezze trasmesse, semplicemente cambia programma. La RAI, magari “colonizza”, però al mattino il “Ruggito del Coniglio” è decisamente più istruttivo. Quanto meno per la lingua italiana di cui si fa scempio in alcune lande desolate e tristanzuole.  A proposito di finanziamenti pubblici, anche la scuola gestita dalla moglie di cotanto statista riceve 800.000 euro per il lavoro benemerito che fa. E lavora sodo eh? È riuscita financo a far diplomare il suo pupillo, dopo alcuni tentativi di esame di stato nelle scuole pubbliche. E si è diplomato talmente brillantemente che ora guadagna, euro più, euro meno, 12.000 al mese. Altro che centralismo romano, questo è il  federalismo tanto agognato. Ma questo è altro discorso. Però è interessante notare come tutti gli italiani (anche i terroni) contribuiscano a foraggiare cotanta radio. Neonati compresi ovviamente. Perché i genitori acquistano abiti, cibo  e quanto serve per sopravvivere nonostante la crisi. E su ogni acquisto si paga l’IVA. È una partita di giro insomma. Comunque vada noi ammiriamo la coerenza, soprattutto quella. E loro la sanno lunga.

Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia (Melissano 1892 – Roma 1966)

La cultura del territorio salentino nella prima metà del Novecento

Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia (Melissano 1892 – Roma 1966)

 

di Enrico Gaballo

Spigolando nella copiosa produzione letteraria di Luigi Corvaglia[1], il Capo di Santa Maria di Leuca, è descritto e raccontato in modo originale, straordinario e meraviglioso in “Finibusterre”, romanzo “tutto salentino” pubblicato nel 1936 a Milano per la “Società anonima Dante Alighieri”[2] e ristampato da Congedo Galatina 1981, con prefazione di Donato Valli.

Il Capo di Leuca “ai confini del mondo” una delle tante “Mirabilia Italiae”, è descritto con scultorei colpi di penna così: “entro la malìa di un mare di turchese è disteso il Capo scheletro gigantesco. Lo spazza il vento e lo dilava la pioggia; la roccia calva si trascina carponi al mare. Le spiagge flagellate e rose (quasi rosicchiate dal mare) si estendono entro una luce violenta che le illumina senza ombre”[3].

La descrizione del Capo di Leuca è un luminoso affresco, coreografia naturale, vasto palcoscenico entro cui “si muovono gli uomini assorti, come seguendo il ritmo lento di questa monotonia”[4].

Il romanzo “Finibusterre” è rappresentazione di personaggi “che parlano sottovoce o urlano, ma il loro vero linguaggio è ruminazione silenziosa”[5].

Il protagonista della “istoria” è Pietro, “un giovanottone” salentino

Note su Ruffano e sui suoi colli ridenti

 

di Paolo Vincenti

“O del villaggio mio colli ridenti/ sparsi d’ulivi scintillanti al sole/ o d’aria pura libere correnti/ profumate di timo e di viole/ o boschetti dai verdi allacciamenti/ dove l’augelli intessono carole/ come sono dolci i vostri allettamenti/ come sono dolci le vostre parole!”

Con questi versi, tratti dalla lirica “Fra i campi”, Carmelo Arnisi, poeta ruffanese vissuto fra Ottocento e Novecento, si rivolge a  Ruffano e ai suoi “colli ridenti”, cioè quella dolce collinetta su cui sorge questo incantevole borgo centrosalentino.

   Proprio questa sua posizione geografica è rappresentata nello stemma civico della città, che raffigura tre montagne, con una fiamma che esce da quella centrale, su cui campeggia una lettera “R” maiuscola, coronata. La

Wassailing!

di Pino de Luca
Probabilmente quanto leggerete vi sembrerà poco in linea con quanto di norma mi provo a raccontare. Sapori, colori e aromi delle nostre terre calde e accoglienti come manti soffici e carezzevoli. Perché vorrei parlarvi del Nord stavolta, del Nord proprio quello dove crescono le mele, dove si fa la birra scura e dove son nate le flotte che hanno commerciato con il globo.
 Anche da quelle parti come ovunque il cambio di stagione è momento di festa e di buoni auspici. Specialmente quando arriva l’inverno, molto più duro che alle nostre latitudini, bisognava augurarsi fortuna e salute. Il Cristianesimo ha assorbito molti usi e costumi precedente e anche il Wassailing nel quale il Wassail (dall’inglese arcaico Waes Hael: la buona salute sia con te) la fa da padrone.
Mi piace molto la canzone del Wassail, una canzone che comincia così:
Wassail! wassail! all over the town, (Salute! Salute! A tutta la città)
Our toast it is white and our ale it is brown; (il nostro pane è bianco e la nostra birra è scura)
Our bowl it is made of the white maple tree; (la nostra coppa è fatta di acero bianco)
With the wassailing bowl , we’ll drink to thee. (con la coppa della salute, beviamo alla tua (salute n.d.r.).
Un modo diverso di stare insieme e scambiarsi gli auguri per il quale mi sento di raccontarvi una delle ricette per il Wassail che mi piacciono di più.
Un litro e mezzo di  birra scura, 3-4 bastoncini di cannella, 4 chiodi di garofano, la buccia di mezzo limone, 4 mele Granny Smith, 1 tazza e 1/2 di zucchero di canna, 1 tazza di porto, 1/2 di cucchiaino di cannella in polvere, 1/4 di cucchiaino di miscela “centospezie” in polvere, 1/4 di cucchiaino di cardamomo in polvere, 1/2 di cucchiaino di zenzero in polvere.
Mentre il forno si scalda fino a 170-180 gradi, mettere 1 litro di birra in una pentola larga possibilmente di coccio. Aggiungere i bastoncini di cannella, la buccia di limone e i chiodi di garofano e portare ad ebollizione pian piano, a fuoco molto basso. Ogni mela va incisa lungo l’equatore per tutta la circonferenza, quindi messa in una teglia da forno. Si spolvera quindi tutto con una tazza di zucchero di canna, si aggiunge mezzo litro di birra e un bicchierino di porto. Coprire la teglia con carta stagnola alla quale si praticano due o tre piccoli fori, si mette in forno e si lascia cuocere per 30 minuti. Nel coccio con la birra che bolle aggiungere lo zucchero rimasto, e tutte le spezie e mescolare bene.
Tolte le mele dal forno si pongono nella pentola, si versa tutta la salsa sopra le mele, si copre e si lascia cuocere per altri 30-40 minuti. Va servito caldissimo in coppe di acero bianco e accompagnato da pane bianco leggermente tostato, augurandosi fortuna e salute.
Cosa c’entra tutto questo con la nostra terra?
Intanto per la Birra, ottime per il Wassail la nera del Gruit di Brindisi o la Porteresa del B94 di Lecce.
E poi per l’augurio di più salute visto che siamo circondati da impianti industriali che proprio salutari non sono. La fortuna, se siamo bravi, ce la procuriamo da soli.
Per chi volesse il testo intero della canzone e, financo, una sua  intepretazione, basta che scriva alla redazione …
Pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia del 24-12-2010
La Dolce Vita – P. 31

Plantago coronopus nota come barba di cappuccino

NOMI DI ESSENZE VEGETALI TRA SACRO E PROFANO (2)

                                                             La barba ti mònacu  

di Armando Polito   Dopo il prete della puntata precedente questa volta è toccato al monaco, che, debbo riconoscerlo, non mi ha creato particolari problemi. Ecco il resto della scheda: nomi italiani: barbatella, barba di cappuccino, erba stella, mescolanza; nome scientifico: Plantago coronopus L. famiglia: Plantaginaceae   Etimologie: per barba ti mònacu, barbatella e barba di cappuccino basta e avanza la seconda foto, per erba stella la prima, per mescolanza basta ricordare che viene pure coltivata per mescolarla con altre nelle insalate; plantago in latino significa piantaggine, da planta=pianta;  coronopus è la trascrizione del greco koronòpus=piantaggine, composto da koròne=cornacchia e pus=piede, con riferimento alla forma delle foglie; plantaginàceae è forma aggettivale dal citato plantago. E veniamo alle testimonianze antiche: lapidaria è quella di Teofrasto (IV°-III° secolo a. C.): “Hanno le foglie prostrate a terra la piantaggine…1”. Una stupefacente poliedricità terapeutica, invece, le è attribuita da Plinio (I° secolo d. C.): “Anche il medico Temisone ha celebrato la comune erba piantaggine in un suo libro come se ne fosse stato lo scopritore. Due sono le varietà: la minore, dalle foglie più sottili e più scure, simile alla lingua delle pecore, col gambo curvo inclinato verso terra, che nasce nei prati; l’altra la maggiore, chiusa da foglie a mo’ di fianchi e poiché esse sono sette certi la chiamarono eptapleuro. Il suo stelo è lungo un cubito e curvo. Nasce nei luoghi umidi, è molto più efficace. Straordinario è il suo potere di rendere secco e denso il corpo tanto che può essere usata in sostituzione del cauterio. Non c’è niente che con pari efficacia blocchi i flussi che i Greci chiamano reumatismi2”; “Contrasta il veleno degli scorpioni il succo di bettonica e di piantaggine3”; “La piantaggine bevuta ed applicata ad empiastro giova contro tutti i morsi delle bestie4”; ”Contro le congiuntiviti va istillato succo di piantaggine5”; “Curano allo stesso modo il dolore di orecchi succo di giusquiamo in modica quantità, allo stesso modo quello di achillea e di centaurea minore e di piantaggine…la verbena [cura la parotite], lo stesso fa la piantaggine6”; “[Contro il mal di denti] vengono masticate anche le radici della piantaggine, o ci si lava i denti dopo averle cotte in aceto. E le foglie sono utili anche se le gengive sanguinanti sono infette. Il suo seme sana gli ascessi e i gonfiori delle gengive7”; “Il succo della piantaggine e le foglie e le radici masticate riparano le ulcere interne della bocca, anche se la bocca soffre di reumatismo8”; “Cura dunque [l’impetigine] la piantaggine pestata9”; “La piantaggine [giova] nella scrofolosi10”, “Anche il condurdo erba solstiziale, dal fiore rosso, si dice che sospesa al collo risolva la scrofolosi, come la verbena con la piantaggine11”; “Cura questo inconveniente [l’emottisi] pure il succo della piantaggine12”; “[Rinforza lo stomaco] la piantaggine o da sola presa come cibo o sorseggiata con lenticchia o spelta13”; “[Cura la difficoltà di respiro] la piantaggine in succo o come cibo14”; “Giova ai reni cibarsi di piantaggine15”; “Eliminano i fastidi [del vomito] e ne mitigano i disagi il dauco, la farina di bettonica in acqua e miele, la piantaggine cotta alla maniera dei cavoli16, “[Contro la dissenteria giova] il seme della piantaggine pestato nel vino o la pianta stessa cotta in aceto17”; “[Contro i dolori del ventre giova] la piantaggine assunta al mattino nella dose di due cucchiai e uno di papavero in quattro ciati di vino non vecchio. Viene somministrata anche ai soggetti alla sonnolenza con aggiunta di nitro o polenta, se viene data molto tempo dopo che si è mangiato. Nella colica si somministra un’emina di succo anche in presenza di febbre18”; “[Alle malattie della vescica giova] la piantaggine con le foglie o la radice bevute col vin cotto19”; “[Contro i calcoli giova] il seme di piantaggine nel vino20”; “In brevissimo tempo la piantaggine sana le malattie del sedere e le infiammazioni per attrito21; “[Guarisce i gonfiori la piantaggine col sale22”; “Giovano alla podagra] le foglie della piantagine pestate con aggiunta di poco sale23”; “Anche il succo della piantaggine sana la tisi se è bevuto e la stessa pianta se cotta nel cibo; con sale e olio subito dopo il sonno mattutino rinfresca. Essa viene data a giorni alterni a coloro che sono deperiti24”; “Guariscono l’epilessia la radice di panace, che abbiamo chiamato Eraclio, bevuta con caglio di vitello marino, nella proporzione di tre a uno, la piantaggine bevuta25”; “Allevia le febbri fredde [temperatura corporea più bassa del normale]….la piantaggine in acqua e miele bevuta nella dose di due dracme due ore prima che raggiunga il massimo livello o il succo della radice bagnata o pesta o la stessa radice pestata in acqua riscaldata col ferro. Certi hanno somministrato tre radici per volta in tre ciati di acqua e quattro per volta nelle febbri quartane26”; “Rompe i foruncoli…la piantaggine pestata27”; “Guarisce l’idropisia la panace, la piantaggine come cibo dopo aver prima mangiato pane secco senza bere. Curano le emissioni di catarro la piantaggine, la radice di ciclamino in miele28”; “Diversi sono i tipi di fuoco sacro [fuoco di Sant’Antonio], tra i quali quello che colpisce l’uomo alla vita che è chiamato zoster e se lo cinge lo ammazza. Lo medica la piantaggine con creta del Cimolo29”; “…eliminano il dolore e i gonfiori il seme del psillio, le foglie di piantaggine pestate, con aggiunta di poco sale30”; “[Contro le fistole dovute ad imperizia del chirurgo] è di aiuto …l’infusione di succo di piantaggine31; “Le ustioni guariscono con la piantaggine, con l’arzio in modo tale che la cicatrice non si vede. Le foglie cotte in acqua e pestate vengono applicate ad empiastro32”; “Ai nervi e alle articolazioni fa bene la piantaggine pestata con sale33”; “Blocca le emorragie…il seme di piantaggine34; “Bloccano [il sangue] che esce dalle mammelle la farina di bettonica in latte di capra e la piantaggine pestata35”; “In caso di frattura, strappo, caduta dall’alto…la piantaggine in qualsiasi modo36”; “La piantaggine [è utile] per le ferite di ogni genere, soprattutto delle donne, dei vecchi e dei bambini. Rammollita col fuoco è migliore e in cerotto purifica le labbra grosse delle ferite, blocca le ulcere corrosive; dopo averla pestata bisogna coprirla con le sue foglie37”; “[La piantaggine] viene applicata in una pezza di lana nel dolore della vulva, viene bevuta in caso di crampi38”; “La radice di alcima stimola i mestrui, le foglie di piantaggine li spingono fuori39”; “Lenisce la gotta il sangue della donnola applicato ad empiastro con la piantaggine40”. Tra gli antidoti la pone il greco Galeno (II°-III° secolo d. C.): “A quelli che bevvero il colchico giova il succo di poligono o di piantaggine o di origano o un pezzo di timo sciolto nel vino41”. La nostra erba entra nella composIzione di un’esca nei Geoponica (compilazione greca del X° secolo d. C.): “Altra composizione come esca eccellente  per catturare solo grosse corvine: otto pizzichi di lenticchie tostate, una dracma di cumino tostato, quattro dracme di uva acerba, di muggini crudi, quattro dracme di piantaggine, una dracma di antillio amaro, cioè crudi, quattro dracme di palma appassita, una dracma di testicolo di castoro. Dopo aver tritato questi ingredienti con aggiunta di succo di aneto otterrai un unguento pronto per l’uso42”. In pieno medioevo, addirittura, una dottoressa salernitana di nome Trotula o Trottula De Ruggiero43 , dopo averne prescritto in diversi capitoli della sua opera l’uso in unione ad altre erbe nelle metrorraggie,  nel XXXV° presenta la nostra erba  come ingrediente fondamentale di una delle due ricette per una incruenta ricostruzione della verginità ante litteram (l’imene, comunque, è fuori causa): “Come restringere la matrice in modo che anche una donna corrotta appaia vergine. Se non fosse stato lecito  trattare del restringimento dell’ampiezza della vulva per onesta causa non ne avremmo fatto menzione; ma siccome talora il concepimento ne [dall’ampiezza] è ostacolato è necessario rimediarvi così. Prendi un’oncia per ciascuno di sangue di serpente, di bolo armeno, di corteccia di melograno, di bianco d’uovo, di resina, di galle oppure due once o quanto vuoi di ciascuno e riduci tutto in polvere; poi lavora tutto contemporaneamente in acqua calda e così preparato applicalo attraverso la vagina nella matrice. Oppure prendi un’oncia per ciascuno di galle, di sommacco44, di piantaggine, di consolida maggiore, di allume, di carlina. Sia cotto il tutto in acqua piovana e con questo decotto si riscaldino le pudenda45”. E, dopo questa testimonianza difficilmente sospettabile di ascendenza medioevale e che, invece, conferma il detto “nulla di nuovo sotto il sole”, è tempo di…piantarla con la piantaggine.

Per le altre parti: 1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/10/gichero-pan-delle-bisce-calla-selvatica-per-i-salentini-recchia-ti-prete-o-ua-ti-scursuni/

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/14/la-mazza-ti-san-giseppu-ovvero-la-malvarosa-il-malvone-il-rosone/

4 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/01/18/la-pianta-che-divenne-bicchiere-della-madonna/

5 http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/21/ce-anche-lerba-delle-fate/

6 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/02/lagave-dal-mondo-sereno-delle-fate-a-quello-tumultuoso-del-diavolo/

7 http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/25/lerba-che-ricorda-le-unghia-del-diavolo/

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1 De historia plantarum, VII, 8, 3; ho tradotto con piantaggine l’originale greco koronòpus. 2 Naturalis historia, XXV, 39: Celebravit et Themiso medicus vulgarem herbam plantaginem tamquam inventor volumine de ea edito. Duo eius genera: minor angustioribus foliis et nigrioribus linguae pecorum similis, caule anguloso in terram inclinato, in pratis nascens; altera maior, foliis laterum modo inclusa, quae quia septena sunt, quidam eam heptapleuron vocavere. Huius et caulis cubitalis est. Et ipsa in umidis nascitur, multo efficacior. Mira vis in siccando densandoque corpore, cauterii vicem optinens. Nulla res aeque sistit fluctiones, quas Graeci rheumatismos vocant. 3 Op. cit., XXV, 75: Scorpionibus adversatur et Vettonicae sucus ac plantaginis. 4 Op. cit., XXV, 77: Plantago et ad omnes bestiarum morsus pota atque inlita prodest. 5 Op. cit., XXV, 91: Instillatur plantaginis sucus lippitudini. 6 Op. cit., XXV, 103: Medentur et aurium dolori, item sucus hyoscyami modicus, item Achilleae et centaurii minoris et plantaginis… parotidas verbenaca, item plantago sanat. 7 Op. cit., XXV, 105: Commanducantur et plantaginis radices, aut colluuntur in aceto decoctae succo. Et folia sunt utilia vel si sanguine gingivae putrescant. Semen eiusdem apostemata et collectiones gingivarum sanat. 8 Op. cit., XXV, 109: Oris ulcera intus sucus plantaginis emendat et folia radicesque commanducatae, vel si rheumatismo laboret os. 9 Op. cit., XXVI, 10: Sed in lichenis remediis atque tam foedo malo plura undique acervabimus, quamquam non paucis iam demonstratis. Medetur ergo plantago trita. 10 Op. cit. XXVI, 12: Strumis plantago. 11 Op. cit., XXVI, 14: Condurdum quoque herba solstitialis, flore rubro, suspensa in collo comprimere dicitur strumas, item verbenaca cum plantagine. 12 Op. cit.: XXVI, 15: Cui vitio et plantaginis succus medetur  13 Op. cit., XXVI, 18: Stomachum conroborat scordotis suco, centaurium, gentiana ex aqua pota, plantago aut per se in cibo sumpta aut cum lente alicave sorbitione. 14 Op. cit., XXVI, 19: Plantago suco vel cibo. 15 Op. cit., XXVI, 21: Renibus prodest plantaginis cibus. 16 Op. cit., XXVI, 25: Abstergunt fastidia cruditatesque digerunt daucum, Vettonicae farina ex aqua mulsa, plantago decocta caulium modo. 17 Op. cit., 17: XXVI, 28: Semen plantaginis in vino tritum vel ipsa ex aceto cocta. 18 Op. cit.,  XXVI, 47: Plantago mane sumpta II lingulis et tertia papaveris in vini cyathis IIII non veteris. Datur et in somnum euntibus addito nitro vel polenta, si multo post cibum detur. Colo infunditur hemina suci vel in febri. 19 Op. cit., XXVI, 49: Plantago foliis vel radice potis ex passo. 20 Op. cit., XXVI, 56: Plantaginis semen ex vino. 21 Op. cit., XXVI, 58: Sedis vitia et adtritus celerrime sanat plantago. 22 Op. cit., XXVI, 60: Panos sanat panaces ex melle, plantago cum sale. 23 Op. cit., XXVI, 64: Plantaginis folia trita addito sale modico. 24 Op. cit., XXVI, 68: Phthisin sanat et plantaginis sucus, si bibatur, et ipsa decocta in cibo; e sale et oleo a somno matutino refrigerat. Eadem datur iis, quos atrophos vocant, interpositis diebus. 25 Op. cit., XXVI,70: Comitiales sanantur panacis, quam Heraclion diximus, radice pota cum coagulo vituli marini ita, ut sint panacis III partes, plantagine pota. 26 Op. cit., XXVI, 71: Febres frigidas leviores facit… plantago ex aqua mulsa II horis ante accessionem pota binis drachmis vel sucus radicis madefactae vel tusae vel ipsa radix trita in aqua ferro calfacta. Quidam ternas radices in III cyathis aquae dedere. Iidem in quartanis quaterna fecerunt. 27 Op. cit., XXVI 72: Carbunculos rumpit…plantago tusa. 28 Op. cit., XXVI, 73: Hydropicos sanat panaces, plantago in cibo, cum prius panem siccum comederint sine potu…. Eruptiones pituitae emendant plantago, cyclamini radix e melle. 29 Op. cit., XXVI, 74: Ignis sacri plura sunt genera, inter quae medium hominem ambiens, qui zoster vocatur et enecat, si cinxit. Medetur plantago cum creta Cimolia. 30 Op. cit., XXVI, 75: …doloremque et tumores tollunt semen psyllii, folia plantaginis trita, sale modice addito. 31 Op. cit., XXVI, 78:  Auxilio est… plantaginis sucus infusus. 32 Op. cit., XXVI, 80: Ambusta sanantur plantagine, arctio ita ut cicatrix fallat. Folia eius in aqua decocta contrita inlinuntur. 33 Op. cit., XXVI, 81: Nervis et articulis convenit plantago trita cum sale. 34  Op. cit., XXVI, 82: Sanguinis profluvia sistit …plantaginis semen. 35 Op. cit., XXVI, 84: Vettonicae farina e lacte caprino pota sistit ex ubere fluentem plantagoque contusa. 36 Op. cit., XXVI, 85: Ruptis convulsisque, ex alto deiectis… plantago omnibus modis. 37 Op. cit., XXVI, 87:  Plantago omnium generum ulceribus, peculiariter feminarum, senum et infantium. Igni emollita melior et cum cerato crassa ulcerum labra purgat, nomas sistit; tritam suis foliis integere oportet. 38  Op. cit., XXVI, 90: Adponitur in lana in dolore volvae, in strangulatu bibitur. 39 Op. cit., XXVI, 158: Menses ciet et alcimae radix, folia plantaginis pellunt. 40 Op. cit., XXX, 23: Podagras lenit… sanguis mustelae cum plantagine. 41 De antidotis, II, 13. 42 XX, 9. 43 Il suo nome e l’opera (che gli studiosi ritengono una compilazione dell’originale) citata nella nota 45  compaiono in alcuni manoscritti del XIII secolo, ma gli studiosi ritengono che Trotula sia  vissuta ed abbia operato intorno al mille. 44 Arbusto il cui nome scientifico è Rhus coriaria L.; sommacco, come il sumach del testo originale, è dall’arabo summāq. 45 Curandarum aegritudinum muliebrium ante, in et post partum libellus, a cura di Henric Kormann, Buescmel, Lipsia, 1778, pag. 66: De modo coarctandi matricem, ut etiam corrupta appareat virgo. Nisi de restrictione amplitudinis vulvae propter honestam causam liceret tractare, nullam de ea mentionem faceremus; sed cum per hanc impediatur aliquando conceptio, necesse est tali impedimento sic subvenire. Recipe sanguinis dracionis, boli armenae, corticis mali granati, albuminis, masticis, gallarum ana unc. I vel unc. II vel quantum vis singulorum et in pulverem redige; et omnia simul in aqua calefacta conficiantur et de hac confectione pone in foramen transiens in matricem. Vel recipe gallarum, sumach, plantaginis, consolidae maioris, aluminis, chamaeleae ana unc. I. Decoquatur in aqua pluviali: et cum ista decoctione fomententur pudibunda. Vale la pena far notare come nel testo compare due volta ana (dal greco anà=per, con valore distributivo, che nelle ricette notoriamente indica che una data quantità si riferisce a ogni elemento di una lista di ingredienti); nel latino tardo è attestato come preposizione reggente l’accusativo in Vegezio (IV°-V° secolo d. C.), entra in italiano nel secolo XV.

Orchidee del Salento/ Ophrys apifera

ph Roberto Gennaio

 

Ophrys apifera,  una orchidea spontanea non comune che fiorisce nel Salento da metà aprile fine a maggio inoltrato.

Il suo habitat elettivo sono le zone umide.

Le macchine del tempo. Orologi e meridiane in Puglia

TEMPO E OROLOGI: MERIDIANE E MACCHINE DEL TEMPO A GRAVINA E CITTA’ DI PUGLIA E BASILICATA

 

di Giuseppe Massari

Fedele Raguso e Marisa D’Agostino, un tandem consolidato sul piano storico e culturale per la città di Gravina. Due storici e due ricercatori di storie patrie, e di tutto il vasto tessuto murgiano, da cui sono emersi, grazie ai loro precedenti studi, personaggi quali Canio Musacchio e Arcangelo Scacchi. Sindacalista e collaboratore di Di Vittorio il primo, mineralologo, il secondo. Un territorio nel quale ha approdato l’Arcangelo Michele, fino ad inabissarsi nei meandri scoscesi e rupestri, dove solo lo Spirito è capace di poggiarsi e fermarsi, per condividere la storia comune di popoli diventati protagonisti grazie alla penna di questi due instancabili studiosi. Dopo tanto peregrinare sono giunti alla loro decima fatica editoriale con la quale hanno voluto fermare il loro tempo per parlare, far parlare gli artefici del tempo: gli orologi, le meridiane. Un lavoro dedicato alla loro città di origine, alla città verso la quale continuano a svolgere il prezioso lavoro di conoscenza, di approfondimento. Gli orologi più importanti della città. Non solo come monumenti, non solo arredo e corredo di una città che ne annovera tre fra i più significativi, anche da un punto di vista storico ed architettonico, ma di oggetti, compagni di viaggio, di speranza, di attesa, di lavoro, di riposo, di inquietudine, di solitudine.

Con le loro storie, hanno segnato la vita dei gravinesi. Di ogni ceto sociale, perché il tempo è l’unico a non fare discriminazioni. Passa per tutti. Tutti sono segnati dalle fatiche del tempo. Dai ristori che ognuno riesce a ritagliarsi.

Queste tre testimonianze, situate in luoghi diversi della città, hanno avuto il privilegio di seguire le sorti di coloro che, forse affidavano le loro ansie, le loro preoccupazioni, il buon o il cattivo andamento degli affari.

l’orologio della villa

Uno era situato nei pressi della villa comunale, dove, di solito , gli operai, i

A proposito di alcune varietà di fico coltivate in provincia di Lecce

Investigazione sulla collezione Guglielmi “Fichi del leccese” (Ficus carica L.)

 
di Antonio Bruno


Il fico era molto importante nel Salento leccese tanto che il segretario perpetuo della Società economica di terra d’Otranto, signor Gaetano Stella, nel suo rapporto letto nella adunanza generale del 30 maggio dell’anno 1841 afferma “ ….L’industria dei fichi secchi nella Provincia di Lecce è molto diffusa, ed è oggetto di esteso commercio, cosicché somma è la cura che dell’albero di fico bisogna avere. Laonde di molta utilità è stata una memoria dello stesso signor segretario perpetuo tendente a dimostrare, non esser necessaria la caprificazione, come volgarmente credesi, per molte varietà di fichi, imperocchè coloro i quali vorranno seguire i suoi precetti, conformi a quelli dei migliori agronomi di tutta Europa, otterranno non solamente risparmio di spese e fatica, ma innestando anche a fichi gentili il gran numero di caprifichi che il pregiudizio conserva, si verrebbe di molto a crescere la raccolta di questo frutto.”

 

 

Che curiosità! A quale pratica si riferisce il segretario perpetuo della Società economica di terra d’Otranto, signor Gaetano Stella?
Mi viene in soccorso il Rendiconto della adunanze e de’ lavori della Reale Accademia delle Scienze di Napoli di quatto anni dopo ovvero del 1845. In queste adunanze Vincenzo Semmola a proposito della maturazione del fico cita Teofrasto e Plinio i quali scrissero: “i fichi piantati accosto le vie non aver bisogno di caprificazione” E a questo proposito cita “la pratica tenuta da que’ di Lecce che spargono a bel proposito sopra i fichi immaturi la polvere delle strade ove sia passata la processione del Corpus Domini”.
Insomma la mia curiosità ha avuto soddisfazione perché la mia ricerca ha trovato dei documenti che contenevano una risposta.
Ma sempre a proposito di fichi ho una curiosità che non ha trovato soddisfazione perché rimasta senza risposta; riguarda la citazione da parte del prof. Giacinto Donno, degli studi di Giuseppe Guglielmi.

Donno riferisce che il Guglielmi ha studiato il fico nel leccese e riporta i dati di produzione, che si presume facciano parte di una pubblicazione curata dallo stesso Guglielmi, e che riporto qui di seguito

Varietà      Produzioni annuali     5anni Kg     20 anni Kg     da 20 anni in poi Kg
Fico Nero  due per ogni albero       8                     50                         100
Fico Pazzo  una per ogni albero      9                     55                          75   80
Fico ottato una per ogni albero      8                     45                           80
Fico peloso  una per ogni albero    10                   40                          80

Ho cercato nella Biblioteca Provinciale la pubblicazione succitata senza successo. Per caso sei in possesso di questa pubblicazione? Ehi, dico proprio a te, mi basta sapere se l’hai letta e dove l’hai letta! Se la tua risposta è si, allora chiamami, perché sono curioso di leggerla! Ma soprattutto ho cercato di sapere chi sia Giuseppe Guglielmi, perché avesse intrapreso lo studio del Fico nel leccese ma non ho trovato davvero nulla e, nessuno dei colleghi che ho interpellato ne ha mai sentito parlare, anche se una parziale risposta viene da un brano del prof. Donno riportato in un’altra pubblicazione.

Il prof Donno a proposito di Giuseppe Guglielmi scrive: “Il Guglielmi, che si prefigge lo studio della coltivazione industriale (del fico n.d.r) del leccese, trascura di mettere in evidenza il biferismo delle varietà studiate”.
La parola biferismo deriva da bìfero che a sua volta deriva dal latino Biferum che è composto  dalla parola bis (due volte)  e dalla parola fèr-re (portare) . Dicesi di pianta che produce il frutto due volte l’anno come nel caso di alcune varietà di fico che oltre  alla produzione dei fichi ha anche quella dei fioroni.
Sempre continuando nella lettura delle note del prof. Donno in esse si trova scritto che Giuseppe Guglielmi ha studiato il Fico Fracazzano Bianco, il Fico Nero, il Fico Ottato, il Fico Albanega, il Fico Borsamele, il fico Coppa, il Fico dell’Abate e il Fico Fara. Ma lo stesso Donno non riporta gli studi del Guglielmi sul fico pazzo e sulla varietà fico peloso.
Ho fatto una ricerca e leggendo la pubblicazione Herbarium Porticense (Erbario della Facoltà di Portici Real Scuola Superiore di Agricoltura) redatta da Antonino De Natale, ho appreso che solo una parte della collezione Guglielmi, denominata Fichi del leccese e datata 1908, è a Portici, mi chiedo chi abbia la parte mancante, inoltre nella pubblicazione curata dalla facoltà di Agraria dell’università di Napoli si legge:
“Della collezione di Giuseppe Guglielmi non si possiedono indicazioni, né riguardo alla data di acquisizione da parte della Regia Scuola di Agricoltura di Portici, né sull’autore delle erborizzazioni.
La collezione Guglielmi dovrebbe risalire agli inizi del 1900, a quel periodo risalgono anche altri studi condotti dai botanici di estrazione agronomica della Regia Scuola di Agricoltura, come lo studio sulla storia, la filogenesi e la sistematica delle razze del Fagiolo comune di Orazio Comes, i cotoni di Angelo Aliotta, le razze di olivo coltivate nel meridione d’Italia di Mario Marinucci, i fieni delle praterie naturali del Mezzogiorno d’Italia di Alfredo Pugliese, lo studio sul frumento e quello sulle varietà di mandorlo italiane di Vincenzo Barrese.
La collezione dei Fichi del leccese è sicuramente parte integrante di uno studio teso a definire le caratteristiche anatomiche delle varie cultivar di fico presenti nel territorio di Lecce. Per ogni campione, oltre all’essiccato, è riportato il disegno dei contorni di una foglia tipo e della sezione longitudinale del frutto con le relative misure, come ad esempio la larghezza massima della foglia e dei lobi fogliari. Il nome della pianta coltivata non segue le regole di nomenclatura scientifica, ma è espresso in italiano, come ad esempio Fico napoletano. D’altra parte in passato soprattutto per le piante coltivate, che non rappresentano delle entità specifiche, molto spesso si adoperava il nome italiano.

Lo stesso Francesco Dehnhardt, capo-giardiniere del Real Orto Botanico di Napoli, direttore dei Reali Giardini di Capodimonte, della Villa Floridiana e del giardino botanico del Conte di Camaldoli al Vomero (Villa Ricciardi), nella stesura del catalogo delle piante che venivano coltivate nell’ Horti Camaldulensis riporta i nomi delle cultivar in italiano.
Orazio Comes annovera (1906) inoltre, tra le varie collezioni presenti nell’erbario, quella di Giuseppe Celi riguardante le varie cultivar di fichi coltivati nel meridione d’Italia. Attraverso un confronto tra i reperti della Collezione Guglielmi con il lavoro scientifico pubblicato dal Celi (1908) si è accertato che, il fascicolo custodito nell’Erbario Comes, costituisce una parte dei campioni che Celi esaminò ed utilizzò per la stesura della suddetta pubblicazione scientifica.

La collezione Guglielmi è, quindi, l’unica porzione superstite dei reperti appartenenti alla ben più grande collezione delle razze dei fichi che si coltivavano nell’Italia meridionale.”

So che ci sono tanti scienziati che leggono le mie note e a cui chiedo umilmente di illuminarmi, lo faccio perché in questo modo la mia curiosità avrà finalmente soddisfazione. Se la mia curiosità è destinata a rimanere insoddisfatta è perché, così come l’autore Antonio De Natale, anche gli scienziati del Salento leccese e della Facoltà di Agraria di Bari non possiedono indicazioni, né riguardo alla Collezione Guglielmi delle Razze di fico del leccese visionabile presso la facoltà di Agraria di Portici, né sullo stesso Giuseppe Guglielmi autore delle erborizzazioni.

In quest’ultimo caso mi auguro che, l’aver messo nero su bianco le risultanze delle mie ricerche su Giuseppe Guglielmi, sia un incitamento agli studiosi per “andare a cercare laddove io non saprei dove andare a cercare” al fine di ottenere le risposte a tutte queste domande che sono sparse in questo mio scritto che definirei “investigativo”.
Ma come dicono i miei amici avvocati vi è di più. Ricordo a me stesso che la giunta regionale pugliese, su proposta dell’Assessore alle risorse agroalimentari, Dario Stefano, ha approvato  il disegno di legge “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario, forestale e zootecnico” che potrebbe dare agli scienziati dell’Università del Salento le risorse finanziarie necessarie per poter trovare e studiare la Collezione delle varietà di Fichi del Leccese fatta da Giuseppe Guglielmi nel 1908.

La riscoperta dell’ anagrafe dei fichi del Salento leccese fatta da Giuseppe Guglielmi costituirà un baluardo importante contro la progressiva erosione della biodiversità del fico e sarà uno strumento fondamentale per la ricostituzione di boschi di fico delle varietà autoctone del Salento leccese!

Sarebbe interessante il confronto tra la collezione Guglielmi e il lavoro svolto dall’Orto Botanico dell’Università del Salento che ha individuato 100 (cento) cultivar di Fico (Ficus carica L.). A questo proposito ho un’altra curiosità che spero di soddisfare presto, che è quella di visionare il documentario “La via delle fiche” a cura di Carlo Cascione e Francesco Minonne, dove il termine fiche rinvia alla variante dialettale che il prelibato frutto del “fico” assume nella parlata salentina. Il film è la storia di un viaggio in bicicletta attraverso il Salento che parte da Casarano alla scoperta delle numerose varietà di fico presenti sul territorio. Ce n’è lavoro da fare, vero? E allora che aspettiamo? Rimbocchiamoci le maniche e… cominciamo!

Bibliografia

Annali Civili del Regno delle Due Sicilie Fascicolo XLIX Gennaio e Febbraio 1841
Rendiconto della adunanze e de’lavori della Reale accademia delle scienze di Napoli numero 24 del 1845
Giacinto Donno, Il Fico nel Salento
Giacinto Donno, Alcune varietà bifere di fico coltivate in Provincia di Lecce
Giacinto Donno, Alcune varietà unifere di fico coltivate in Provincia di Lecce
Antonino De Natale, I musei delle scienze agrarie – Herbarium Porticense (Erbario della Facoltà di Portici Real Scuola Superiore di Agricoltura)
Rita Accogli, Un Orto Botanico a Lecce per la difesa della biodiversità del Salento – Il Bollettino n. 9; 2 febbraio 2009
Alberto Nutricati, Tanti giovani filmano «la via delle fiche» Gazzetta del Mezzogiorno del 8/09/2009.

 

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