1919. Natale al fronte. Un presepio fatto con foglie secche

I CONTADINI DEL SALENTO E LA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

 

1919: LU BBRISEBBIU TI LI FUGGHIAZZE

 

 

Reduci e ancora più poveri

affidarono

la loro rinascita

a un bambino  povero come loro

 

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Ancora negli anni Sessanta-Settanta – e pure Ottanta [1] – mi è capitato più volte di ascoltare i vecchi reduci della guerra 15-18 quando, nell’elencare le loro esperienze negative legate a quel periodo, non perdevano l’occasione di sottolineare  l’essere stati costretti a viaggiare in treno come “cozze nute ncafurchiàte intra ’a lla scorsa ti lu tiàulu” (“molluschi tolti dal proprio guscio e stipati nella valva del diavolo”). Avventura che in termini di logica, sebbene vissuta nel disagio delle famigerate tradotte, sarebbe dovuta suonare come trattamento gratificante per i contadini, una volta tanto affrancati dall’avvilente ruolo di poveri appiedati, ma che al contrario veniva da loro  lamentata come espoliazione della dignità umana. Un affronto, per di più non riconducibile nell’alveo di un generico negativo rappresentato dall’evento bellico, in quanto spesso e volentieri contrapposto a quelle che, pur nella sofferenza e nel pericolo, erano state esperienze positive: aver visto per la prima volta le montagne, essere riusciti ad arrampicarsi sul Carso, aver conosciuto il Piave attraversandolo a dorso dei muli “ca si la nnàtanu mégghiu ti li pisci” (“che sapevano nuotare meglio dei pesci”) e, estremamente importante, l’aver appreso l’esistenza di erbe, alberi, e frutti ben diversi da quelli che crescevano sui loro terreni.

Acquisizioni quest’ultime che, venendo a solleticarli nei loro interessi categoriali, avevano in un certo qual modo contribuito a mitigare la pena della lontananza, agendo da provvidenziale cordone ombelicale e impegnandoli mentalmente a programmare quelli che, nell’auspicato rientro, sarebbero stati possibili tentativi di nuove coltivazioni. Si deve pur dire che a calarli in questo miraggio, non certo consono alla situazione di estremo pericolo nella quale vivevano, aveva concorso il Governo, costretto, a un certo punto, a fronteggiare i malumori della Truppa ormai stanca di una guerra che non accennava a finire. Truppa che – va ricordato -, nell’impossibilità di togliere operai alle fabbriche del Centro-Nord  – per l’occasione convertite in industrie belliche – era stata costituita da fanti-contadini  nella stragrande maggioranza provenienti dai campi del Sud.

Lettera di un fante copertinese inviata alla moglie dal Monte San Michele. Per gentile concessione di Nino Pensabene

Tenendo presente e la loro estradizione e le condizioni di schiavistica  subalternità nelle quali da secoli si dibattevano, per risollevarne il morale  di soldati avviliti non si era trovato altro mezzo più convincente se non quello di promettere che, a guerra finita, in ricompensa del servizio prestato alla Patria, ogni reduce avrebbe ricevuto in esclusiva proprietà un pezzetto di terreno alienato dal patrimonio demaniale o confiscato ai possessori di latifondi.

Solleticati nel vivo della loro aspirazione e consci del sacrificio che stavano affrontando, i più non avevano avuto dubbi circa le buone intenzioni della Nazione, anzi ne avevano rincarato i valori di affidabilità  traducendo quello che era stato solo  mezzuccio di propagandistica militare in un personale impegno del Re che – secondo loro -, vestendo i panni di fantoccino, andandoli a trovare nelle trincee, consumando assieme a loro lo stesso rancio e soprattutto conversando con i feriti raccolti sotto le tende da campo, aveva avuto modo di conoscere i loro problemi e decidere di mettere fine a una secolare ingiustizia. La prospettiva di poter contare su un pezzetto di terreno da coltivare in proprio, senza sottostare alle tassative disposizioni nonché sfruttamento del padrone, veniva a rinsaldare il proposito di sperimentare nuove coltivazioni , tant’è che, quando ad armistizio concluso, aveva preso piede  l’idea di un imminente congedo, molti – e fra questi i soldati del Salento – si erano dati a procurarsi li pitrùddhri ti lu sine (i sassolini dell’assenso) metaforicamente sposando il loro sogno alla speranza degli ammalati che andando a chiedere guarigione presso un santuario, di questo si portavano dietro una qualche pietruzza o pezzetto di calcina, affinché la grazia chiesta in quel luogo sacro li accompagnasse nel ritorno mettendo poi radici nelle loro case.

Unitamente ai bossoli vuoti sputati dalle mitraglie e raccolti come preziosi souvenirs da portare in  dono ai rimasti in paese (i più evoluti successivamente li trasformarono in manici di penne, di tagliacarte o di rasoi), i soldati-contadini si diedero infatti a inzeppare le loro ciberne di semi, tuberi, marze, occhiolini di innesto, non rinunciando neppure alla poetica testimonianza delle foglie, molte foglie, le più pregiate fatte seccare nelle tasche interne della giubba, premute fra le lettere giunte da casa e le immaginette dei santi protettori   ricevute in dono dai loro parroci al momento della chiamata alle armi. Inconsueto erbario che, dopo le prime euforiche esibizioni a parenti e amici era stato gelosamente conservato, salvo a riapparire nell’approssimarsi del Natale, allorché molti avevano divisato di inserirlo furtivamente nel presepe allestito in chiesa, dandogli funzione di teste propiziatorio al quale specificatamente rifarsi durante le loro richieste di grazia.

Penna-tagliacarte ricavata da un bossolo e una scheggia di granata esplosi nella guerra 15-18 e regalata da un reduce al Can. Mons. Francesco Verdesca Zain. Sulla parte ”tagliacarte” è inciso: “San Michele 1916. L’originale è presso Nino Pensabene

Se nel Salento i Natali di guerra erano stati caratterizzati dalle lamentazioni funebri delle vecchie, ogni giorno riunite a gruppo attorno alla nascita nudamente posata sull’altare del Cristo morto o crocifisso, e il Natale del 1918 – scattato a poco più di un mese dalla vittoria – si era proposto in termini di fiduciosa, seppur dolente attesa, evidenziata dall’improvvisa iniziativa degli anziani che durante la Messa di mezzanotte erano usciti in massa sul sagrato per gridare ai quattro venti il nome dei loro cari ancora lontani, quello del 1919 – vissuto alla stregua di un deludente consuntivo – passò alla storia contrassegnato dall’immagine di un presepe disseminato di foglie secche.

Invano i sacerdoti di più paesi tentarono di arginare quel fluire di seccume – che oltretutto disturbava la visibilità  delle statuine –,  così come inutilmente l’arciprete di Copertino si provò ad arginare l’improvviso trabocco religioso ti lu Mìnicu ti li zzoche (di Domenico delle funi), un anziano gobbo e sciancato che il sacrestano titolare della chiesa matrice, Michele Capone (Michele dalla testa grossa [non cappone], si teneva vicino come aiuto e per la sua bravura nel suonare le campane e perché aveva fama di portare bene in quanto – si diceva – era un esperto di sogni dai quali sapeva trarre fortunati numeri da giocare al lotto. Questi, dunque, visto come feticcio portafortuna,  per tutta la durata del periodo natalizio non si era discostato dal presepe, prestandosi – ovviamente dietro promessa di umilissime ricompense – al sotterfugio del test-foglia e recitando in continuazione “Lu sunéttu ti la pruiténzia” (“Il sonetto della provvidenza”), la cui composizione risaliva a tempi di molto anteriori ma che, data la situazione in cui si erano venuti a trovare i reduci, sembrava fatto apposta per loro:

E stà bbegnu ti mutu luntànu

citràti jò tegnu li piéti e lli manu

pi llu friddu patùtu pi ia.

Ma citru o no ccitru jò no pputìa

no bbinìre bbi ttou tutti quanti:

tune, Ggiséppu, Marìa e ll’àngili santi.

Ia ulùtu tti nnucu nna cosa bbeddhra

pi’ ddhra uccùzza ti ciraséddhra;

ulìa… ulìa… ma àu cumpatùtu

ulìa… ulìa… ma no àggiu putùtu:

.

a ‘nturnu a ‘nturnu m’àggiu uardàtu

ma, crìtime bbeddhru, niente àggiu ttruàtu.

Ti pane no ìa rimastu mancu nnu muérsu,

ti miéru no nc’era mancu nnu sursu;

l’uégghiu… ti moi ca s’ìa spicciàtu!…

Nnu milòne no ll’àggiu ttruàtu;

li ficaìgne si l’ìanu mangiàte,

sete e ccutugne ìanu llupate.

Mancànnu pane, s’ìanu spicciate

scèsciule, mèndule e ffiche siccàte;

ti ua curnalòra no nn’àggiu ttruàta,

l’apùni russi si l’ìanu fricàta;

nnu portucàllu mi l’ànu nicàtu

e accussì nnu finùcchiu e nnu cardu pricàtu.

Nna sula fugghiàzza tinìa scusa am piéttu

e mmòi ti la mentu acquài ti rimpéttu:

cicòra mmarùta ndacquàta ti chiàntu,

Maria cu lla ccògghia sotta’a llu mantu.

Li pene mia ti l’àggiu cuntàte,

ci corpe mi ttruéi falle scuntàte.

Mmammìnu santu llemme ti uaj

e damme pane a llucisciùta ti crai.

E sto venendo da molto lontano, / ghiacciati io tengo i piedi e le mani / per il freddo sofferto lungo la strada. / Ma ghiaccio o non ghiaccio io non potevo / non  venire a trovare voi tutti quanti: / te, Giuseppe, Maria e Angeli santi. // Avrei voluto portarti una cosa bella / per la tua boccuccia di cerasella; / volevo… volevo… ma vado compatito; /

volevo… volevo… ma non ho potuto: / attorno attorno mi son guardato / ma,  credimi bello, niente ho trovato. // Di pane non ne era rimasto neanche un morso,  / di vino non ce n’era neppure un sorso; / l’olio… da mo’ che si era finito!… / Un mellone, non l’ho trovato, / i fichidindia se l’erano mangiate, / melagrane e cotogne / erano scomparse. / Mancando il pane, si erano finite  / giuggiole , mandorle e fichi secchi; / di uva corniola non ne ho trovato, / i bombi se l’erano fregata; / un’arancia mi è stata negata / e allo stesso modo un finocchio e un cardo bianco e tenero[speciale, perché sotterrato]. // Una sola foglia tenevo nascosta nel petto / e adesso la pongo qui, di fronte a te: / cicoria amara, innaffiata dal pianto, / Maria che la raccolga sotto al suo manto. //Le mie pene te le ho raccontate, / se in me trovi delle colpe, ritienili già scontate. / Bambino santo, toglimi dai guai / e dammi pane a partire da domattina.

Come si può notare, nell’elencazione dei mancati doni – che poi erano  li prisiénti

che abitualmente si facevano visitando nnu bbrisébbiu (un presepe) – prende corpo quella che era la mappa delle colture salentine (seminativi, vigneti, oliveti, frutteti, ortaggi) uniche fonti di vita del contadino, per cui lamentare l’impossibilità ad attingervi, equivaleva ad evidenziare uno stato di estrema miseria. Ma se in sede di sunèttu si può parlare di voluta esasperazione a fini impetrativi, riferendosi al Natale 1919 si deve pur riconoscere che non c’era alcuna differenza fra il lacrimevole esposto recitato davanti al presepe e la realtà contingente.

Lettera pittografica che una moglie analfabeta invia al marito in guerra. Nella data, dalla presenza di San Giuseppe in volo, si deduce che la città mittente è Copertino. Così come, dalla firma, si deduce che è madre di sei bambini. Per gentile concessione di Nino Pensabene

Privata delle braccia più valide  e solo affidata alla cura delle donne e agli sforzi degli anziani, in tre anni e passa di conflitto la campagna aveva registrato un notevole calo nella produttività, e questo, come è facile immaginare, aveva colpito le famiglie più povere, che all’ansia per i loro congiunti esposti al pericolo, avevano dovuto aggiungere il problema del come poter tirare avanti.

I fanti che avevano risollevato le sorti della patria lavando l’onta di Custozza e Caporetto nelle acque del Piave, eroica sbarra al passo straniero, una volta tornati a casa, non solo avevano vissuto la delusione di una Nazione matrìa (matrigna) che non donava il terreno ch’era stato loro  promesso in guerra – per cui inutili si erano rivelati semi, bulbi, marze e talee, sogni di un’agricoltura  da fondare su campi di loro proprietà -, ma si erano venuti a trovare personaggi – realmente senza pane – di un “sonetto” che per secoli era stato declamato poeticamente davanti ai presepi salentini. Senza seta, cutùgnu o portucàllu a mmanu (Senza melagrana, cotogno o arancio in mano) non avevano conosciuto quell’anno la gioia della donazione,  né – visto la loro condizione di poveri reduci – altra consolazione  se non quella del rifugio nel magico-religioso. Aggrappandosi alla nascita povera del Bambinello, che ritenevano essere l’unico a poterli comprendere, avevano riposto in lui quelle speranze di rinascita che sarebbe dovuta cominciare con un pezzo di pane a llucisciùta ti lu crai; appiglio di una religione popolare, altrove ampiamente descritta, si erano aggrappati deponendo ai suoi piedi quelle foglie secche che, tramite dei loro desideri, di sicuro  lo avrebbero informato di tutte le sofferenze fisiche e dello svuotamento interiore che aveva provocato in loro  la mmalitétta querra.

[1] Del Novecento (Nota di N. P.)

La foto di apertura è stata gentilmente concessa da Franco Cavallo.

 

2 Commenti a 1919. Natale al fronte. Un presepio fatto con foglie secche

  1. E’ un bellissimo affresco della condizione contadina copertinese agli inizi del novecento. Grazie Nino per avercela segnalata attraverso la prosa stupenda della tua impareggiabile Consorte.

    Fernando

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