I Martiri di Otranto e il 1480 (V parte)

I Martiri di Otranto e il 1480

Per una rilettura delle vicende storiche tra ipotesi, protagonisti e complessità processuali

 

di Mauro Bortone

L’assalto di Otranto nei giochi diplomatici italiani

Da qui il sospetto che, per capire l’assalto a Otranto, non si debba guardare ai piani del sultano, ma alle tensioni e ai giochi diplomatici delle corti d’Italia: la volontà egemonica del re d Napoli sulla penisola ed il conflitto veneziano-aragonese per il dominio sull’Adriatico sono, forse, la vera chiave di tutto, con l’elemento scatenante, che è appunto la congiura dei Pazzi a Firenze.

Procediamo con ordine. Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, appoggiava con decisione la politica antifiorentina dei senesi e dei fuorusciti antimedicei; papa Sisto IV aveva concepito il disegno di appoggiarsi agli avversari del Magnifico, ancor presenti nell’aristocrazia fiorentina, per scalzare il potere dei Medici, trovando nella città toscana una signoria per il nipote Gerolamo Riario. E sebbene la congiura dei Pazzi fosse fallita, il Papa – cogliendo l’occasione dal fatto che, nella repressione di essa, erano stati giustiziati anche alcuni membri del clero- scomunicò il Magnifico, gettò l’interdetto su Firenze e suscitò contro di essa una lega con il re di Napoli, la repubblica di Siena e Federico da Montefeltro, che fu nominato comandante delle truppe alleate.

Firenze aveva dalla sua Venezia e Milano, le due antiche avversarie, riavvicinatesi tra loro per fronteggiare il pericoloso espansionismo napoletano. Ma i milanesi erano troppo occupati in questioni di politica interna e i veneziani ancora impegnati nella guerra contro i turchi. Il re di Francia, tradizionale sostenitore di casa Medici, fece sapere al Papa che dal suo paese non sarebbe più partito un soldo alla volta della Camera apostolica, finché il Pontefice si fosse ostinato a far guerra ai cristiani anziché ai turchi: un ottimo alibi per risparmiar danaro con la scusa della crociata e dell’unità tra i fedeli. Lorenzo, rimasto praticamente solo ed accusato intanto dal Papa di ostacolare con la sua superbia un’azione unitaria dei cristiani contro i turchi (ancora il pretesto della crociata…), non poteva fidarsi neppure del comandante delle sue poche milizie, il duca di Ferrara Ercole d’Este, ch’era genero di Ferdinando di Napoli.

La guerra in Toscana andava male e Venezia, pur avendo fatto pace con i turchi fin dal gennaio 1479, non voleva entrare apertamente nello scontro. Il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, non faceva intendere da che parte volesse schierarsi. E’ concorde visione degli storici che in tale frangente Lorenzo abbia genialmente rotto l’accerchiamento, che ormai rischiava di sopraffarlo, ricorrendo ai mezzi diplomatici e mostrando a Ferdinando I di non aver alcun interesse a legarsi troppo alla politica personalistica di Sisto IV, che con ogni probabilità il Pontefice successivo avrebbe abbandonato. Alla pace tra Firenze e Napoli, siglata il 25 marzo 1480, corrispose tuttavia un passo d’avvicinamento della Serenissima al Papa: sulle rive del Canal Grande non si poteva che avversare chiunque per qualunque motivo tendesse una mano al re di Napoli. Neppure il re di Francia – che si era arrogato su Napoli i vecchi diritti angioini- gradì la mossa filoaragonese di Lorenzo.

Il sultano approfittò di questo momento per affermare con maggior forza la sua egemonia sull’Egeo, sullo Ionio e sui Balcani. E’ possibile che già da Firenze, tra il ‘78 e l’80, gli fossero pervenute sollecitazioni in tale senso; e Venezia, una volta siglata nel gennaio ‘79 la pace con lui, lo istigava a far valere i suoi diritti di erede di Bisanzio sull’Italia meridionale. L’occasione diplomatica di agire gli fu offerta ben presto, allorché Ferdinando di Napoli, nella primavera dell’80, fece pervenire alcuni aiuti ai cavalieri di Rodi assediati dai turchi. Per ritorsione, il sultano aveva fatto occupare Valona da Ahmed Pascià, dando il via alla presa di Otranto, mentre le galee veneziane, presenti nelle vicinanze del canale, si ritiravano a Corfù (ma corse voce addirittura che appoggiassero i turchi rifornendoli di viveri)[1].

Maometto II sapeva bene che la sua mossa avrebbe causato una sorta di riflesso condizionato: la vecchia e pretestuosa idea di crociata funzionava ancora in questi casi. L’ombra della mezzaluna proiettata su una terra cristiana, la Puglia, determinò la pacificazione dei principi, fedeli alla croce: i napoletano-pontifici sgombrarono le terre della Toscana meridionale sulle quali si erano attestati, il Papa si affrettò a far la pace con Firenze, Venezia e il re di Francia finsero di accantonare le rispettive animosità nei confronti del re di Napoli, mentre umanisti e predicatori con ardore invocarono la crociata.

La repentina e inattesa scomparsa del sultano, il 31 maggio 1481, e le lotte per il potere tra i di lui figli, Bajazet e Djem, facilitarono la riconquista. Fu così che il 10 settembre 1481, Alfonso di Calabria, figlio del re di Napoli, entrava trionfalmente in Otranto, martire ma liberata. A Otranto nel 1480 come a Vienna nel 1526 e nel 1683, i turchi giocarono il ruolo del deus ex machina: il loro violento irrompere sulla scena europea risolveva una situazione di stallo; l’appello alla crociata, alla defensio crucis, alla liberatio Europae – un appello sovente sinceramente lanciato e generosamente accolto – serviva regolarmente alla soluzione di conflitti interni al mondo cristiano. I turchi assolvevano alla funzione dell’hostes come elemento risolutore delle inimicizie interne e catalizzatore di quella che Carl Schmitt ha definito l’“esportazione della violenza”. La minaccia turca finiva per rivelarsi fattore di coesione e di determinazione dell’identità europea. “Questo del resto è il senso intimo e ultimo della stessa esperienza crociata, che -grazie a Dio- non è mai stata una guerra di religione”[2].

(continua)

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°3

[1] Il particolare è confermato, tra gli altri, anche da GIANNONE, nella sua Storia civile del Regno di Napoli, libro VIII, Milano 1823, pp. 322-323.

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