Prezzi bassi. Non è più conveniente raccogliere le olive. Appello per porre rimedio alla crisi della coltivazione dell’olivo del Salento

 

I 9 milioni di olivi del Salento leccese 200 anni fa, così come oggi, rischiarono la mattanza

di Antonio Bruno

Oggi l’olio lampante del Salento leccese, per la sopraggiunta “globalizzazione”, è vittima di un basso prezzo. Nei primi anni del 1800, per il “blocco napoleonico” che decretò la fine del movimento commerciale, l’olio del Salento leccese rimaneva invenduto.

La Società Economica di Terra d’Otranto attraverso un azione di consulenza puntuale, costante e convinta riuscì a sfangare dalla stagnazione l’olivo del Salento leccese. La Provincia di Lecce sarà per l’Olivo del Salento leccese ciò che fu la Società Economica di Terra d’Otranto?

L’olivo è la storia del Salento leccese e il senso della storia dell’olivo è, nello stesso tempo, fuori dalla storia del Salento leccese.
Già! Gli effetti delle azioni umane vanno sempre oltre l’intenzionalità specifica degli uomini; l’uomo fa più di quanto sa e, spesso, non sa quello che fa! Giovambattista Vico, ricordi?

Dicono che ogni civiltà ha un suo corso fondamentalmente progressivo, il quale, giunto al suo apice, si arresta ed entra in crisi.

L’olivo del Salento leccese oggi è in crisi!

Le cronache registrano da alcuni anni prezzi da acqua minerale, decretando la crisi della coltivazione dell’Olivo del Salento leccese!
Se ci fermiamo un attimo e andiamo indietro a più di due secoli fa, ai primi del ‘800, ecco che è come se stessimo rifacendo quel percorso. Oggi l’olio lampante del Salento leccese per la sopraggiunta “globalizzazione” è vittima di un basso prezzo. Allora, per il “blocco napoleonico” che decretò la fine del movimento commerciale, l’olio del Salento leccese rimaneva invenduto. In quegli anni accadeva ciò che accade oggi: i proprietari non trovavano più la convenienza a raccogliere le olive, che restavano incolte sul terreno e, siccome nel Salento leccese non era più in vigore la “Costituzione di Solone”, che  puniva con la morte chi avesse abbattuto un albero di olivo, i nostri padri fecero abbattere i maestosi alberi cari a Minerva per usarli come combustibile!
Solo nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, il prezzo dell’olio riprendeva quota, mentre invece l’esportazione riprese solo dopo il 1818.
Un miracolo? No! Ci fu la Società Economica di Terra d’Otranto che, attraverso un azione di consulenza puntuale, costante e convinta, riuscì a sfangare dalla stagnazione l’olivo del Salento leccese.

Vincenzo Balsamo un economista ed agronomo del Salento leccese pubblicò uno studio sul commercio dell’olio sul Giornale di economia rurale che fu un formidabile manuale per gli operatori del settore.
Ma i guai del nostro caro olivo non finirono, perché appena dopo 20 anni, e più precisamente dal 1845 al 1851, il commercio dell’olio si affievolì entrando in una grave depressione. Il nemico dell’olio d’oliva del Salento leccese fu l’olio di sesamo che cominciava ad apparire sul mercato!

ph Francesco Politano

La Società Economica di Terra d’Otranto indirizzò le consulenze sul miglioramento della qualità e cominciò un’opera di miglioramento delle tecniche di coltivazione e, contemporaneamente, riuscì a spingere il governo a votare una legge che evitasse la frode!
Il Regio Decreto del 12 dicembre 1844 n. 9158, emanato da Ferdinando II di Borbone, prescriveva la necessità di un “certificato di origine“ per l’olio di oliva. Insomma, com’è evidente, l’Unione Europea non ha scoperto nulla quando ha decretato la “modernissima” trovata dell’olio a Denominazione di Origine Protetta, acronimo D.O.P Terra d’Otranto.

Oggi l’Assessorato Regionale all’Agricoltura delle Puglie ha riconosciuto nei territori del Salento leccese in cui c’è la produzione D.O.P. dell’olio extravergine di oliva “Terra d’Otranto” le “Strade” dell’olio d’oliva.

In provincia di Lecce ce ne sono due: “Adriatica – Antica Terra d’Otranto” e “Ionica – Antica Terra d’Otranto”.
Le “Strade” dell’Olio di Oliva sono percorsi educativi intesi a tutelare e valorizzare i territori olivicoli. Sono state istituite per aumentare l’interesse sotto l’aspetto turistico, paesaggistico e naturalistico degli itinerari enogastronomico-turistici. In questi percorsi possiamo immergerci negli uliveti secolari, visitare i trappeti storici, i musei, i centri antichi caratteristici, i siti archeologici, le osterie, le locande, i laboratori e le botteghe artigiane.

Lo scorso 2 dicembre 2010 ho preso parte ai lavori del Tavolo agricolo provinciale che la Provincia di Lecce ha convocato a Palazzo dei Celestini per esaminare congiuntamente le criticità del comparto olivicolo salentino e per individuare i provvedimenti a sostegno.
Ho registrato la dichiarazione del presidente Antonio Gabellone: “Vogliamo vedere chiaro sulla crisi del comparto olivicolo… Questo tavolo è propedeutico ad un Consiglio Provinciale monotematico in cui analizzeremo le cause e ricercheremo dei percorsi virtuosi che possano portare alla soluzione dei problemi. Sono certo che da questo lavoro verrà fuori una proposta snella e condivisa che possa aiutarci nel nostro intento”.
Importante è stato l’appello alla coesione lanciato dall’assessore Francesco Pacella: “Il comparto deve parlare con un’unica voce, bisogna aggregare enti ed associazioni di categoria per risolvere la crisi. La Provincia ha un ruolo marginale che, però, a livello territoriale può essere importante per fare in modo che l’intero comparto parli con una sola voce. Questo Tavolo dovrà approfondire le problematiche e giungere ad un documento programmatico in cui siano fissate le politiche del futuro, in particolare con riferimento al Programma Agricolo Comunitario… Non ci sono bacchette magiche, dobbiamo sforzarci di trovare il giusto equilibrio tra un’agricoltura che rispetti il territorio e che, contemporaneamente, aiuti ad uscire dalla crisi. Questo si potrà ottenere qualificando il prodotto, migliorando i servizi legati al comparto, il turismo agricolo, la difesa del paesaggio, il coinvolgimento delle nuovi generazioni che devono essere stimolate ad investire in questo settore”.
La Provincia di Lecce sarà per l’Olivo del Salento leccese ciò che fu la Società Economica di Terra d’Otranto?

Bibliografia

Franco Antonio Mastrolia, Origine e sviluppo dell’olivicoltura

Giornale di economia rurale, pubblicato dalla Società Economica di Terra d’Otranto. Lecce. Tipi di Agianese, 1840. I voll. X e XI, stampati nella Tip. dell’Ospizio Garibaldi, nel 1855 e nel 1858, recano questo titolo: Giornale di Economia rurale e Atti della ‘Reale Società Economica di Terra d’ Otranto. Vi collaborarono : Vincenzo Balsamo, Gaetano Stella, Martino Marinosci, Giuseppe Costa, ecc.         B., 24 I voll. X e XI nelle Miscellanee De Giorgi in Bibl. Prov.; Collezione completa nella Biblioteca dell’Orto Agrario di Lecce ; nella Biblioteca del Seminario di Lecce : voll. I a 7.

MURRONE A., Un economista ed agronomo salentino: Vincenzo Balsamo. I, La, XIV (1998), 2, pp. 95-101.

Le Monografie storiche di Giuseppe Ressa http://www.ilportaledelsud.org/monografie_ressa.htm

Piccoli tesori nascosti nel centro storico di Lecce: un’edicola di San Francesco da Paola

di Giovanna Falco

A Lecce vecchia, in piazzetta Scipione da Summa, nelle vicinanze del monumentale palazzo Giaconìa, un piccolo giardino chiuso fa da scrigno a un’edicola votiva dedicata a San Francesco da Paola[1].

ph Giovanna Falco

Lo stato d’abbandono in cui versa lo slargo è evidente. Una certa devozione nei riguardi della sacra immagine si denota dall’infisso in alluminio montato per preservarla. L’edicola sembrerebbe posata su una trave in cemento, probabilmente il simulacro in passato si trovava in un altro luogo, tant’è vero che nel puntuale e bel lavoro di Giuseppe De Simone Lecce. Le edicole sacre del borgo antico[2], questa nicchia non è menzionata.

Non si ha, dunque, alcuna notizia di questo piccolo monumento, che nella sua cornice lapidea denota tratti stilistici tipicamente seicenteschi, mentre l’immagine del Santo presenta numerose lacune.

L’area in cui è ubicato il giardinetto, è limitrofa a un palazzo segnalato nell’elenco degli edifici e manufatti sottoposti a vincolo di tutela dal Piano Regolatore di Lecce, con il n. 120[3]. Questo edificio, ormai cadente, è in fase di rifacimento. Non si sa se il giardino sia di pertinenza di questo palazzo o ricade in un’altra particella catastale. Attualmente è chiuso da una grata in metallo, così come si denota dalla foto.

La vicinanza al complesso conventuale dei Minimi di San Francesco da Paola fa presupporre che potrebbe esserci un nesso tra l’edicola e questo pio luogo, voluto nel 1524 da Giovannella Maremonte, su disposizione testamentaria del marito Bernardo Peruzzi. All’epoca l’area dove ricadono giardino, chiesa e convento, era situata al di fuori dalle mura cittadine, realizzate a partire dal 1546 da Gian Giacomo dell’Acaya, quando questa porzione di campagna fu inglobata nel tessuto urbano di Lecce.

Qui, tra il complesso conventuale e il giardinetto con l’edicola, il vescovo di Castro Angelo Giaconia iniziò a costruire il monumentale palazzo, passato in proprietà al vescovo Daniele Vaccardo e poi all’illustre umanista Vittorio de’ Prioli. Costui nel 1606 lo abitava, così come denota la denominazione dell’isolato elencato in quell’anno nella parrocchia di Santa Maria della Porta[4]. Dopo la morte di Prioli, avvenuta nel 1619, continuò ad avere la stessa denominazione e nel 1631 l’isola di D. Vittorio è compresa, nella parrocchia della Madonna della Porta, tra quelle di Lup. Ant.o Costa e di S. Gioe (ovvero di San Giovanni Evangelista delle suore Benedettine)[5].

Non è dato sapere se il giardinetto ricadesse nell’isola di D. Vittorio o in quella di Costa, dove abitavano quarantatré nuclei familiari[6].

L’esistenza del palazzo, riportato tra i monumenti sottoposti a vincolo dal Piano Regolatore di Lecce, fa presupporre che il giardino fosse di pertinenza di una ricca dimora. La casa di Giovanni (o Giovanna) Paladini è la prima dell’isola di D. Vittorio, elencata con il numero 95. Leonardo e Gio. Filippo Prato abitavano nell’ultima casa dell’isola di Lup. Ant.o Costa, con la numerazione 94.

Naturalmente queste sono supposizioni che possono essere verificate solo portando a termine una puntuale ricerca.

Potrebbe datare l’opera un’approfondita analisi del dipinto nella nicchia seicentesca.Il Santo è rappresentato con la consueta iconografia: vestito di un saio, con il bastone in mano ed la barba bianca fluente; il motto dell’Ordine dei Minimi, Charitas, è posto nell’angolo in altro a sinistra.

ph Giovanna Falco

Nel centro storico di Lecce vi sono altre quattro edicole dedicate a San Francesco da Paola, datate dalla seconda metà dell’Ottocento in poi e commissionate da privati cittadini[7]. La loro fondazione denota una devozione popolare per il Santo taumaturgo, che continua a essere perpetuata a distanza di secoli dalla divulgazione del suo culto in città.

A pochi anni dalla Canonizzazione del frate, proclamata da papa Leone X nel 1519, Giovanna Maremonte, residente a Firenze, «mandò» a Lecce «Frà Giovanni Francese, ch’era stato compagno del detto San Francesco»[8] con il compito di edificare chiesa e convento dedicati a Santa Maria degli Angeli: era il 1524. La comunità dei Minimi fu rappresenta a Lecce anche dal Secondo Ordine, o Paolotte: nel 1542 Antonio e Gio. Pietro De Marco fondarono per le tre sorelle nubili il Convento di Santa Maria degli Angelilli detto l’Annunziata (attuale palazzo Carafa), dove le pie donne osservavano una «vita quaresimale co(n) molto rigore, & osserva(n)za»[9]. Il culto di San Francesco da Paola si diffuse a Lecce, così come denotano gli altari nelle chiese di Sant’Antonio della piazza (San Giuseppe), dov’è riposta una statua lignea policroma datata 1581; di Santa Croce, dov’è lo splendido altare commissionato dal barone di Sternatia Giovanni Cicala e realizzato da Francesco Antonio Zimbalo tra il 1614 e il 1615; nella chiesa di Sant’Anna, realizzata da Giuseppe Zimbalo tra il 1684 e il 1764.

Il culto di San Francesco da Paola riprese vigore nel 1857, quando Ferdinando IV concesse alla Confraternita Maria SS.ma presentata al Tempio (la cui sede sin dal 1688 si trova presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli) di aggiungere il nome del Santo calabrese, ovvero Confraternita di Maria SS.ma presentata al Tempio e S. Francesco da Paola[10].

Il piccolo simulacro in piazzetta Scipione da Summa è parte della storia cultuale di San Francesco da Paola, meriterebbe, dunque, di essere studiato approfonditamente, per aggiungere un nuovo tassello alla storia dell’arte e della religione leccese.


[1]L’edicola è in un giardinetto ubicato, oltrepassando l’incrocio con vico dei Raynò, a destra.

[2]G. DE SIMONE, Lecce. Le edicole sacre del borgo antico, Lecce 1991.

[3]Cfr. Tavola 3.11 Edifici vincolati e proposti per il vincolo nel centro storico, del Documento Programmatico Preliminare al Piano Urbanistico Generale.

[4] Cfr. N. Vacca, Lecce nel ‘600. Rilievi topografici e demografici. I gonfaloni dei quattro «pittagi» che componevano la città, in “Rinascenza Salentina”, VII, 1939, 1, pp. 91-95.

[5] Cfr. P. DE LEO, Uno sconosciuto stato delle anime della città di Lecce del 1631, in “Almanacco Salentino 1968-69”, Cutrofiano 1968, pp. 57-66.

[6]L’isola di D. Vittorio nel 1631 ospitava trentaquattro famiglie, tra cui quella di Giovanni Paladini con Isabella e Maria Mattea una schiava e il cocchiere. Probabilmente vi fu un errore di trascrizione da parte dell’amanuense, perché Giovanni Paladini non dovrebbe essere altri che la vedova di Vittorio de’ Prioli, Giovanna, figlia di Luigi barone di Campi. Oltre a Paladini (residente nella 95a casa), vivevano in quest’isola Maria Donata Paladini con i fratelli Carlo e Titta (106a casa), Orazio della Lena (111a casa), D. Diego dello Giovanne (117a casa), e la famiglia di Angelo Marangio (123a casa).

[7] Cfr. G. DE SIMONE, op. cit., pp. 54-55, 78-79, 96-97, 126-127, 160-161.

[8] G. C. INFANTINO, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979), p. 93.

[9] Ivi, p. 177.

[10] Cfr. G. DE SIMONE, op. cit., pp. 203-204; A. M. MORRONE, I pii sodalizi leccesi, Galatina 1986, pp. 92-95.

Proposta per il recupero ambientale di cave dismesse

 

L’acqua di pioggia e i reflui depurati nelle cave esauste e nelle doline da crollo pure, fresche e dolci acque dei 97 laghetti del Salento leccese

di Antonio Bruno*
 

È stato pubblicato, il 22 luglio scorso, dalla Regione Puglia, un avviso pubblico per la selezione di interventi volti al recupero ambientale di cave dismesse. Si tratta di risorse derivanti da fondi europei destinati al risanamento e riutilizzo ecosostenibile delle aree estrattive.
Grazie ad una proroga, il termine ultimo per la consegna delle domande di ammissione a contribuzione finanziaria è scaduto alle ore 13 del 19 novembre 2010, se ci fosse un’ulteriore proroga il Consorzio di Bonifica “Ugento e Li foggi” potrebbe presentare il progetto sintetizzato in questa nota.

La messa te le villane

 

di Alfredo Romano


Nònnuma lu Pascalinu, quandu abitava a Nnevianu, a ddhunca facìa l’uccièri, tenìa casa a via Roma, propriu te frunte a ‘nnu palazzu te signuri.
Addhai ca ‘na tumènica mmatina, nfacciata a llu balcone te sti signuri nc’era tonna Rusina, ca, vitendu nònnuma ca sta’ ‘ssia te casa, aźàu voce e llu chiamau:
«Pascalinu? Pascalinu?»
«Cumandi![1] tonna Rusina,» prontu nònnuma.
«Sai gnenzi ci è bessùta la messa te le villane?»
«Sine,» ne rispuse nònnuma, «ca mo’ ccumìncia quiddha te le bbuttane!» [2]

Traduzione

Mio nonno Pasqualino, quando abitava a Neviano, dove di mestiere faceva il macellaio, aveva casa in via Roma, proprio di fronte a un palazzo di ricchi

Accorgimenti necessari per ottenere un olio di qualità

Olive buone al frantoio danno il succo di frutta d’oliva che cura ogni ferita

 

di Antonio Bruno

 

da http://www.spaziodieta.com/

Sui 9 milioni di alberi della foresta degli ulivi del Salento leccese le olive maturano quasi contemporaneamente e se non le moliamo subito possono essere sottoposte a processi di fermentazione che le ammalano! In questa nota gli accorgimenti necessari per ottenere un olio di qualità

Come più volte ho scritto nel Salento leccese vi sono 85mila ettari di foresta degli ulivi che conta in totale di 9 milioni di alberi. Siccome siamo pressoché tutti in pianura non c’è gradualità di maturazione ed ecco che le olive maturano tutte in un periodo! Se non moliamo subito le olive  possono avere processi di fermentazione che le ammalano!
Tutto questo è fondamentale per l’ottenimento di un olio di qualità infatti le olive vanno ai frantoi che hanno delle macchine che lavorano in continuazione e se, una partita di olive malate viene lavorata, questa inquinerà certamente le macchine che quindi subiranno un influenza negativa dai composti contaminanti che rimangono al loro interno, contaminando le olive sane lavorate successivamente alla partita malata.
Ecco perché dopo aver prodotto olive sane si deve andare in un Industria Agraria chiamata Frantoio, diretta da un professionista Dottore Agronomo Elaiotecnico, e se c’è questa figura professionale all’interno dell’industria, potete stare certi che una linea continua che dalle olive ottiene l’olio verrà riservata alle olive sane che daranno con certezze olio di qualità

Con l’affermazione che ho scritto non intendo in alcun modo sminuire le olive malate che danno olio cattivo, perché sappiamo tutti che c’è un economia dell’olio cattivo. Per questo c’è necessità di avere distinte e distanti le olive sane da quelle malate, facendole lavorare da linee continue distinte.

Le olive, una volta defogliate e ben lavate, arrivano nella tramoggia di ricevimento, dove una coclea azionata da un motoriduttore alimenta il frangitore che è dotato di una griglia fissa con canali di scarico e di una girante a coltelli incavi. Sembra turco vero? Invece leggete il seguito e capirete.

La frantumazione delle olive deve avvenire con l’attrito volvente dove il rotolamento è reso possibile dalla presenza di attrito radente statico tra la ruota e le olive; se questo attrito non ci fosse, o fosse molto piccolo, la ruota striscerebbe senza riuscire a compiere un rotolamento puro, nel qual caso entrerebbe subito in gioco l’attrito radente che di fatto preme e che bisogna assolutamente evitare per ottenere un olio di qualità.
Il frangitore ha la funzione di frantumare le olive. E’ un cestello come quello della lavatrice che ha dei buchi e una svastica della quale i martelli sono gli estremi.

Il Dottore Agronomo Elaiotecnico ha il compito di stabilire che tipo di griglia e il diametro dei buchi che può essere di 6 – 7 – 8 millimetri
L’altra decisione del Dottore Agronomo Elaiotecnico è quella relativa al numero dei giri, se 1000; 1200 oppure 1400.

Le olive devono “affogare” , che significa il frangitore per evitare di disperdere le sostanze aromatiche deve essere sommerso di olive.
Ma il lavoro del Dottore Agronomo Elaiotecnico consiste anche nel curare le temperature del frantoio.

Infatti le paste lavorate nelle gramole, siccome i polifenoli e gli aromi volatili sono tremolabili, se sottoposte a temperature troppo alte perdono queste sostanze che determinano la qualità. Come che significa? Significa che subiscono un’alterazione o la perdita delle proprie qualità per azione del calore, infatti se provate a mettere l’olio in un bicchierino e lo scaldate tenendolo nel palmo della mano potete catturare queste sostanze con il vostro olfatto, e stiamo parlando della temperatura del nostro corpo ovvero di 37°C.

Ecco perché le gramole devono lavorare a temperature basse se vogliamo ottenere un olio di qualità, altrimenti tutto quello che dovrebbe catturare il nostro olfatto, eccolo disperso nel frantoio, irrimediabilmente perduto per sempre!

L’oliva ha nel suo interno delle piccolissime gocce d’olio, nella gramola avviene la COALESCENZA che significa che tutte queste gocce piccole di olio si uniscono!
La pasta deve avere la temperatura di 22 -23 °C e il Dottore Agronomo Elaiotecnico ha il compito di stare attento che la temperatura della camicia, dove circola l’acqua calda, non superi i 27°C.

Tutto quanto detto circa la temperatura della gramola è finalizzato alle olive sane, unico frutto dal quale si ottiene il succo sano che noi chiamiamo olio extra vergine di oliva.
Per le olive malate che danno olio cattivo allora la gramola può arrivare anche ai 35 – 38°C.

Segue la fase di prima centrifugazione ad opera di un DECANTER . Il mosto oleoso non viene separato dalla componente solida attraverso una pressa, ma questa separazione avviene tramite centrifugazione.
La forza centrifuga accentua la differenza tra i pesi specifici dell’olio, dell’acqua di vegetazione e del materiale solido (sansa) permettendone così la separazione. Per ottimizzare il processo viene aggiunta acqua, a temperature variabili, ma comunque superiori a 25°. Per tale scopo viene utilizzata una centrifuga di tipo orizzontale detta decanter.

Il decanter è composto da un tamburo conico ad asse orizzontale dove all’interno ruota un cilindro a vite senza fine che funziona come coclea ed allontana la parte solida.
La velocità di rotazione è di 3500/4000 giri/minuto e quella del tamburo è leggermente inferiore a quella della vite.

Si continua con un separatore verticale che appunto separa l’acqua di vegetazione detta sentina dall’olio.
Anche qui il Dottore Agronomo Elaiotecnico prende la decisione dell’aggiunta dell’acqua che se in eccesso, provoca la dispersione delle preziosissime sostanze aromatiche.

Ed eccolo finalmente il nostro olio di qualità. Il Dottore Agronomo Elaiotecnico misura l’acidità di frantoio, utilizza la puretta e l’idrossido di sodio ottenendo il risultato di 2 linee che significa 0,2 gradi di acidità espressa in acido oleico.

Ma il problema dell’olio non è l’acidità! L’acidità sino a 3 gradi non si sente. Ma se l’olio è ossidato ecco che si sente che è un olio cattivo! Eccome se si stente!

Quante volte avete detto a qualcuno di assaggiare il vostro olio? Decantandolo a tutti come buono perché l’avete fatto voi? Molte volte avete servito olio ossidato, olio rancido!
Il lavoro del Dottore Agronomo ancora non è finito perché c’è bisogno della sua professionalità in una farse importantissima che è quella della conservazione.

Un olio d’oliva è di qualità quando è profumato e ricco di antiossidanti. Ed ecco che è del tutto evidente che se nel contenitore dove è conservato l’olio d’oliva, c’è dell’aria.
Per questo motivo la Vitamina E bombarda le molecole di ossigeno, ed è per questo che i polifenoli diminuiscono e l’olio si appiattisce.
La questione è che i processi di ossidazione, acidificazione e lipasi sono delle reazioni autocatalitiche, che significa che continuano ad accadere senza avere bisogno di enzimi.
Queste reazioni sono amplificate, ovvero catalizzate, dalla temperatura!
Per non far accadere tutto questo nei silos dove si conserva l’olio si deve sostituire l’aria con l’azoto.

Qualche consiglio su come conservare l’olio nelle nostre case. Intanto non è bene lasciare l’olio nel bidone d’acciaio perché come abbiamo visto togliendo l’olio entra l’aria che ossida la Vitamina E.
Se si acquista l’olio in lattine da 5 litri d’olio, se ne prende una alla volta dalla cantina e si travasa in bottiglie che si sono precedentemente lavate con idrossido di sodio non schiumogeno. Poi si riempiono queste bottiglie che devono essere aperte una alla volta, avendo cura di consumare tutto l’olio della bottiglia aperta prima di aprirne una nuova.

I prodotti del Salento cibo della dieta mediterranea, patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’UNESCO

di Antonio Bruno*

 

 

La dieta mediterranea è stata “scoperta” dal medico Ancel Keys. Nel 1945 Keys sbarcò a Salerno insieme al contingente americano; durante la sua permanenza nel Cilento si accorse che le patologie cardiovascolari erano meno diffuse che nel suo paese, insieme con la sua equipe effettuò uno studio, confrontando le abitudini alimentari degli Stati Uniti, Giappone, Italia, Grecia, Jugoslavia, Olanda e Finlandia. Furono prese in esame 14.000 persone di età tra i 40-59 anni, suddivise in 14 campioni. Da questo studio emerse che la mortalità per cardiopatia ischemica era nettamente inferiore tra le popolazioni situate intorno al Mediterraneo. L’Italia insieme alla Grecia e al Giappone risultò uno dei tre paesi con la più bassa incidenza di malattie cardiovascolari. Ancel Keys aveva evidenziato i benefici della dieta del contadino meridionale degli anni ’50 , e su cui si sarebbe basata la piramide alimentare adottata nei paesi anglosassoni.

Quando parliamo di commercio di frutti della terra del Salento leccese, quando ci avventuriamo nel mondo, perché il vero mercato dei frutti della terra del Salento leccese è il mondo, ecco che si sente parlare di Dumping. Come dici? No sai cos’è il Dumping, ti vengono in mente le gemelle Kessler con il loro “Da da umpa!” No, nulla a che vedere con le belle Alice ed Ellen Kessler invece il Dumping è l’abbassamento selvaggio di prezzo dei prodotti della terra del Salento leccese fino ad essere inferiore persino ai costi di produzione, e quindi tu che ti aspettavi di avere un po’ di guadagno dalla vendita dei prodotti di quel pezzetto di Paesaggio rurale che possiedi, ecco che invece ti vedi che di soldi te ne sono rimasti di meno rispetto a quando hai cominciato a spendere per produrre.  Capisci? Se per produrre un chilo di verdura spendi 20 centesimi di euro per fare il Dumpig vendi la verdura a 15 centesimo di Euro e ci perdi 5 centesimo di Euro.
Ma c’è anche il problema degli intermediari che comprano un prodotto agricolo e ad ogni passaggio aggiungono un valore. Vuoi vedere cosa accade per la birra? Si parte dal costo di 100 kg di orzo distico che fanno guadagnare 20€ a te che possiedi un pezzetto di Paesaggio rurale, ma che sale a 600€ quando si vende la bottiglia di birra ad 1€ al litro. Capisci? Il possessore del Paesaggio rurale prende 20 euro per un prodotto che ne varrà 600!

La piramide alimentare

Adesso mi rivolgo a te che acquisti frutta e verdura e tutto quanto produce il Paesaggio rurale per la tua tavola e ti chiedo: quanto sei disposto a dare per avere quella verdura o quella frutta o quella bottiglia di vino o di olio sulla tua tavola? Qui con “quanto sei disposto a dare” voglio significarTi non solo un determinato valore di denaro che metterai fuori dal tuo portafoglio ma anche  il dispendio di tempo e di fatica che comporterà questo e il superamento della barriera emotiva nell’acquistare il prodotto della terra del Salento leccese.
Insomma quando decidi di acquistare quel frutto della terra del Salento leccese “percepisci” indirettamente che valore ha per te quel prodotto,  sia attraverso il Costo ovvero quanto paghi in Euro,  sia la Comodità con la quale raggiungi il punto di vendita e infine la Comunicazione che ti è arrivata ovvero la promozione che è stata fatta a quel prodotto. E tu, amico mio che osservi la linea che si torce per formare le lettere che una affianco all’altra fanno i simboli che diventano suoni nella tua mente, dopo aver fatto questa valutazione fai un’azione potentissima recandoti in quel punto vendita e, dopo aver messo fuori delle banconote mettendo mano al tuo portafoglio, afferri la busta con il frutto della terra del Salento leccese e, tutto contento, te ne ritorni a casa!

Ciò che determina la fortuna di un produttore di frutti della terra del Salento leccese sono i ricavi che derivano dal prezzo di quel frutto, ecco perché il prezzo è l’elemento che deve essere tenuto in particolare evidenza da te che produci i frutti della terra del Salento leccese! Già, il prezzo di quella cicoria o di quella Noce pecan del pezzettino di Paesaggio rurale che possiedi!

Ma come fai tu, che produci le noci pecan oppure che produci le olive o l’uva o la verdura e la frutta a determinare quale debba essere il prezzo di questi frutti della terra?
Per prima cosa devi sapere con la massima precisione quanto ti è costato produrre quel chilo di olive o di uva o di verdura o di noci pecan! E’ fondamentale che tu sappia il costo in maniera precisa!
Voglio scrivere del valore percepito della dieta mediterranea, e lo sto scrivendo per te che nel Salento leccese produci olio d’oliva, pasta, frutta, verdura, vino e ortaggi perché nella quinta sessione del Comitato intergovernativo dell’UNESCO riunita a Nairobi, hanno deciso che quello che la tua terra produce è patrimonio culturale immateriale. C’erano i delegati di 166 paesi a Nairobi che hanno deciso che il tuo prodotto, quello dei 97 Comuni del Salento leccese, fa parte della Dieta Mediterranea che è un patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. Tu che sei uno dei 220mila proprietari del Paesaggio rurale del Salento leccese sei possessore di uno dei tre elementi immateriali considerati “UNICI AL MONDO” e sai quali sono gli altri due? Non lo sai? Bene! Sono contento di poterti essere utile scrivendo le notizie che mi sono andato a cercare per poi fartele leggere, caro affezionato lettore delle mie note sul Salento leccese e detto ciò, oltre a te che produci i frutti della terra del Salento leccese, dieta mediterranea, patrimonio culturale immateriale, ci sono l’opera dei pupi siciliani e il canto a tenore sardo!
Invece a te che prepari i tuoi pranzi e le tue cene ti chiedo quanto sei disposto a dare per mangiare un frutto della terra del Salento leccese che è parte della Dieta Mediterranea patrimonio culturale immateriale.
La domanda chiave che ti faccio è:
Cosa ti fa pensare la “Dieta Mediterranea” fatta con i frutti della terra del Salento leccese?   Ti fa pensare a Qualità? A Cultura? Ad Innovazione? Alla Simpatia? Oppure ti fa pensare ad Altro?

Caro proprietario di un pezzetto di paesaggio rurale, secondo la terminologia americana, il prezzo del tuo frutto della terra del Salento leccese (price) rappresenta una delle famose “4P” della politica di marketing, insieme alle altre tre che sono la qualità del prodotto (product), la sua promozione (promotion) e la distribuzione medesimo (point of sale).

In questa visione la certezza di poter ottenere dal cliente il massimo di quello che egli è disposto a pagare per il tuo frutto della terra del Salento leccese è di importanza capitale, ed è chiaro che la variabile “prezzo” è quella a cui ti devi dedicare con maggiore cura se vuoi che i tuoi guadagni aumentino sempre più nei prossimi anni!

Il prezzo che hai scelto per il tuo frutto della terra del Salento leccese ha un’influenza determinante sugli utili che metterai in tasca e quindi influenzerà anche il valore del pezzetto di Paesaggio rurale che possiedi.

Quello che ti propongo di fare è di far aumentare il valore del tuo frutto della terra del Salento leccese nella percezione del mercato, puntando a mettere in evidenza che il tuo frutto, proprio lui, è  cibo della Dieta Mediterranea patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’UNESCO così da farne crescere il prezzo.

E che cosa si deve fare? Chi lo fa?
Alla domanda “che cosa si deve fare?” La risposta è che c’è da fare il posizionamento sull’immagine (brend) del tuo frutto della terra del Salento leccese.
Alla domanda chi lo fa? Mi aspetto una tua risposta. Ricevi le mie e mail e quindi conosci il mio indirizzo e puoi certamente rispondermi;  se invece mi leggi sul Web 2.0 il mio indirizzo e mail è antonio.bruno2010@libero.it ehi dico a te! Si proprio a te! Aspetto la tua proposta o i tuoi suggerimenti, grazie.

* Dottore Agronomo (Esperto in diagnostica urbana e territoriale titolo Universitario InternationalMaster’s Degree IMD in Diagnostica Urbana e territoriale Urban and Territorial Diagnostics).

Santa Maria di Leuca: fede e storia nei mari dell’infinito

di Giuseppe Massari

Natale, quella festa più importante per la cristianità, quella festa in cui si festeggia la nascita di un bambino particolare. Oltre a festeggiare il nuovo arrivato, perché non ricordare Colei che ha partorito, ha contribuito, con il suo sacro ed immacolato corpo, a mettere al mondo, nella povertà e nella miseria, il Figlio di Dio. Vogliamo parlare e riferirci, con le parole e il pensiero a Maria. Lo facciamo prendendo spunti storici, e in prestito dalla storia, alcune notizie che riguardano l’importante e glorioso Santuario di Leuca.

Santa Maria di Leuca e il suo Santuario continuano a suscitare interesse, non solo in occasione delle festività natalizie, o nei giorni di agosto, in occasione della festa patronale, ma fuori da ogni sospetto festaiolo, da parte dei più grandi circuiti della comunicazione globale. Non è da meno che, ultimamente, la trasmissione Rai, Sereno Variabile, condotta ogni sabato da Osvaldo Bevilacqua, ha dedicato una puntata a questo luogo incantevole dove i destini si incontrano, le fedi si abbracciano, i mari si confondono; dove, dall’alto svetta il Santuario dal quale si sprigionano raggi di luce accompagnati dall’insolito calore che è l’affetto di Maria verso i suoi figli.

Meta indiscussa di tradizione e devozione, tappa obbligata per i sofferenti, per gli ammalati, ultimamente anche per coloro che, fisicamente impediti e impossibilitati, non solo non possono raggiungere quel luogo sacro, ma non possono neanche soddisfare il precetto della messa festiva. Tant’è che, prima Rete 4, poi Rai 1, hanno privilegiato questa chiesa trasmettendo la messa domenicale, o di alcuni giorni festivi. Ma Santa Maria di Leuca è stata toccata, in passato, da altre generose e particolari attenzioni, soprattutto quelle papali. Se la visita di Benedetto XVI, il 14 luglio del 2008, ha avuto la sua giusta eco, non va tralasciata quella particolare cura che altri pontefici hanno avuto e dimostrato quando, con lo sguardo alla padrona di casa hanno consentito le migliori condizioni di culto e devozione verso di Lei, dotando il Santuario di un Penitenziere. E questo è avvenuto il 1726, durante il pontificato di Benedetto XIII, uno dei tre papi pugliesi. I vicari di Cristo, succedutisi  a guidare la Barca di Pietro, hanno contribuito e concorso ad arricchire, questa Porta del Cielo, di indulgenze privilegi a beneficio dei fedeli che correvano ai piedi della Vergine. Vanno ricordati, oltre al già citato Benedetto XIII, papa Giulio I, Innocenzo XI, Pio IX, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, che con Bolla del 19 giugno 1990, concesse il titolo al Santuario di Basilica minore.

Certamente la storia continuerà a ripetersi e a riflettersi nelle azioni di altri pontefici che adorneranno questa Basilica di cure premurose per rendere sempre più gradito l’omaggio a Colei che veglia sui confini del mondo e della Puglia. Dall’ultimo estremo di terra, Maria saluta marinai e viandanti affaticati, in cerca di ristoro spirituale. Saluta, accoglie e protegge le famiglie, l’infanzia abbandonata, maltrattata ed offesa, così come ha salutato e accolto tutti i popoli che, nel corso dei secoli, hanno inciso le loro storie, hanno intrapreso i loro cammini di conquista, hanno attraversato i confini come pellegrini o come turisti, soprattutto Iapigi , Messapi e i figli della Magna Grecia. Leuca potremmo definirla terra di papi e di popoli, ma anche terra di santi e dei grandi della terra, per cultura e per potere. Enea e Re Alfonso di Napoli, ma san Pietro, san Francesco d’Assisi, San Giuseppe Benedetto Labre.

Questa, in sintesi, in pillole, la storia di una terra generosa e generosamente donata da Dio agli uomini, a tutti gli uomini, perché costruissero la sua tenda, la sua casa, l’edificio in cui nessuno potesse scartare la testata d’angolo e in cui ognuno doveva e deve sentirsi a casa propria. Santa Maria di Leuca è il miracolo della storia di fede. E’ il miracolo della natura ancora incontaminata e di una storia ancora da scoprire nei suoi ipogei, nei suoi anfratti, nei suoi meandri nascosti, nella sua cultura archeologica attraversata e costruita da fenici, cretesi, greci, romani e raccontata, come ci suggerisce uno storico del posto, il sacerdote Vincenzo Rosafio nel suo libro: “Il Santuario di Leuca o De Finibus Terrae”, da Erodoto, Strabone, Virgilio e Plinio. Santa Maria di Leuca, allora, si conferma terra non solo di preghiera, ma di studi, di approfondimenti, per portare alla luce del suo sole tutto l’invisibile, tutto ciò che è giusto conoscere e fare apprezzare nel contesto di un cammino culturale, proiettato a diventare universale, perché fonda le sue radici e ha una base di partenza che è la fede.

Fede e cultura, il binomio di una identità da scoprire, correggere, incoraggiare, esaltare nella bellezza e nello splendore di una coscienza ravvivata, ritrovata e non perduta, nonostante l’immensità del mare e l’infinto che si dipana all’orizzonte.

1919. Natale al fronte. Un presepio fatto con foglie secche

I CONTADINI DEL SALENTO E LA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

 

1919: LU BBRISEBBIU TI LI FUGGHIAZZE

 

 

Reduci e ancora più poveri

affidarono

la loro rinascita

a un bambino  povero come loro

 

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Ancora negli anni Sessanta-Settanta – e pure Ottanta [1] – mi è capitato più volte di ascoltare i vecchi reduci della guerra 15-18 quando, nell’elencare le loro esperienze negative legate a quel periodo, non perdevano l’occasione di sottolineare  l’essere stati costretti a viaggiare in treno come “cozze nute ncafurchiàte intra ’a lla scorsa ti lu tiàulu” (“molluschi tolti dal proprio guscio e stipati nella valva del diavolo”). Avventura che in termini di logica, sebbene vissuta nel disagio delle famigerate tradotte, sarebbe dovuta suonare come trattamento gratificante per i contadini, una volta tanto affrancati dall’avvilente ruolo di poveri appiedati, ma che al contrario veniva da loro  lamentata come espoliazione della dignità umana. Un affronto, per di più non riconducibile nell’alveo di un generico negativo rappresentato dall’evento bellico, in quanto spesso e volentieri contrapposto a quelle che, pur nella sofferenza e nel pericolo, erano state esperienze positive: aver visto per la prima volta le montagne, essere riusciti ad arrampicarsi sul Carso, aver conosciuto il Piave attraversandolo a dorso dei muli “ca si la nnàtanu mégghiu ti li pisci” (“che sapevano nuotare meglio dei pesci”) e, estremamente importante, l’aver appreso l’esistenza di erbe, alberi, e frutti ben diversi da quelli che crescevano sui loro terreni.

Acquisizioni quest’ultime che, venendo a solleticarli nei loro interessi categoriali, avevano in un certo qual modo contribuito a mitigare la pena della lontananza, agendo da provvidenziale cordone ombelicale e

Parentele etimologiche? lo dimostra l’amico prof.

Un verbo e un sostantivo pericolosi, soprattutto a Natale… ovvero strangugghiàre e strangùria: sospetto confermato, sono parenti!

 

di Armando Polito

Ogni indagine etimologica è piena di insidie di ogni tipo, ma una su tutte ha gli effetti più devastanti: non tanto il restare affezionato per qualche tempo ad un’ipotesi di lavoro (è umano…), ma continuare ad esserlo testardamente anche quando le pezze giustificative appaiono più che discutibili (…non è scientifico…).

Quando capitano due parole molto simili fra loro nella sequenza fonetica è naturale sospettare che tra loro ci siano rapporti di parentela più o meno stretti, provarlo non sempre è agevole.

È il caso delle due voci in oggetto, la prima appartenente al dialetto neretino, la seconda alla lingua nazionale. Strangugghiàre è usato (solo in forma riflessiva) a Nardò nel significato di avere difficoltà di respiro per un accesso di tosse o per un boccone andato di traverso. Strangùria (o strangurìa) è voce medica che indica un disturbo della minzione caratterizzato da emissione difficoltosa e dolorosa di urina, dovuto a

Le noci pecan di Cutrofiano


di Antonio Bruno

 

L’Azienda Agricola “Sirgole”, a Cutrofiano del Salento leccese, produce le noci pecan. In questa nota le ragioni dell’opportunità e convenienza di coltivare quest’albero nel territorio del Salento leccese.

 
Domenica 19 dicembre 2010 ho avuto la conferma che non puoi “dire di vivere” se non vai in campagna. Per la verità tutto ha avuto inizio con la gara in piscina a San Cesario di Lecce di mia figlia Sara Maria Agnese che l’ha vista vincitrice, mi ha detto che era calma, che ha nuotato in modo naturale, sciolta e serena. C’era il mio vecchio amico e collega Vincenzo Castellano, un destino legato al mio, preparavamo l’esame di Fisica generale e trovammo due amiche che sono divenute le nostre mogli e che ci hanno dato, lo stesso anno, figlie femmine che sono divenute amiche tra loro.
Io e Vincenzo, in quelli che tutti hanno definito “gli anni di piombo”, eravamo iscritti entrambi alla Facoltà di Agraria di Bari e abbiamo abitato la stessa stanza della Casa dello studente del Campus: la “Benedetto Petroni”.
Mi hanno costretto a convivere con Bianca, un barboncino toy femmina, e mi è venuto in mente ciò che mi dice, facendo riferimento ai cani, un altro amico: Rory Muratore. Lui mi ha portato a prendere Bianca, è uno dei responsabili della mia convivenza,  e mi dice che devo portarla in campagna, lasciarla libera.  Oggi alla vista di quella terra incolta, la pseudosteppa che circonda la Piscina di San Cesario di Lecce, mi sono venute in mente le parole di Rory e ho chiesto a Vincenzo se potevo andare nella sua Azienda, che è recintata, per lasciare finalmente libera Bianca.
Ed è li, in quella terra di San Cesario di Lecce, che Vincenzo mi ha mostrato due alberi che dovrà mettere a dimora tra qualche giorno, due alberi di Noce pecan.
La Classificazione scientifica dell’albero di pecan è la seguente Regno: Plantae; Divisione: Magnoliophyta; Classe: Magnoliopsida; Ordine: Juglandales; Famiglia: Juglandaceae; Genere: Carya; Nomenclatura binomiale Carya illinoensis (Wangenh.) K.Koch, 1869
coltivato principalmente nell’America del nord per la raccolta dei suoi frutti, le noci pecan.
Queste piante, molto simili al noce comune, erano presenti in Europa, anche se in forma diversa, nel periodo villafranchiano (pliocenico inferiore), in epoca cioè con clima temperato umido simile a quello ove oggi sono coltivate. Pollini appartenenti al genere “Carya”, cui la noce pecan appartiene, sono infatti normalmente presenti nei giacimenti fossili italiani.

C’è un uomo saggio a cui chiedo sempre consiglio, è l’Avv. Vincenzo Provenzano di Ugento del Salento leccese; misura ogni parola, e quando parliamo di territorio, di alberi, di frutti della terra, mi guarda e poi con un sorriso mi dice che c’è necessità di trovare un’alternativa per diversificare la produzione. Il Consorzio di Bonifica “Ugento e Li Foggi” per favorire i suoi 200mila associati,  per sostenere le piccole aziende agroalimentari locali e creare un ambiente favorevole per la costituzione di nuove imprese, secondo l’Avv. Vincenzo Provenzano,  può cercare di individuare nuove colture che consentano di avere un reddito soddisfacente e che siano destinate ad un mercato in espansione. Insomma il Consorzio funge da “forum” dello sviluppo locale. Questa attività di tipo informale, è rivolta essenzialmente ai 200mila piccoli proprietari del Paesaggio rurale del Salento leccese che hanno intenzione di proporre prodotti alimentari specifici, alle imprese in fase di costituzione e agli agricoltori che intendono diversificare la propria produzione.
Ho fatto una ricerca ed ho scoperto che l’Azienda Agricola “Sirgole”, a Cutrofiano del Salento leccese, produce le noci pecan, che secondo l’azienda sono ancora poco conosciute in Italia nonostante i loro effetti positivi sul colesterolo, la circolazione sanguigna, le malattie coronariche, grazie all’alto contenuto di grassi monoinsaturi.

da http://www.tropicamente.it

Le varietà di noci pecan coltivate a Cutrofiano sono la Kiowa, la Wichita  e la Shoshoni tutte con i nomi epici degli antichi pellerossa.
Sempre la stessa azienda pensa che molto probabilmente Cutrofiano del Salento leccese, sia l’unico territorio in Italia in cui si producono le noci pecan.

Ma quanto producono questi alberi? Lo so che ve lo state chiedendo, ed io, che sapete che lo so, ecco che ve lo scrivo.

Piante di 10-25 anni possono fornire 50-100 kg di frutti con guscio. Oltre il ventesimo anno rese di 100-200 kg a pianta sono normali. Le rese medie in un pecaneto adulto degli Stati Uniti con le cultivar antiche e a densità classica (122 piante per ettaro una densità che è un po’ di più della foresta degli ulivi del Salento leccese) sono dell’ordine di 1,5 – 2,0 tonnellate ad ettaro. Con le nuove cultivar texane e spaziature strette si possono ottenere quantitativi doppi.

L’ Azienda Agricola “Sirgole”, a Cutrofiano del Salento leccese, vende le noci pecan in confezioni da 5 chili al prezzo di 58 Euro. Non ci credete? E’ tutto sul Web 2.0 basta che mettiate in una stringa del motore di ricerca che usate le parole Azienda Agricola “Sirgole”. L’avete fatto? Bene! Allora stai già facendoti un po’ di conti per vedere se vale la pena prendere quelle piante per farle vivere in quel tuo terreno che una volta era uno dei 60mila ettari di alberello pugliese oppure uno degli oltre 5mila ettari di tabacco che si coltivavano nel Salento leccese sino al 1996.
Già! Vale la pena?

Facciamo un conticino piccolo, piccolo? Aspè che chiamo mia figlia Sara, gli sto chiedendo quanti chili sono una tonnellata e mi ha risposto che 1 tonnellata = 1000 chilogrammi. Allora facendo l’ipotesi che i 122 alberi di pecan producano solo 20 chili di noci a pianta avremo in un ettaro circa 2mila e cinquecento chili con una produzione lorda vendibile di quasi 30mila euro per ettaro. Gli altri conti te li puoi fare tu! Aspè! Non adesso! Almeno finisci di leggere la mia nota e poi mettiti a sognare!

Intanto sappiamo con certezza che a Cutrofiano il pecan (Carya illinoensis) produce alla grande e che c’è l’ Azienda Agricola “Sirgole” che lo commercializza sul Web 2.0 a prezzi di tutto rispetto.
Se c’è qualche interessato posso certamente chiedere un contatto all’azienda che peraltro legge questa nota che ho mandato al suo indirizzo e mail, rivolgo l’invito soprattutto alle Associazioni di categoria della Provincia di Lecce. Inoltre se c’è qualcuno degli scienziati dottori agronomi e biologi dell’Università che ha interesse ad approfondire gli aspetti scientifici della coltivazione di questo albero nel Salento leccese ecco che la funzione del Consorzio quale  “forum” dello sviluppo locale, cara all’Avv. Vincenzo Provenzano, diviene fatto compiuto.
Che aspettate a scrivermi?

Bibliografia
Azienda Agricola “Sirgole”    http://www.nocipecan.it/

L’albero della manna ricompare dopo 800 anni

 
 
di Francesco Tarantino
Da oltre 10 anni cercavo questa pianta chiamata “albero della manna” nel territorio di Supersano.
Di fatto era nota la presenza fin dal ‘700 del Frassino meridionale (Fraxinus Oxycarpa) nel Bosco Belvedere di Supersano, pianta spontanea citata da alcune fonti sia a Supersano che nei canaloni dei Laghi Alimini; questa pianta ama i luoghi umidi e freschi, ma anche il caldo estivo. Tutto corrisponde all’habitat di Supersano, ma fin qui  nulla di nuovo sia da un punto di vista storico che archeobotanico.
In realtà vi è un altro albero di Frassino nel Meridione d’Italia: è il Frassino orniello (Fraxinus ornus), detto “albero della manna” coltivato e non spontaneo fin dal Medioevo (XII-XIV secolo) grazie ai monaci bizantini. Era coltivato perchè produceva dalla linfa una sostanza dolce e medicamentosa chiamata “manna”. E’ nota la sua presenza e coltivazione in Calabria, in Sicilia ed in Puglia in provincia di Bari e sul Gargano. Nulla sulla presenza e

Quell’antico suonatore di organo

 

Piccola caletta lungo la costa di Marittima (ph Rocco Boccadamo)

di Rocco Boccadamo

In silenzio, con discrezione, se n’è recentemente andato un tassello, uno spicchio d’anima dell’agorà natia e giovanile di chi scrive.

E’ successo come se fosse caduta un’arancia, delle tante che, appese con peduncoli e foglie, adornavano, illuminavano e rallegravano giovani alberi d’ulivo o di leccio o di pino, che, cinquanta/sessanta anni addietro, in luogo dei più classici e tradizionali abeti del tutto mancanti alle latitudini salentine, fungevano da alberi di Natale.

Giuseppe Nuzzo, classe 1916, dunque tempi lontanissimi, di famiglia abbastanza numerosa (5 figli), ad appena un anno, rimase vittima, sulla sua pelle di neonato, è proprio il caso di sottolinearlo, di una personale e pesante Caporetto: in un attimo di lontananza della madre, costretta da altre urgenti faccende domestiche, andò a ruzzolare dal seggiolone in un braciere di fuoco, rovinandosi gran parte del viso e pregiudicando gravemente l’efficienza di un occhio.

Tale fatto, ancorché, pian piano, clinicamente superato mercé i mezzi d’allora, lasciò, purtroppo, il segno, anche con riferimento al futuro e, se si vuole, al destino del piccolo infortunato.

Uno dei suoi fratelli proseguì gli studi, divenne maestro elementare, si impegnò ed emerse in politica, espletò, lungo molti anni, oltre a quella di educatore, la funzione, delicata e difficile, di Sindaco del Comune di appartenenza e si distinse anche a livello provinciale.

Giuseppe, invece, dopo la scuola dell’obbligo (all’epoca, le elementari) e in concomitanza con la prematura scomparsa del padre, fu avviato ad un mestiere, apprendendo l’arte del falegname. Di quei tempi, nelle botteghe artigiane, si costruivano infissi interni ed esterni, nonché mobili d’arredamento (di rado, si andava a comprarli, già pronti, in città), considerati, così fatti, più solidi e resistenti.

Trovandosi con le mani in pasta, Giuseppe, nei ritagli liberi dagli impegni con i committenti, prese a fabbricarsi i mobili per sé, per quando avrebbe messo su famiglia: nonostante che l’autore di queste note non li abbia mai visti, era risaputo che fossero integralmente di legno d’ulivo massiccio.

Santuario M .SS. di Costantinoli (ex convento) di Marittima (ph R. Boccadamo)

In parallelo, prese, da autodidatta, a strimpellare accordi musicali, sino a riuscire a conquistare la fiducia del vecchio arciprete e a divenire organista, sia nella chiesa matrice, sia al Convento. Esistevano, in detti sacri siti, due modesti strumenti, alla buona, con i fiati alimentati dall’aria prodotta mediante il su e giù dei “mantici”, piccole stanghe laterali che qualcuno, seduto appositamente lì vicino, doveva armeggiare e azionare.

Per un lungo periodo, come raccontato mirabilmente in un suo brano dal noto scrittore e compaesano Giuseppe Minonne, ci fu addirittura un addetto stabile ai mantici,  un anziano del posto di nome Gesufatto, mentre, successivamente, ai mantici, furono chiamati, di volta in volta, gruppi di ragazzini di buona volontà, fra cui lo scrivente. Da notare che il loro comportamento, talora, non era proprio ammirevole: succedeva, infatti, che, al fine di godersi l’impasse e la reazione dell’organista, gli addetti precari in erba abbandonavano improvvisamente armi e bagagli, con il conseguente, inevitabile black out dello strumento.

Nell’angusto vano dove era allocato l’organo, soppalco in muratura verso il soffitto della chiesa parrocchiale, a cui si accedeva attraverso una  striminzita scala di pietra a spirale realizzata a fianco dello stipo contenente la statua di S. Vitale “piccinnu”, in certe occasioni giungevano ad assieparsi alcune decine di ragazzi e giovani d’entrambi i sessi, vuoi in quanto cantori, vuoi da semplici spettatori che, per la verità, nel corso delle liturgie, indulgevano a badare a faccende non propriamente sacre.

Dall’area soppalcata dell’organo, partiva una seconda scaletta, ancora più striminzita della prima, per accedere alla terrazza della chiesa, passando dal localino in cui erano sistemate le apparecchiature dell’orologio pubblico: e, lì, i soliti monelli, quante volte a manomettere gli strumenti, a spostare con criteri inconsulti le lancette segna ore, lasciando suonare rintocchi a caso e inverosimili e, infine, a soddisfare impellenti piccoli bisogni, con l’auto giustificazione e assoluzione che “tanto, in questo posto, la pipì diventa acqua santa”.

Casa natia di Maestro Pippi a Marittima

La voce di Maestro Pippi (accezione dialettale e familiare di Giuseppe) non era da usignolo o da tenore, nondimeno egli, preso dal  ruolo d’organista, arrivava in qualche caso a correggere il diapason e il tono di noi ragazzi intenti a cantare la Messa degli Angeli.

Gli anni si susseguivano, Maestro Pippi viveva di bottega, casa e chiesa, muovendosi lesto, con addosso il suo bravo grembiulone da lavoro, su una bicicletta vecchia, ma efficiente. Intanto, al paese, un altro giovane aveva imparato il mestiere di falegname e aperto una sua bottega e, guarda caso, si chiamava anch’egli Giuseppe Nuzzo, cosicché, per distinguere i due soggetti, divenne regola riferirsi al nostro falegname/organista con l’appellativo di “Maestro Pippi ‘u casciaru”, con un’accezione integrativa che non rappresentava un banale soprannome, bensì il richiamo al paese di provenienza della di lui madre Luigia Ciullo, originaria, per l’appunto, di Castro.

Sovviene, ancora nitida, alla mente la figura di detta donna, vestita permanentemente di nero, giacché, oltre al marito, aveva perduto, in guerra, un figlio, lunghi capelli crespi, la quale si vedeva, di tanto in tanto, girare a piedi, magari per recarsi a casa della figlia, sempre sola e silenziosa.

Da parte sua, Maestro Pippi, malgrado la mobilia fosse da un pezzo pronta, restava scapolo. Fino a quando, intorno al 1960, quindi ultraquarantenne, non “si dichiarò” ad una bravissima giovane compaesana, Gina, figlia del vecchio portalettere del paese, Maestro Miliu, e della gentile e dolce Valeria.

In breve, la coppia si sposò ed ebbe due figli, prima una femminuccia e poi un maschietto, Diana e Albino.

Gina, in quel periodo, dopo che, al padre postino, era succeduta nelle funzioni la madre Valeria, prese a seguitare, a sua volta, il lavoro di quest’ultima e, ancora, aprì, in un minuscolo locale, il primo posto telefonico pubblico del paese.

Panorama costa da Marittima in direzione Andrano, Tricase e S.Maria di Leuca (ph R. Boccadamo)

Nel momento in cui,  di mobili d’arredamento,  finirono con  ordinarsene e fabbricarsene sempre di meno, Maestro Pippi, al quale, invero, bisogna riconoscerlo, non mancò mai un certo spirito imprenditoriale,  decise di abbandonare la vecchia bottega e l’attigua abitazione, già dei genitori,  e di spostarsi subito dopo la piazza, in un caseggiato acquistato da terzi, trasferendovi il centralino del telefono e, soprattutto, aprendo un nuovo negozio di ferramenta: oltre a vendere, egli non mancava, però, di proseguire nell’espletamento di piccoli lavori artigianali di vario genere.

Ogni fine anno, prese a farsi stampare, i primi calendari promozionali per i clienti e, da subito, generò un certo effetto leggervi in alto, a caratteri cubitali, la scritta “FERRAMENTA GIUSEPPE NUZZO, ORGANISTA”, segno inconfutabile che, sebbene, per via degli impegni di lavoro e di famiglia, le sedute davanti alla tastiera e ai pedali dell’organo andassero progressivamente rarefacendosi, il vecchio amore dell’uomo per lo strumento a canne permaneva sempre intatto.

La buona e brava consorte Gina, purtroppo, gli mancò ancora relativamente giovane e, subito dopo tale evento, la figlia Diana, da parte sua, si recò a cercar lavoro al Nord, dove è poi rimasta, sposandosi e inserendosi stabilmente.

Al paesello restarono, quindi, Maestro Pippi e il secondogenito Albino, il quale, pian piano ma sempre più incisivamente, prese in mano il negozio di ferramenta.

Pur tuttavia, malgrado gli acciacchi di vario genere e la perdita completa della vista, Maestro Pippi pretese, ogni giorno, che fosse accompagnato nella bottega, restandosene  a lungo seduto dietro l’uscio, seguendo, senza vedere, il flusso dei clienti e le contrattazioni e non esitando, talora, a intervenire con osservazioni e suggerimenti da vecchio del mestiere.

Panorama costa da Marittima verso Castro (ph R. Boccadamo)

Lo scrivente era colpito dal particolare che, ogni qualvolta aveva occasione di accedere alla ferramenta, succedeva immancabilmente che Maestro Pippi lo riconoscesse dalla voce e chiedesse conferma, scontata, al figlio, che si trattava del “ragioniere”, evidentemente memore del primo titolo di studio di quell’avventore (del resto, nel 1960, al paese, di ragionieri, c’era il sottoscritto e solamente un’altra persona).

Avanzando cospicuamente l’età, il menage domestico padre/figlio, ha finito  col divenire vieppiù precario, quantunque lo spirito, la forza di sopravvivenza, a Maestro Pippi non siano mai venuti interamente meno.

Dall’inizio del 2010, la situazione si è, in certo qual modo, deteriorata del tutto  e, perciò, si è reso necessario il ricovero dell’anziano nella Casa di riposo “S. Giuseppe” (come Giuseppe, come Pippi) di Castro.

Il nostro amico personaggio ha così avuto agio di completare il suo lungo cammino tra cure specifiche e assistenza specialistica: in più, talvolta, sarà sicuramente stato allietato dai riecheggi sonori di vecchie pellicole date, decenni prima, in un’attigua arena cinematografica estiva, poi chiusa, e dalla voce del bellissimo mare, appena sottostante alla casa di riposo.

Lo scorso 22  novembre, festa di S. Cecilia patrona dei musicisti, Maestro Pippi, non più in sella all’antico e sgangherato velocipede, ma sospinto dalle possenti e inarrestabili ali del decorso finale, è asceso oltre le nuvole.

E’ da ritenere che, lassù, il suo viso sia ritornato liscio e disteso come nella tenerissima età e che la sua vista si sia rinnovata viva per continuare a dare un’occhiata ai figli e nipoti, nonché al paesello di nascita, in cui, di certo, non ha vissuto inosservato.

Buon proseguimento, Giuseppe Nuzzo, organista, compagno di primavere lontane, che, nella semplicità e nella contentezza rispetto al poco a disposizione, erano intrise di ricchezze interiori, di animi pulsanti.

Piccoli, barocchi e saporiti… gli struffoli

di Pino de Luca

Fra le pene accessorie che l’Italia ha dovuto scontare per aver provocato quella immane tragedia che fu la seconda guerra mondiale una riguardò il cinema. Obbligati per mezzo secolo ad avere nelle sale il 90% di pellicole americane.

Intere generazioni cresciute a western, film di guerra e commedie dai telefoni bianchi: pura colonizzazione culturale. Scontata la pena, anche se la cultura di questi tempi non è alla testa del pensiero di chi comanda, qualcosa si muove. Un libro e un film: “Terroni” e “Noi credevamo” provano ad uscire dalla retorica risorgimentale e a raccontare alcuni pezzi di una guerra di conquista per quello che è stata: ogni guerra che si rispetti ha sempre dichiarazioni di cause nobilissime e obiettivi veri assai meno narrabili. Ieri come oggi e come domani. E i vincitori hanno sempre bisogno di scrivere la loro storia spingendo al massimo la colonizzazione culturale. Devono trascorrere anni, forse secoli, per ritrovar traccia di una qualche ragione dei vinti.

Oggi, venerdi 17, giorno che la càbala reputa reietto, sfido la sorte: cucina meridionale, di scuola napoletana preunitaria, per sorprendere ospiti di italica stirpe che transitano per ospitali case durante le feste natalizie e combattere il colonialismo culturale anche sulle tavole.

La seconda edizione (1839) del libro: Cucina Teorico-pratica del Duca di Buonvicino precede di pochi decenni la manovra Sabaudo-Garibaldina che abbatterà il Regno di Napoli.

Preciso e meticoloso, Ippolito Cavalcanti, discendente del più famoso Guido, si giunge a raccontar per calendario cosa preparare giorno per giorno. E, secondo il Duca, la vigilia di Natale non possono mancare gli Struffoli.

Gli struffoli sono il dolce più meridionale che esiste. Sono piccoli, barocchi e saporiti e per farli e per gustarli ci vuole gusto, tempo e pazienza. Qualcuno li fa provenire dalla Grecia altri dalla Turchia. I Romani già usavano mangiar pasta fritta condita … Di certo la linea che parte dallo struffolo del Tirreno e

Sappiàtelo, la dieta mediterranea aiuta la psiche!

La dieta mediterranea aiuta la psiche

 

Un nuovo studio, pubblicato su Archives of General Psychiatry, dimostra in maniera chiara che seguire regolarmente una dieta mediterranea ricca di vegetali, frutta, cereali, legumi e pesce riduce il rischio di ammalarsi di depressione
Non solo il sole ma anche il cibo a disposizione delle persone che vivono in Paesi mediterranei potrebbe favorire condizioni mentali migliori rispetto a coloro che risiedono nel Nord Europa. Un nuovo studio, pubblicato su Archives of General Psychiatry, dimostra, infatti, in maniera chiara che seguire regolarmente una dieta mediterranea ricca di vegetali, frutta, cereali, legumi e pesce riduce il rischio di ammalarsi di depressione.

In particolare, l’indagine ha considerato 10mila studenti universitari spagnoli che al momento del reclutamento non mostravano alcun disturbo dell’umore e non assumevano farmaci antidepressivi. I partecipanti sono, quindi, stati suddivisi in due gruppi e sottoposti a un regime dietetico mediterraneo oppure caratterizzato dal consumo prevalente di carne e prodotti lattiero caseari. Dopo circa 4 anni di follow-up, attraverso specifici questionari, negli individui che consumavano principalmente e con frequenza giornaliera frutta, verdura, legumi e pesce è stata osservata una diminuzione di circa il 30% del rischio di depressione rispetto a coloro che si alimentavano costantemente con proteine e grassi animali. Gli autori sottolineano, inoltre, che l’associazione inversa tra dieta mediterranea e depressione continua a sussistere anche dopo le opportune correzione per altri stili di vita. “L’interpretazione dei nostri dati ci spinge ad affermare che abitudini alimentari sane possono favorire migliori funzioni cerebrali e, conseguentemente, consentire di far fronte in maniera molto più efficace alle frustrazioni giornaliere, allo stress e alle insoddisfazioni personali” ha dichiarato Almudena Sánchez-Villegas dell’Università di Navarra a Pamplona in Spagna.

Archives of General Psychiatry 2009, 66, 1090-1098

(da Nutrizione33)

Antico esempio di aridocoltura nei pressi della chiesetta bizantina di San Mauro

L’Enigma di San Mauro! Forse un antico esempio di aridocoltura nei pressi della chiesetta bizantina di San Mauro in Gallipoli

di Oreste Caroppo
Serra dell'Alto in località San Mauro, la chiesa di San Mauro in alto, sul rilievo collinare. Il vallone alto, costellato di cumuli di pietre a secco, è quello che si intravede al centro in fondo, tra la chiesetta a destra, e l’albero alloctono di eucalipto sulla sinistra, alla stessa quota o poco più in basso della chiesetta. La foto è di Oreste Caroppo ed è stata scattata il 13 agosto del 2007, verso le ore 15

 

Nei pressi dell’antica chiesetta bizantina di San Mauro sulla Serra dell’Altolido, non lontano da Gallipoli, lungo la litoranea Gallipoli-Santa Maria al Bagno, a circa 70m di altezza sul livello del mare, ed in territorio del Comune di Sannicola, si osserva, sul costone roccioso della chiesetta che degrada verso il mare, poche decine o centinaia di metri, grossomodo a Nord, di questa, e più o meno alla stessa quota, una singolare distesa rocciosa, quasi in una sorta di largo alto vallone sempre nel versante del costone roccioso che guarda e degrada verso il mare, il Golfo di Taranto, (mare poco distante e che domina tutto il bel panorama che lì si gode).
In questo enigmatico campo, a pochi metri l’uno dall’altro, si elevano cumuli di spietramento a centinaia; alcuni cumuliformi, altri a forma di muraglioni

Vittorio Bodini: un’edizione per il quarantennale della scomparsa

 

di Luciano Pagano – musicaos.it

Le spoglie di Vittorio Bodini saranno trasferite nella città di Lecce grazie a una delibera della giunta comunale risalente allo scorso novembre. Il 19 dicembre 2010 ricorrerà il quarantesimo anniversario della morte del poeta. Salentino di nascita e spagnolo d’adozione, Vittorio Bodini figura tra i maggiori poeti del secolo scorso. Conosciuto a livello nazionale per il suo lavoro sulla letteratura spagnola (insegnamento di cui nel 1950 ricoprì la cattedra presso l’Università di Bari), apprezzato soprattutto come poeta. La sua traduzione del Don Chisciotte di Cervantes edita nel 1957 dall’editore Einaudi nella prestigiosa collana dei Millenni (poi ripresa negli Struzzi e infine nella collana dei Tascabili) ebbe diciotto edizioni. È grazie a questa traduzione, che restituisce la limpidezza dell’originale spagnolo e a quelle del teatro di Lorca o delle poesie di Rafael Alberti che Vittorio Bodini si impose sul panorama editoriale nazionale. Fino agli anni ottanta, tuttavia, i suoi versi non ebbero lo stesso tipo di riconoscimento.

Da qualche anno il prof. Antonio Lucio Giannone, docente di Letteratura

Breve rassegna delle opere e autori esposti nella mostra leccese "Echi caravaggeschi in Puglia"

di Nicola Fasano

La mostra inaugurata il 6 dicembre, si inserisce nel contesto delle numerose celebrazioni per il 400° anniversario della morte di Michelangelo Merisi.

La Puglia non ha voluto essere da meno e Lecce in particolare, che aveva già ospitato una mini-esposizione sull’enigma dei due San Francesco, si rivela città sensibile ed attenta alle iniziative culturali.

Quando parliamo di “Echi caravaggeschi in Puglia”, dobbiamo ripercorrere brevemente le tappe del “secolo d’oro” della pittura napoletana che corrisponde al “600”: Napoli aveva visto all’opera un Caravaggio fuggiasco che in due distinti periodi, nel 1606 e nel 1609, rivoluzionò la pittura del regno vicereale ancorata al tardo-manierismo di tipo devozionale del Borghese, del Curia, del Pino etc.

Nel 1606, il pittore lombardo con le “Sette Opere di Misericordia” in Pio Monte della Misericordia getterà i semi per quella che sarà considerata la scuola napoletana. L’opera pagata la sbalorditiva somma di 400 ducati[1], fornirà un modello di riferimento sulla quale si eserciteranno artisti del primo naturalismo napoletano quali Battistello, Vitale, Sellitto e Finoglio.

La dirompente forza del Merisi, continuerà indisturbata a Napoli fino al 1640, quando in altri centri quali Roma si era ormai sopita[2].

In Puglia la presenza caravaggesca maturerà con i suoi seguaci, attraverso le opere commissionate in prevalenza da un’aggiornata aristocrazia feudale, dagli alti prelati che avevano contatti con la capitale  partenopea e dagli ordini religiosi. Proprio due esponenti dell’aristocrazia quali il marchese di Polignano Radolovich (Radulovich) ricco commerciante e il marchese di Taviano, Tommaso De Franchis commissionarono al Merisi due importanti opere: “la Madonna del Rosario” di Vienna e la “Flagellazione di Cristo” di Capodimonte (già in S. Domenico a Napoli).

Tralasciando la seconda opera, la prima, proprio in occasione di questa mostra, è stata riconosciuta nella Madonna del Rosario conservata al

L’albero della manna a Supersano

frassino meridionale (ph Francesco Tarantino)

Studenti del «Capece» trovano il mitico  albero della manna

di Angela Leucci

Gli studenti del liceo “Francesca Capece” scoprono l’albero della manna. È accaduto nel corso di un laboratorio di biologia, che ha coinvolto due corsi dello Scientifico Brocca, per un totale di 60 studenti, guidati dal docente Francesco Tarantino, quando nelle campagne intorno a Supersano si è verificata la scoperta scientifica, ma anche storica.

“Da oltre dieci anni – spiega il docente, che è anche agronomo – cercavo questa pianta, chiamata albero della manna. Era nota la presenza fin dal ‘700 del frassino meridionale nel Bosco Belvedere”.

ph Francesco Tarantino

Si tratta una pianta spontanea citata da alcune fonti, che ama i luoghi umidi e freschi, oltre che il caldo estivo: tra i luoghi privilegiati secondo le fonti, Supersano e i laghi Alimini. “In realtà – continua Tarantino – vi è un altro

Kurumuny/ Prezzario della rinomata casa del piacere

Venerdì 17 dicembre h. 18.30

Salento Showroom – via Regina Isabella 22, Lecce
(angolo chiesa di Sant’Irene)

 

Prezzario
della rinomata casa del piacere

 
Ci sono donne di messa cantata,

I Martiri di Otranto e il 1480 (V parte)

I Martiri di Otranto e il 1480

Per una rilettura delle vicende storiche tra ipotesi, protagonisti e complessità processuali

 

di Mauro Bortone

L’assalto di Otranto nei giochi diplomatici italiani

Da qui il sospetto che, per capire l’assalto a Otranto, non si debba guardare ai piani del sultano, ma alle tensioni e ai giochi diplomatici delle corti d’Italia: la volontà egemonica del re d Napoli sulla penisola ed il conflitto veneziano-aragonese per il dominio sull’Adriatico sono, forse, la vera chiave di tutto, con l’elemento scatenante, che è appunto la congiura dei Pazzi a Firenze.

Procediamo con ordine. Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, appoggiava con decisione la politica antifiorentina dei senesi e dei fuorusciti antimedicei; papa Sisto IV aveva concepito il disegno di appoggiarsi agli avversari del Magnifico, ancor presenti nell’aristocrazia fiorentina, per scalzare il potere dei Medici, trovando nella città toscana una signoria per il nipote Gerolamo Riario. E sebbene la congiura dei Pazzi fosse fallita, il Papa – cogliendo l’occasione dal fatto che, nella repressione di essa, erano stati giustiziati anche alcuni membri del clero- scomunicò il Magnifico, gettò l’interdetto su Firenze e suscitò contro di essa una lega con il re di Napoli, la repubblica di Siena e Federico da Montefeltro, che fu nominato comandante delle truppe alleate.

Firenze aveva dalla sua Venezia e Milano, le due antiche avversarie, riavvicinatesi tra loro per fronteggiare il pericoloso espansionismo napoletano. Ma i milanesi erano troppo occupati in questioni di politica interna e i veneziani ancora impegnati nella guerra contro i turchi. Il re di Francia, tradizionale sostenitore di casa Medici, fece sapere al Papa che dal suo paese non sarebbe più partito un soldo alla volta della Camera apostolica, finché il Pontefice si fosse ostinato a far guerra ai cristiani anziché ai turchi: un ottimo alibi per risparmiar danaro con la scusa della crociata e dell’unità tra i fedeli. Lorenzo, rimasto praticamente solo ed accusato intanto dal Papa di ostacolare con la sua superbia un’azione unitaria dei cristiani contro i turchi (ancora il pretesto della crociata…), non poteva fidarsi neppure del comandante delle sue poche milizie, il duca di Ferrara Ercole d’Este, ch’era genero di Ferdinando di Napoli.

La guerra in Toscana andava male e Venezia, pur avendo fatto pace con i turchi fin dal gennaio 1479, non voleva entrare apertamente nello scontro. Il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, non faceva intendere da che parte volesse schierarsi. E’ concorde visione degli storici che in tale frangente Lorenzo abbia genialmente rotto l’accerchiamento, che ormai rischiava di sopraffarlo, ricorrendo ai mezzi diplomatici e mostrando a Ferdinando I di non aver alcun interesse a legarsi troppo alla politica

Yara Gambirasio, il Nord, il Sud e la vergogna del signor Paulus Lombardus

Lettera aperta al signor Paulus Lombardus di Brembate di Sopra (BG)  il quale ha pubblicato il seguente testo, qui fedelmente riportato, nel suo blog:

“…Una ragazzina di 13 anni, Yara (ma che razza di nome è?) Gambirasio, in data 26/11/’10 è scomparsa verso le 19 mentre stava rincasando a piedi da sola.

Tornava dal palazzetto dello sport posto lungo la principale arteria del paese, via Locatelli, dopo un allenamento di ginnastica ritmica, ma a casa sua, in via Rampinelli a 700 metri dal palazzetto, non è più rientrata.

Da una settimana ormai durano le ricerche effettuate da un ampio dispiegamento di uomini tra carabinieri, polizia locale, vigili del fuoco, protezione civile, soccorso alpino, unità cinofile e volontari, ma senza alcun risultato concreto.

S’è ipotizzato che la ragazzina sia stata rapita da un maniaco, condotta nei campi tra Brembate e Mapello, lungo il torrente Lesina, e forse portata in un cantiere nel comune di Mapello, ov’era ubicato l’ex stabilimento Sobea.

Le ricerche sono state estese ai comuni limitrofi, al fiume Brembo, alle cave della zona, sino a Dalmine e Ponteranica, ma tutto è stato finora vano.

Vi dirò la mia.

Non conosco la famiglia di Yara, ma ho saputo che sua madre non è lombarda, bensì italiana etnica del Salento (vicinissima ad Avetrana dunque).

I suoi genitori sono di Tricase, spediti verso la fine degli anni ’50 a Bergamo per occupare posti pubblici. La solita solfa statale centralista insomma.

Il Gambirasio, invece di darsi all’endogamia ha preferito l’esterofilia, sposando una loro figlia, Maura, e dando la vita a 4 “meticci”; Yara è la secondogenita.

Da qui si capisce il tasso di natalità sopra la media bergamasca, la fede cristiana della famiglia nonostante il 2010, i nomi ridicoli dati ai figli (Keba, Yara, Gioele, Nathan), i tratti somatici poco orobici della vittima, ed una certa affinità col caso Scazzi.

Nelle vene delle due ragazzine scorre sangue pugliese e io a questo punto non escluderei, visto che poi ogni estate la famiglia Gambirasio trascorre le ferie nel tacco dello Stivale, lo zampino nel sequestro di qualche parente mediterraneo di Yara, dello zio Michè di turno diciamo.

Credo che la tesi sia probabile, tenendo conto anche delle caratteristiche criminogene del Meridione, dell’Italia etnica, che in Puglia ha sfornato la Sacra Corona Unita rimpinguata dalle comunità di Arbëreshë e da una certa inclinazione alla violenza e alla passionalità.

Magari c’è del torbido nella famiglia di Maura Panarese, la madre di Yara, e qualcheduno vuole vendicarsi di qualche passato, ma mai dimenticato, dissapore, oppure ci potrebbe essere qualche parente o conoscente con un debole morboso per la figlia di lei. Chissà.

Questo potrebbe anche indurre a credere che la piccola, vedendo un personaggio di famiglia, non abbia opposto resistenza e sia salita sul veicolo che l’ha sequestrata.

Altra mia ipotesi più fattibile è l’azione di qualche criminale sempre allogeno o di qualche pazzo maniaco…”.

 

LETTERA APERTA AL SIGNOR PAULUS LOMBARDUS

Noi, uomini e donne del Sud, eredi della grande civiltà della Magna Grecia (per sua informazione, ci riferiamo a quella terra dove oggi sorgono paesi come Avetrana e Tricase che lei stesso menziona con arido disprezzo), signor Paulus Lombardus, siamo contro la censura da sempre, sin da quando, ormai millenni fa, abbiamo portato la luce della civiltà occidentale fondandola nel democratico e libero esercizio della ragione di tutti, all’insegna del rispetto per l’altro, mai considerato un avversario, un nemico, uno straniero, ma sempre dia-logicamente visto come elemento essenziale dell’evoluzione autentica del vivere comunitario.

Noi, pertanto, egregio signor Paolus Lombardus, anche di fronte a frasi turpi come le sue, non invocheremo la censura, non cercheremo affatto di tapparle la bocca: abituati come siamo al culto per la libera espressione, riteniamo al contrario molto più prolifica ed efficace la via della libertà per la realizzazione di una società migliore, considerandola l’unica strategia che permetta anche alla stupidità e all’ignoranza di emergere, di venire allo scoperto, in modo che con l’intelligenza della mente e la compassione del cuore le si possa curare, debellare entrambe, spegnendo con il confronto non-violento ogni focolaio di odio e irrazionalità.

È per tali motivi che, piuttosto che censurarla o ignorarla, per fermare l’opera di individui come lei, preferiamo riportare qui e altrove la sua voce, dandole pubblicità e visibilità, convinti come siamo che esporre il suo pensiero alla pubblica intelligenza della società italiana sia il modo migliore per estirpare i potenziali frutti velenosi del suo operato e consegnare i seminatori di discordia come lei alla vergogna che si auto-infliggono.

Noi, abituati da millenni a confrontarci con l’altro con i mezzi della ragione e dell’accoglienza, accantonando quelli del rifiuto e dell’odio, non scenderemo mai al suo livello, non ci degraderemo all’odio e all’offesa, non la insulteremo, così come non ingiurieremo mai i nostri fratelli del Nord, i primi, senza alcun dubbio, a sentirsi oltraggiati e per nulla rappresentati dalle sue parole di odio e stupidità rivolte ai fratelli meridionali. Odio e stupidità che non risparmiano parole nemmeno per la famiglia di Yara, una bambina scomparsa, in questo momento bisognosa solo della solidarietà e del sostegno vivo da parte di ogni uomo, donna o istituzione civile di questa unita nazione.

Non la burleremo, signor Paulus Lombardus, come lei si diletta a fare con i componenti della famiglia di Yara, e tuttavia questo nostro atteggiamento compassionevole non la preserverà affatto dalla vergogna che le sue stesse parole le gettano addosso come un’inarrestabile valanga. Lasceremo fare tutto alle sue stesse parole, signor Paulus Lombardus, lasceremo che siano esse a procurarle quel che le spetta, limitandoci a metterle sotto i lumi dell’intelligenza pubblica – in cui confidiamo sereni –  come la più aspra delle condanne che si possa infliggere a chi, quelle parole, le ha pensate e scritte.

L’umanità e il buon senso che connotano noi uomini e donne del Sud, come i fratelli e le sorelle del Nord, signor Paulus Lombardus, permettono quello che a lei non riesce affatto, ci consentono cioè di sentire come nostra e vicinissima una tragedia familiare che si consuma tuttavia proprio sotto casa sua, nell’estremo Nord del Paese, addirittura nel suo stesso comune. Questo ci è possibile perché il cuore genuino, come l’intelligenza allenata, o semplicemente il buon senso, sanno sorvolare sulle distanze, sanno abbattere le barriere dello spazio e soprattutto quelle destituite di ogni fondamento logico, ontologico e biologico dei miti etnici e della razza a cui lei invece tanta rilevanza attribuisce. L’assenza di queste prigioni perverse della mente e dello spirito – che a lei offuscano cuore e intelligenza – ci permette di andare con generosità incontro agli altri, vicini o lontani che siano nello spazio, consentendoci di comprenderli nelle loro ragioni ed empaticamente sentirne il dolore nelle loro sfortune o la gioia nei momenti di felicità. Tutto ciò che è impedito a lei, signor Paulus Lombardus, come vede a noi riesce spontaneo e semplice.

Noi temiamo soltanto, signor Paulus Lombardus, che a lei possa  mancare anche la capacità di cogliere il senso di queste nostre frasi, sospettiamo infatti che lei non possieda la maturità intellettuale per intendere la logica del confronto ragionevole che abbiamo invocato prima, esattamente come le manca la levatura morale e lo spessore umano per cogliere la sintassi del nostro sentire in cui si riflettono le gioie e i dolori delle altre persone. A tenere in piedi questi tristi sospetti che covano in noi è il suo gelido e ottuso cinismo (gelido nel cuore e ottuso nella mente) scagliato contro una famiglia che in questo momento vive il più atroce dei drammi esistenziali: mentre una madre, un padre e dei fratelli annegano, nel suo stesso comune, nel più atroce dei dolori, lei si intrattiene con spietato diletto e inumano compiacimento a ridicolizzarne i nomi, a ipotizzare ascendenze meridionali come le assurde cause razziste del dramma che quei suoi poveri concittadini stanno vivendo, senza alcun ritegno, senza alcun rispetto per loro e per nessuno, senza ombra alcuna di umanità.

Se tuttavia i nostri sospetti e timori sono infondati e lei, signor Paulus Lormbardus, possiede, al contrario di quanto temiamo, l’intelligenza critica sufficiente per comprendere questa nostra risposta pubblica e ha maturato una pur minima moralità essenziale per dirsi uomo, allora, le sarà impossibile non vergognarsi.

Signor Paulus Lombardus, noi che le rivolgiamo queste parole pubblicamente, siamo tutti coloro che non si nascondono vigliaccamente dietro soprannomi o pseudonomi come preferisce fare lei; signor Paulus Lombardus, noi che le rivolgiamo queste parole apertamente, siamo tutti coloro che, da Nord a Sud di questa Italia, su questo blog e ovunque sarà concessa la possibilità, sottoscriviamo questa lettera con cui la condanniamo pubblicamente alla vergogna, in nome del rispetto indimettibile per gli uomini e le donne del Sud e del Nord di questa terra, in nome del rispetto a Yara e al dolore della sua famiglia, in nome del rispetto che lei deve a tutte le persone che dalle sue parole si sentiranno violate e offese.

Lecce, 12 dicembre 2010

Pier Paolo Tarsi

Restauri nella villa Winspeare-Gallone dei duchi di Salve a Napoli

Restauro degli stemmi di Villa Winspeare Salve

 

 

di Fabrizio Raimondi

La Villa prima dei restauri

La Villa Winspeare Salve è una villa monumentale di Napoli, situata nel quartiere Vomero. Fatta erigere nel XVIII secolo dai duchi di Salve, passò, nella seconda metà dell’Ottocento alla famiglia Winspeare, grazie al matrimonio tra Antonio Winspeare ed Emma Gallone, duchessa di Salve.

L’edificio, costituito da un corpo di forma rettangolare con una torretta nella parte posteriore, ha il suo ingresso su corso Europa, 37 (tratto finale dell’antica via del Vomero).

La Villa dopo l'ultimo restauro

La villa, a lungo abbandonata, ha attraversato sofferte vicende di restauro dagli inizi del XXI secolo; attualmente è stato completato il restauro della facciata principale, mentre la parte posteriore è ancora a diversi livelli di restauro.

Il restauro dei due stemmi di cui quello esistente in pessime condizioni di conservazione e l’altro di cui si sono perse le tracce, ha previsto un intervento di tipo conservativo (i lavori si sono svolti nel 2007).

Stato di conservazione di ciò che restava dell’originale degli stucchi e degli stemmi di Villa Winspeare Salve.

In primis si è effettuata un’operazione di pronto intervento e consolidamento della superficie del manufatto in stucco, dopo di che si è

Foglie di vite dal Salento in Oriente

200 tonnellate di foglie di vite da Martano del Salento leccese a Riyad dell’Arabia Saudita

di Antonio Bruno

 

Nelle Puglie ci sono circa 100mila ettari di vigneti e nel Salento leccese ne sono rimasti poco più di 13mila! Già poco più del 5% della superficie del Salento leccese è un vigneto! Ma oggi si è accesa una speranza! Ci potremo svegliare la mattina, dopo una nottata trascorsa piacevolmente nel fresco naturale delle case rurali, affacciarsi alla finestra e godere delle dolci bellezze delle immense distese dei vigneti del Salento leccese e decidere, con invidiabile calma, come passare un’altra giornata in luogo dove il rapporto salubre con la natura viene conservato con cura infaticabile. Se queste sono le condizioni che desiderate allora oggi, il dott. Giuseppe Lamacchia responsabile Ice ha reso noto che la Cooperativa Nuova Generazione di Martano del Salento leccese lavorerà 200 tonnellate di foglie di vite l’anno con l’invio in Arabia Saudita di un container al mese di foglie di vite in salamoia!

L’Arabia Saudita, è un Paese strategico per l’Italia ha una cultura che, anche se è molto diversa dalla nostra, è nello stesso tempo molto vicina ai nostri modi di vivere nel salento leccese. Se non ce lo dovessimo ricordare ecco che è bene tenere presente che è dall’Arabia Saudita che viene la cassata siciliana e sempre dagli uomini e dalle donne di quel paese vennero i nomi delle città di Marsala e Palermo.
Il Salento leccese deve puntare sull’Arabia Saudita perchè le foglie di vite sono utilizzata nella cucina araba. Ma cosa significa cucina araba? In quali paesi si cucina arabo? La cucina araba è l’insieme delle cucine dei paesi del mondo arabo, che spazia dal Golfo Persico (Arabia Saudita, gli Stati del Golfo, lo Yemen, l’Iraq, la Siria, il Libano, la Palestina, la Giordania) alle nazioni Nord Africane (Marocco, l’Algeria, la Tunisia, la Libia, Sudan ed Egitto). Una delle pietanze dedicate di questa cucina sono le foglie di vite ripiene di riso e carne.
Anna B. riferisce che ad Alessandria in Egitto ha mangiato al ristorante GAD, in centro, nei pressi della Borsa. Cucina casalinga: shawerma al tavolo (la carne tagliata dallo spiedo girevole) con riso stufato, falafel croccantissime (polpette di fave), pasta al forno, zuppa di pollo e involtini di foglie di vite.
Nella cucina turca si chiamano foglie di vite ripiene di riso (yaprak dolması). Le troviamo anche in vendita su internet arca le Dolmas – foglie di vite ripiene di riso: Rapunzel – Formato: g 280 – Prezzo: 4,99 euro. Gli ingrediati riportati in etichetta sono Cipolle, foglie di vite 28%, riso 17%, olio extra vergine di oliva 8%, acqua, sale marino, aneto, acidificante: acido citrico, menta e pepe nero.
In Grecia si mangiano quasi sempre come antipasto e si possono condire con yogurt greco o limone.
Ingrediente imprescindibile delle dolmades è la foglia di vite, mentre il ripieno può variare: di solito è fatto di riso, carne macinata o verdure.
Un mercato enorme! Tutto il mediterraneo ha gli involtini di foglia di vite che siccome sono cucinati nel mediterraneo mi chiedano se siano uno dei piatti tipici della Dieta Mediterranea.
Comunque le foglie di vite devono essere molto morbide e tenere. Possono essere conservate in salamoia tutto l’anno.
Io sono molto curioso e desidererei assaggiare questo piatto profumatissimo.

Un mercato enorme per le foglie di vite del Salento leccese, quella vite che è stata oggetto dello scempio dei continui premi per lo snellimento potrebbe tornare a sfavillare non per i grappoli e per il vino ma per le foglie, tenere e gustose, fresche o in salamoia!
Domenica 12 dicembre 2010 vedrò i Dirigenti della Cooperativa Nuova Generazione di Martano del Salento leccese per l’incontro tecnico sulla lebbra che si terrà nella loro sala convegni, parlerò a questi coraggiosi che lavoreranno le foglie di vite per farle arrivare in Arabia Saudita paese arabo molto simile a noi del salento leccese che potrebbe rappresentare il trampolino di lancio per l’esportazione in tutto il Mediterraneo.

E chi dovrebbe commercializzare le foglie di vite? Ma proprio noi! Perché siamo noi che viviamo nel Salento leccese, la penisola che si immerge per essere proprio al centro del Grande Lago Salato.

Si! Noi della Terra dei due mari che invece di trasformare il sole in vino, trasformeremo il sole in foglie di vite per i popoli di tutto il Mediterraneo.

Bibliografia
I numeri del vino http://inumeridelvino.it/category/3-produzione-di-vino-e-superfici-vitate/page/3
Ristorante GAD Alessandria d’Egitto
http://www.google.it/maps?q=GAD+alessandria+egitto&fb=1&gl=it&hq=GAD&hnear=Alessandria,+Alexandria,+Egitto&ie=UTF8&hl=it&view=map&cid=17171180218530367627&iwloc=A&ved=0CBcQpQY&sa=X&ei=ZY8CTcPqNIe9_gbM4cjCCA
Dolmas – foglie di vite ripiene di riso http://www.biosee.it/cgi-bin/scheda_prodotto.cgi?sid=7bee707f6f2e43d64f1b740f2ea781fc&id=4145

Salento, incontri tecnici sulla lebbra dell'olivo

di Antonio Bruno
 
Le ultime campagne olivicole sono risultate caratterizzate dalla diffusione sempre più grave della lebbra dell’olivo. L’incidenza di tale fitopatia ha contribuito a compromettere ulteriormente un comparto, come quello olivicolo, già gravemente colpito da una dura crisi di mercato. La situazione della malattia si è aggravata e la virulenza riscontrata è eccezionale. Per dare l’informazione ad un settore che troppo spesso ha sofferto della mancanza di una comunicazione efficace a misura dei propri operatori la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e il Consorzio di Bonifica “Ugento e Li Foggi” hanno organizzato alcuni incontri tecnici sulla lebbra del’olivo, Colletotrichum gloeosporioides, Colletotrichum acutatum, che si terranno:
 
sabato 11 dicembre alle ore 18 ad Ugento (Lecce) presso la Sala conferenze del Consorzio di Bonifica “Ugento e Li Foggi” S.P. 72 Ugento – Casarano Km. 2
 
 
 
domenica 12 dicembre 2010 alle ore 18 presso la Sala conferenze della Cooperativa Nuova Generazione Via Provinciale per Borgagne km 1 a Martano (Lecce).
 
 
 
Ecco il programma:
 

Libri/ La Punta del Vento

 

domenica 12 dicembre 2010 alle ore 20:00

presso la libreria Icaro sita in via Liborio Romano n.23 a Lecce

presentazione del libro di

Massimo Chiriatti

La Punta del Vento

Edit Santoro.

 

Ci saranno gli interventi: del dott. FAINO Alessandro medico e scrittore di Massafra (TA) che farà anche da relatore e moderatore; del prof.Mario DE MARCO critico letterario e storico che presenterà il romanzo; letture di alcuni passi del romanzo a cura di Alfredo PALERMO e Rossana CHIRIATTI e infine la degustazione del vino Selvarossa (tra l’altro citato nel romanzo) a cura della Cantina “Due Palme” di Cellino San Marco.

Oria. Non si può!

chiesa di s. Francesco d’Assisi – Oria (ph Franco Arpa)

di Franco Arpa

Oria ha una storia di oltre tremila anni ed è uno dei centri della provincia di Brindisi che vanta numerosi Beni Culturali, Archeologici, Architettonici, etc. Purtroppo l’azione dell’uomo nel corso dei secoli è stata in molti casi dannosa per detti Beni. Molte volte si è trattato di incuria più o meno colpevole. Altre volte in modo consapevole sono stati perpetrati dei veri e propri scempi.

L’esempio più eclatante si è verificato nel 2002 allorquando è stata distrutta un’antica necropoli messapica, in area ex conventuale e sottoposta a tutela

Libri/ Tuglie. I luoghi e le tradizioni

Tuglie e le meraviglie salentine nel libro di Gerardo Fedele

 

di Annachiara Gaballo

Attraversando il territorio tugliese, situato a 35 km dal capoluogo, non si può non rimanere affascinati dal paesaggio caratteristico per le sue tipiche Serre salentine che prospettano il suggestivo panorama gallipolino.

L’architetto e assessore all’urbanistica di Tuglie, Gerardo Fedele, amante e appassionato da sempre del proprio luogo natio, conduce i lettori nel libro “Tuglie i luoghi e le tradizioni” in un percorso peculiare delle vie che perlustrano il paese, esponendo gli aspetti fisici, politici ed economici della

Il filosofo e il matematico

 di Pier Paolo Tarsi

“Ma poi, in definitiva, a cosa serve la filosofia?” chiese un logico matematico a un filosofo. “Beh, per esempio, a domandarsi a cosa serva la logica” rispose il filosofo. “Ma questo – replicò il matematico, un po’ punto – non dovrebbe essere soprattutto affar nostro, cruccio di noi matematici insomma?”. “Credo proprio di si”, rispose il filosofo. “E allora, mio caro, a cosa servano nello specifico i filosofi non è affatto chiaro!” obiettò prontamente l’altro. “Come avrai appena constatato – riprese serafico il filosofo – servono almeno a ricordare ai matematici che pur avendo qualche risposta da cercare, si attardano in inutili questioni come quella che mi poni…”. “Dunque mi par di capire – approfittò il matematico, argomentando compiaciuto – che i filosofi servono solo affinché spronino tutti gli altri a dedicarsi in autonomia e attivamente a certi propri crucci, rendendo così inutili e superflui i filosofi stessi! La loro bizzarra funzione consiste insomma semplicemente nel cercare di estinguersi!”. “In un certo senso si, in un altro senso no” accordò il filosofo. “Perdonami, ma non comprendo affatto…” insistette il matematico non ancora pago. “Cosa non comprendi, mio caro?” domandò calmo il filosofo. “Non afferro i vari sensi a cui alludi…- si apprestò a chiarire il matematico – se i filosofi servono a portare gli altri a occuparsi da sé dei

C’è Aria di Limone

di Pino de Luca
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Credo che quando si scrive l’inclusione di elementi strettamente autobiografici sia sostanzialmente inevitabile. Qualunque sia l’argomento. Qui discettiamo settimanalmente dell’arte del mangiare, ovvero di questioni che nella comune vulgata sono archiviate come “leggère” e sicuramente leggère sono. Capita che quando a lèggere siano occhi avvezzi riconoscano tracce sottovalutate anche a chi ha scritto. Devo dar atto di ciò a Marcello che mi ha fatto notare l’alto grado di autobiografia spontanea che traspare dai miei modesti contributi.
E allora, per una volta, voglio esser esplicitamente autobiografico. I miei nonni materni sono stati estremamente prolifici così anche molti dei loro discendenti. E la nonna Giorgina spesso doveva dar udienza a frotte di marmocchi d’ogni età, a volte anche da mangiare.
Il pesce, si sa, fa bene ai bambini ma si sa anche che già allora non era per tutte le tasche. E però, in autunno, era tempo di “pisce cagnulu”, di Spinarolo in italiano (Squalus acanthias) unico squaloide con carni di qualche pregio. Questo pesce date le sue dimensioni e il costo non eccessivo ben si presta alla, come dire, nutrizione collettiva e può esser preparato in molti modi.
lo spinarolo

 

Lo Spinarolo fresco ha costo basso perché la sua conservabilità non è molto longeva. Se degrada è facilmente riconoscibile perché assume un odore pungente di ammoniaca.
La mia nonna lo preparava in umido con olive e patate ma vorrei provare a

Ed ecco la borragine…

Io, la burràggine e la dichiarazione dei redditi

 

di Armando Polito

 

Nome italiano: borraggine o borragine

nome scientifico : Borago officinalis L

famiglia: Boraginaceae

nomi dialettali salentini: burràggine (Nardò), burràcciu (Spongano e Manduria), burràccia (San Giorgio sotto Taranto).

La voce italiana secondo il De Mauro1 è nata nel 1342 ed è “dal latino medievale borràgine(m), di origine incerta”; non è da escludersi, secondo alcuni autori, che essa sia connessa col latino tardo burra(m)=lana grezza, con riferimento alla pelosità delle foglie e del fusto. Trovo la proposta convincente non solo sul piano semantico ma anche su quello formale, per il suffisso (già ampiamente presente nel latino classico) che è entrato nella formazione di molte parole. Esso, aggiunto produttivamente ad aggettivi, e meno frequentemente a sostantivi, forma sostantivi femminili indicanti qualità, condizioni, considerate negative, riferite specialmente a persone (cocciutaggine, leziosaggine, sbadataggine, sgarbataggine, somaraggine, testardaggine, tetraggine); a volte indica un atto manifestante queste qualità (spiritosaggine, stupidaggine); è presente in un numero limitato di sostantivi deverbali (scelleraggine); nel campo della botanica, infine, ha dato vita a capraggine, favaggine, lentaggine, tussilagine, plantaggine.

Secondo altri borraggine deriverebbe dall’arabo abu araq (= padre del sudore), di cui il latino medioevale borrago/borràginis sarebbe deformazione, forse per le proprietà sudorifere della pianta. Può sembrare strano a prima vista che il latino medioevale abbia costruito, per la trascrizione della voce araba, un sostantivo della terza declinazione, notoriamente più complicata rispetto alla seconda (alla quale sembrerebbero collegarsi le salentine burràcciu e burràccia); la cosa, però, non mi sorprende più di tanto se penso al toponimo Nardò per il quale convivono in epoca medioevale le forme Neritum/Neriti (seconda declinazione) e Nerito/Neritonis (terza declinazione).

Nella letteratura classica questo nome (o sua forma più o meno vicina) non compare, anche se più di un autore in ogni epoca ha creduto di identificare l’erba nella buglossa (presso gli autori greci bùglosson, composto da bus=bue e glossa=lingua, nei latini buglòssos o buglòssa) citata, tra gli altri, da Plinio2. Questa identificazione mi lascia perplesso perché ho il sospetto che sia sia confusa la nostra borraggine con un’erba appartenente alla stessa famiglia, la buglossa appunto (Anchusa officinalis), cui somiglia vagamente e con cui condivide molte proprietà. Me lo fa pensare non solo il nome dialettale neretino (lèngua ti bòe) ma soprattutto quanto sul tema è scritto in un’opera di botanica del XVII secolo3: “Che la Borraggine sia la Buglossa degli antichi lo negano i monaci dist. 6 cens. 146 in Mesu. Che cosa certamente sia quella volgarmente detta Borraggine non è descritto da nessuno degli antichi. Invece molti degli autori recenti ritengono con sicurezza che si tratta della Buglossa degli antichi. Noi al contrario (dicono loro), esaminate accuratamente tutte le descrizioni, abbiamo stabilito che la Borraggine non è la Buglossa degli antichi”4.

Comunque stiano le cose (debbo dire, però, che in questo campo dei monaci mi fido…), l’opinione di Plinio sull’effetto principale della reale o presunta borraggine sarà ripresa dieci secoli dopo dalla Scuola medica salernitana4: “O borraggine buona! tanto dolci sono i tuoi doni! Dice la borraggine: apporto sempre gioia. La borraggine porta via le pene del cuore, apporta gioia.”

Chiudo con una mia riflessione, per quello che possa valere: dopo aver constatato l’inefficacia afrodisiaca della rùcula, debbo confessare che le cose non sono andate diversamente con la burraggìne. Può darsi che la mia abitudine di consumare in quantità industriali ogni specie vegetale più o meno commestibile abbia reso refrattario il mio organismo ad ogni effetto. In particolare ho gustato questa erba in tutte le salse: lessa (non è un granché, almeno per il mio gusto), come componente nella preparazione di pasta verde (buona), fritta (una delizia!). Peccato che la coincidenza tra il tempo della sua maturazione e quello della dichiarazione dei redditi per me sia irrilevante, tant’è che in quel periodo, per quanta ne consumi, il mio umore non cambia di fronte al modello Unico, la cui compilazione ogni anno mi angustia più degli stessi relativi versamenti. A furia di mangiare tanta verdura son diventato, evidentemente, simile ad un caprone. Mi auguro solo che prima o poi non mi spuntino le corna; e questa volta il riferimento al mancato effetto della rùcula sarebbe causale e non casuale…

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1Dizionario italiano, Paravia e Bruno Mondadori, Milano, 2000.

2 Naturalis historia, XXV, 81: “Iungitur huic buglossos, boum linguae similis, cui praecipuum, quod in vinum deiecta animi voluptates auget et vocatur euphrosynum” (Si aggiunge a questa [la piantaggine] la buglossa, simile alla lingua dei buoi, che immersa nel vino intensifica le sensazioni piacevoli ed è chiamata eufrosino [dal greco eufròsunon=allietante]).

3  Historia plantarum universalis di Jean Bauhin, Jean-Henri Cherler, Dominique Chabrey,  Embroduni, 1651, vol. III°, pag. 576: “Borraginem esse Buglossum Antiquorum negant Monachi dist. 6. cens. 146 in Mesu. Quid certe fit Borrago vulgo dicta, a nemine priscorum describitur. Iuniorum autem plurimi firmissime tenent esse Buglossum antiquorum. Nos autem (aiunt illi) diligenter examinatis omnium descriptionibua, Buglossum antiquorum non esse Borraginem statuimus”

4Nella stessa opera a pag. 577 gli autori, a proposito dell’origine del nome avanzano questa ipotesi: “Veterum est Buglosson, quod Latinis Lingua bubula, Lingua bovis, Buglossus et Libanium dicitur, Apuleio et Corago: unde fortassis Borraginis nomen C in B mutatum nisi apud Apuleium Borrago pro Corago legendum fit” (È degli antichi Buglosso, quello che dai Latini è detto Lingua bovina, Lingua di bue, Buglosso e Libanio, da Apuleio pure Coragine: donde forse il nome della borraggine col cambiamento di C in B, a meno che in Apuleio non si debba leggere Borrago invece di Corago). Per completezza di informazione va detto che l’Apuleio citato non è quello di Madaura (II° secolo d. C.) ma un autore posteriore di almeno due secoli il cui Herbarius compare in parecchi codici medioevali. Già un secolo prima dell’opera citata all’inizio della nota precedente e di questa Adam Lonitzer in Naturalis historiae opus novum, Francoforte sul Meno, 1551-1555, pag. 64r alla voce Borago aveva rimandato a Buglossum, ove, a pag. 63 v, così aveva scritto: “Buglossum, Lat. Lingua bovis. Gall. langue de bouc, baillant couroge: est Borrago seu Corago. Ital. Boragine. Ger. Buries. Naturae est calidae et humidae. Urinam ciet, sitim sedat, cor exhilarat” (Buglosso, in latino Lingua di bue, in gallico langue de bouc, baillant couroge: è la Borraggine o Coraggine, italiano Boragine, germanico Buries. È di natura calda e umida. Stimola l’emissione di urina, placa la sete, rallegra il cuore).

5 G. E. T. Henschel, Charles Daremberg, Salvatore De Renzi, Collectio salernitana, vol. I°, articolo IX, § 4, pag. 458, Tipografia del Filiatre-Sebezio, Napoli, 1852: ”O borrago bona! Tam dulcis sunt tua dona! Dicit borrago: gaudia semper ago. Cardiacos aufert borrago, gaudia confert”.

Mostre/ Lecce. Echi caravaggeschi

 

Echi caravaggeschi in Puglia 

 

 di Nicola Fasano

 

Lunedì 6 dicembre si inaugura a Lecce, in San Francesco della Scarpa, la mostra “ Echi caravaggeschi in Puglia”, essa vedrà l’esposizione di circa 60 opere provenienti da chiese, da musei, e da collezioni private del territorio pugliese e del territorio materano. L’evento è a cura dal museo provinciale Castromediano in collaborazione con la Soprindentenza per i Beni Storici-Artistici ed Etnoantropologici della Puglia.

Scopo della mostra è quello di indagare la portata del naturalismo del grande pittore lombardo in Puglia, attraverso i suoi primi seguaci quali Battistello, Sellito, Vitale, Finoglio, che da Napoli capitale vicereale, diffusero lo stile del Merisi nel nostro territorio grazie ad un’attenta e aggiornata committenza laica e religiosa. Vale la pena sottolineare il caso singolare di Paolo Finoglio che, legato affettivamente a Lecce (aveva sposato la leccese Teresa Lolli) operò in molte chiese del Salento e, seppure con qualche incertezza alternò e integrò la propria radice tardo-manierista con esiti caravaggeschi.

Non mancheranno opere inedite appartenenti a privati, oltre a due opere provenienti dal territorio lucano quali la “Natura morta” della collezione D’Errico e la splendida “Madonna delle Grazie” di Aliano del Sellitto. Molte delle tele esposte sono state riportate ad antico splendore dal Laboratorio di Restauro della Soprintendenza della Puglia e, questo ha permesso agli

CORIGLIANO TRA DISCARICA E COLACEM: quale futuro per le nostre famiglie

  

  
    
  Quando: 05/12/2010 (Domenica)

 

Dove: Corigliano d’Otranto – Piazza Vittoria – Villa comunale

  

Ore: 11.00

  

Organizzato da: Coordinamento Civico per la Tutela della Salute e del Territorio 

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COMUNICATO STAMPA: 
  
ATTACCO MORTALE ALL’ACQUA E ALL’ARIA DEL SALENTO !!!
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Dopo gli incontri svolti ad Aradeo e Galatina e quelli in programmazione a Soleto e Cutrofiano, nuova mobilitazione delle associazioni.
“CORIGLIANO TRA DISCARICA E COLACEM: quale futuro per le nostre famiglie”, questo il titolo dell’incontro è promosso dal Coordinamento Civico per la tutela del territorio e della salute dei cittadini per informare la cittadinanza sugli esiti sfavorevoli del ricorso al TAR promosso dalle associazioni contro le deroghe previste nel piano di tutela delle acque della Regione Puglia, che di fatto consentono l’apertura della discarica sull’unica grande falda del Salento a Corigliano d’Otranto. Le associazioni ritengono confuse le argomentazioni dei giudici del tribunale amministrativo di Lecce

Antichi sistemi di copertura per le abitazioni salentine

Nardò nel 1732

di Fabrizio Suppressa

 

I motivi di una così diffusa tecnica di copertura sono da ricercarsi esclusivamente nell’esiguo costo dei materiali impiegati, rispetto alle ben più costose e complesse volte in muratura; ma ciò non significava affatto che tale tecnica sia stata in passato appannaggio delle architetture più semplici e povere. Sovente, anche i palazzi nobiliari possedevano all’ultimo piano tali coperture, anche se mascherate da alti frontoni, come ad esempio Palazzo Castriota a Melpignano, Palazzo Rescio a Copertino o tanti altri esempi, riconoscibili ai giorni nostri per l’ultimo piano a “cielo aperto”.

Anche la campagna non era da meno; nel libro dei conti della masseria S. Chiara in agro di Nardò, leggiamo infatti che nel 1684 si ebbe modo di rifare l’acconcio delle capanne, e per tale scopo venne chiamato un mastro dalla vicina città di Veglie[1]. Le capanne, ovvero gli elementi pertinenziali, quali abitazioni e magazzini, non erano i soli elementi realizzati con tali semplici tecniche costruttive. In alcuni casi, anche la torre, l’elemento fortificato al centro di ogni complesso masserizio, possedeva alla sua sommità due falde inclinate, anche se ciò comprometteva un’abile manovra di difesa piombante. Per rimanere in ambito neretino, questo è il caso della masseria Nucci; dove purtroppo dobbiamo constatare l’introduzione durante i lavori di ristrutturazione di tegole non appartenenti alla nostra tradizione costruttiva, stese al di sopra di una vistosa soletta in cemento armato su di una torre del XV sec. Un ultimo esempio è una particolare architettura spontanea nata dalla fusione degli elementi tipici di città e campagna: la caseddhra. Una costruzione a secco a pianta rettangolare con una stretta somiglianza all’immagine dei nostri trulli, ma al contrario di questi ultimi, non coperta da una falsa cupola bensì da un tetto formato da una rustica struttura di legno, canne e tegole.

caseddhra
Caseddhra (dis. F. Suppressa)

Le caratteristiche di deperibilità e fragilità dei materiali impiegati erano tali che ciclicamente si doveva provvedere allo smontaggio e alla ricostruzione del tetto. E’ difficile quindi trovare ai giorni nostri opere che abbiano più di cento anni. Forse l’unica eccezione è racchiusa all’interno delle mura del Santuario di San Giuseppe da Copertino; la costruzione eretta dal maestro Adriano Preite nel 1754 conserva intatta l’umile stalletta dove nel 1603 il Santo venne alla luce.

La tecnologia, come già detto, era semplice e rapida. Un sistema di travi di legno chiamati murali poggiante sulle esili pareti di tufo, ospitava in senso ortogonale un assito di tavole su cui gravitava il manto di tegole. Solitamente a causa del costo più elevato, si ricorreva ad un “surrogato” delle tavole di legno, ovvero un cannizzo su cui veniva posta della malta (mista a paglia o pula di grano) per uno spessore di circa cinque centimetri. Nonostante la tecnica era ad uso di ambienti più umili, la copertura incannucciata garantiva un apprezzabile isolamento termico (le canne palustri e la malta mischiata con paglia, sono infatti materiali sostenibili impiegati oggi nella bioedilizia). In caso di ampia superficie da coprire, la struttura lignea diveniva molto più elaborata, l’Arditi nel suo “L’Architetto in Famiglia”, edito a Matino nel 1894, ci ricorda le varie parti dell’intelaiatura, che a seconda della funzione prendono il nome dialettale di monaco, braccia, razze, asinello e panconcelli.

Copertura Incannucciata
Copertura incannucciata, masseria Sarparea de’ Pandi (ph. F. Suppressa)

Altrettanto curioso è il termine dialettale usato per indicare la tegola, ovvero l’imbrice (irmice o ‘mbrice in alcune varianti). L’assonanza ricorda la parola embrice, tegola piatta diffusa nell’area tirrenica nella tradizionale copertura alla romana, eppure la nostra tegola dalla forma concava corrisponde alla parola italiana coppo. In soccorso interviene il Marciano (anch’egli abitava in una casa con tetto a capanna), che nel capitolo del suo libro dedicato al regno minerale ci scrive quanto segue:

“Si trova anche in questa Provincia la Rubrica Sinopia eccellentissima, e la fabbrile dell’una e dell’altra specie in abbondanza, e l’argilla, ovvero creta bianca, della quale si lavorano e fanno i tetti per coprire le case, che il volgo chiama imbrici, imitando l’etimologia ed il nome latino Imbrices, ab imbrium defensione, (..)”[2].

Tali laterizi venivano realizzati in centri urbani specializzati nelle produzioni ceramiche, come Cutrofiano, Grottaglie, Lucugnano e San Pietro in Lama; non a caso, quest’ultima località era conosciuta in passato anche con il nome di San Pietro degli èmbrici[3].

A fine Ottocento, con l’aumento dell’attività estrattiva dei materiali edilizi e il perfezionamento delle tecniche costruttiva inizia la rapida scomparsa dallo scenario urbano di questo tipo di copertura. Il cocciopesto, un impasto di malta e cocci finemente triturati, utilizzato per secoli per impermeabilizzare i terrazzi di edifici di notevole importanza, viene rapidamente sostituito dalla tecnica del lastrico composto da chianche in pietra di Cursi e cemento; tuttora abilità fiore all’occhiello delle maestranze salentine.


[1] Antonio Costantini, Le masserie fortificate del Salento meridionale, Galatina, 1984, p. 74

[2] Spero in una conferma Prof. Polito!

[3] http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/11/24/piccole-storie-nascoste-di-ceramisti-neretini-i-perrone/

Libri/ Coppola rossa… Quando in Terra d’Otranto si piantarono gli Alberi della Libertà

L’ESPERIENZA DEGLI ALBERI DELLA LIBERTA’ IN UN LIBRO  DEL TUGLIESE GERARDO FEDELE

 

di Paolo Vincenti

In questi giorni di grandi discussioni, anche sulle colonne dei  giornali locali, sull’Unità d’Italia, su briganti e secessionismo, Borboni e Sabaudi, e via dicendo,  risulta particolarmente significativo questo piccolo libro, dal lunghissimo titolo,  pubblicato in Salento non molto tempo fa. Parliamo di Coppola rossa, bandiere a tre colori, ‘nnocche e ‘nzagarelle. Quando in Terra d’Otranto si piantarono gli Alberi della Libertà , di Gerardo Fedele (Tip. 5Emme, Tuglie, 2009), pubblicato con il patrocinio del Comune di Tuglie e della Società di Storia Patria per la Puglia, sez. di Maglie- Otranto-Tuglie.

da http://www.goilombardia.it

 

Il libro fa luce su un periodo storico molto importante per il Regno di Napoli, vale a dire quello della Repubblica Partenopea del 1799, un’esperienza esaltante quanto effimera, che coinvolse molta parte del ceto intellettuale napoletano e meridionale dell’epoca. Ma, come una meteora, brillò per pochissimo tempo nel cielo per poi spegnersi inesorabilmente.

Come sappiamo, la Repubblica Partenopea fu instaurata nel gennaio del 1799 in seguito all’invasione delle truppe francesi, al comando del Generale Championnet , che rovesciarono la monarchia borbonica e cercarono di far trionfare la democrazia in un regno, quello di Napoli, ancora legato ad antichi retaggi feudali. Purtroppo questa esperienza fallì miseramente dopo pochi giorni ed i Borboni, ritornati in patria, iniziarono una durissima repressione nei confronti di quanti avevano parteggiato per i Francesi.

Fior di intellettuali furono condannati, dopo processi sommari, perfino alla forca ed altri furono costretti a scappare e prendere la via dell’esilio. C’è da

Libri/ Altri Versi, di Elio Ria

Biblioteca Comunale di Cutrofiano

 

Venerdì 3 dicembre 2010, alle ore 18.30

 

Incontro con l’Autore

 

Presentazione del libro

Altri Versi

di Elio Ria

con Luigi Scorrano

 

Letture a cura di Michele Bovino

 

intermezzo musicale

 

Libri/ Altri versi

 

Altri versi

 

di Stefano Cona

Altri versi è il terzo libro di Elio Ria in questi ultimi tre anni (La mia solitudine -2007 e La maledizione del tempo -2008)
Un Autore dunque prolifico che, nel suo ultimo volume, ha raccolto opere poetiche che, nel loro insieme, tratteggiano un profilo di uomo che sembra racchiudere, e nello stesso tempo indagare, i dubbi le speranze e le contraddizioni ed anche le esperienze che connotano una umanità alla ricerca di una intima identità che possa essere valida chiave di lettura di un presente che si appalesa non a misura d’uomo.
In questo senso la poesia di Elio Ria costituisce uno degli esempi più immediati di quanto lo strumento espressivo possa essere veicolo di ascesa verso il mistero che unisce gli spazi dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande che la poesia dirime nell’area sfumata delle differenze sensitive ed “esperenziali” dell’uno e dell’altro.

 
In Altri Versi, l’Autore, in sei diverse sezioni idealmente divise tra indagine introspettiva e storica coscienza delle proprie esperienze, affronta per primo il tema del dubbio che definisce perverso (La perversione del dubbio) perché figlio di speranze e disillusioni, di sospetti di identità e di contraddizioni, di sete di risposte e voglia di non domandare.
Un percorso introspettivo che alle asperità dei dubbi unisce l’innocenza dello stupore e che al gorgo della discesa nel proprio profondo accomuna il

La Puglia terra di Papi e Santi (terza parte)

LA PUGLIA TERRA DI PAPI E SANTI (3)

 Benedetto XIII

 

di Giuseppe Massari

La matematica dice che il numero tre è il numero perfetto, attingendo, con ogni probabilità, dai latini che dicevano: “omne trinum est perfectum. Tre, per un caso o una coincidenza sono finora i papi pugliesi. Degli altri abbiamo ampiamente scritto e descritto, in precedenza, da queste stesse colonne, la loro vita, le loro opere pastorali, il loro servizio alla Chiesa, fra ombre, luci, consensi e dissensi.

Ora è la volta dell’ultimo della serie, Benedetto XIII, della nobile famiglia degli Orsini. Nato Pierfrancesco, a Gravina in Puglia, come primo erede del casato, dal duca Ferdinando III e Giovanna Frangipane della Tolfa, a diciassette anni veste l’abito domenicano, assumendo il nome di Vincenzo Maria. Una scelta difficile e travagliata, perché osteggiata dalla madre, la quale stava preparandogli, essendo il primogenito, un bel partito matrimoniale. Lui incurante dei piaceri mondani e dei privilegi di corte e di casta, abbandona tutto e segue la chiamata vocazionale al sacerdozio, intraprendendo una rapida carriera ecclesiastica, tant’è che a 22 anni, ad appena un mese dalla sua ordinazione sacerdotale, tra resistenze, pianti, dinieghi, da papa Clemente X, è creato cardinale, del titolo di San Sisto, e non perché raccomandato o per una sorta di privilegio che gli derivava dalla sua discendenza e dai suoi avi, ma perché apprezzato modello di santità, dottrina, cultura, sapienza e scienza. Questo incarico, inaspettato, lo turbò parecchio, perché egli voleva continuare a vivere la vita del chiostro che aveva scelto. Purtroppo, per lui non fu così, tanto che fu costretto all’obbedienza da parte del suo Maestro generale dell’ordine a cui apparteneva. Chinò il capo, convinto di fare la volontà di Dio e assunse, con dignità e decoro tutti gli impegni che gli furono assegnati. Dapprima nei panni di uomo di curia, presso alcuni dicasteri vaticani, e, successivamente come vescovo di Manfredonia, Cesena e Benevento. In queste tre sedi vescovili spese, fino alla morte, tutte le sue energie spirituali, morali e materiali. Restaurò a sue spese chiese, ospedali, se non addirittura costruendoli dalle fondamenta. E’ il caso di Manfredonia, dove pure non esitò, sotto la spinta del Concilio di Trento, a costruire un seminario per la formazione del clero. In questa terra garganica il suo episcopato durò poco meno di cinque anni, perché fu trasferito a Cesena. Anche qui, nella brevità della sua permanenza, non fece mancare il suo apporto, le sue intuizioni

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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