Il pesce fa bene al cervello…

di Armando Polito

Ancora mi rivedo bambino mentre tento disperatamente di sfuggire a mia madre che mi insegue per cacciarmi a viva forza in gola il pesce, per lo più arrosto, adagiato su un piatto, sempre lo stesso, diventato col tempo un vero incubo. Le imposizioni, si sa, come il proibizionismo, hanno un effetto opposto a quello desiderato, tant’è che, se ieri lo ingurgitavo senza masticarlo e qualche volta correvo in bagno a rimetterlo, oggi il pesce è uno dei miei piatti preferiti. Comunque ho ancora nelle orecchie la frase rituale sfoderata per l’occasione: “Il pesce contiene fosforo e il fosforo fa bene al cervello”. Se potessi oggi riascoltare quella frase (e lo farei con immenso piacere…) direi a mia madre che essa nella seconda parte non ha alcun fondamento scientifico, anche se l’importanza alimentare del pesce è stata nel frattempo esaltata per la presenza degli Omega-3. Non mi meraviglierei, tuttavia, se fra qualche anno la scienza rivalutasse anche la vecchia credenza popolare nei riguardi del fosforo. È certo, comunque, che al cervello fa bene il cervello, nel senso che l’esercizio mentale, la coltivazione di interessi, la curiosità perenne, l’accettare con beneficio d’inventario, lo spirito della ricerca e del dubbio ed un pizzico di perfezionismo sono gli ingredienti indispensabili per mantenerlo in funzione al massimo delle sue possibilità. È quello che mi accingo a fare, con buona pace del fosforo, come allenamento del giorno, con questa indagine puramente filologica (limitata a quei pesci il cui nome in dialetto neritino ha origine analogica1), nella speranza che essa non dia un risultato tale che pure il lettore più benevolo direbbe: “Certi pesci! Sarebbe stato meglio se te li fossi fatti fritti…”.

ÁCURA Aguglia Tylosurus acus acus  Lacepede, 1803

Secondo il Rohlfs “propriamente un plurale: latino volgare àcora=aghi”. Senza scomodare la forma ricostruita *àcora io metterei in campo il latino medioevale (Du Cange, pag. 66) àcula2 (del quale, con raddoppiamento della radice ac– sono attestate pure le varianti acùcula e acucùlla) interpretato come diminutivo del classico  acus/us=ago. Ad acus/acus ed alla stessa radice ac– sono connessi acus/àceris=pula, paglia e acus/aci=aguglia.

Il nome italiano è dal provenzale agulha e questo dal citato latino medioevale acùcula.

Per il nome scientifico: tylosurus, deformazione di tylosauros, è dal greco tulos=protuberanza e sàuros=lucertola (il tylosauro era uno dei più micidiali predatori marini del Cretaceo superiore); acus al femminile in latino significa ago e al maschile aguglia.

ARGENTÍNU Argentina Argentina sphyraena  Linneo, 1758

La foto mostra chiaramente come il pesce abbia il colore, la lucentezza, lo splendore dell’argento.

Per il nome scientifico: sphyraena è dal greco sfùraina=pesce martello.

 

BUFALÁCU Pagro Pagrus Pagrus Linneo, 1758

Il corrispondente formalmente parziale italiano è bufolotto che forse è da bufolo, variante di bufalo [dal latino tardo bùfalu(m)=bufalo, antilope, variante di bùbalus, dal greco bùbalos=bufalo, forse da bus=bue] col suffisso diminutivo –otto. Etimologia: probabilmente ha in comune con bufolotto solo la prima parte connessa al concetto di bue; per la seconda penserei ad una deformazione del greco bukèfalos=dalla testa  bovina, sempre da bus=bue e kefalè=testa, con metatesi a  distanza (buchèfalu>bufàcalu> bufàlacu> bufalàcu, con accento spostato in avanti per influsso di  chifàli, voce, dal citato greco kefalè, che nel dialetto neretino è sinonimo di testa3; in alternativa è ipotizzabile un collegamento con l’italiano bubbolare=gridare del gufo (di origine onomatopeica), con riferimento al rumore particolare che questo pesce emette appena fuori dall’acqua.

La voce italiana è dal latino pagru(m), variante di phagru(m), a sua volta dal greco fagros che, oltre al nome di un pesce, significa anche pietra per affilare.

CAZZU TI RRE Donzella Coris julis  Linneo, 1758

Secondo il Garrisi il nome è “per la forma che ricorda il pene umano”. La voce sarda pisci urrè, quelle napoletane cazzillo ‘e rre e pinto ‘e rre e quelle siciliane pizzirè e minghia di re mi autorizzano a pensare ad un passaggio semantico da pesce del re (con riferimento alla vivacità dei suoi colori, in cui pesce ha il significato letterale) ad una espressione intermedia in cui pesce assume il significato metaforico di cazzo, con successiva sostituzione definitiva di quest’ultimo a pesce. Escluderei che l’appellativo sia connesso col disappunto (e la relativa espressione) che questo pesce provoca nel pescatore per il fatto che esso abbocca molto voracemente all’esca bruciando sul tempo specie più pregiate. Un dettaglio che può sembrare paradossale: la donzella è una specie proterogina, cioè ermafrodita con maturazione anticipata dei gameti femminili rispetto a quelli maschili: in parole povere, nasce femmina e muore maschio.

Il nome italiano è dal provenzale donzela, a sua volta da un latino dominicèlla, diminutivo del classico dòmina=signora, padrona.

Per il nome scientifico: Coris è dal greco kòris che significa cimice, pilatra o pilatro (erba di San Giovanni, dal latino pýrethrum, a sua volta dal greco pùrethron, derivato da pur=fuoco) e indica anche un pesce non ben identificato; a sua volta koris è connesso con èscharos, altro pesce non identificato, a sua volta connesso con eschàra=focolare, vulva (ritorna, casualmente?, l’idea del fuoco) Iulis è dal greco Iulìs=pesce arcobaleno. Non è da escludersi che proprio di quest’ultima voce sia deformazione l’altro nome dialettale del pesce: sciutèu, anche perché risulta arduo trovare agganci semantici con l’italiano giudeo.

CURÉSCIA Pesce spatola o pesce sciabola Lepidòpus caudatus Euphrasen, 1788 

 

Curèscia, corrispondente all’italiano correggia, dal latino corrìgia(m) di origine gallica, nel dialetto neretino è la cinghia dei pantaloni. Evidentissima l’analogia di forma del pesce.

Per il nome scientifico: lepidòpus è dal greco lepis=squama e pous=piede.

FANNU Sciarrano Serranus scriba Linneo, 1766

Per il Rohlfs dal greco channos=pesce canna; aggiungo io che  channos probabilmente è da chàino=aprirsi, aprire la bocca (da cui il latino hiàre=stare aperto, aprire la bocca), di cui esiste anche la forma chanòo e quella incoativa chasco (da cui il latino hìscere=aprire); tutto ciò in riferimento alla caratteristica più spiccata del pesce: la notevolissima apertura boccale o la sua capacità di inghiottire profondamente l’esca, quasi aspirandola.

Il nome italiano è da un latino *serrànu(m), forma aggettivale del classico serra=sega.

Per il nome scientifico: serranus è la stessa voce latina appena indicata, scriba significa scrivano ed il riferimento è al caratteristico e intricato disegno blu e rossastro sul muso e sul capo, che ricorda i caratteri arabi.

LUTRÍNU Pagello eritrino o Pagello fragolino Pagellus erythrinus    Linneo, 1758

Dal greco eruthrìnos, da erutròs= rosso, con aferesi di e– e passaggio -r->-l-.

Per il nome italiano: pagello è da un latino *pagèllu(m) diminutivo del classico pager, per cui vedi BUFALÁCU; eritrino è dalla stessa voce greca da cui deriva il nome dialettale; la variante fragolino contiene un chiaro riferimento al colore delle fragole.

Per il nome scientifico vedi quanto detto per pagello eritrino.

MÓNACA Castagnola Chromis chromis Linneo, 1758

Difficile dire se il nome dialettale è connesso con il colore della veste monacale o col vivere in branco.

Il nome italiano è in riferimento al colore della castagna.

Il nome scientifico è dal greco chromis che indica un nome di pesce non ben identificato; la voce, a sua volta, è dal verbo chremetìzo=nitrire.

OPA Boga Boops boops Linneo, 1758

La voce italiana deriva dal latino medioevale boca(m), connesso con box/bocis, a sua volta dal greco box/bokòs, variante di bòax/bòakos, che è, forse paretimologicamente,  fatto derivare da boào=gridare, in riferimento all’opinione che sia l’unico pesce in grado di gridare. La voce neretina, invece, ha tutt’altra etimologia: dal greco boops, composto da bus=bue e opsis=pupilla (con chiaro riferimento al dettaglio anatomico del pesce in questione), con aferesi di b– passato prima a v– (come dimostra la variante tarantina vopa). La voce scientifica è dal citato greco boops.

PARASÁULA Trachino o Tracina drago  Trachinus draco  Linneo, 1758

Dal greco parà=presso e sàura=lucertola, con riferimento alla pinna dorsale a raggi spinosi e veleniferi che ne fanno un quasi sauro.

Per il nome scientifico: trachìnus è dal greco trachùs=ruvido e draco in latino significa drago, serpente. Il nome italiano è la traduzione di quello scientifico.

PÉRCHIA Perca Serranus cabrilla  Linneo, 1758

 

La voce italiana deriva dal latino perca, a sua volta dal greco perke che indica un genere di pesci di acqua dolce tra cui il persico reale (la voce persico probabilmente è dal longobardo *parsik), che, tuttavia, vive anche in acque a bassa salinità . Il greco perke  è connesso con l’aggettivo perkos o perknos=scuro, nerastro, bluastro. La voce neretina, invece, suppone un diminitivo *pèrcula del latino perca, attraverso la trafila: *pèrcula>*percla (sincope di –u-)>pèrchia (normalissimo passaggio –cl->-chi-). Ha la stessa etimologia il plurale pèrchie usato come sinonimo di lentiggini.

Nome scientifico: per serrànus vedi FANNU; cabrilla è voce spagnola (diminutivo di cabra=capra) che indica la capretta o il cavalletto dei segatori o la trota.

PITRUSÍNA Pesce tordo Labrus viridis  Linneo, 1758

La voce trae origine da pitrusìnu=prezzemolo, con evidente riferimento al colore verde, abbastanza uniforme,  del pesce; pitrusìnu è forma accorciata del greco petrosèlinon, composto da petra=pietra e sèlinon=sedano. Mi pare meno probabile (anche se la pietra resta…) che il nome sia collegato con l’habitat di questo pesce che predilige i fondali sassosi.

Per il nome scientifico: labrus è dal greco labros=vorace; vìridis significa verde.

PUPÍDDHU Zerro Spicara smaris Linneo, 1758

Dal latino pupìllu(m)4=minorenne. La voce italiana è dal latino cirru(m)=ricciolo, ciuffo, frangia.

Per la voce scientifica: spicara ha tutta l’aria di essere una forma aggettivale da spica=spiga; smaris è dal greco smarìs, che indica un pesce non ben identificato, comunque poco pregiato.

SPICALÚRU Suro Trachurus trachurus  Linneo, 1758

Ha la stessa etimologia di base di spigola, che è dal latino medioevale spìcula(m), dal classico spìculum diminutivo di spica, che può significare pungiglione delle api, punta di un’arma da getto e, per metonimia, giavellotto, freccia, raggio del sole; il pesce prende il nome per le spine a raggio nelle pinne dorsali. Più precisamente spicalùru è dalla radice di spicàre=dare forma di spiga (spicàre nel dialetto neritino vuol dire germogliare e, con riferimento ad un ragazzo, crescere in altezza)+ il suffisso –alùru (come in lattalùru da llattàre), bombalùru da bombàre etc. etc.; non è da escludere che il riferimento alla spiga non riguardi solo le spine a raggio delle pinne dorsali ma la forma allungata dell’intero pesce che ricorda la punta di un giavellotto (in latino spìculum).

La voce italiana, sulla scorta della dialettali pugliese, calabrese, siciliana e sarda sàuru, potrebbe essere deformazione di sauro (dal greco sauros=lucertola, pesce non identificato).

La voce scientifica è dal greco trachùs=ruvido e ourà=coda.

________

1 Il primo nome è il dialettale neretino, il secondo l’italiano, il terzo quello scientifico.

2 Da non confondere con il classico àcula o àquola, diminitivo di aqua=acqua. per completezza va detto che àquola può essere anche variante di àquila=aquila.

3 Per lo più usato nella locuzione: Cce puerti intra lli chifali? =Cosa hai in testa? (non con riferimento al cappello…).

4 Accusativo di pupìllus, diminutivo di pupus=bambino. I corrispondenti femminili sono pupa=bambina, bambola e pupìlla= bambina, orfana, pupilla (dell’occhio); quest’ultimo significato nasce da quello di bambola del termine primitivo pupa, per l’immagine rimpicciolita che vi si riflette.

15 Commenti a Il pesce fa bene al cervello…

  1. Ho sentito dire che “CAZZO DI RRE” potrebbe derivare da “CAUSI DI RRE”, con riferimento ad un pantalone dal tessuto sgargiante o comunque pregiato.
    In ogni caso, la voglia di un bel fritto misto è scattata lo stesso! ;-)

  2. bella e ben centrata la disamina della popolazione pelagica dello Ionio condotta da Armando con la consueta competenza e proprietà di linguaggio. Giusto per scofessare amichevolmente la improbabile giustificazione dell’ipotesi di correlazione di “sciuteu” con Iulis.
    Li sciutei ebbero tale nome in Salento (Gallipoli e dintorni) in quanto la loro divisa a righe verticali ricordava quello del tradizionale mantello degli ebrei. Prezioso il saggio del compianto dottore Salvatore Coluccia, indimenticabile cultore delle tradizioni culinarie e non di Gallipoli che negli anni ’80scrisse di questo ed altri pesci.
    Essendo fuori sede mi manca la consultazione del testo che cito, ma credo che anche su http://www.anxa.it nel corso degli anni sia stata pubblicata qualche nota su “lu sciuteu” e altri pesci salentini.

  3. Per la fretta, infatti, a proposito di sciutèu ho scritto “Non è da escludersi” (che, oltretutto, sarebbe in contrasto con quanto detto successivamente) invece di “Secondo me è da escludere”. Grazie.

  4. Mi scuso per non averlo fatto prima… i complimenti per le immagini, c’è una parasaula che, per quanto già privata della terribile spina ricorda, nella posa artificiosa della foto proprio la tipica posizione dei “sauri” quando si pongono al sole per ottimizzare la “carburazione”, e iniziare la ricerca di cibo!
    (Approfittate del link http://www.webalice.it/colapisci/PescItalia/pisces/Perciformi/Trachinidae/Tracina%20drago.htm
    per ammirare le foto di Roberto Pillon http://www.mondomarino.net/collaboratori/index.asp?view=dett&id=580
    che la riprendono anche con la spina in evidenza…). Buona giornata a tutti!

  5. Scusami Fabrizio, figlio mio, ma pur se è di re, in dialetto il CAZZO diventa sempre CAZZU e la d diventa t, per cui diciamo CAZZU TI RRE E CAUSI TI RRE, altrimenti parliamo in italiano o, come fanno tanti giovani amici miei in FB, traduciamo tutto in inglese!!!
    Un abbraccio

  6. Per rimanere in ambito culinario… ho mischiato FAE E FOGGHIE!!! Colpa del mio dialetto maccheronico, ne approfitterò per mangiare più pesce!
    Un caro saluto ;-)

  7. Il problema è che il concetto di base (cazzo) è presente nelle altre varianti dialettali meridionali (cazzillo ‘e rre, pizzirè e minghia di re) nonché nella stragrande maggioranza delle denominazioni italiane e straniere che qui non riporto per brevità (per converso, il concetto di pantalone nelle stesse non compare neppure una volta). Tutto ciò avrebbe dovuto dissuadere dal mettere in campo i pantaloni e un ipotetico, forse troppo raffinato, sfruttamento della doppia pronuncia del gruppo zz : sorda in cazzu (cazzo) e sonora in caźźu (pantalone); quest’ultima voce, fra l’altro, nelle sue varianti salentine è usato al plurale (caźźi, càusi). Qualcuno, addirittura, ha visto nell’operazione una valenza politica, l’esercizio, cioé, di una satira nei confronti del potere; il che renderebbe il tutto ancora più sofisticato e complicato, troppo lontano dalla semplicità popolare, a meno che il nesso non sia di origine “dotta”. E poi, come mai questo gioco di parole funzionerebbe solo col dialetto salentino e sarebbe perfetto solo con quello neretino (caźźu>cazzu/)? Ne saremmo noi gli esportatori mondiali? Ne dubito fortemente, anche se ne sarei orgoglioso…

  8. Credo che “il concetto di base” sarebbe stato chiaro pure con qualche “pantalone” in meno nel tuo commento Armà! ;)
    Saluti

  9. Ringrazio Luigi per il riferimento a proposito di sciutèu al mantello ebraico. Ci ho riflettuto, però il talled presenta un fondo bianco con bande azzurre o nere, per cui il riferimento cromatico mi pare piuttosto labile. L’indagine continua…

  10. Il giudeo, cacciato dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra se il riferimento fosse indirizzato all’antico pregiudizio antisemita che lo vuole avido di denaro, usuraio, persona infida, traditore; nella fattispecie esso sarebbe connesso con la nota voracità del pesce in questione. E per oggi, lo prometto, basta!

  11. Bellissima disamina. Spero Armando voglia continuare il lavoro intrapreso estendendolo anche ad altri pesci del nostro bel mare come lu mascularu e la femmaneddhhra, la racia (razza), la spurchia (sacchetto), lu caciulu (mormora), la lappana (tordo), lu culeu (sgombro)…e magari anche a qualche gustoso frutto di mare (cocciuli, chiavitoni/pieti te crapa,…) e crostaceo (cauri e caire)

  12. Ciao, volevo segnalarvi delle inesattezze riguardo questo bell’articolo. Prima di tutto quello in dialetto definito “bufalàcu”, non è il pagro (Pagrus pagrus), bensì il pagello bastardo (Pagellus acarne). Poi quella che noi in dialetto chiamiamo perchia è in realtà lo sciarrano (Serranus scriba), mentre in nostro fannu è quella che in italiano è chiamata perchia (Serranus cabrilla). Inoltre, in dialetto salentino viene comunemente chiamata perchia anche un altro Serranide, cioè il sacchetto (Serranus hepatus). Poi ancora un errore: Tylosurus acus è in realtà l’aguglia imperiale e non la comune aguglia chiamata in dialetto àcura, chiamata scientificamente Belone belone. Poi una mia interpretazione del nome dialettale “sciutèu”: secondo me deriva proprio da “giudeo” e questo nome gli è stato dato alla donzella proprio in senso dispregiativo, in quanto appunto disturba molto l’azione di pesca. Spero di esser stato d’aiuto, saluti.
    Francesco Chetta, “Flora e fauna del Salento”

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