Vendemmia

di Pino De Luca

Ancora cusì ‘sta vindemi?”
Da lontano è arrivata la domanda di un confinante ad un contadino che aveva portato “le donne” e i mezzi in campagna per vendemmiare.
Terra pesante e impastata, pampini bagnati. La pioggia non è amica della vendemmia, raddoppia la fatica delle “donne” che tagliano i grappoli. Un tempo ne pativano anche i “ragazzi”, gli “uomini” e le “bestie”.
Ne pativano e ne gioivano, insieme, perché la vendemmia era una festa, una grande festa collettiva: la chiusura di un intero ciclo di produzione della terra, ciclo che dura quattro stagioni, necessariamente. La vite attecchisce solo alle latitudini che prevedono quattro stagioni. Quella del sonno, quella del risveglio, quella della maturazione e quella della raccolta.
Le fatiche di un anno si condensano in un giorno soltanto, e quando la vendemmia è buona è festa per tutti, ci sarà un altro anno di vita, per la vite e per le vite.

La vite, in questa terra, è stata per secoli uno dei fondamenti della civiltà. La vite ha dettato i tempi e le relazioni umane, l’educazione e la consapevolezza, financo lo sviluppo sociale e procreativo di intere comunità.
Le grandi distese di vigna e le “squadre” di donne che con il loro secchio e la loro cesoia tagliavano i grappoli, le più esperte e rapide che si mettevano di fianco le più giovani e meno avvezze, madri, zie, madrine, educatriici. E il giovane che “buccava e caricava”, ovvero che svuotava i secchi nelle cassette o nelle mastelle e caricava questi ultimi sulle spalle del “cofanatore”, un uomo esperto, forte e resistente che per tutta la giornata faceva la spola tra il filaro e il mezzo di trasporto.

Il giovane doveva essere svelto di gambe e di mano, doveva far “camminare” le donne che accudiva, farle muovere sempre con il secchio vuoto per ridurre la loro fatica e, possibilmente, trovare il tempo di “spampinare” i ceppi, ovvero scoprire i grappoli in modo che fosse più agevole la raccolta. Trattamento che il “ragazzo”, spesso, riservava alla più giovane delle donne anche per dimostrare la propria “balentìa” e il proprio interesse.
E, al primo sole, l’aria si riempiva dei canti, canti di campagna, alcuni d’amore altri di lotta e di lamento, altri ancora di sfotto’, e poi il rito della colazione di mezza giornata e i piccoli segreti che insegnava l’esperienza …
Tante storie sono raccontate e tante da raccontare sulla vendemmia, sui braccianti che andavano a Piazza Cairoli ad aspettare che qualcuno li chiamasse a giornata, sulle mani nere di mosto che duravano per tutta il periodo della vendemmia e venivano mostrate con orgoglio (lo facevo anche io quando andavo al Monticelli), sui ceppi di uva rosa tenuti in gran segreto in mezzo ai filari e sulle storie d’amore che s’intrecciavano nelle giornate di lavoro.

Era il tempo della produzione di alta resa, 130-150 quintali ad ettaro, a produrre uva e mosto che andava a cambiare nome. Ne ha prodotto di Barolo e di Chianti la terra brindisina e anche di Bordeaux … Vino potente, uve dolci da terreni caldi e grandi quantità di mosto muto e di vino da taglio sgorgavano dalle terre generose della provincia, s’imbarcavano sulle navi e raggiungevano porti lontani.
Quanto era preziosa l’uva di Brindisi e Tuturano, e prosperosa quella di Mesagne, Francavilla, Latiano fino a San Michele, e la collina di Ostuni e Carovigno. Quanto era pregna la “fascia colonica” di alberelli possenti e stracarichi, per terreno fertile e fatica di braccia. Da Torchiarolo a San Pancrazio si articolavano distese immense di vigneti inframezzati da uliveti secolari e interi paesi poggiavano la loro economia sulla “campagna”, ovvero il periodo di tempo che s’inerpicava tra sole cocente di fine estate e i temporali improvvisi di inizio autunno. Primitivo e negramaro, “taglia, taglia, taglia, taglia…” ripete ossessivamente il coro in una canzone bellissima di Domenico Modugno che si chiama “Vendemmia giorno e notte”.. Così era ossessiva la vendemmia nella ricerca della massima produzione e del massimo grado zuccherino.

Artigiani e commercianti partecipavano al rito con grande attenzione, i primi spesso con interesse diretto (bottai, fabbri, falegnami, ) e i secondi con la sicurezza che le “giornate” avrebbero saldato vecchi conti aperti in tempo di carestia.
Poi, all’improvviso, le parole che il padre dice a Mimì nella canzone “Mimì, tuo padre ti può dare soltanto una chitarra, un nome e queste mani pulite …” che erano le parole di un mondo concreto hanno perduto significato, il mondo ha cambiato vocabolario. Avidi lestofanti inquinarono il vino, lo taroccarono usando robaccia, financo veleno. Perdemmo la faccia tutti o quasi. Questa terra fu abbandonata e la vigna diventò il rifugio di pochi coraggiosi che resistettero alle politiche che spingevano all’espianto, alla distruzione di una civiltà.

I pochi rimasti hanno dovuto cambiare metodo e finalità. Ognuno produce la sua uva, qualcuno anche il suo vino, con la qualità e la bontà che sa fare. E questa terra ne produce di eccellente, chiamandolo per nome: Negramaro, Malvasia, Primitivo, Susumaniello, Ottavianello, di Brindisi, proprio di Brindisi.

Produrre in qualità significa investimenti e tecnologia, tanti investimenti e tanta tecnologia. Anche nella vendemmia. Impianti con sesti e tipologie nuove anche in prospettiva della raccolta. Fatta da macchine che non sanno moltissime cose, che non sanno che l’uva acerba dei racemi può essere utile per levarsi dalle mani il nero del mosto, che non sanno nulla dei fatti che si raccontano in campagna e non sanno cantare.
Macchine che non sanno se è giorno o notte, vendemmiano e basta. Grappoli interi in cassette ordinate pronte da mandare alla vasca. Senza terra e senza pampini e senza perdere acini. Macchine rapide e veloci, disinteressate alle zolle dure della terra secca o alla mota che s’attacca alle scarpe, insensibili al sudore che lascia la pelle per trapassare i vestiti e alla rugiada che invece li bagna per raggiungere la pelle. Macchine efficienti e precise che non fanno nemmeno colazione. Macchine per un vino che rispetta uno standard..

“Ancora cusì ‘sta vindemi?”
Domanda di chi ha capito tutto e, al disporsi delle “donne” sul campo, si guarda la sua macchina perfetta e obbediente con un sorriso di sufficienza. Scuotendo la testa a chi ancora usa mani di donne, di ragazzi e di uomini per portare l’uva dal campo alla cantina.
Dimentico che sono mani di chi vive la vita e la vite. Sono mani che conoscono i ceppi, li hanno visti riposare, risvegliarsi e fruttificare. Uva di qualità, che si porta dentro il cielo e la terra, il sole e la pioggia ma anche le storie e le canzoni di donne e uomini che hanno cantato e raccontato in mezzo ai filari. Ogni vino sarà un vino d’annata, perché ogni annata avrà le sue storie da raccontare.

La vigna e la sua cultura sopravvivono in enclave che raccontano un passato e una prospettiva di percorso futuro, non lasciamo che specchi di stupidi narcisi facciano rinchiudere in polverosi musei la vita della vite, pianta che vive solo dove esistono quattro stagioni.

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