Carosino, la città del vino e la sua identità arbëreshë

di Daniela Lucaselli

La storia non è solo ricostruzioni di eventi, anche le tradizioni tengono in vita i sentieri della storia. Continuare a raccontare il passato per  conoscere le proprie radici e riconoscere il senso di appartenenza alla propria terra è un cammino esistenziale di partecipazione alla storia del territorio. Cogliere il senso sacrale è l’insegnamento che ci viene dal passato. Inebriante, entusiasmante è vivere le manifestazioni e gli eventi folcloristici della nostra terra, quali sagre, feste e fiere, momenti durante i quali  i prodotti tipici locali sono i protagonisti. La città, il paese, il borgo si anima; manifestazioni culturali, come concerti e spettacoli teatrali all’aperto, vengono organizzati con scrupolosità e competenza. Si respira lo spirito accogliente e fiducioso della gente del Salento.

Questa atmosfera la rivivo ogni anno in una fertile ed accattivante vallata situata tra i comuni di San Giorgio Ionico, Monteparano, Monteiasi e Grottaglie e precisamente a Carosino, distante da Taranto solo 15 km. Le bianche masserie di campagna immerse nella lussureggiante vegetazione e  le fresche sorgenti di acqua dolce fungono da cornice al singolare centro,  nevralgico punto di scambio commerciale che, posizionato nella parte settentrionale della penisola salentina, in particolare nel cuore della zona occidentale delle Murge tarantine, ha offerto nell’antichità ospitalità e ristoro a mercanti e gente di passaggio.  

Una singolare manifestazione, la Sagra del Vino, si svolge puntualmente tra la fine di luglio e l’inizio di agosto e dall’artistica fontana (realizzata nel1894) della piazza principale del paese, di fronte al Palazzo Ducale, scenicamente zampilla del profumato e gustoso vino locale. Una mostra mercato dei vini pugliesi nel mese di ottobre ricorda nostalgicamente questo evento tipicamente estivo. Tutti i presenti, invitati a degustare i  prodotti tipici di questa terra, sorseggiano deliziosamente la bevanda di Bacco, di cui questa terra gode i suoi frutti.
Il clima dolce e mite infatti favorisce l’agricoltura, che dona raccolti sempre abbondanti. Questo piccolo paesino di pianura, posto a 70 metri sul livello del mare, occupa oggi, nel settore dell’industria e produzione vinicola,  uno dei primi posti nel territorio della provincia di Taranto. I vigneti sono generosi e donano ricche produzioni di  uva da tavola pregiata come l’uva Regina, l’uva Italia e l’uva Vittoria, il contadino dalle sue mani ruvide e callose fa stillare del buon  Primitivo del Tarantino, dal colore rosso e dal sapore asciutto. Le produzioni di olive da olio ed olive da mensa, di fichi, mandorle ed ortaggi, arricchiscono la produzione agricola.

Un approccio storico di carattere  etno – antropologico mi porta ad incuriosirmi di questo centro, emblema dell’ Arberia tarantina.
Sono di fronte ad una civiltà che affonda le sue radici nella cultura mediterranea, che ha aspetti orientali; una cultura strettamente legata ad una identità religiosa di matrice bizantina, un prezioso patrimonio culturale.

Le origini di Carosino risalgono all’epoca magno-greca, quando il centro, situato  in una privilegiata posizione geografica e commerciale  sull’asse  Taranto-Grecia, godeva appunto di un importante prestigio economico.  Il ritrovamento nel 1904 in agro di Carosino di un tesoretto di 76 monete argentee della Magna Grecia hanno permesso un’esatta datazione e testimoniano i rapporti economici e culturali con la grande polis dello Jonio. Questa ipotesi, opportunamente sostenuta dal D. Loiacono, evidenzia come  in questo periodo  la fase di colonizzazione ellenica era viva in tutto il territorio tarantino. Fuori dall’attuale centro abitato sorge la Masseria Misicuro, che conserva il nome dell’antica Mesochoron, luogo in cui, ipotesi probabile, si dividevano la Via Appia e la Via Salentina. Le prime documentazioni storiche di questo piccolo ma singolare centro sono presenti nei registri Angioini al 1348, data in cui il feudo di Carosino fu venduto dai Capitignano ai Palmerio di Capua.
Nel IX secolo, durante la guerra greco-gotica, Carosino decadde e l’abitato fu frazionato in casali e casegrotte; l’attività economica si incentrò  sull’agricoltura e la pastorizia. Il casale di Carosino fu potenziato verso la metà del X° secolo da un gruppo di tarantini sopravvissuti alle invasioni saracene che nel 927 distrussero e saccheggiarono la città di Taranto. Essi accolti inizialmente nel Santuario di Santa Maria si trasferirono successivamente nel casale da loro edificato. Dopo un lungo periodo di abbandono si suppone che il sito sia stato ricolonizzato sui ruderi dell’antico Citigliano o Citrignano assumendo, secondo I. Chirulli, il toponimo di Citrignano. Altri superstiti  fondarono simultaneamente un altro centro: San Giorgio Jonico.
È noto che nel XV secolo le armate albanesi, al seguito di Skanderberg, distrussero il piccolo ed antico casale, il cui feudatario Raimondo De Noha si alleò  con il principe Orsini di Taranto nella sua rivolta contro il Re di Napoli nel 1462. Come altri centri di questo versante della provincia tarantina, anche Carosino quindi ospitò una comunità albanese nel XV secolo che riedificò il centro e ripopolò  Citigliano. Il casale disabitato per quasi mezzo secolo, nel 1471 fu acquistato dagli Antoglietta e nuovamente ricolonizzato, con autorizzazione del Viceré di Napoli del 1522. Risale al XVI secolo la costruzione del Palazzo per volere della famiglia Simonetta, trasferitasi nel 1517 a Carosino dopo l’acquisto di un feudo. Nel 1527 il feudo passò al figlio di Ermenegildo Simonetta, Giovanni Antonio che, oberato di debiti,  dovette cedere i suoi feudi alla signora Giulia Muscettola che, nel 1613, comprò il casale di Carosino per 10.120 ducati. In seguito il casale passò al figlio Fabio Albertini, principe di Faggiano.

Fu in questo periodo che scomparve il rito ortodosso praticato nel santuario di Santa Maria e con esso probabilmente la parlata arbëreshë  dei coloni albanesi, in quanto l’Arcivescovo Monsignor Lelio Brancaccio, giunto a Carosino nel maggio 1578,  cercò di propagandare in tutto il territorio il rito cattolico in lingua latina.
Ma qual era la situazione reale?
La chiesa era costruita a forma di croce con tre porte. Nel Tabernacolo si custodiva l’Eucarestia, il pane azzimo in un calice e il pane fermentato in una pisside di legno, rivestita di carta bianca. In un’ampolla di vetro si conservava il crisma consacrato da un vescovo greco. Il  parroco era greco ed amministrava i sacramenti agli albanesi e agli altri fedeli di rito latino. Quelli che non volevano ricevere il battesimo dal prete greco si recavano nel vicino centro di Grottaglie. Si cercò in ogni modo comunque di ostacolare il rito greco e di favorire quello latino, che ben presto  prevalse. Gli albanesi  per la somministrazione dei sacramenti furono costretti a recarsi a San Giorgio. Nonostante tutto, il rito perdurò fino al sec. XVII,  momento in cui tutti gli abitanti di Carosino avevano abbracciato il rito latino. Infatti, nella relazione stilata durante la visita di Mons. Pignatelli del 1683 nel centro  jonico non è presente alcun riferimento al rito greco. Dalla perdita del rito alla perdita della lingua il passo fu breve. L’unica comunità dove la lingua continuerà a persistere è  a San Marzano, che non cancellerà il suo legame con la storia albanese.

Nel 1806, abolita la feudalità nel Regno di Napoli, il Ducato di Carosino fu di proprietà della famiglia Berio- Marulli. Nel 1875, essendo Carosino divenuto comune del Regno d’Italia in seguito ad un plebiscito, i Marulli cedettero le loro proprietà terriere, insieme al Palazzo Ducale, al Cavaliere  Roberto d’Ayala Valva. Questi nel 1894 restaurò il Palazzo, lo collegò con i depositi e sopra di essi fece costruite le sale di rappresentanza. Il progetto fu realizzato elevando il prospetto murario e costruendo la facciata del palazzo con un avancorpo con archi a tutto sesto decorati a bugnato, per dare l’aspetto di un castello. L’edificio era collegato con la Chiesa madre tramite un portico situato al primo piano, distrutto nel momento in cui il conte Roberto donò alla Chiesa quella parte della struttura progettata per costruire la sagrestia. Nel 1985 l’edificio venne donato al comune dagli eredi della famiglia D’Ayala. 

Ora soffermiamoci  sull’etimologia del nome Carosino, argomento controverso e discusso da numerosi storici che non concordano circa l’origine del toponimo.

Chiesa Madre, dedicata alla Madonna delle Grazie

Un’ ipotesi ci viene offerta da G. Giovine, che ritiene che Carosino  derivi dal latino “Carus sinus  Virginis Deiparae” (Caro grembo della Vergine Madre di Dio),  attribuendo al sostantivo sinus un significato religioso. Questa ipotesi è sostenuta dal fatto che  il culto della Vergine Madre nel centro jonico era molto diffuso, numerosissimi erano i fedeli che si recavano al santuario, ritenuto dalla credenza popolare un prodigioso luogo di  miracoli.

Lo storico A. Cinque sostiene che Carosino sia un nome composto Carus (prezioso, diletto), e situs (dal latino:  situs,  luogo), o sinus (dal latino: sinus vallis), fondovalle rispetto le alture circostanti.

Ipotesi più plausibile è quella che il nome Carosino  sia la traduzione di eu-kseinos  buono (ospitale) per gli stranieri, quindi (mare) buono per gli stranieri, nome attribuito al Mar Nero dopo il passaggio degli Argonauti. Gli albanesi, orientali di rito bizantino, veneravano la Madonna di Costantinopoli, di cui portarono con sé la devozione e forse la stessa immagine. Ed infatti a Carosino la Madonna prende il nome di Santa Maria di Carosino, che altro non è che la Santa Maria del Ponto Eusino (del Bosforo), ossia di Costantinopoli.  Tale nome fu dato al paese dai monaci basiliani, orientali di rito bizantino.

Altra ipotesi poco probabile è che questo nome possa derivare, come sostiene l’Arditi,  da Corone, città albano-greca della Morea, dato che già nel 1507 il paese ha già tale denominazione e i Coronei non erano ancora presenti in Italia.

La storia di questa comunità continua…quando, girando per il paese, mi trovo davanti al Municipio sulla cui facciata in altro troneggia lo stemma.

Vengo a conoscenza che nel 1928 Michele Guda,  Sindaco di Carosino, interprete del volere dei suoi concittadini, si interessò a che il comune di Carosino avesse il suo stemma araldico che lo contraddistinguesse e lo rappresentasse. Vittorio Emanuele III, Re d´Italia, con Decreto del 18 ottobre 1928, concesse al Comune la facoltà dell’uso e  il “solenne documento della accordata grazia” fu firmato il 31 gennaio 1929 da Vittorio Emanuele III e da Mussolini, Capo del Governo. Nel 1962 si deliberò l´acquisto di un gonfalone che simboleggiasse la comunità locale.

Lo sfondo dello scudo è azzurro. Al centro l’attraversa  un’arcuata fascia dorata. Nascente dalla mezzeria della fascia si impone un´ aquila nera con una corona d´oro sul capo. In punta allo scudo vengono raffigurate cinque spighe di grano poste a ventaglio. Sovrasta lo scudo una raffigurazione del castello sotto l´aspetto di corona. Un ramo d´ulivo ed uno di quercia lo coronano uniti all’estremità da un fiocco tricolore.

 
Bibliografia
·         Micol Bruni,  Le radici Arberesche di Carosino,  Articolo tratto dal Corriere del Giorno,,venerdì 26 giugno 2009 (pg. 31).

–        Wikipedia, L’Enciclopedia libera.

Le foto sono di Daniela Lucaselli.

4 Commenti a Carosino, la città del vino e la sua identità arbëreshë

  1. Sono a La Spezia da più di una settimana e la nostalgia della mia terra comincia a farsi sentire. Leggere del mio territorio mi fa piacere e ancor di più di piccoli centri del nostro capoluogo jonico, visto che di questi non si sa quasi nulla e che, invece, custodiscono una ricca storia. Interessante e curato nei particolari questo articolo.

  2. E’ bello leggere di posti tanto vicini a noi ma anche così tanto sconosciuti, anche noi a Palagiano abbiamo delle belle tradizioni….sarebbe bello se qualcuno le mettesse cosi ben in risalto!

  3. Ancora una volta Daniela è stata capace di farci sognare ad occhi aperti. Sa trascinare il lettore nel cammino dell’anima e renderlo protagonista dell’infinita storia quotidiana. ciao

  4. sono anch’io un esule di questo mio bel paese,ho! quanti ricordi mi transitano in questo momento per la mente e che dire del bar di miccio,di santu limmu,di fulmine,matarunda,
    roccu mau mau e tanti altri che non ricordo piu’.Questi personaggi hanno contribuito a
    farmi ricordare del mio paese e per la verita’ in questi ultimi tempi ho trascurato di rivisi-
    tarlo mensilmente.Mi prometto che quanto prima rivivro’ questi bei ricordi di gioventu’.

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!